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Le insolite note

 

Sempre tra noi
John Winston Lennon
Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980
James Marshall “Jimi” Hendrix
Seattle, 27 novembre 1942 – Londra, 18 settembre 1970
Miles Dewey Davis III
Alton, 26 maggio 1926 – Santa Monica, 28 settembre 1991

di Augusto Q. Bruni

 

Insomma, tra il 18 settembre e l’8 dicembre appena trascorso ci sono state ben tre – dico tre – consecutive ricorrenze funebri che mi hanno pressoché steso. Voglio dire, è pur vero che l’arte rimane e le persone prima o poi se ne vanno, ma non capita tutti i giorni di percepire nettamente che tre pilastri della musica pop, rock e jazz se ne sono andati e che – soprattutto – all’apparenza, non c’è quasi nessuno che abbia compiutamente raccolto il loro messaggio. Più ancora mi colpisce che tutti e tre questi giganti della musica abbiano qualcosa in comune che va al di là del semplice intersecarsi di frequentazioni e apparizioni più e meno pubbliche. Visto che poi in Italia un bel dossier non si nega a nessuno, ecco qua una serie di considerazioni e ipotesi che qualcuno potrebbe usare per un bel libro di fiction prossimo venturo.

Tutti e tre i grandi uomini hanno avuto alle spalle – come afferma il proverbio – una grande donna. Yoko Ono, checché ne pensino i fan più sciocchi del defunto Beatle, ha avuto il grosso merito di aver fatto diventare adulto il suo compagno. La musica di Lennon fuori dai Beatles è finalmente sua e, semmai, anche di Yoko per le parole. Soprattutto, finalmente Lennon parla da adulto di cose da adulti come la guerra e la pace. Tutta la sua presa di coscienza non sarebbe probabilmente mai andata tanto a fondo senza Yoko: “Imagine there’s no countries / it isn’t hard to do. / Nothing to kill or die for / and no religion too”. Immagina che non esistano le nazioni / non è difficile. / Niente per cui uccidere o morire / e anche nessuna religione. Al di là dell’essere, grazie ai Beatles, un’icona pubblica, ma proprio grazie a tale circostanza, tutto ciò che Lennon intraprende finisce sulla bocca di tutti, ma con contenuti diversi (se dio vuole). Nascono collaborazioni ad altissimo livello.

Una di queste è l’esibizione dal vivo nel marzo 1972 a New York della Plastic Ono Band con Frank Zappa e le Mothers of Invention. Il concerto trova posto sul successivo album solista di Lennon, Some Time in New York City del 1972, che ha un’impostazione chiaramente politica. Il disco, che ebbe ottimi riscontri di vendite in Gran Bretagna e pessimi negli Stati Uniti, si avvaleva di prestigiose collaborazioni; alle incisioni del lato 3, per esempio, registrato dal vivo al Lyceum londinese, parteciparono Eric Clapton e George Harrison alla chitarra, Billy Preston e Nicky Hopkins alle tastiere, Klaus Voormann al basso, Keith Moon e Jim Gordon alla batteria.

Altre collaborazioni prestigiose e stretti rapporti amichevoli Lennon li ebbe col giovane David Bowie e con Elton John (padrino di suo figlio Sean). Una leggenda metropolitana che mi piace alimentare è quella della partecipazione di Lennon come corista al doppio album inciso da Jimi Hendrix dal vivo alla BBC inglese (edito dalla MCA Records il 2 giugno 1998: contiene tracce recuperate da svariate incisioni in programmi come Saturday Club e Top Gear, tracce registrate nel 1967). La leggenda viene alimentata dalle note di copertina che sul classico Day Tripper commentano: “Who is that singing with him? One can only IMAGINE”… Gli evemeristi di turno si sono scervellati a dimostrare che no, non era possibile, tutt’al più era vero che Hendrix e i Beatles, così come altra gente del calibro di Roy Wood, Trevor Burton, Grahm Nash, s’erano incontrati a Londra per una birra al Bag O’Nails – a tali incontri partecipò anche Noel Redding, bassista di Hendrix, che in più di un’intervista (come in quella rilasciata prima di morire [1]) afferma di essere stato lui a imitare alla meno peggio Lennon nella registrazione di Day Tripper.

Hendrix ha anch’egli avuto la sua musa ispiratrice al pari di Lennon, ma l’ispirazione (per quanto ne sappiamo) non s’è trasmutata anche in una grande storia d’amore. Tra il 1966 e il 1968, a New York, avviene l’incontro tra Hendrix e la giovane e bellissima modella Betty Mabry. Betty, nelle parole di Carlos Santana, suo amico anche sulla scena, “è stata la prima Madonna, ma Madonna al paragone con lei era come Donny Osmond” (zuccheroso e soprattutto casto cantante pop per adolescenti). Libera, nel lavoro come verso il sesso e il denaro, Betty era una forza della natura. Quando nel 1967 conosce Miles Davis ha solo 23 anni e lui ben 41: Davis è già prigioniero dell’incredibile successo dell’album Kind of Blue (1959) nel senso che pur rivoluzionario per i tempi, quello stesso album l’ha incasellato in una capsula piena di ragnatele agli occhi delle giovani generazioni cresciute col rock’n roll. Betty non solo lo fa innamorare perdutamente e lo spreme sessualmente, ma lo riveste da capo a piedi con pantaloni di cuoio sciarpe e camicie psichedeliche, buttando a mare i seriosi completi da rispettabile uomo bianco. Soprattutto, lo introduce al nuovo mondo afro-americano in cui si parla di Black Panthers, Vietnam e rivoluzione sessuale.

Grazie a Betty – che sposerà nel settembre 1968 – Davis conosce il re del funk d’avanguardia Sly Stone, il suo padrino James Brown e soprattutto Jimi Hendrix. Il grande feeling tra i due si traduce in numerose session in cui Davis, per nulla preoccupato del fatto che Hendrix non sapesse leggere la musica, si affida soprattutto allo straordinario orecchio musicale del chitarrista, a cui piaceva molto Kind of Blue; gli spiega materialmente come fa a suonare un certo brano, gli fa ascoltare un disco suo o di Coltrane e lo commenta. Così, afferma Davis nella sua autobiografia del 1989: “Lui cominciava a incorporare le cose che gli avevo detto nei suoi album. Era grande. Lui ha influenzato me e io lui ed è così che è sempre fatta la grande musica. Ognuno mostra qualcosa a qualcun altro e poi ci si muove da quel punto in avanti”. La stretta collaborazione tra i due non venne incrinata nemmeno dalla gelosia di Davis, che accusò la compagna di avere avuto una relazione proprio con Hendrix (cosa che Betty sino a oggi ha sempre recisamente negato), chiedendo per tale ragione il divorzio nel 1969. L’impronta di Betty resterà per sempre nella copertina di Filles de Kilimanjaro e nel brano Mademoiselle Mabry, così come nel titolo dello straordinario Bitches Brew (suggerito proprio da Betty al posto del più serioso Witches Brew), l’album che più di ogni altro ha segnato il confine tra un certo jazz e quello successivo che non aveva paura di sporcarsi, dialogando e magari misurandosi con il rock.

Quello che sappiamo è che il dialogo tra Hendrix e Davis divenne sempre più fitto. Da una clandestina jam session del 1969 con John McLaughlin, Dave Holland e Buddy Miles, a una seduta di registrazione vera e propria in cui Hendrix e Davis avrebbero suonato materiale composto da Gil Evans, saltata, a quanto pare, perché sia Davis che il suo batterista Tony Williams si erano lamentati dello scarso compenso loro offerto. Nonostante questo, Hendrix andò avanti: avrebbero dovuto incontrarsi a Londra, dopo le reciproche esibizioni al festival dell’Isola di Wight (rispettivamente il 29 e il 30 agosto 1970), per parlare del disco da incidere assieme. Ma l’incontro saltò. Fu programmato un altro incontro a New York, per la seconda metà di settembre, ma il 18 settembre Jimi fu trovato morto a Londra in una stanza d’albergo. Davis, per la prima volta in vita sua, partecipò a un funerale, dicono, col cuore spezzato, commentando: “I wish I’d had a chance to play with Jimi. But that’s okay – he’s playing with Coltrane now…” (avrei voluto avere la possibilità di suonare con Jimi. Ma va bene così – adesso sta suonando con Coltrane…).

Ora, al di là della bella e puntuale ricostruzione che fa della storia Gianfranco Salvatore nel suo Lo Sciamano Elettrico (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2007), e al di là delle voci insistenti che vogliono credere a tutti i costi che esista davvero da qualche parte una registrazione con Miles e Jimi – sarebbe ancora oggi il disco del secolo, se esistesse – io sono più pragmatico e provo sempre a chiudere gli occhi e a mescolarmi in testa grappoli di note della tromba di Miles con scale vertiginose di Jimi. Ultimamente ho provato a metterci sopra anche dei coretti isterici di John Lennon e Betty Mabry, anche se il risultato non mi convince… L’altra notte sono stato premiato. Qualcuno, più abile (e meno pigro) di me ha realizzato a beneficio nostro un mash-up con Miles e Jimi (2). Ascoltatelo e ditemi se non avrebbe potuto veramente andare così… prometto d’impegnarmi e metterci su le voci degli altri due.

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