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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Il linguista e il legislatore* di Carlo Oliva |
| Linguistica
e legislazione al tempo di Stalin: nominare significa governare e
governare vuol dire controllare il linguaggio |
|
C’è un
brano famoso del Cratilo di Platone (1), un testo comunemente
considerato l’incunabolo Fino a qui, tutto è abbastanza chiaro e non
sarà certo Ermogene, uno degli interlocutori più acquiescenti
che a Socrate sia dato incontrare in tutto il corpus platonico,
a opporsi. Il dire e il denominare non sono né arbitrari né
convenzionali: esiste un modo onde natura vuole che le cose siano
dette e si dicano, siano denominate e si denomino. Il discorso di Platone, tuttavia, procede in una
direzione imprevista. Il nome, spiega Socrate, è “come
uno strumento didascalico e sceverativo dell’essenza, come la
spola del tessuto” e “lo strumento atto a tessere è
la spola”, per cui “chi è atto a tessere userà
bene della spola e bene vuol dire in maniera atta a tessere e chi
è atto a insegnare userà bene del nome e bene vuol dire
in maniera atta a insegnare” (3). “Ebbene” domanda Socrate “dell’opera di chi il tessitore userà bene quando usa la spola?” Di quella del falegname, risponde Ermogene, che è anche pronto ad ammettere che non tutti, naturalmente, sono falegnami, ma solo quelli che ne hanno l’arte. Il problema si fa però più complesso quando Socrate gli chiede, inopinatamente, “dell’opera di chi userà l’insegnante quando usa il nome”. Ermogene non lo sa, come non sa dire “chi ci fornisce i nomi di cui usiamo”. La risposta, tuttavia, è perentoria: “È dell’opera del legislatore che userà chi insegna quando usa il nome” e legislatore, naturalmente, non è ogni uomo, ma solo chi ha l’arte, per cui sipuò concludere che “non di ogni uomo, dunque, o Ermogene,è il mettere nomi, bensì di colui che è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore, che, in verità, degli arteficiè il più raro a trovarsi”. Cosa esattamente Platone intenda per ‘legislatore’,
in questa fase del suo percorso intellettuale, non è facile
a dirsi, né possiamo certo azzardarci a chiedercelo qui. È
anche piuttosto oscuro cosa significhi, concretamente, il suo essere
‘artefice di nomi’. Si potrebbe essere tentati di supporre
che il filosofo, in conformità con le sue ben note opzioni
politiche generali, intenda come ‘legislatore’ una variante
personalistica di quello che noi chiameremmo il consenso sociale dei
parlanti: il legislatore imporrebbe i nomi alle cose perché
rappresenta l’intera società e agisce in suo nome. Ma
questo recupero del convenzionalismo in chiave autoritaria ci è
precluso dal precedente rifiuto di ogni possibile arbitrarietà. È probabile che per il fondatore dell’Accademia la formulazione del Cratilo fosse soprattutto una petizione di principio. Platone, lo sappiamo, non fu completamente alieno dall’ambizione di veder realizzate nel concreto le sue ambizioni politiche (4), ma con legislatori filosofi non ebbe mai a che fare e con legislatori linguisti neanche. Né ci sono note, per la verità, figure di uomini politici che, nel mondo greco o altrove, si siano dedicati alla glottologia e alla grammatica, se si escludono interessi affatto laterali al campo, come quelli del faraone Psammetico che, volendo appurare quale fosse il più antico dei popoli aveva fatto allevare due gemelli senza che fosse loro insegnato a parlare e tenendoli, per giunta, a stecchetto e quando i poveracci, per chiedere da mangiare, si decisero a pronunciare una parola frigia (békos, che sembra significasse ‘pane’), diede per dimostrata, non è chiaro in base a quale logica, la priorità dei Frigi e della loro lingua (5). Altri episodietti del genere sono sparsi nella storia della linguistica, ma su nessuno disponiamo di informazioni sufficienti per valutarne il significato. In realtà, l’unico ‘legislatore’, se vogliamo chiamarlo così, che alla linguistica dedicò, se non studi particolari, almeno un volume (6), fu Giuseppe Stalin. Si tratta, più che di un saggio vero e proprio, di una serie di risposte ad altrettanti quesiti in materia linguistica, pubblicate nell’estate del 1950 in vari numeri della Pravda. Il problema principale, quello cui è dedicata la maggior parte del testo, riguarda la natura ‘di classe’ della lingua e si potrebbe riassumere, più o meno, nel quesito se la trasformazione della struttura produttiva della società non debba comportare anche quella, tra le altre, della sovrastruttura linguistica. Molta parte dell’argomentare in proposito ha la polemica dell’autore con l’opera di Nikolay Yakovlevic Marr (1865-1934), che era stato considerato, prima della guerra, il più eminente linguista sovietico e, come vicepresidente dell’Accademia Sovietica delle Scienze, aveva esercitato (e continuava a esercitare attraverso i suoi allievi) una vasta influenza nel mondo scientifico e universitario. Noto negli anni ‘20 soprattutto per la cosiddetta ‘teoria japhetica’ che, mantenendosi nell’ambito della linguistica comparata presupponeva una origine comune delle lingue caucasiche, semitico-camitiche e basche, era poi passato nel 1924 a una formulazione più ambiziosa, che ipotizzava l’origine comune di tutte le lingue note a partire da quattro “esclamazioni diffuse” (i cosiddetti “quattro elementi”: sal, ber, yon e mash) e, sulla base della definizione della lingua come sovrastruttura, comportava l’ipotesi di una futura fusione degli idiomi moderni in una “lingua unica della società comunista” (7). Queste dottrine, sembra, non avevano un mero valore teorico, ma erano state utilizzate in qualche misura nella campagna degli anni ‘20 e ‘30 per l’introduzione dell’alfabeto latino in un certo numero di realtà linguistiche minori dell’Unione Sovietica. Tutto questo allo Stalin del 1950 decisamente non piace. “N. Ja. Marr” scrive, con il suo tipico stile asseverativo, “introdusse nella linguistica l’erronea e non marxista formula circa la lingua come sovrastruttura, confondendo così se stesso e la linguistica […] N. Ja. Marr introdusse nella linguistica anche una seconda formula, anch’essa erronea e non marxista, la formula relativa alla ‘natura classista’ della lingua, confondendo così se stesso e la linguistica […] N. Ja. Marr introdusse nella linguistica un tono immodesto, borioso, altezzoso, un tono non connaturale al marxismo che conduceva alla pura e semplice, sconsiderata negazione di tutto quello che era stato fatto nella linguistica prima di N. Ja. Marr […] N. Ja. Marr denigra chiassosamente il metodo storico-comparatistico, da lui definito ‘idealistico’. Ed invece bisogna dire che il metodo storico-comparatistico, malgrado le sue gravi deficienze, è pur sempre migliore dell’analisi dei quattro elementi, effettivamente idealistica, proposta da N. Ja. Marr, dato che il primo sprona al lavoro, allo studio delle lingue, mentre il secondo non incita ad altro che a poltrire su una stufa ed a divinare coi fondi del caffè sulla scorta dei famigerati quattro elementi” (8). Eccetera. È evidente che l’unico punto di un qualche interesse, in questa sequenza di addebiti, è quello relativo al “metodo storico-comparatistico”, che andrà identificato, probabilmente, con quello della “grammatica comparata” del Bopp e dello Schleicher, che aveva dominato gli studi linguistici ottocenteschi. Negli anni ‘50 del secolo scorso, veramente, quella metodologia era entrata da parecchio in crisi (9), ma lo Stalin, naturalmente, non era tenuto a saperlo. L’insegnamento del Marr si inserisce in tutto un filone novecentesco di revisione dei suoi postulati: il tentativo, in questo caso, era evidentemente quello di superarla fondando una ‘linguistica marxista’, basata sulla concezione della lingua come fatto sovrastrutturale e di natura classista. È una pretesa che si può variamente valutare, come qualsiasi altro tentativo di applicare le categorie del marxismo a qualsiasi altro ambito che non sia quello della critica dell’economia politica per cui erano state elaborate. Ma il punto non è questo: il punto è che allo Stalin l’idea di una ‘linguistica marxista’ non piace affatto. La ritiene erronea e pericolosa. Un marxista, scrive “non può considerare la lingua una sovrastruttura al di sopra della base” e “confondere la lingua con la sovrastruttura significa commettere un grave errore” (10). Il nostro legislatore avrà avuto i suoi motivi
per intervenire con tanta decisione in un campo che, tutto sommato,
non era il suo. Secondo Giacomo Devoto, autore della prefazione all’edizione
italiana dell’operetta, è che intendesse reagire “a
una forma di mito imperniata sul culto della personalità del
Marr; al fanatismo; al bando di quanti non apparivano abbastanza ortodossi”
(11). Avrebbe cioè agito, in un certo senso, per difendere
la libertà di pensiero, anche se la tecnica all’uopo
adottata, quella della condanna di un pensatore, non sembra la più
raccomandata. In realtà, non è difficilissimo individuare
un diverso oggetto del contendere. La previsione, un po’ ingenua, ma anch’essa
abbastanza ovvia, almeno sul lungo periodo, di una fusione degli idiomi
contemporanei in una futura “lingua unica dellasocietà
comunista” poteva, in un certo senso, aprire la via a delle
prospettive più radicali di quanto il ‘padre dei popoli’
fosse disposto ad accettare. L’affermazione centrale di tutto il volume, così, sarà quella per cui “il marxismo ritiene che il passaggio di una lingua dalla sua antica qualità ad una qualità nuova avviene non già mediante un’esplosione, non già mediante l’annientamento della lingua esistente e la creazione di una lingua nuova, bensì attraverso la progressiva accumulazione degli elementi della nuova qualità, e di conseguenza attraverso il progressivo dileguo degli elementi della vecchia qualità. In generale bisogna dire, per conoscenza dei compagni, che si lasciano sedurre dalla teoria delle esplosioni, che la legge del passaggio di una vecchia qualità ad una qualità nuova mediante un’esplosione è inapplicabile non soltanto alla storia dello sviluppo di una lingua, dato che essa non risulta sempre applicabile neppure ad altri fenomeni sociali concernenti la base e la sovrastruttura” (16). Il marxismo ritiene… ma quale marxismo? C’è poi un breve scritto di Jules Lafargue,
intitolato addirittura Lingua e rivoluzione, in cui si distingue
tra la “lingua di corte”, aristocratica, e i “gerghi”
dei diversi strati della società. Qualche affermazione del
genere, d’altronde, si può trovare anche in qualche passaggio
di Lenin e persino – sembra – in un articolo precedente
dello stesso Stalin (17). Ma di tutto questo, l’autore de Il
marxismo e la linguistica si sbarazza con straordinaria facilità. Pertanto si può concludere che: Dal punto di vista argomentativo, come si vede, siamo
pericolosamente vicini all’identificazione dell’essere
con il dover essere. È necessario, secondo l’autore (che
non dice da dove evince questa necessità), che ogni società
disponga di una lingua comune a tutti i suoi membri e basta questo
per concluderne che tale lingua in effetti esiste e può essere
definita e studiata in quanto tale, anzi, che è l’unica
meritevole di essere studiata. Tutto questo, tuttavia, per lo Stalin non ha alcuna
importanza. E in effetti, quando si conosce la realtà, quando,
come direbbe il Socrate del Cratilo, “si ha l’arte”,
non è necessario perdere D’altronde, che il vecchio Iosif Vissarionovicc non parlasse da linguista i lettori lo avevano potuto apprendere ad apertura di volume. Le competenze che lì si esibivano non erano di tipo accademico: “Un gruppo di compagni appartenenti alla gioventù” scriveva lo Stalin, con la sua caratteristica pesantezza stilistica “si è rivolto a me proponendomi di esprimere sulla stampa la mia opinione circa le questioni della linguistica, ed in special modo sulla parte che concerne il marxismo nella linguistica. Io non sono un linguista e, come bene si capisce, non posso soddisfare pienamente questi compagni. Per quanto invece riguarda il marxismo nella linguistica, come anche in altre scienze sociali, è questo un campo col quale sono direttamente in rapporto. Per tale motivo ho accettato di dare una risposta a tutta una serie di domande poste dai compagni” (23). Dei due termini che compongono il titolo, dunque, quello cui l’autore soprattutto si riferisce (quello che veramente gli interessa) è il primo. E non perché sia uno studioso del marxismo, anche se tale è stato a lungo considerato e, tutto sommato, possiamo ancora considerarlo. La sua conoscenza deriva direttamente dal suo status di segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica: è una conoscenza, per così dire, pratica, diretta ed esistenziale (‘un’arte’ direbbe Platone), che gli permette di intervenire (di legiferare) in tutti i campi attinenti alle scienze sociali. Non per niente l’opera non si conclude con una proposta teorica, ma con un programma di natura eminentemente pratica: “Liquidare il regime alla Arakceev nella linguistica, respingere gli errori di N. Ja. Marr, introdurre il marxismo nella linguistica –questi, a mio giudizio, sono i mezzi coi quali sarebbe possibile risanare la linguistica sovietica” (24). Mancando delle competenze necessarie, non posso qui stabilire se l’obiettivo sia stato o meno raggiunto. Il Devoto, nella prefazione del 1968, è, in materia, piuttosto reticente. Si limita a citare “l’illustre turcologo ungherese Nemeth”, al cui dire almeno un risultato era stato ottenuto: “La pubblicazione della prima lettera dello Stalin era stata per i linguisti delle democrazie popolari” (anche se evidentemente non per l’Arakceev e i suoi) “‘una liberazione’” (25). Quanti frutti tale ‘liberazione’ abbia effettivamente portato nell’attività scientifica, sarebbe interessante appurare.
* Riprendo e parzialmente sviluppo alcune osservazioni contenute in un mio vecchio articolo, Lingua e ideologia, in Nuovo 75 – Metodologia Scienze sociali Tecnica Operativa, n. 8, primavera 1973 (1) 387 c-d. trad. di L.
Minio Paruello, in Opere complete di Platone, Bari 1971,
v. 2°, pp. 30 ss.
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di parlarne senza paura di Giorgio Galli e Davide Pinardi
Stalin:
il terrore e le leggende di Claudio Del Bello
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