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Polemos

 

Il linguista e il legislatore*
di Carlo Oliva
Linguistica e legislazione al tempo di Stalin: nominare significa governare e governare vuol dire controllare il linguaggio

C’è un brano famoso del Cratilo di Platone (1), un testo comunemente considerato l’incunabolo
della scienza linguistica occidentale, in cui Socrate, facendo propria la tesi dell’ignoto pensatore cui il dialogo è intestato, spiega a Ermogene quale sia il significato del denominare, dell’assegnare i nomi alle cose. Tra le due ipotesi che anche allora si contendevano il campo, quella secondo cui i nomi vengono definiti per convenzione (thései) dai parlanti e quella che li vuole, al contrario, caratterizzati da una natura propria (physei), che spetta allo studioso conoscere, si sa che Platone (e Socrate per lui) è tutto per questa ultima. Ne trae, tuttavia delle conclusioni abbastanza singolari. Stabilito in via preliminare che “il dire è anch’esso un’azione” e quindi non “dirà bene chi dice come a lui sembra dover dire”, ma “solo nel caso che egli dica nel modo e col mezzo onde natura vuole che le cose si dicano e siano dette”, e visto che “del dire è parte integrante il denominare”, perché “assegnando i nomi si fanno i discorsi”, e quindi anche il denominare è un’azione e le azioni “non dipendono da noi, ma hanno una loro propria natura indipendente” ne consegue che bisogna “denominare così nel modo e col mezzo onde natura vuole che le cose siano dette e si dicano, siano denominate e si denomino e non già secondo l’arbitrio nostro […] e soltanto così riusciremo a denominare, altrimenti no”.

Fino a qui, tutto è abbastanza chiaro e non sarà certo Ermogene, uno degli interlocutori più acquiescenti che a Socrate sia dato incontrare in tutto il corpus platonico, a opporsi. Il dire e il denominare non sono né arbitrari né convenzionali: esiste un modo onde natura vuole che le cose siano dette e si dicano, siano denominate e si denomino.
È una posizione, d’altronde, sulla quale, con qualche minimo spostamento di terminologia (sostituendo, per esempio, l’ingenuo ‘denominare’ con l’azione di chi definisce le ‘leggi linguistiche’) può concordare la maggior parte, se non la totalità, dei linguisti moderni e contemporanei. La linguistica, in fondo, può essere considerata una scienza nel senso corrente del termine solo se applicata a una ‘realtà’ indipendente dall’arbitrio dei parlanti. Personalmente, mi è capitato, anni fa, di mostrare (o cercare di mostrare) come la maggior parte dei sistemi linguistici otto e novecenteschi si riducano al tentativo di identificare o proporre una lingua ‘vera’, unasorta di archetipo variamente definito, di cui i vari idiomi in uso su questa terra possano essere considerati delle varianti occasionali (2).

Il discorso di Platone, tuttavia, procede in una direzione imprevista. Il nome, spiega Socrate, è “come uno strumento didascalico e sceverativo dell’essenza, come la spola del tessuto” e “lo strumento atto a tessere è la spola”, per cui “chi è atto a tessere userà bene della spola e bene vuol dire in maniera atta a tessere e chi è atto a insegnare userà bene del nome e bene vuol dire in maniera atta a insegnare” (3).
È chiaro che, spole e tessitura a parte, ci siamo trasferiti in un nuovo ambito. Il linguaggio, in questa prospettiva, non serve semplicemente a trasmettere informazioni tra i parlanti, ma, soprattutto, a insegnare, cioè a trasmettere un certo tipo di informazioni privilegiate da un soggetto altrettanto privilegiato agli altri. Anche questa, vista l’impostazione generale del pensiero platonico, può non apparire una gran novità. Ma Platone non si ferma qui.

“Ebbene” domanda Socrate “dell’opera di chi il tessitore userà bene quando usa la spola?” Di quella del falegname, risponde Ermogene, che è anche pronto ad ammettere che non tutti, naturalmente, sono falegnami, ma solo quelli che ne hanno l’arte. Il problema si fa però più complesso quando Socrate gli chiede, inopinatamente, “dell’opera di chi userà l’insegnante quando usa il nome”. Ermogene non lo sa, come non sa dire “chi ci fornisce i nomi di cui usiamo”. La risposta, tuttavia, è perentoria: “È dell’opera del legislatore che userà chi insegna quando usa il nome” e legislatore, naturalmente, non è ogni uomo, ma solo chi ha l’arte, per cui sipuò concludere che “non di ogni uomo, dunque, o Ermogene,è il mettere nomi, bensì di colui che è artefice di nomi. E costui, come pare, è il legislatore, che, in verità, degli arteficiè il più raro a trovarsi”.

Cosa esattamente Platone intenda per ‘legislatore’, in questa fase del suo percorso intellettuale, non è facile a dirsi, né possiamo certo azzardarci a chiedercelo qui. È anche piuttosto oscuro cosa significhi, concretamente, il suo essere ‘artefice di nomi’. Si potrebbe essere tentati di supporre che il filosofo, in conformità con le sue ben note opzioni politiche generali, intenda come ‘legislatore’ una variante personalistica di quello che noi chiameremmo il consenso sociale dei parlanti: il legislatore imporrebbe i nomi alle cose perché rappresenta l’intera società e agisce in suo nome. Ma questo recupero del convenzionalismo in chiave autoritaria ci è precluso dal precedente rifiuto di ogni possibile arbitrarietà.
Neanche al legislatore, in effetti, è permesso agire ad arbitrio. Il che è ovvio: sappiamo tutti, all’ingrosso, come questa figura tenda a identificarsi con quella del filosofo (del ‘dialettico’ lo si definirà qualche riga più oltre sempre nel Cratilo), di colui che, solo, detiene l’epistéme, la scienza vera, contrapposta alla dòxa, all’opinione dei molti. La conoscenza del nome delle cose comporta quella della loro essenza e, quindi, quella dei valori a esse sottesi. In sostanza, nel dare il nome, per Platone (e non solo per lui, naturalmente) è implicito il dare la norma. Il governare, appunto.

È probabile che per il fondatore dell’Accademia la formulazione del Cratilo fosse soprattutto una petizione di principio. Platone, lo sappiamo, non fu completamente alieno dall’ambizione di veder realizzate nel concreto le sue ambizioni politiche (4), ma con legislatori filosofi non ebbe mai a che fare e con legislatori linguisti neanche. Né ci sono note, per la verità, figure di uomini politici che, nel mondo greco o altrove, si siano dedicati alla glottologia e alla grammatica, se si escludono interessi affatto laterali al campo, come quelli del faraone Psammetico che, volendo appurare quale fosse il più antico dei popoli aveva fatto allevare due gemelli senza che fosse loro insegnato a parlare e tenendoli, per giunta, a stecchetto e quando i poveracci, per chiedere da mangiare, si decisero a pronunciare una parola frigia (békos, che sembra significasse ‘pane’), diede per dimostrata, non è chiaro in base a quale logica, la priorità dei Frigi e della loro lingua (5). Altri episodietti del genere sono sparsi nella storia della linguistica, ma su nessuno disponiamo di informazioni sufficienti per valutarne il significato.

In realtà, l’unico ‘legislatore’, se vogliamo chiamarlo così, che alla linguistica dedicò, se non studi particolari, almeno un volume (6), fu Giuseppe Stalin. Si tratta, più che di un saggio vero e proprio, di una serie di risposte ad altrettanti quesiti in materia linguistica, pubblicate nell’estate del 1950 in vari numeri della Pravda. Il problema principale, quello cui è dedicata la maggior parte del testo, riguarda la natura ‘di classe’ della lingua e si potrebbe riassumere, più o meno, nel quesito se la trasformazione della struttura produttiva della società non debba comportare anche quella, tra le altre, della sovrastruttura linguistica.

Molta parte dell’argomentare in proposito ha la polemica dell’autore con l’opera di Nikolay Yakovlevic Marr (1865-1934), che era stato considerato, prima della guerra, il più eminente linguista sovietico e, come vicepresidente dell’Accademia Sovietica delle Scienze, aveva esercitato (e continuava a esercitare attraverso i suoi allievi) una vasta influenza nel mondo scientifico e universitario. Noto negli anni ‘20 soprattutto per la cosiddetta ‘teoria japhetica’ che, mantenendosi nell’ambito della linguistica comparata presupponeva una origine comune delle lingue caucasiche, semitico-camitiche e basche, era poi passato nel 1924 a una formulazione più ambiziosa, che ipotizzava l’origine comune di tutte le lingue note a partire da quattro “esclamazioni diffuse” (i cosiddetti “quattro elementi”: sal, ber, yon e mash) e, sulla base della definizione della lingua come sovrastruttura, comportava l’ipotesi di una futura fusione degli idiomi moderni in una “lingua unica della società comunista” (7). Queste dottrine, sembra, non avevano un mero valore teorico, ma erano state utilizzate in qualche misura nella campagna degli anni ‘20 e ‘30 per l’introduzione dell’alfabeto latino in un certo numero di realtà linguistiche minori dell’Unione Sovietica.

Tutto questo allo Stalin del 1950 decisamente non piace. “N. Ja. Marr” scrive, con il suo tipico stile asseverativo, “introdusse nella linguistica l’erronea e non marxista formula circa la lingua come sovrastruttura, confondendo così se stesso e la linguistica […] N. Ja. Marr introdusse nella linguistica anche una seconda formula, anch’essa erronea e non marxista, la formula relativa alla ‘natura classista’ della lingua, confondendo così se stesso e la linguistica […] N. Ja. Marr introdusse nella linguistica un tono immodesto, borioso, altezzoso, un tono non connaturale al marxismo che conduceva alla pura e semplice, sconsiderata negazione di tutto quello che era stato fatto nella linguistica prima di N. Ja. Marr […] N. Ja. Marr denigra chiassosamente il metodo storico-comparatistico, da lui definito ‘idealistico’. Ed invece bisogna dire che il metodo storico-comparatistico, malgrado le sue gravi deficienze, è pur sempre migliore dell’analisi dei quattro elementi, effettivamente idealistica, proposta da N. Ja. Marr, dato che il primo sprona al lavoro, allo studio delle lingue, mentre il secondo non incita ad altro che a poltrire su una stufa ed a divinare coi fondi del caffè sulla scorta dei famigerati quattro elementi” (8). Eccetera.

È evidente che l’unico punto di un qualche interesse, in questa sequenza di addebiti, è quello relativo al “metodo storico-comparatistico”, che andrà identificato, probabilmente, con quello della “grammatica comparata” del Bopp e dello Schleicher, che aveva dominato gli studi linguistici ottocenteschi. Negli anni ‘50 del secolo scorso, veramente, quella metodologia era entrata da parecchio in crisi (9), ma lo Stalin, naturalmente, non era tenuto a saperlo. L’insegnamento del Marr si inserisce in tutto un filone novecentesco di revisione dei suoi postulati: il tentativo, in questo caso, era evidentemente quello di superarla fondando una ‘linguistica marxista’, basata sulla concezione della lingua come fatto sovrastrutturale e di natura classista.

È una pretesa che si può variamente valutare, come qualsiasi altro tentativo di applicare le categorie del marxismo a qualsiasi altro ambito che non sia quello della critica dell’economia politica per cui erano state elaborate. Ma il punto non è questo: il punto è che allo Stalin l’idea di una ‘linguistica marxista’ non piace affatto. La ritiene erronea e pericolosa. Un marxista, scrive “non può considerare la lingua una sovrastruttura al di sopra della base” e “confondere la lingua con la sovrastruttura significa commettere un grave errore” (10).

Il nostro legislatore avrà avuto i suoi motivi per intervenire con tanta decisione in un campo che, tutto sommato, non era il suo. Secondo Giacomo Devoto, autore della prefazione all’edizione italiana dell’operetta, è che intendesse reagire “a una forma di mito imperniata sul culto della personalità del Marr; al fanatismo; al bando di quanti non apparivano abbastanza ortodossi” (11). Avrebbe cioè agito, in un certo senso, per difendere la libertà di pensiero, anche se la tecnica all’uopo adottata, quella della condanna di un pensatore, non sembra la più raccomandata.
Soprattutto se accompagnata dalla messa al bando della sua opera, che dobbiamo supporre compiuta con zelo particolare. In effetti, la presenza del Marr e della sua scuola nella linguistica di quelle che allora si chiamavano le ‘democrazie popolari’ fu eradicata con tanta cura che ancor oggi è impossibile recuperarne persino la bibliografia (12) e sulla fine che avranno fatto, dopo il 1950, i suoi allievi più noti, come il Mescaninov e l’Arakceev, presumibili alfieri di quel ‘culto della personalità’ cui allude il Devoto, ci possiamo permettere soltanto delle congetture. Ma sul come stroncare (o promuovere) quel tipo di culto lo Stalin non aveva certo nulla da imparare.

In realtà, non è difficilissimo individuare un diverso oggetto del contendere.
Il concetto secondo il quale l’evoluzione della lingua è in stretto rapporto con quella della struttura sociale e produttiva è tanto ovvio che difficilmente lo si può mettere in discussione (lo ammette anche il Devoto, nella Prefazione citata, che pure è piuttosto sbilanciata in favore delle tesi staliniane [13]), ma ha il difetto di stabilire un rapporto tra grandezze ineguali: altri sono i ritmi della trasformazione linguistica e altri quelli delle rivoluzioni politiche. L’osservazione, inevitabile, per cui il russo nell’Unione Sovietica non differiva sostanzialmente da quello dell’impero zarista, poteva essere letta, da un personaggio sospettoso come lo Stalin, come una constatazione (o un’accusa) di non sufficiente radicalità rivoluzionaria del regime sovietico.

La previsione, un po’ ingenua, ma anch’essa abbastanza ovvia, almeno sul lungo periodo, di una fusione degli idiomi contemporanei in una futura “lingua unica dellasocietà comunista” poteva, in un certo senso, aprire la via a delle prospettive più radicali di quanto il ‘padre dei popoli’ fosse disposto ad accettare.
A cinque anni dalla conclusione della ‘grande guerra patriottica’ il nostro legislatore, cui si doveva – non dimentichiamolo – il concetto di “socialismo in un solo paese”, non era notoriamente refrattario all’idea di una certa continuità tra il passato imperiale russo e il presente sovietico, entrambi caratterizzati da quella lingua russa “con la quale, nel corso dello sviluppo storico, vennero a incrociarsi le lingue di tutta una serie di altri popoli, mentre essa rimase sempre vincitrice” (14). Meglio dunque rinunciare a certi programmi ambiziosi e pericolosi e ritornare sul solido terreno del buon vecchio comparativismo, sul quale, se non altro, si poteva contare per asserire “al di fuori di qualsiasi dubbio” la “parentela linguistica di nazioni quali sono, ad esempio, quelle slave” (15). In considerazione del valore politico e geopolitico di simili constatazioni era ovvio che le prospettive dell’internazionalismo rivoluzionario andassero, per il momento, messe da parte.

L’affermazione centrale di tutto il volume, così, sarà quella per cui “il marxismo ritiene che il passaggio di una lingua dalla sua antica qualità ad una qualità nuova avviene non già mediante un’esplosione, non già mediante l’annientamento della lingua esistente e la creazione di una lingua nuova, bensì attraverso la progressiva accumulazione degli elementi della nuova qualità, e di conseguenza attraverso il progressivo dileguo degli elementi della vecchia qualità. In generale bisogna dire, per conoscenza dei compagni, che si lasciano sedurre dalla teoria delle esplosioni, che la legge del passaggio di una vecchia qualità ad una qualità nuova mediante un’esplosione è inapplicabile non soltanto alla storia dello sviluppo di una lingua, dato che essa non risulta sempre applicabile neppure ad altri fenomeni sociali concernenti la base e la sovrastruttura” (16).

Il marxismo ritiene… ma quale marxismo?
Marx, che si sappia, non si occupò mai di linguistica ed è probabile che avrebbe considerato singolare il tentativo di formulare una dottrina in merito a partire dal suo pensiero. È possibile
tuttavia elencare una serie di citazioni di autori sicuramente marxisti con le quali persino lo Stalin riteneva necessario fare i conti, a partire da quell’articolo dello stesso Marx in cui si afferma che il borghese “ha una sua propria lingua” e che questa, in quanto compenetrata dallo spirito del mercantilismo e della compravendita, “è un prodotto della borghesia”. Anche Engels, nell’opuscolo sulla Posizione della classe operaia in Inghilterra, ha scritto che la “classe operaia inglese, col trascorrere del tempo, è diventata un popolo del tutto diverso dalla borghesia inglese” sì che “gli operai parlano un dialetto diverso”.

C’è poi un breve scritto di Jules Lafargue, intitolato addirittura Lingua e rivoluzione, in cui si distingue tra la “lingua di corte”, aristocratica, e i “gerghi” dei diversi strati della società. Qualche affermazione del genere, d’altronde, si può trovare anche in qualche passaggio di Lenin e persino – sembra – in un articolo precedente dello stesso Stalin (17). Ma di tutto questo, l’autore de Il marxismo e la linguistica si sbarazza con straordinaria facilità.
“Marx voleva dire semplicemente che i borghesi hanno deturpato la lingua nazionale unitaria con il loro lessico da mercanti” (18), Engels “parla qui non già della lingua, ma del dialetto, comprendendo pienamente che il dialetto, in quanto ramificazione di una lingua nazionale, non può sostituire la lingua nazionale stessa” (19).
Lafargue “ammette l’esistenza e la necessità della lingua comune a tutta la nazione, comprendendo perfettamente il carattere subordinato e la dipendenza della ‘lingua aristocratica’ e degli altri dialetti e gerghi della lingua comune a tutta la nazione” (20). Lenin e Stalin non di lingua, in realtà, si occupavano, ma di cultura, che non è naturalmente la stessa cosa (21). La mossa è sempre quella di invocare una rigida distinzione tra lingua e dialetti: i dialetti, i gerghi e certe espressioni a essi connaturate cambiano velocemente e sono effettivamente legati a un contesto di rivolgimenti di classi e gruppi sociali.

Pertanto si può concludere che:
“a) la lingua, come mezzo di comunicazione, è sempre stata e rimarrà una lingua unitaria per la società, comune per i suoi membri:
b) l’esistenza di dialetti e di gerghi non nega, bensì conferma, l’esistenza di una lingua comune a tutta la nazione, della quale essi sono ramificazioni, rimanendo ad essa sottoposti;
c) la formula circa la ‘natura classista’ della lingua è una formula erronea, non marxista” (22).

Dal punto di vista argomentativo, come si vede, siamo pericolosamente vicini all’identificazione dell’essere con il dover essere. È necessario, secondo l’autore (che non dice da dove evince questa necessità), che ogni società disponga di una lingua comune a tutti i suoi membri e basta questo per concluderne che tale lingua in effetti esiste e può essere definita e studiata in quanto tale, anzi, che è l’unica meritevole di essere studiata.
Lo Stalin, in sostanza, cede a una tentazione piuttosto diffusa, quella di definire a priori l’oggetto del proprio studio in modo che si adatti alle conclusioni che ha in mente (il che, metodologicamente, non è proprio il massimo) e a tal fine si serve con liberalità di uno strumento, la distinzione tra lingue e dialetti, che non ha – di fatto – alcun fondamento glottologico, non dipendendo notoriamente dalla struttura del sistema linguistico, ma dall’uso che ne fanno i parlanti. Ne consegue che, dal punto di vista scientifico la sua analisi si rivela, con rispetto parlando, clamorosamente debole. La sua articolazione per domande e risposte ci riporta alla categoria dei catechismi, un genere che non ha mai rappresentato una via privilegiata per attingere alla verità.

Tutto questo, tuttavia, per lo Stalin non ha alcuna importanza. E in effetti, quando si conosce la realtà, quando, come direbbe il Socrate del Cratilo, “si ha l’arte”, non è necessario perdere
tempo in analisi e dimostrazioni. Basta e avanza quel procedere in via apodittica che, non a caso, si ritrova in entrambi i testi di cui qui ci siamo occupati. Ma un catechismo, naturalmente, presuppone un’autorità abilitata a promulgarlo. Colui che insegna non può non usare dell’opera del legislatore e quando se ne discosta, come è successo nel caso, c’è sempre la possibilità che il legislatore se ne riappropri in prima persona, con tutte le conseguenze che si possono prevedere.

D’altronde, che il vecchio Iosif Vissarionovicc non parlasse da linguista i lettori lo avevano potuto apprendere ad apertura di volume. Le competenze che lì si esibivano non erano di tipo accademico: “Un gruppo di compagni appartenenti alla gioventù” scriveva lo Stalin, con la sua caratteristica pesantezza stilistica “si è rivolto a me proponendomi di esprimere sulla stampa la mia opinione circa le questioni della linguistica, ed in special modo sulla parte che concerne il marxismo nella linguistica. Io non sono un linguista e, come bene si capisce, non posso soddisfare pienamente questi compagni. Per quanto invece riguarda il marxismo nella linguistica, come anche in altre scienze sociali, è questo un campo col quale sono direttamente in rapporto. Per tale motivo ho accettato di dare una risposta a tutta una serie di domande poste dai compagni” (23).

Dei due termini che compongono il titolo, dunque, quello cui l’autore soprattutto si riferisce (quello che veramente gli interessa) è il primo. E non perché sia uno studioso del marxismo, anche se tale è stato a lungo considerato e, tutto sommato, possiamo ancora considerarlo. La sua conoscenza deriva direttamente dal suo status di segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica: è una conoscenza, per così dire, pratica, diretta ed esistenziale (‘un’arte’ direbbe Platone), che gli permette di intervenire (di legiferare) in tutti i campi attinenti alle scienze sociali. Non per niente l’opera non si conclude con una proposta teorica, ma con un programma di natura eminentemente pratica: “Liquidare il regime alla Arakceev nella linguistica, respingere gli errori di N. Ja. Marr, introdurre il marxismo nella linguistica –questi, a mio giudizio, sono i mezzi coi quali sarebbe possibile risanare la linguistica sovietica” (24).

Mancando delle competenze necessarie, non posso qui stabilire se l’obiettivo sia stato o meno raggiunto. Il Devoto, nella prefazione del 1968, è, in materia, piuttosto reticente. Si limita a citare “l’illustre turcologo ungherese Nemeth”, al cui dire almeno un risultato era stato ottenuto: “La pubblicazione della prima lettera dello Stalin era stata per i linguisti delle democrazie popolari” (anche se evidentemente non per l’Arakceev e i suoi) “‘una liberazione’” (25). Quanti frutti tale ‘liberazione’ abbia effettivamente portato nell’attività scientifica, sarebbe interessante appurare.

 

Carlo Oliva

 

* Riprendo e parzialmente sviluppo alcune osservazioni contenute in un mio vecchio articolo, Lingua e ideologia, in Nuovo 75 – Metodologia Scienze sociali Tecnica Operativa, n. 8, primavera 1973

(1) 387 c-d. trad. di L. Minio Paruello, in Opere complete di Platone, Bari 1971, v. 2°, pp. 30 ss.
(2) Carlo Oliva, La passeggiata, in Silvio Ceccato e Carlo Oliva, Il linguista inverosimile, Mursia, Milano 1988, pp. 41-133
(3) Platone, 388 a.
(4) Sull’argomento la bibliografia è praticamente infinita. Per i due principali punti di vista in merito, cfr. K. Popper, La società aperta e i suoi nemici (1945), tr. it. Armando, Roma 1973-’74 (particolarmente il vol. I, Platone totalitario) e Mario Vegetti, Un paradigma in cielo, Carocci, Roma 1988
(5) Erodoto, II, 2. Sul valore scientifico dell’esperimento è lecito, tuttavia, qualche dubbio, se è vero che esso fu ripetuto indipendentemente dal re Giacomo IV di Scozia (1473-1513), che scoprì che le creature parlavano benissimo l’ebraico (cfr. J. T. Waterman, Prospectives in linguistics, 1963, tr. it. Breve storia della linguistica, La Nuova Italia, Firenze 1968). Ovviamente, nel Medioevo cristiano l’ebraico aveva molti più titoli del frigio per essere considerato la lingua primordiale
(6) Iosif Vissarionovic Stalin, Marksìzm i vapròsy iasykosnànija, 1950, tr. it. di Bruno Meriggi, Giuseppe Stalin, Il marxismo e la linguistica, Feltrinelli, Milano, 1968
(7) Wikipedia, s.v.
(8) Stalin, cit., pp. 64-65
(9) Cfr. Oliva, La passeggiata, cit., p. 60 ss.
(10) Stalin, cit., p. 28
(11) Ibidem p. 13
(12) In effetti l’unico titolo recuperabile in internet è quello di un testo relativo alla sua attività di archeologo e agli scavi condotti nel sito armeno di Ani: Ani, con prefaz. di Jean Pierre Kibarian e Parouyr Mourati, Anagramme, Paris 2001 (rist.). In Wikipedia si allude a cinque volumi di suoi scritti, ma il sito relativo non è accessibile
(13) “Non rimane altra via che considerare una lingua come una sovrastruttura, provvista di speciali caratteri, anormal, atipica […] una sovrastruttura che nasce esclusivamente attraverso un processo naturale di sedimentazione a ritmo lentissimo, e che si sviluppa sempre in relazione, ma sempre in ritardo rispetto allo sviluppo della base […] In questo senso, anche mettendoci da un punto di vista marxista, l’accusa dello Stalin a Nicola Marr, perché considera la lingua come sovrastruttura e come classista, dovrebbe essere attenuata e ridotta ad accusa piuttosto di semplicismo che di vero errore”. Prefazione a Stalin, cit., pp. 6-7
(14) Ibidem, p. 59. Lo Stalin, si sa, era di madrelingua georgiana (dalla Georgia, peraltro, era originario anche il Marr), ma questo non gli impedì certo di servirsi, se necessario, della ‘forza propulsiva’ del patriottismo russo
(15) Ibidem p. 66
(16) Ibidem pp. 56-57
(17) Per tutti questi riferimenti, cfr. ibidem, pp. 33-45
(18) Ibidem, p. 34
(19) Ibidem, p. 35
(20) Ibidem, p. 37
(21) Ibidem, pp. 42 e 44
(22) Ibidem, p. 45
(23) Ibidem, p. 17. Il corsivo è mio
(24) Ibidem, p. 67. Cfr. anche pp. 81-82
(25) Prefazione cit., p. 13

 

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