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Cineforum

 

È lo spettacolo, bellezza!
di Iacopo Adami
Recensione del film Lo sciacallo, Dan Gilroy (2014)

“Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.”
Giorgio Gaber, Io se fossi Dio

 

“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” (1). Questo l’incipit de La società dello spettacolo di Guy Debord, ricalcato su quello de Il capitale di Karl Marx. Libro essenziale per comprendere la realtà odierna, dove il capitale ha raggiunto “un tal grado di accumulazione da divenire immagine” (2). Questo cambiamento è stato reso possibile, in un primo momento, soprattutto dalla televisione.

Il 9 dicembre 1973, Pier Paolo Pasolini scriveva sul Corriere della sera un articolo dal titolo Acculturazione e acculturazione, nel quale sosteneva la tesi secondo cui: “Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (come appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre” (3).

Si tratta, dunque, di una “mutazione antropologica”, che attraverso un “genocidio culturale” ha determinato l’imborghesirsi delle classi proletaria e sottoproletaria – il Giovane Uomo e la Giovane Donna che “avvalorano la vita attraverso i suoi Beni di consumo” sono, infatti, ideali condivisi da tutti, indipendentemente dalla condizione economica – e il sottoproletarizzarsi della classe borghese, divenuta sempre più rozza e ignorante.

Del resto, come aveva ben compreso Michel Foucault, il potere non agisce solo in termini repressivi, ovvero negativi; se così fosse, sarebbe un potere fragile in quanto “monotono nelle tattiche che usa, incapace di qualsiasi invenzione e, in un certo senso, condannato a ripetersi sempre; [...] incapace di produrre alcunché, atto solo a porre limiti, sarebbe essenzialmente anti-energia” (4). Invece, se è forte, è perché il potere “produce effetti positivi, produce il reale, il sapere sui corpi e, attraverso questo, l’identità degli individui” (5).

Lo spettacolo descritto da Guy Debord ha esattamente questa funzione. Esso serve, infatti, a legittimare i rapporti di produzione sociali esistenti all’interno del sistema economico capitalistico, rendendo ciascun individuo un consumatore di illusioni. Sarebbe facile, a questo punto, parlare dello spettacolo come di un’entità eterea, fantasmatica, che ha domicilio in un luogo altro rispetto a quello del mondo reale. Tuttavia, sarebbe fuorviante descriverlo in questi termini in quanto esso agisce positivamente sul tessuto sociale, dimodoché la merce è “un’illusione effettivamente reale, e lo spettacolo la sua manifestazione generale” (6).

Nel film Lo sciacallo di Dan Gilroy questo aspetto è reso evidente dal comportamento del protagonista, Louis Bloom (Jake Gyllenhaal), che pare avere perfettamente interiorizzato il mito del selfmade man americano, pur essendo una vittima del capitalismo giunto alla sua ennesima crisi. In una Los Angeles caratterizzata da un enorme tasso di disoccupazione, si arrangia con furtarelli di rame e materiali da lavoro, che rivende poi ai cantieri. Secondo l’analisi proposta da Pasolini nell’articolo sopracitato, si tratterebbe dunque di un figlio della mutazione antropologica determinata dall’avvento del consumismo – un sottoproletario avvinto a una mentalità assolutamente borghese.

Basti pensare a come parla al direttore del cantiere, nel momento in cui gli chiede di essere assunto: “Nello specifico vorrei intraprendere una carriera con ampie opportunità di crescita. Chi sono io? Un gran lavoratore, con grandi ambizioni e tenacia nel perseguirle. [...] Io credo, signore, che le cose buone arrivino per colui che sa meritarsele e che chi, come lei, è arrivato alla vetta non ci sia arrivato per caso. Il mio motto è: se vuoi vincere alla lotteria, guadagnati i soldi per il biglietto”.

Questa teoria diviene prassi, dopo che Louis assiste fortuitamente al salvataggio di una donna da un’auto in fiamme, con uno stringer (7) e il suo assistente intenti a riprendere la scena. Mosso dalla speranza dei guadagni, vorrebbe entrare anche lui nello stesso ramo. Tuttavia, gli mancano i mezzi per acquistare l’attrezzatura necessaria – i soldi per il biglietto, appunto. Serve il furto primigenio, ciò che Marx definisce “accumulazione primitiva”, che è rappresentato, in questo caso, da una bicicletta sportiva, in cambio della quale Louis riesce a ottenere in un negozio una videocamera e uno scanner radio.

Hanno così inizio le sue peregrinazioni notturne in automobile, in cerca di notizie, come uno sciacallo della sua preda. Fin dalla sua prima esperienza, si ha la percezione che Louis sia molto propenso a varcare i confini. Ciò è evidente, nel momento in cui si avvicina a un uomo ferito in una sparatoria per ottenere un primo piano, mentre un altro stringer accorso non osa oltrepassare il cordone di medici e poliziotti. In effetti, tutto il percorso di Louis consiste in un sempre maggiore grado di coinvolgimento diretto nei suoi video.

Inizia disponendo in un modo più congeniale ai suoi scopi, su un frigorifero crivellato di colpi, alcune fotografie di una famiglia bersaglio di una sparatoria e, in seguito, sposta il cadavere di un automobilista vittima di un incidente per meglio riprenderlo. In questa scena, in particolare, è molto suggestiva l’immagine di Louis che alza in cima alla testa la videocamera. Il fatto che quest’ultima disponga di un faretto perennemente acceso suggerisce che la sua figura venga associata a Lucifero – nome che significa, appunto, portatore di luce.

E qualcosa di demoniaco traspare sicuramente dal personaggio di Louis. Arriva addirittura a sabotare il furgone di un altro stringer, per poi riprendere la scena di quest’ultimo agonizzante, trasportato in barella dentro l’ambulanza. Si capisce, dunque, come Chuck Tatum (Kirk Douglas) nel film L’asso nella manica sia un principiante a confronto. Anche perché il personaggio di Billy Wilder, vedendo che la sua ricerca spasmodica di uno scoop è costata la vita a un uomo, alla fine, si pente delle sue azioni e ne paga il prezzo. Louis, invece, sembra impermeabile a ogni empatia, a parte quella che riserva ai beni di consumo. Basti pensare alla scena in cui il suo assistente, Rick (Riz Ahmed), facendo il pieno, rovescia accidentalmente alcune gocce di benzina sulla carrozzeria della sua nuova auto sportiva, e Louis minaccia di licenziarlo.

Il rapporto tra i due è interessante sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, nella scena del colloquio di lavoro a cui Louis sottopone Rick emerge ancora una volta la mentalità morbosamente aziendalista del primo. Tra le altre cose, gli dice: “È una buona opportunità per un uomo fortunato [...]. Vendimi te stesso”. Una battuta tanto più ricca di significati in quanto Rick, a causa della povertà, è costretto a fare marchette. Del resto, in una società capitalista, chiunque è obbligato a vendersi e, dunque, in un certo senso, a prostituirsi. Come afferma lo stesso Rick: “Sono disposto a fare qualsiasi cosa, quindi, assumimi”.

E Louis cerca proprio una persona estremamente ricattabile per non pagarla affatto oppure offrirle uno stipendio minimo, tant’è che in un primo momento vorrebbe assumere Rick come tirocinante. Il suo compito è imparare a memoria i codici della polizia e fare da navigatore. La prima esperienza è traumatica. Rick è nervoso a causa della guida spericolata di Louis. Aspetto tematico, la velocità a cui viene spinta l’auto rappresenta quella della società tutta, sempre tesa al raggiungimento di obiettivi apparentemente razionali, ma che, se sottoposti all’esame della coscienza, rivelano tutta la loro assurdità. Ma il punto è proprio questo.

Il cervello umano è una macchina lenta – e, se il fare predomina sul pensare, tale esame diventa
impossibile. Non per niente, Louis studia molto online: “Passo tutto il giorno al computer. Non ho una cosiddetta educazione formale, ma puoi trovare di tutto, se cerchi abbastanza”. Ora, non è un mistero che gli strumenti che l’Uomo utilizza agiscono sulla sua mente, modificandola – e oggi, oltre alla televisione descritta nell’articolo di Pasolini, si sono aggiunti molti altri dispositivi tecnologici in grado di determinare effetti ancora più devastanti. Internet ci rende stupidi? si domanda Nicholas Carr nel suo saggio così intitolato (8).

Sicuramente si è passati da un pensiero lineare, calmo, riflessivo, senza distrazioni a uno frammentato, che opera a piccoli scatti sconnessi, spesso sovrapposti. Citando Nietzsche: “I nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri”. Nel caso di Louis, non si può dire che gli manchi l’intelligenza. Impara molto in fretta, come dice lui stesso a Nina (Rene Russo), la direttrice del Tg di Canale 6, a cui vende la stragrande maggioranza dei suoi video.

Ciò che lo caratterizza è semmai una deficienza etica, che però, nella scala di valori della società dello spettacolo, non rappresenta certo un difetto, bensì una qualità. È proprio all’interno della redazione di Canale 6, infatti, che emergono in maniera più evidente le dinamiche spettacolari legate all’informazione – con un neologismo già in uso, si potrebbe parlare di infotainment.

La prima volta che Louis incontra Nina, lei è in sala montaggio e sta dando alcune indicazioni a un tecnico: “Mettimi in loop il cane del vicino che abbaia e prova a prendere anche il pianto del bambino e lo metti in sottofondo”. Più che a un servizio di telegiornale, sembra che Nina stia lavorando alla scena di un film. In seguito, parlando con Louis, gli spiega che ci sono notizie più adatte a diventare spettacolo rispetto ad altre: “Ci interessano i crimini, ma non proprio tutti. Un furto d’auto a Compton, per esempio, non è una vera notizia. I nostri telespettatori sono più interessati alla criminalità che si insinua nei quartieri bene, il che significa che la vittima o le vittime devono essere bianche e benestanti, ferite per mano di minoranze o di poveri. [...] Se vuoi un’immagine chiara e diretta di qual è lo spirito di ciò che mandiamo in onda, ecco, pensa al nostro Tg come a una donna che urla, correndo per la strada con la gola squarciata”.

La descrizione calza a pennello. Basti pensare alla retorica dei servizi, in cui si insiste sempre, laddove le circostanze lo permettono, sulle vittime in qualità di madri o padri di famiglia: “È l’incubo di ogni genitore. Immaginate di cantare una ninnananna al vostro bambino, di rimboccargli le coperte e poi doverlo proteggere da una raffica di proiettili di grosso calibro sparati a ripetizione sulla vostra casa”.

La lezione viene subito appresa da Louis, che parlando con Rick, afferma: “Sai come si alimenta la paura? Vestendo di verità delle false evidenze”. E la falsità dell’informazione spettacolarizzata
è resa perfettamente, a livello simbolico, nella scena in cui Louis, riferendosi al fondale ritraente Los Angeles, dietro la scrivania dei presentatori del Tg, commenta: “In tivù sembra così vero”.

Il rapporto tra Louis e Nina permette, inoltre, di approfondire un’altra componente caratteriale del primo: la sacralità che attribuisce al potere di contrattazione. Non solo il prezzo dei video è sempre negoziato, ma anche il ‘corteggiamento’ che Louis attua nei confronti di Nina al ristorante messicano ha le stesse caratteristiche di una trattativa. Del resto, in un mondo in cui tutto è merce, il corpo non fa differenza e diventa un valore di scambio come un altro. Ma il fine di Louis non è limitato a ottenere dei favori sessuali da Nina. Come lui stesso dichiara proprio in questa circostanza: “Io voglio diventare quello che possiede l’emittente”.

E avere una relazione con lei – la direttrice del Tg – è un modo come un altro di assecondare le sue ambizioni. Innanzitutto Louis sottolinea che da solo ha aumentato il valore assoluto dell’audience del telegiornale; poi ricorda a Nina che il posto di lavoro di quest’ultima è a rischio, e lo share del mese seguente sarà decisivo; arriva addirittura a minacciarla apertamente di vendere i suoi video ad altre emittenti, in caso lei lo respinga.

Si può ben capire, dunque, come Louis sia abituato a essere lui il ricattatore e non il ricattato. È il motivo per cui Rick paga con la vita il suo tentativo di estorcergli la metà dei guadagni di una notte particolarmente proficua – quella dell’inseguimento e uccisione da parte della polizia di due pericolosi killer, che Louis ha rintracciato attraverso la targa dell’auto, dopo avere filmato la loro fuga da una villa di Granada Hills, divenuta tomba di tre cadaveri.

In precedenza, aveva tagliato questa prima parte del video proprio per fare in modo, in un secondo momento, di riprendere l’arresto. Ed è questo il fulcro del ricatto di Rick, poiché Louis ha nascosto informazioni essenziali alla polizia. “Io non rischio di mettere in pericolo la mia azienda, mantenendo un impiegato inaffidabile”: così Louis si giustifica con Rick, mentre quest’ultimo agonizza sull’asfalto, freddato da uno dei due killer – lo stesso che Louis aveva dichiarato morto per convincere Rick ad avvicinarsi e filmarlo.

La fine del film mostra Louis che è riuscito a espandere la sua attività con l’acquisto di due furgoni. “Vi sentirete confusi a volte. E altre volte insicuri. Ma ricordate: mai e poi mai vi chiederei di fare qualcosa che non farei io stesso”. È la chiusura del discorso di Louis ai suoi nuovi tre tirocinanti, di cui è evidente l’ironia. Infatti, cosa non è disposto a fare lui, pur di raggiungere i suoi obiettivi?

Per via di questo suo essere al di sopra del bene e del male, si sarebbe tentati di considerarlo un personaggio dostoevskiano. Tuttavia, a differenza di un Raskol’nikov o di un Ivan Karamazov, egli non è dotato di alcuna conflittualità interiore e ciò lo fa essere, piuttosto, un degno rappresentante dell’Uomo a una dimensione descritto da Marcuse, colui per il quale la ragione è identificata con la realtà e non esistono altri modi possibili di vivere, se non quello determinato dal sistema vigente. La vittoria di Louis è, dunque, la sconfitta dell’Uomo in quanto essere realmente razionale, in grado di emanciparsi.

 

Iacopo Adami


1) Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi
2) Ibidem
3) Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti
4) Michel Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli
5) Michel Foucault, La microfisica del potere, Einaudi
6) Guy Debord, op. cit.
7) Giornalista, fotografo o cameraman freelance che fornisce con frequenza servizi, foto o video a giornali, televisione e agenzie di stampa
8) Cfr. Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Cortina Raffaello

 

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