Da
mesi, ormai, dalle pagine di ogni testata giornalistica o dalle
poltrone di ogni talk show che si rispetti (ma anche in quelli poco
rispettabili) ‘esperti’ di ogni tipo, opinionisti, artisti
e intellettuali discettano del ‘corpo delle donne’.
Corpo, poi, al singolare; piace così, come se tutte
le donne condividessero la stessa struttura in comodato d’uso.
Il dibattito sul sopraccitato ‘corpo delle donne’ che
ha, come al solito, giovato soprattutto alla popolarità di
uomini, da Gad Lerner, a Vespa, a Ferrara, allo stesso premier,
probabilmente, a Santoro – che non disdegna di addobbare lo
studio di Annozero con signorine perfettamente intercambiabili e
altrettanto inutili, belle sebbene non discinte (in qualcosa bisognerà
pur distinguersi) – è senza dubbio partito dal dramma
del corpo morto di Eluana Englaro, per spostarsi poi, con grande
spargimento di flash e linguaggi pirotecnici, sui corpi tonici,
mostrati da ogni angolazione, di aspiranti veline/eurodeputate (a
scelta, i casting pare siano unificati) e su quelli di escort da
mille euro a notte, per riprendere vigore a partire dall’offesa
al corpo maturo e non certo televisivo di Rosy Bindi, e
qui mi fermo.
Scorrendo i fiumi di inchiostro e di pixel di questi mesi, tra
finti scandalizzati, finti preoccupati, veri puritani, genericamente
disgustati, e poche e marginali voci di autentica ribellione, mi
è tornato alla mente il romanzo Le vergini suicide,
opera prima, pubblicata nel 1993, del premio Pulitzer 2003 Jeffrey
Eugenides.
Significativo, forse, che a parlarmi dei ‘corpi delle donne’
in modo originale sia ancora una volta un libro scritto da un uomo,
ma, se è vero – e io credo che lo sia – che l’artista
travalica nella sua opera la propria identità (di genere
e non) e pesca nella pozza dell’esperienza universale, credo
che Eugenides abbia scritto Le vergini suicide immerso nella pozza
ben oltre la cintura.
La storia è semplice e amarissima, feroce, anzi, e non bastano
ad addolcirla né l’humour dissacrante di cui è
pervasa, né i passaggi di malinconica poesia che la infiorano.
È una storia estrema, spinta oltre la verosimiglianza, forse,
eppure è la storia, più o meno esasperata, del cappio
stretto al collo di ogni donna.
Di ogni donna, sì. Non tutte lo avvertono allo stesso modo,
anzi, molte si sono lasciate convincere che si tratti di un collier,
e lo sfoggiano addirittura, con un misto di orgoglio e malizia;
altre lo riconoscono come un leggero disagio con cui si può
convivere, che si può ignorare quasi sempre; per altre ancora
invece è una tortura costante, una sorta di parassita di
cui è impossibile sbarazzarsi, che succhia energie e ore
di sonno; qualcuna, infine, perde la vita o l’equilibrio (o
entrambi) nella furiosa e perdente lotta per cercare di toglierselo.
Ciò che accomuna quasi tutte è il momento in cui per
la prima volta si avverte la presenza della corda sul collo: un
momento che si situa tra la pubertà e l’adolescenza,
non a caso l’età in cui si conclude violentemente la
vita delle protagoniste del romanzo di Eugenides.
Mentre emerge dal bozzolo dell’infanzia, con un corpo e
pensieri ancora ibridi, in bilico tra la voglia di giocare ancora
con le Barbie e quella di avere un seno come il loro, ogni ragazza
si accorge di portarsi addosso il peso dello sguardo degli altri.
Né intenerito, né benevolo, non lo sguardo con cui
le vecchie zie le accarezzavano, né quello frettoloso e distratto
dei compagni di giochi del giorno prima. No, un tipo di sguardo
del tutto diverso. Uno sguardo che soppesa, che valuta, che vuole
o che disprezza. Da parte degli uomini, senz’altro, ma non
solo.
Anche lo sguardo delle donne cambia. Diventa lo sguardo che ogni
aspirante miss Abbiategrasso o miss Universo – la differenza
non è significativa – riserva alle altre concorrenti,
uno sguardo preso in prestito agli uomini, uno sguardo che si chiede,
per prima cosa: che cosa vede, un uomo, in lei? Che cosa può
apprezzare, che cosa le manca?
Il riferimento ai concorsi di bellezza non è casuale. Una
ragazza intelligente capisce in fretta che, in quanto donna, è
condannata a stare su una passerella. E capisce, altrettanto in
fretta, che, volente o nolente, da quella passerella non potrà
scendere mai più (o, forse, in età molto avanzata,
quando smetterà di essere, agli occhi del mondo, una donna
e diventerà semplicemente una vecchia).
Potrà fare del suo meglio per sedurre la giuria, oppure,
al contrario, sfidarla, sputare sul suo giudizio, ribellarsi, spettinarsi
i capelli, gettare via le scarpe con i tacchi, rifiutarsi di sfilare
incostume da bagno, ma mai, in ogni caso, potrà passare dall’altra
parte; essere lei, la giuria (forse per gioco, per finta, o per
una concessione momentanea, premio o contentino, mai sul serio).
Non è solo la sua bellezza a essere oggetto di giudizio,
è un insieme più complesso, che si riconduce comunque
al corpo, all’apparenza, alla sua capacità di sedurre,
di eccitare, di concedere, di tenere sulla corda – ma il giusto
– di consolare all’occorrenza, di farsi piccola per
far sentire l’altro immenso. Tutto ciò si può
incasellare sotto la definizione di ‘femminilità’,
con la precisazione fondamentale che il punto di vista che ha tracciato
i confini e le implicazioni di tale concetto è storicamente
e culturalmente maschile. È la giuria che stabilisce il metro
di giudizio, non certo le concorrenti.
Con il tempo e l’esperienza, una donna realizza, più
o meno dolorosamente, che, a meno di una rivoluzione, sola com’è
(dalle altre concorrenti allo stesso titolo non può aspettarsi
solidarietà), ha due sole vie, se vuole scendere dalla passerella:
nascondersi (“C’è una donna nella stanza prima
che entri uno che la vede?” si domandava sarcasticamente Karl
Kraus, centrando però un punto nevralgico), oppure rinunciare
definitivamente al mondo, al presunto premio e alla gara.
Ma le sorelle Lisbon, protagoniste del romanzo di Eugenides, non
hanno ancora vissuto abbastanza per desiderare di nascondersi. Non
hanno vissuto affatto, si può dire.
Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therése hanno tra i 13 e i 17
anni, nel 1970. Sono nate e cresciute all’ombra di un olmo
(malato, come lo sono tutti, inspiegabilmente, nel quartiere) in
un anonimo sobborgo urbano americano, tra il ronzare dei tagliaerba
per mantenere impeccabili i verdi prati, il via vai di station wagon,
il rito collettivo della raccolta delle foglie secche e la messa
domenicale. Una sorta di baluardo della decenza e della moralità
borghese, che fa di tutto per respingere e tenere lontani i germi
della rivoluzione che proprio in quegli anni sta scuotendo dalle
fondamenta i centri pulsanti dell’Occidente.
La casa delle sorelle Lisbon appare, all’interno della roccaforte,
come la torre più impenetrabile. Una casa spenta e fredda
quanto un orfanotrofio religioso, retta da una madre che permette
alle proprie figlie di uscire solo per andare a scuola (dove peraltro
sono sotto gli occhi del padre, professore) e in chiesa, sempre
infagottate in abiti informi; una madre che vieta loro feste, trucco,
amici maschi (persino il giardiniere deve abbeverarsi dalla fontanella
esterna, essendogli stato negato l’accesso al salotto-tepidarium
in cui le sorelle si scambiano chiacchiere, sogni e confidenze,
in così stretta simbiosi da avere mestrui sincronizzati);
una madre che evita, lei stessa, di uscire di casa il più
possibile e che si automortifica nell’aspetto fisico, tanto
che il contrasto tra la sua spenta bruttezza e la luminosa bellezza
delle figlie (bellezza che, vedremo poi, è più mitica
che reale) non smette di sorprendere il vicinato.
L’unico uomo di casa, il signor Lisbon, padre e marito, è
così debole, o così distratto, da accettare senza
discutere le regole imposte dalla moglie, senza interrogarsi sulle
sue motivazioni, o sullo squilibrio che ne è alla base, né
sui desideri delle figlie, che pure, a modo suo, forse ama.
Se questo non bastasse, c’è poi tutto un vicinato
che, ben lontano dal muovere un dito per aiutare le ragazze a uscire
dall’isolamento e dalla fanatica intransigenza di questa madre-kapò,
non fa che guardarle, spiarle, congetturare su di loro; le giudica,
cerca interpretazioni ai loro comportamenti, prende nota di cosa
fanno e cerca di scoprire cosa pensano, letteralmente se le mangia
con gli occhi. In particolare, c’è un armonico e ormonico
gruppo di adolescenti (ex adolescenti, al momento del racconto)
che si costituisce io narrante e che ci conduce per mano in una
sorta di indagine sulla vita e sulla morte delle sorelle.
Sì, perché, sappiamo già dalle prime pagine,
tutte e cinque le ragazze moriranno suicide nel giro di un anno.
Ecco che allora tutto, una volta che già si conosce il finale,
diventa importante e può rivelarsi potenzialmente premonitore.
In quanto lettori, siamo costretti, volenti o nolenti, a farci detective,
psicologi da due soldi, innamorati senza speranze, soprattutto guardoni.
Con il distacco, ma anche la febbrile emozione sotterranea di
un archeologo che mostri i suoi ritrovamenti, ci vengono messi davanti
agli occhi abiti sgualciti, biancheria intima coperta di graffiti,
unghie smozzicate, croste di sbucciature, tampax usati, saponi al
gelsomino, pettini, braccialetti, diari intimi, dischi rotti, cartoline,
racconti di testimoni, di prima o di terza mano, interviste improbabili,
teorie pseudo-psicologiche o oscuramente metafisiche, interviste
indiscrete ben oltre il limite della scorrettezza, voci di popolo,
odori corporali e segni premonitori.
Il tutto per cercare una risposta.
La fine tragica delle ragazze e l’esigenza interamente umana
di un ‘perché’ dovrebbero giustificare ogni morbosità,
così come non ci sentiamo morbosi quando guardiamo le immagini
proposte e riproposte delle impronte nel sangue di Chiara Poggi,
del suo viso rotondo e sorridente di ragazza normale, dell’esterno
della sua casa, delle fotografie custodite nel suo computer, mentre
ascoltiamo cronisti recitare con voce accorata stralci dei suoi
diari intimi, delle sue lettere personali.
Ma, nel caso delle sorelle Lisbon: davvero c’è bisogno
di questa risposta? Davvero serve altro, oltre a un presente intollerabile
e un’unica prospettiva di fuga gettandosi tra le braccia di
un eccitato ragazzino che fatica a distinguere una sorella dall’altra,
verso un futuro da ‘regina del focolare’ in una casa
simile a quella da cui provengono, davvero c’è bisogno
di altre occulte motivazioni per desiderare di infilare la testa
nel forno, di lanciarsi giù da un balcone, o di imbottirsi
di barbiturici e gin?
E non risulta molesto, urticante quasi, questo esercito narrante
che fruga nei cestini della spazzatura in cerca di reperti, che
ruba oggetti intimi, liste della spesa, ma anche ricordi ed emozioni,
che vuole essere informato a ogni costo, che non si ferma davanti
all’imbarazzo o al dolore, come non figurarseli come un branco
di jene, come uno stormo di avvoltoi?
Come non chiedersi se non è, almeno in parte, verso di loro
che dovremmo puntare il dito, cercando un colpevole?
Le sorelle Lisbon dovranno, alla fine, attirarli con l’inganno
dentro casa, illudendoli di averli eletti propri salvatori e di
essere pronte, in cambio, a concretizzare le loro fantasie; la conturbante
Lux (l’unica che corrisponda davvero al concetto che i ragazzi
si sono fatti delle cinque sorelle, l’unica davvero bella
e sprizzante malizia) dovrà fingere di essere pronta a concedersi
seduta stante a uno – a caso – di loro, e questo soltanto
“per tenerli buoni e permettere a lei e le sorelle di morire
in pace”.
Difficile non parteggiare per le sorelle Lisbon, non applaudire
l’atto estremo con cui hanno sottratto i loro corpi e le loro
vite agli sguardi unti della comunità, anche se per farlo
hanno pagato il prezzo più alto. Difficile non tornare con
il pensiero a Eluana Englaro; dimenticare la rissa in Senato all’annuncio
della sua morte, l’onorevole Quagliariello che urlava: “Eluana
non è morta, è stata ammazzata”; o le precedenti
affermazioni di Berlusconi riguardo al suo essere “ancora
bella” e in grado di procreare. Non ricordare gli emetici
discorsi sostenuti da diversi uomini sul suo corpo spezzato, sul
suo povero guscio, e mi chiedo se sia troppo azzardato supporre
che parte di quella rabbia, e del veleno riversato su Beppe Englaro,
derivi dal fatto che egli ha sottratto, di fatto, quel corpo agli
sguardi, alle polemiche, al voyeurismo di ogni cittadino/spettatore,
oltre che ai giochi di potere della classe politica. Non ricordare
le insistenze e il malcelato fastidio che hanno accompagnato la
decisione di un uomo di non mostrare né fotografie né
riprese del corpo martoriato della propria figlia. La gente voleva
vedere, reclamava il diritto di posare gli occhi su quel corpo,
di indugiare sulle sue deformità, sulle sue piaghe e sulle
sue ferite, come se fosse diventato (o fosse sempre stato) proprietà
pubblica.
Allo stesso modo, la comunità tratteggiata da Jeffrey Eugenides
reagisce con rabbia e sconcerto di fronte ai suicidi delle sorelle
Lisbon. La gente, che non si perdeva un dettaglio dello spettacolo
della loro caduta, offerto dietro le finestre illuminate, gratis
e ancora più succoso perché ‘reale’, che
pregustava anni ancora di dramma consumato sotto i propri occhi,
si vede inopinatamente spegnere tutte le luci.
La potenza del gesto è così evidente che si evita
di parlarne, si teme il contagio, piovono richieste di intervento
all’Autorità (al preside della scuola, al governatore,
ai giornali), la comunità intera ne è destabilizzata.
Anche se nessuno lo dice apertamente, quello che risulta tanto disturbante
è che con quell’atto di suprema ribellione e di disperata
arroganza, le sorelle Lisbon si sono riprese i loro corpi. Quei
corpi sognati, esplorati, spiati, protagonisti delle fantasie di
un intero quartiere non sono più a disposizione.
Il suicidio equivale a un No inequivocabile, inappellabile.
È un atto d’accusa: le sorelle Lisbon si uccidono per
dire no a una vita che è morte, si uccidono per una feroce
voglia di vivere.
Tutto parla di cancrena, nel tranquillo quartiere abitato dalla
middle class americana, e l’autore non ce lo comunica solo
con i fatti e le testimonianze, ma, già dalle prime righe,
attraverso il sapiente utilizzo di immagini simboliche.
C’è la “misteriosa malattia” che come una
piaga colpisce tutti gli alberi del quartiere, ci sono i milioni
di insetti che ogni anno invadono la città, oscurandone il
cielo, per venire a morire qui, coprendo ogni casa, ogni auto e
ogni prato di un manto bruno di carcasse, c’è perfino
lo sciopero dei necrofori che, protraendosi per mesi, riempie le
celle frigorifere degli obitori di cadaveri in attesa di sepoltura.
Simbolica è sicuramente anche la scelta del titolo, Le vergini
suicide, che porta l’eco di antichi riti sacrificali. Considerato
che tecnicamente è un errore, o quantomeno una forzatura
(Lux non è vergine, al momento della sua morte) e che l’autore
non può ignorarlo, non resta che chiedersi quale sia il messaggio
che intende veicolare. Se le comunità primitive sacrificavano
le vergini per placare l’ira degli dei, il suicidio delle
vergini si può leggere come una sorta di oscuro presagio,
come confermerebbe questo passaggio: “Con il pas-sare del
tempo la gente scordò i motivi personali che potevano averle
indotte a quel gesto, le reazioni psicogene, i neurotrasmettitori
carenti, per attribuire la loro morte alla capacità di prevedere
la rovina. La gente ravvisava quella chiaroveggenza nello sterminio
degli olmi, nella luce inclemente del sole, nel declino ininterrotto
della nostra industria automobilistica”.
Ma, per quanto suggestiva possa essere questa lettura, non spiega
perché l’autore abbia scelto cinque ragazze, e non
cinque adolescenti, e le abbia fatte crescere, attraverso pagine
e pagine di descrizioni meticolose, fino a trasformarle nell’immagine
stessa della femminilità. Soprattutto, gli oscuri presagi
non sono giustificati dai fatti che seguono la morte delle sorelle.
Per quanto cambiata, e per sempre marchiata da questa esperienza,
la comunità riprende la sua vita, la casa dei Lisbon viene
venduta e, dopo interminabili lavori di ristrutturazione, rimessa
a nuovo, bonificata dai fantasmi.
Solo i ragazzi, intossicati dalla loro ossessione, invecchieranno
senza crescere. Continueranno a ripassarsi tra le mani i ‘reperti’
raccolti, e a guardarli, come prima guardavano le ragazze, dalla
stessa incolmabile distanza, con la stessa insanabile incomprensione.
Si convinceranno, alla fine, che “l’essenza di quei
suicidi non era la tristezza, non era il mistero, ma un puro e semplice
egocentrismo”.
Non faranno il passo successivo. Non realizzeranno che il suicidio
è l’unico atto di volontà pura concesso alle
sorelle Lisbon.
Schopenhauer affermava (condannandolo) che il suicidio non è
una negazione della volontà di vivere, ma piuttosto una sua
affermazione. Il suicida non vuole porre fine alla vita in quanto
tale, è alla sua vita che dice no.
Lo sguardo allora dovrebbe smettere di cercare nel buio lo spettro
delle sorelle Lisbon e chiedersi a quale vita, esse abbiano
detto no: posarsi sui prati immacolati, guardare il rapido movimento
con cui le tende vengono lasciate cadere, nascondendo chi, al sicuro
dietro un vetro, stava a guardare, fermarsi ad ascoltare le parole
con cui le madri mortificano le figlie, dimostrando di avere perfettamente
interiorizzato un sistema nato per schiacciarle.
Sollevandosi dalla parola scritta, lo sguardo dovrebbe scrutare,
con un nuovo disincanto, la nostra realtà, quella che ogni
giorno passa sotto ai nostri occhi con colori sempre uguali, così
squillanti che teniamo le palpebre abbassate, e nemmeno ce ne rendiamo
più conto, di guardare senza vedere.
Cercare i segnali di morte, non nelle malattie degli olmi ma sui
nostri muri, coperti di metri e metri di carne femminile esposta,
guardare davvero la televisione (non spegnerla, e tantomeno tenerla
accesa come confortante rumore di sottofondo, ma fermarci e guardarla)
che è diventata la finestra da cui tutti noi vediamo lo stesso
paesaggio di corpi femminili spogliati, omologati, mercificati,
deprivati di ogni identità, erotizzati attraverso inquadrature
porno soft e/o interventi chirurgici per gonfiare le curve che attirano
lo sguardo, messi in mostra come nelle vetrine di Amsterdam, anche
all’ora di cena, nel più banale dei quiz per famiglie.
Dovremmo parlare della frattura, tra i corpi esposti (che stanno
a quelli reali come una bambola gonfiabile sta a una donna vera)
e i corpi che guardano, che si eccitano nel guardare, che si mortificano
nel guardare, che desiderano e vogliono comprare. Perché
si sa che quei corpi sono in vendita. Per possederli o per indossarli,
poco importa. Quel che conta è che si sa che si possono comprare,
è un sapere ormai condiviso. E allora tutto può essere
visto come un colossale spot pubblicitario.
La letteratura dovrebbe abitare questa frattura, e chiedersi, e
spingerci a chiederci, quale sia, esattamente, l’oggetto della
compravendita.
Chiedersi anche che cosa vede, oggi, una ragazzina di tredici anni,
guardandosi attorno, quali prospettive può immaginare per
sé, quando l’imperativo, declamato, sussurrato, calato
dall’alto, echeggiato dal basso, è uno solo: impara
a venderti.
E se non volesse starci?
La piccola Cecilia Lisbon dirà, al medico che, dopo averla
salvata dal primo tentativo di suicidio, paternalmente le ricorda
che non può sapere ancora “quanto è brutta la
vita”: “Dottore, è evidente che lei non è
mai stato una ragazza di tredici anni”.
Sabrina Campolongo