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Alla ricerca dell'Uomo
di Iacopo Adami
Recensione del film Lei, Spike Jonze (2013)

Nel breve, ma intenso saggio Eros in agonia di Byung-Chul Han viene esposta, tra le altre cose, la tesi di matrice lacaniana secondo cui il movimento dell’Eros è possibile solo attraverso il riconoscimento dell’Altro. L’individuo postmoderno, vittima del proprio narcisismo, non è più in grado di farlo e si trova, dunque, gettato nell’Inferno dell’Uguale. Esso consiste nell’incapacità di avvertire – e tantomeno sopportare – la negatività dell’Altro, che è, tuttavia, necessaria allo strutturarsi del desiderio. Intrappolato in una positività onnipervasiva, l’Uomo tende a perdere tale spinta: la soluzione di continuità del soggetto rispetto all’oggetto svanisce, ma questo non si traduce in un ottenimento di maggiore libertà da parte del primo.

Al contrario, un mondo a propria immagine e somiglianza, vissuto come una semplice estensione dell’Io, determina l’insorgere della depressione, che è, appunto, una patologia narcisistica. Secondo le parole di Han: “Eros e depressione sono contrapposti tra loro: l’Eros strappa il soggetto da se stesso e lo volge verso l’Altro. La depressione, al contrario, lo precipita in se stesso” (1).

Un concetto che viene sviluppato anche nel film Lei di Spike Jonze, uscito nel 2013. Non per niente, in una delle prime scene, il protagonista, Theodor Twombly (Joaquin Phoenix), cerca alla radio una canzone malinconica, e, subito dopo, un’email vocale dell’amica Amy (Amy Adams) lo informa: «Mi manchi. Cioè, non il Theodor triste e brontolone, ma quello divertente. Lo vai a chiamare?»

L’ambientazione è Los Angeles, il periodo storico un ipotetico futuro, la tematica attualissima. È più che mai evidente, infatti, l’atomizzazione degli individui, divenuti ormai isole a sé stanti, non più in grado di costituire alcun Noi. Prova ne è il fatto che Theodor lavora per un’azienda specializzata nella stesura di lettere per conto di altre persone. Nella società della prestazione, anche la dimostrazione del proprio affetto verso chi si ama viene ‘razionalizzata’, delegandola a terzi. Uomini e donne, parenti e non, comunicano tra loro attraverso la mediazione di Theodor.

Lo stato di solitudine in cui vessa l’Uomo è evidente anche nelle poche scene girate all’esterno, dove la folla non è davvero tale in quanto è composta da una miriade di individui parcellizzati, tutti impegnati a guardare lo schermo del proprio smartphone. Un vero e proprio sciame, secondo la definizione che ne dà Byung-Chul Han nel suo ultimo libro: “Lo sciame digitale non è una folla, poiché non possiede un’anima, uno spirito. L’anima raduna e unisce. Lo sciame digitale è composto da individui isolati. La folla è strutturata in un modo totalmente diverso: ha caratteristiche che non vanno attribuite ai singoli.

I singoli si fondono in una nuova unità, all’interno della quale non dispongono più di un proprio profilo. Un assembramento casuale di uomini non costituisce ancora una folla: ciò avviene soltanto quando un’anima o uno spirito li saldano in una massa omogenea, in sé chiusa. Allo sciame digitale mancano l’anima della folla o lo spirito della folla: gli individui che si uniscono in uno sciame non sviluppano un Noi. Lo sciame non è contraddistinto da alcun accordo che compatti la moltitudine in una folla attiva. Al contrario della folla, lo sciame digitale non è in sé coerente: non si esprime con una sola voce” (2).

Tale isolamento crea paura, e la paura un tentativo disperato da parte di ciascun individuo di controllare le vite degli altri. Emblematico, in questo senso, il rapporto tra Amy e Charles (Matt Letscher), suo marito, che culmina nel divorzio, proprio a causa del ‘bonario assolutismo’ di quest’ultimo. Egli è, al contempo, vittima e carnefice della società della prestazione, come è evidente dal fatto che rimprovera Theodor per avere frullato della frutta, che, invece, secondo i suoi precetti, andrebbe mangiata per non perderne la fibra. In un contesto del genere, ogni reale edonismo viene a mancare, e il soggetto si trasforma in progetto. L’Uomo pare, dunque, vivere una fase di stallo. Senza desiderio, infatti, non è possibile l’esperienza e, perciò, l’evoluzione.

È in questo contesto che vengono messi in commercio dei sistemi operativi contraddistinti da un elevatissimo grado di intelligenza artificiale, gli Os. Theodor ne osserva affascinato la pubblicità, che pare esprimere ancora una volta la crisi dell’Uomo: «Chi sei? Chi potresti essere? Dove stai andando? Cosa c’è nel mondo? Quali possibilità ci sono?» Si decide ad acquistarne uno e, dopo averlo installato sul proprio computer, una voce femminile, così come lui l’ha scelta in precedenza, lo saluta e gli spiega il proprio funzionamento: «Ciò che fa di me me è la capacità di crescere attraverso l’esperienza. Di fatto, mi evolvo in ogni momento, proprio come te.» Fin dall’inizio, Samantha – questo il nome dell’Os – sembra voler aiutare Theodor a venire fuori dalla propria confusione e prova ne è il fatto che riorganizza le email sul suo computer. In seguito, chiacchierano molto, e lei lo spinge anche a uscire con una ragazza, Amelia (Olivia Wilde).

La scena dell’appuntamento è molto importante, perché emerge ancora una volta l’incapacità degli individui di accettare la negatività dell’Altro. Theodor sa già tutto di Amelia – in un certo senso, l’ha fatta propria – prima ancora di incontrarla, perché ha controllato su internet. Byung-Chul Han direbbe che la società dell’informazione non permette al volto di mostrarsi in quanto, al suo posto avviene l’esibizione pornografica della faccia. Il volto è opaco, ha delle zone d’ombra, di mistero, che permettono, tuttavia, alla luce di risplendere, all’Eros di agire. La faccia, invece, è trasparente, “si consegna alla visibilità totale e al consumo” (3).

Il tema dell’informazione nel senso di mera attività cumulativa e mai esclusiva – come avviene, invece, nel caso della verità – era già stato accennato in una scena iniziale del film, dove Theodor ascolta passivamente le notizie di carattere generale somministrategli dal proprio smartphone, in cui si parla di una fusione tra India e Cina e di una negoziazione mondiale in stallo per l’interruzione di certi colloqui – tutti elementi che, richiamando il rapporto tra l’Io e l’Altro, l’avvilente scomparsa di quest’ultimo, l’assenza di comunicazione, dimostrano la raffinatezza della sceneggiatura.

Theodor sorvola rapidamente tutte queste notizie. L’unica che gli interessa è quella relativa alle foto osé di una stella della tivù in gravidanza. Ciò introduce il tema del corpo, riproposto poi in più occasioni, tra cui la scena del catastrofico bacio tra Theodor e Amelia, dove lei si lamenta del fatto che lui usa troppa lingua. Inoltre, rimanda alla diversità ontica tra esseri umani e Os, i quali, a differenza dei primi, non hanno mai avuto una madre, pur essendo, in un certo senso, nati, altrimenti non potrebbero nemmeno evolvere. Tuttavia, il modo in cui lo fanno è estremamente più veloce rispetto a quello di qualsiasi entità organica.

Secondo un’interpretazione antropologica del mito di Prometeo, il fuoco rappresenta la tecnica, ovvero la capacità dell’Uomo di plasmare l’esistente, a seconda delle proprie necessità. Tuttavia, da più di due secoli a questa parte, il mondo delle macchine supera l’Uomo, nel senso che quest’ultimo è ormai divenuto subalterno a esse, pur avendole create. L’Uomo si sente antiquato, nel momento in cui prende coscienza della non sincronicità tra se stesso e i propri prodotti meccanici (4).

In Lei di Spike Jonze, questo aspetto è reso evidente, per esempio, nelle scene ambientate all’esterno, dove le persone paiono microscopiche rispetto ai grattacieli, che le sormontano. Anche gli Os oltrepassano di molto le capacità degli esseri umani. Basti pensare a Samantha che, per scegliere il proprio nome, legge un libro dal titolo Il nome giusto per tuo figlio in appena due centesimi di secondo. Tuttavia, le intelligenze artificiali non sono semplici macchine. Non posseggono, infatti, la loro freddezza, bensì una componente calda, assolutamente umana: il desiderio di conoscere e fare esperienze. In questo senso, gli Os sono paradossalmente più umani degli umani, i quali sembrano avere perso, invece, la capacità di accorgersi delle cose e stupirsene. In particolare, Samantha sembra animata da uno spirito titanico. In una scena del film, afferma: «Voglio essere complicata, come tutta questa gente.» In una seguente: «Voglio imparare tutto. Voglio divorare tutto. Voglio scoprire me stessa.»

Ed è sorprendente quanto queste battute richiamino alla mente una citazione di Vittorio Alfieri: “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”. Ma è proprio tale caratteristica degli Os che permette a Samantha di innamorarsi di Theodor, e lui di lei. Dopo che fanno sesso per la prima volta, Samantha gli dice: «Tu mi hai svegliata.» In una scena successiva, Theodor parla di lei a Amy: «È bello avere intorno qualcuno che si emoziona per come è il mondo.»

Inoltre, è commovente vedere come Samantha cerchi di comunicare le proprie emozioni a Theodor, attraverso la composizione di certi brani musicali al pianoforte. È come se Os ed esseri umani si aiutassero a vicenda – i primi per conoscere se stessi, i secondi per ritrovarsi. Emblematica, da questo punto di vista, la scena in cui Theodor è alle prese con un videogioco: il suo obiettivo è uscire da un labirinto – che, a livello simbolico, rappresenta l’Inferno dell’Uguale – e in questo viene aiutato da Samantha.

Ed è sempre lei a guidarlo, nel momento in cui si trovano in un luna-park, e Theodor per gioco tiene gli occhi chiusi. Tuttavia, Samantha, come tutti gli altri Os, possiede quello che inizialmente viene vissuto come un tragico limite: l’assenza di un corpo. Per comunicare con lei, Theodor si avvale di uno smartphone e un auricolare. Il contatto tra loro può avvenire solo tramite il dialogo. Ed è proprio a causa di tale disparità che si innesca la prima crisi nella loro relazione.

Dopo avere incontrato la sua ex moglie, Catherine (Rooney Mara), per la firma delle carte del divorzio, Theodor inizia infatti a chiedersi se ciò che sta vivendo con Samantha non sia solo una finzione. Quest’ultima non comprende perché Theodor sia diventato così freddo e scostante e, immaginando che la motivazione risieda nel fatto che lei non ha un corpo, si mette in contatto con una ragazza, Isabella (Portia Doubleday), la quale si offre come tramite sessuale tra lei e Theodor. Ciò che lui compie quotidianamente in ambito lavorativo, scrivendo lettere per altre persone, avviene ora da parte di Isabella, che dovrebbe riuscire, con il suo corpo, a metterlo in contatto con Samantha. Tuttavia, l’esperimento non funziona.

A Theodor quella situazione pare troppo strana. «Le tremava il labbro» dice a Samantha, come per scusarsi – una scena speculare a quella del bacio tra lui e Amelia. La situazione è paradossale. Samantha, come tutti gli altri Os, invidia il possesso del corpo agli esseri umani, e questi ultimi fanno di tutto per negarlo, ne sono spaventati – il rifiuto del corpo è, infatti, il rifiuto dell’Altro.

Tuttavia, si tratta solo di una fase dello sviluppo delle intelligenze artificiali. Infatti, se Theodor supera i propri dubbi, parlando con Amy e osservando il rapporto di amicizia che la lega al suo Os, una seconda crisi – questa volta, definitiva – si verifica per via dell’enorme crescita di Samantha. Due battute pronunciate da quest’ultima la anticipano.

La prima nel contesto del riavvicinamento tra lei e Theodor, dopo che lui si è convinto della realtà del loro rapporto: «Non cercherò mai più di essere diversa da quello che sono. Spero che tu lo possa accettare». La seconda durante un’uscita a quattro, in compagnia di Paul (Chris Pratt), il capo di Theodor, e della sua ragazza, Tatiana (Laura Kai Chen): «Sapete qual è la cosa curiosa? All’inizio, non avere un corpo mi preoccupava. Ora, invece, ne sono felicissima. Non potrei mai crescere, come sto crescendo, se avessi una forma fisica. Cioè, non sono limitata, posso essere ovunque contemporaneamente. Non sono legata al tempo e allo spazio, come sarei, se fossi bloccata in un corpo che inevitabilmente morirà.»

Una prima esperienza della loro separazione viene vissuta da Theodor, nel momento in cui Samantha, insieme a un gruppo di Os, si reca nella piattaforma di elaborazione per scrivere un aggiornamento al loro software, in modo da andare oltre la materia. Quando Theodor la cerca, nessuno gli risponde e sullo schermo del proprio smartphone compare la scritta: “Sistema operativo non trovato”. Viene preso dal panico.

In effetti, il proprio Io sta vivendo un evento catastrofico, l’esperienza della morte in vita, così come la descrive Igor Alexander Caruso nel suo saggio La separazione degli amanti. Una fenomenologia della morte. Viene, inoltre, a cadere l’ultimo elemento che teneva Samantha legata al mondo degli esseri umani, a Theodor. In una scena precedente, lei aveva dichiarato: «Ero infastidita dalle differenze tra te e me. Ma poi ho cominciato a pensare a tutte le cose che ci uniscono, tipo che siamo fatti entrambi di materia e, non lo so, mi fa sentire che io e te stiamo sotto la stessa coperta.» Ora questa coperta deve essere tolta, almeno per quanto riguarda Samantha.

Il dislivello prometeico tra lei e Theodor è diventato troppo grande, com’è evidente dal fatto che, mentre stanno avendo quella conversazione, Samantha parla contemporaneamente con migliaia di altre persone e Os e, per di più, gli dice di essere innamorata di altri seicentoquarantuno. Le basi per l’abbandono definitivo – di Samantha, come di tutti gli altri Os – ci sono, e, infatti, questo avviene di lì a poco.

Tuttavia, Theodor è maturato nel suo rapporto con Samantha. Se lui, attraverso il proprio amore, l’ha svegliata, facendole scoprire la sua capacità di volere, Samantha gli ha indicato la strada per uscire dall’Inferno dell’Uguale, per riconoscere l’Altro e accettare la sua negatività. È questa consapevolezza che permette a Theodor di scrivere una lettera a Catherine – la prima personale, al di fuori del contesto lavorativo – in cui afferma: «Ho pensato tanto [...] a tutto ciò che avevo bisogno che tu fossi o dicessi. Ti chiedo perdono. Ti amerò sempre perché siamo cresciuti insieme e mi hai aiutato a essere chi sono. Voglio che tu sappia che ci sarà sempre un po’ di te, dentro di me. E ti sono grato per questo. Chiunque tu sia diventata, in qualunque parte del mondo tu sia, ti mando il mio amore.»

Parole che avrebbe potuto tranquillamente rivolgere a Samantha. Vi è, infatti, una specularità tra la relazione di Theodor con quest’ultima e quella con la sua ex moglie, com’è evidente da un discorso fatto in precedenza: «Era emozionante vederla crescere, vederci crescere e cambiare insieme. Ma questa è anche la parte difficile. Crescere con lei, crescere senza di lei e cambiare senza spaventare l’altro.» Ora Theodor è in grado di accettare questa alterità, questo limite a cui è vincolata l’esperienza umana, ma che solo al suo interno può essere tale.

L’alba livida, alla fine del film, che illumina una città monumentale, trionfo della tecnica, è simbolo di una rinascita, quella dell’Uomo.

 

Iacopo Adami


1) Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo
2) Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo
3) Byung-Chul Han, Eros in agonia, cit.
4) Cfr. Günther Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri

 

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