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aprile - maggio 2012
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| L'ipocrisia costituzionale
del Quarto potere La libertà di stampa e il diritto di sciopero di Giovanna Cracco |
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La Costituzione:
sì, no, dipende... invocata quando si tratta di proteggere
la libertà di stampa, violabile se in ballo ci sono i diritti
del lavoro. L’ipocrisia del Quarto potere in mano ai grossi
gruppi industriali, smascherata dalla vicenda di Pomigliano |
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Il 12 luglio 2010, sulle pagine di Repubblica, Ilvo Diamanti commenta un sondaggio relativo al lessico politico degli italiani. L'indagine – condotta nel periodo 6-9 luglio dall'istituto di ricerca Demos & Pi di cui Diamanti è fondatore e presidente e Repubblica è partner – chiedeva al campione di persone intervistato di esprimersi su 46 parole, particolarmente significative dal punto di vista valoriale, posizionandole su due scale: positivo/negativo e presente/ futuro, ossia l'importanza maggiore o minore che il valore avrebbe assunto rispetto a oggi. In base alle risposte, le parole (i valori) venivano suddivise in cinque macro aree che ne definivano gli orientamenti: topiche, strategiche, emergenti, marginali e declinanti. Le considerazioni che si possono trarre dal sondaggio sono diverse, e si rimanda al documento stesso chi volesse approfondirle (1). In questa sede interessa riflettere sul posizionamento di alcune di esse: ‘libertà di informazione’ si situa tra quelle topiche, ossia positive e che in futuro assumeranno sempre più valore; ‘sciopero’ si posiziona tra quelle declinanti e su un doppio confine, tra positivo e negativo e tra maggiore e minore importanza per il domani; ‘Cisl-Uil’, proposte insieme, e ‘Cgil’, indicata da sola, sono declinanti anch'esse, al limite tra positivo e negativo e considerate decisamente in flessione per quanto riguarda la loro importanza nel futuro. È un risultato che non sorprende: per mesi,
la stampa ha martellato contro il pericolo della ‘legge bavaglio’
e in occasione della questione Fiat-Pomigliano-Fiom si è schierata,
compatta e con poche eccezioni come L'Unità e Il manifesto,
a favore dell'accordo lavorativo proposto da Marchionne – che
viola il contratto collettivo, il diritto di sciopero e alcuni diritti
sindacali – e in contrapposizione alla Cgil che si è
rifiutata di sottoscriverlo. È innegabile il valore al diritto all'informazione
dei cittadini, tanto quanto lo è l'intento censorio della proposta
di legge nella sua formulazione originaria. Non è questo il
punto. La questione è l'abito etico e morale che la stampa
ha indossato, Repubblica in primis con la sua campagna dei postit
gialli, per coprire interessi e privilegi. L'11 giugno l’Ordine nazionale del giornalisti
invoca il dovere alla disobbedienza civile: Nadia Urbinati, su Repubblica
del giorno seguente, riprende la dichiarazione e la sottoscrive. Si dirà che esistono scale diverse di valori.
È stato infatti il leit motiv della stampa: nel principio
di libertà di informazione c'è in gioco la democrazia
mentre a Pomigliano, è il mercato, bellezza! E dunque
avanti verso un futuro che vedrà lavoratori senza diritti ma
informati. O manipolati da un'industria editoriale che non è
pura? Non è questione da poco, nel momento in cui si ammette che i mezzi d'informazione, come abbiamo visto con i risultati del sondaggio, creano l'opinione pubblica e indirizzano culturalmente un Paese. Se la stampa avesse messo in piedi una campagna mediatica in difesa del diritto di sciopero violato dalla proposta di Marchionne, con lo stesso vigore con cui ha difeso il principio di libera informazione, che ne sarebbe stato dell'accordo proposto a Pomigliano? Che valore avrebbero dato alla parola ‘sciopero’ i cittadini campione intervistati da Demos & Pi? E alla parola ‘Cgil’, l'unico sindacato che si è rifiutato di scambiare lavoro contro diritti? Al risultato di quel sondaggio si è arrivati per tappe progressive, che vale la pena ripercorrere sulle pagine di Repubblica per due contraddizioni che caratterizzano la testata: è il principale quotidiano in quota al centro-sinistra, e quindi si barcamena tra una posizione politica che dovrebbe essere dalla parte dei lavoratori e la linea editoriale dettata dalla proprietà di De Benedetti e da un Cda in cui siedono personaggi legati anche ad altre realtà industriali (3), e perché mentre si poneva in prima linea nella difesa del diritto costituzionale della libertà d'informazione, dava il proprio avvallo alla negazione del diritto costituzionale di sciopero. L'8 giugno la Fiat presenta il proprio accordo, dichiarato
immodificabile, all'incontro con i sindacati. L’11 Cisl e Uil
danno il loro assenso mentre la Fiom dichiara irricevibile la proposta,
in quanto contiene deroghe al contratto nazionale e alle leggi in
materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori e la messa
in discussione di diritti individuali quale il diritto di sciopero,
e si riserva una risposta definitiva per il 14 giugno, dopo la riunione
del Comitato centrale. Nel frattempo la Fiom dichiara il suo rifiuto definitivo,
definisce incostituzionale la proposta della Fiat e afferma che già
applicando il contratto nazionale è possibile ottenere il massimo
utilizzo degli impianti e le flessibilità di orario voluti
dall'azienda; si dice disposta ad accettare la richiesta di maggiorazione
delle ore di straordinario obbligatorie, ma rifiuta di sottoscrivere
la parte dell'accordo che viola i diritti individuali dei lavoratori
e chiede di tornare al tavolo delle trattative. Ora, per comprendere come Repubblica si stia muovendo, occorre leggere il testo dell'accordo: nell'articolo 8, intitolato ‘assenteismo’, non c‘è alcun riferimento agli straordinari. Vi sono citate “forme anomale di assenteismo che si verifichino in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche quali, in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro [e] manifestazioni esterne […]”. Tale punto è collegato all'articolo cardine della proposta, il numero 15, che considera tutte le clausole “correlate e inscindibili, sicché la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare” sottoposta a “provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze”. Indubbiamente la questione sciopero è trattata
all'interno del testo con accorgimenti degni del miglior Azzeccagarbugli
manzoniano – la parola incriminata non vi compare mai
– ma Boeri non è certo di primo pelo come Renzo. Curiosamente,
però, già il giorno precedente Repubblica aveva sintetizzato
la questione in modo simile, all'interno di un grafico riassuntivo:
“È prevista la punibilità per chi proclama scioperi
nei turni di lavoro straordinario del sabato notte”. La sera di quel 16 giugno, Landini è ospite
della trasmissione Otto e mezzo. Nominato segretario Fiom
da appena due settimane, Landini è un outsider della televisione:
ha una dialettica chiara, precisa, diretta, non ancora contaminata
dalla dinamica salottiera dei talk show, basata su astrazioni, attacchi
personali, cortesie e finte contrapposizioni. Si ha l'impressione
che sfugga di mano ai presenti, sorpresi di trovarsi davanti un personaggio
così concreto, scomodo, solido nelle sue argomentazioni, per
niente a caccia di facile consenso, per nulla preoccupato di essere
accusato di un estremismo fuori dal tempo. Dal giorno successivo, avviene una svolta nell'approccio alla questione Pomigliano. Fino a quel momento Repubblica, come gli altri principali quotidiani, si era focalizzata sul maggior impegno lavorativo chiesto dall'accordo, lasciando passare il messaggio che, in un momento tale di crisi, solo dei fannulloni potevano rifiutare di rimboccarsi le maniche; ora i fannulloni diventano ‘lavoratori disonesti’ – così li aveva già definiti Emma Marcegaglia il 13 giugno, accusando anche la Fiom di difenderli – e Pomigliano una fabbrica da ‘rieducare’. Il cambio di passo è segnato dal lungo reportage di Alberto Statera, pubblicato il 18, che parla della storia di uno stabilimento da sempre incontrollabile, fin da quando era Alfa Romeo: “Nacque male Pomigliano e crebbe peggio, con il più basso tasso di produttività, il più alto di assenteismo, soprattutto in coincidenza con le partite del Napoli Calcio (fino al 24%), il venerdì o sotto elezioni, quando c'è l’occasione di fare i rappresentanti di lista. L'ultima volta pare siano stati 2.800, oltre la metà della forza lavoro a disertare la catena di montaggio. E poi il record nazionale di invalidi, i doppi lavori, i furti e i difetti nelle auto prodotte, che per decenni hanno fatto impazzire i concessionari. […] Anche gli operai migliori, non quelli al seguito del sindacalismo anarcoide che abitano nella città fortificata del radicalismo, ma quelli che riescono con molta fatica – perché nessuno può dimenticare che lavorare qui dentro è vera fatica – a dare un tocco umano all'automazione, non negano che molti di loro, pur alieni da nefandezze gravi, non sono puntuali. Fumano sul lavoro, prendono un caffè, mangiano la pizza al taglio, qualche volta consumano o addirittura spacciano droghe”. All'interno dell’articolo le interviste ad alcuni lavoratori che affermano di avere ammirazione e stima per Marchionne, che “un tantinello di ragione ce l'ha”. Domenica 20 giugno Landini è ospite alla
trasmissione In mezz‘ora di Lucia Annunziata, insieme
al ministro Sacconi: dichiara che il referendum indetto tra i lavoratori
è illegittimo, in quanto non si può chiedere di votare
contro un diritto sancito dalla Costituzione né sotto il ricatto
di perdere il lavoro, e in merito all'assenteismo afferma che i dati
resi pubblici dalla Fiat sono relativi agli anni fino al 2005: dopo
di allora lo stabilimento ha visto un cambio generazionale degli operai
e il valore dell'assenteismo successivo al 2005 è pari al 3,5%,
in linea e addirittura inferiore rispetto ad altri stabilimento del
gruppo, e dichiara che questo dato è rintracciabile negli stessi
documenti Fiat relativi a Pomigliano. La situazione si fa delicata: proprio quando il referendum si avvicina, e dopo che la Fiom ha dichiarato per ben due volte ‘vedo’ al tavolo da gioco, Repubblica ha in mano sempre meno carte truccate. La percentuale di iscritti Fiom a Pomigliano è significativa, intorno al 25%. Il rischio di un alto numero di No è forte, con l'impatto anche mediatico che questo comporterebbe per il giornale di centro-sinistra che fin dall'inizio si è schierato per il Sì. Il 20 giugno scende in campo Scalfari. Nel suo editoriale domenicale richiama la dichiarazione di Marchionne – “Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa” – e parla di globalizzazione e di impoverimento dei lavoratori nei Paesi ricchi, costretti a fare i conti con la delocalizzazione e i bassi salari dei Paesi emergenti. “Qualcosa si può e si deve fare”, scrive. Ossia: “Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare a una parte delle conquiste raggiunte nell'epoca ‘prima di Cristo’ debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell'epoca ‘dopo Cristo’. Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha”. E propone sgravi fiscali sui redditi da lavoro dipendente e la tassazione sulle rendite e i patrimoni, il solito vuoto refrain ripetuto da anni in Italia e mai messo in pratica. Soldi (futuri e aleatori) contro diritti costituzionali. Questa la proposta da parte del fondatore del quotidiano che sta ingaggiando colpo su colpo una battaglia in difesa di un altro diritto costituzionale. Il 21 giugno esce sulla stampa il cosiddetto Piano
C: se il referendum non darà l'esito sperato dalla Fiat, che
dichiara che anche l'80% di Sì potrebbero non essere sufficienti
per garantire la tranquilla operosità dello stabilimento, Marchionne
sarebbe tentato di chiuderlo e ripartire con una nuova società,
assumendo solo gli operai favorevoli all'accordo. Il 22 giugno si vota. Affluenza del 95%, il 36% vota No; tra gli operai la percentuale raggiunge quasi il 40. Il 23, Repubblica apre con un titolo positivo e incoraggiante: “Valanga di voti a Pomigliano, verso l'ok all’accordo con Fiat”. Lo schema che sintetizza i punti della proposta riporta la questione dello sciopero diversamente rispetto ai giorni precedenti, ma in modo parziale: “L‘eventuale sciopero che violi i punti dell'accordo è sanzionabile economicamente” (nessun riferimento al licenziamento). Il commento è un'altra volta lasciato a Luciano Gallino, che benevolmente si augura che “la Fiat non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a monte l'accordo oppure per imporlo senza modificarne una virgola”, e che il contratto Marchionne resti relegato ai confini di Pomigliano e non si estenda agli altri stabilimenti Fiat e via via a tutte le varie industrie italiane. Quel 36% non se l'aspettava nessuno. Stupisce anche
Ezio Mauro, che scrive l'editoriale del 24 giugno. “Dunque gli
‘invisibili’ esistono, contano e pesano, quando prendono
la parola, sia pure in condizioni estreme: e l'operaio e l'officina
tornano a sorpresa a essere un soggetto e un luogo politico”,
scrive nell'incipit. “Ha vinto il Sì, nettamente […]
ma la forte percentuale di No significa che lo scambio tra lavoro
e diritti inquieta e non convince le persone coinvolte”. Chissà
se avrebbe convinto anche una redazione impegnata con tutte le sue
forze in un'altra battaglia di diritto, se il quotidiano non dovesse
rispondere a una proprietà e a un Cda di stampo industriale.
“L‘unica strada ragionevole, a questo punto, è
l'apertura di un confronto che abbia alla base il risultato non equivoco
del referendum, e cioè l'accettazione di un piano che è
passato al vaglio del voto. […] Un esercizio di responsabilità
è necessario anche per la Fiom”. Pomigliano quasi scompare dalle pagine dei giornali.
La Fiom chiede più volte di riaprire la trattativa, la Fiat
non ci sente: è impegnata nello scorporo e nel licenziamento
di cinque lavoratori, tre a Melfi – due dei quali delegati Fiom
– uno a Mirafiori, rappresentante Cgil, uno a Termoli, appartenente
al coordinamento provinciale dello Slai Cobas. Il 24 luglio il Piano C diventa realtà: chiusura dello stabilimento e creazione di una nuova società. Le assunzioni inizieranno a settembre 2011, quando partirà la produzione della nuova Panda, e avverranno attraverso la “cessione dei contratti individuali” basati sulla proposta Marchionne; chi non dovesse accettare resterà in cassa integrazione e poi andrà in mobilità, perdendo quindi il lavoro. La Fiom è servita, l'affaire Pomigliano è chiuso e lo sciopero, nello stabilimento campano, non è più un diritto costituzionale riconosciuto. Nel frattempo, tra il 6 e il 9 luglio, l'agenzia
Demos & Pi effettua la sua indagine, con i risultati che sappiamo:
sciopero, Cisl-Uil e Cgil parole declinanti, al confine tra positivo
e negativo e orientate a una sempre minore importanza nel futuro.
Giovanna Cracco
(1) http://www.demos.it/a00477.php
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