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aprile - maggio 2012
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|
Inchiesta |
| Tre gradi di separazione di Giovanna Baer |
| Chi possiede
o controlla, seduto nei Consigli di amministrazione, i principali
quotidiani italiani? Inchiesta sulla longa manus della banche e dell’industria
nella carta stampata |
|
La teoria dei ‘sei
gradi di separazione’ è un’ipotesi secondo cui
qualunque persona può essere collegata a qualunque altro abitante
del globo terrestre attraverso una catena di conoscenze con non più
di cinque intermediari. La cosiddetta linea editoriale è ciò che distingue in sostanza una testata giornalistica da un’altra. Rappresenta, diremmo in linguaggio aziendale, una sorta di missione strategica, l’ipotesi di fondo a partire dalla quale si scelgono e si analizzano le notizie. Dall’esistenza di linee editoriali diverse – il cosiddetto pluralismo informativo – dipende la qualità dell’informazione, perché il pluralismo garantisce al cittadino/lettore la possibilità di conoscere notizie differenti lette da punti di vista differenti. Non solo. Dal pluralismo informativo dipende anche la possibilità che uno Stato possa dirsi democratico, dal momento che un elettore adeguatamente informato è messo in condizione di esercitare un voto consapevole. Il caso opposto, quello cioè di una rappresentazione univoca della realtà socio-politico-economica di un Paese (pensiamo alla Pravda di staliniana memoria), impedisce la corretta formazione del consenso, e quindi il libero esplicarsi dei meccanismi democratici. Ciò detto, dove si forma la linea editoriale
di una testata?
clicca qui per ingrandire la mappa
Partiamo dal più importante quotidiano a
diffusione nazionale, il Corriere della Sera. Il suo editore è
il gruppo RCS (Rizzoli Corriere della Sera), quotato in borsa. Il
Corsera ha fama di essere il giornale super partes per definizione,
quello che meglio rappresenta il tipo di linea editoriale tipico dell’informazione
anglosassone (come si dice di solito, ‘all’americana’),
per definizione indipendente da interessi particolari. Fra Corsera e Fiat, Pirelli, Telecom Italia, Mediobanca, Intesa, e tutte le altre aziende citate, ci sono zero gradi di separazione, cioè sono direttamente collegate fra loro. Grande finanza, banche, assicurazioni, automotive, telecomunicazioni, cementifici, acciaierie, pneumatici, immobili, moda, elettrodomestici: non c’è praticamente nessun settore del made in Italy che non possa dire la sua sui contenuti e sulla posizione del giornale. Viene da dire che in Italia essere indipendenti coincide col dipendere da tutti, nessuno escluso: la linea editoriale del Corrierone nazionale risentirà quindi delle esigenze e degli accordi reciproci fra le aziende che siedono in Consiglio: nessuna visione strategica a prescindere, e una pletora di manovre tattiche in risposta alle necessità del momento. Meno compromessa, ma solo all’apparenza, La
Repubblica, che fa parte del Gruppo l’Espresso di Carlo De Benedetti.
Nel Cda de L’Espresso troviamo Sergio Erede, amministratore
di Luxottica; Luca Paravicini Crespi, consigliere della Piaggio dei
Colaninno (dove siede accanto a Vito Varvaro, il quale a sua volta
è anche nel Cda della Tod’s di Diego Della Valle) e figlio
di Giulia Maria Crespi, ex direttore editoriale del Corriere ed ex
presidente del Fai; e Mario Greco, consigliere di Indesit Company
(dove siede anche Emma Marcegaglia) e della Saras di Massimo Moratti
(già rappresentato nel Cda del Corriere attraverso i consiglieri
del gruppo Pirelli). La famiglia Berlusconi controlla direttamente Il
Giornale, edito dal gruppo Mondadori, mentre la famiglia Agnelli è
proprietaria del quotidiano La Stampa di Torino. La situazione non migliora, anzi se possibile peggiora,
quando si analizzano i quotidiani finanziari. Il Sole 24 Ore, come
è noto, è appannaggio dell’universo Confindustria,
quindi diretta espressione dei desiderata dei principali gruppi industriali
del Paese. Nel suo Cda siedono, fra gli altri, Giancarlo Cerutti,
consigliere di amministrazione di Saras; Luigi Abete, presidente di
Bnl (gruppo Paribas), fratello di Giancarlo Abete (presidente della
Figc) e consigliere anche della Tod’s di Diego Della Valle;
e Antonio Favrin, collega di Cda, in Safilo Group, di Ennio Doris,
che siede in Mediolanum della famiglia Berlusconi e in Mediobanca. Milano Finanza e Italia Oggi, quotidiani economici
molto conosciuti fra gli addetti ai lavori, sono invece editi dalla
Class dei fratelli Panerai, e nel Cda del gruppo “leader nell’informazione
finanziaria, nel lifestyle e nei luxury good products” (come
si autodefinisce), siedono Maurizio Carfagna, consigliere di Mediolanum,
e Victor Uckmar, il più celebre fiscalista italiano, i cui
servigi sono stati richiesti in passato da ogni possibile gruppo industriale,
e che oggi è amministratore della Tiscali di Renato Soru. Esiste poi un Consiglio di amministrazione dove tutti
i gruppi industriali e bancari citati, a eccezione della famiglia
De Benedetti, si incontrano, ed è quello di Mediobanca, ai
tempi di Enrico Cuccia – suo fondatore – il ‘salotto
buono’ della grande finanza, quella che dirigeva i destini dell’economia
italiana sulla base di un preciso progetto strategico (più
o meno condivisibile, per carità, ma almeno un progetto c’era),
e ora trasformato in enclave di ogni possibile mediazione. E ora tiriamo le somme: se sei sono i gradi di separazione
fra due entità qualsiasi prese a caso, è evidente che
tre, due, uno, o nessun grado di separazione non rappresentano un
legame casuale. Esiste quindi la precisa volontà da parte di
industria e finanza di controllare le notizie. Prova ne sia l’ostinazione
con cui tanti imprenditori e manager italiani (un esempio per tutti
– senza scomodare Silvio Berlusconi – è Diego Della
Valle, che si è sottoposto ad anni di paziente anticamera pur
di essere ammesso al Cda del Corsera), cercano di forzare la porta
dei circuiti informativi. Il profilo tipico di questa figura essenziale è
quello del ‘tecnico’: avvocato, consulente, commercialista,
revisore, sempre al corrente dei panni sporchi di famiglia (di più
famiglie), al contempo confessore e uomo di fiducia, vincolato, più
o meno direttamente, al segreto professionale. Un altro ‘super tecnico’ è Mario
Greco (classe 1957), consigliere del gruppo l’Espresso, di Saras,
di Indesit Company, di Fastweb e di Banca Fideuram, laureato con lode
in economia all’Università di Roma. Partner fino al 1994
di McKinsey&Company, la più importante società mondiale
di consulenza strategica, è stato amministratore delegato e
CEO di Ras dal 1998 fino al 2005. Quali sono gli effetti di questa tragica analisi
sulla libertà di informazione? Quante altre notizie non vengono date? Non possiamo
saperlo, ma siamo ragionevolmente certi che le notizie pubblicate
sono quelle che non infastidiscono nessuno. Cronaca nera, pettegolezzi
politici e non, pochissimo approfondimento e quasi nessuna inchiesta,
notizie dall’estero estremamente limitate, e solo quando non
se ne può fare a meno: guerre, tsunami, terremoti. Anche la
lotta tutta nostrana fra chi è pro e chi contro Berlusconi,
fra il partito dell’odio e quello dell’amore, o la querelle
fra Stato confessionale e Stato laico, sono comode cortine di fumo
per non parlare di altro: la crisi economica, la responsabilità
delle banche nel suo perdurare, la grande impresa che non sa che fare.
Leggi anche: Il monopolio del pluralismo
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