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febbraio - marzo 2012
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Restituzione prospettica |
| Le ronde smascherano l'inutilità
del Pd di Walter G. Pozzi |
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Il rapporto
del Pd con il pensiero di destra: ambiguità, complicità
e impotenza ideologica |
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La debole politica
di contrasto adottata dal Pd contro il pacchetto sicurezza che sancisce
l’istituzione delle ronde e del reato di clandestinità,
è l’ulteriore dimostrazione dell’inerzia politica
dei suoi dirigenti. Un’impotenza che non può più
essere attribuita solamente al grave scompenso elettorale creato dal
bipolarismo; il problema è assai più grave e va individuato
nel vuoto ideologico determinato da precise scelte politiche adottate
dagli eredi del Pci dopo la caduta dell’impero sovietico e della
prima Repubblica. L’impostura che nasconde lo smantellamento della sinistra come forza di opposizione, appoggia sull’idea che politica e valori, con il passare del tempo, fatalmente finiscano per scadere. Un po’ come accade ai medicinali. Il che naturalmente è falso. Il capitalismo, per esempio, non è mai cambiato nella sostanza; semmai ha modificato le forme del dominio; sicuramente ha rinnovato i mezzi per mantenere immutate le proprie logiche di sfruttamento e renderle meno visibili, ma non per questo è diventato meno spietato. Un partito di sinistra onesto non avrebbe dovuto fare altro che limitarsi a prendere coscienza di tali cambiamenti formali per riclassificare contro di essi le proprie contromosse. Al contrario, il riformismo di cui il Pd si dice campione, si è rivelato solamente un trucco per cambiare casacca e carpire la fiducia di un elettorato smarrito, continuando a spacciare – proprio come fanno destra e Chiesa – l’omologazione culturale della società (consumismo e apoliticità) per assenza del conflitto di classe. Tant’è che da un po’ di tempo i dirigenti del Pd hanno smesso di parlare del proprio come di un partito ‘di sinistra’, adottando un aggettivo più duttile come ‘progressista’, in grado di comprendere mille anime diverse. C’è poco riformismo in questo rimescolamento di carte; è più corretto, semmai, parlare di un processo di autoriformismo con il quale la ‘nuova’ sinistra ha abbandonato i lavoratori, abbracciato il neoliberismo e rinunciato alla critica marxista del capitalismo. Una muta che può anche essere interpretata, cambiando la prospettiva, come l’ennesimo cambio di pelle da parte dei capitalisti italiani, oltre che come la sanzione di un patto avvenuto tra la forza economico-finanziaria e quella politica. Un accordo concretizzatosi nella consegna chiavi in mano del Parlamento a industriali, professionisti e banchieri, in cambio della possibilità per la ‘nuova’ sinistra di salire al governo, secondo la logica di una fittizia alternanza parlamentare. Tali scelte si sono innestate in quel determinato momento storico – Tangentopoli seguita al 1989 – in cui al Potere occorreva ‘ripulire’ la politica, applicandole un calibrato restyling democratico che si adattasse alle rinnovate esigenze economiche. Il risultato è la costituzione di due partiti principali, entrambi in grado di governare gli interessi della classe dirigente, ma impossibilitati, per mancanza di argomenti, a costruire una reciproca opposizione credibile che non siano la diffamazione o l’insulto personale. Niente di strano, dati simili presupposti, che la
sopravvivenza politica della ‘nuova’ sinistra abbia finito
per legarsi a doppio filo alla presenza di una figura come Silvio
Berlusconi. Rivale ideale cui appoggiarsi per costruire la finta opposizione
e così nascondere lo svuotamento ideologico. Senza di lui,
e con un normale partito conservatore come avversario, sarebbe stato
difficile inventare qualcosa che la rendesse credibile di fronte a
un elettorato per buona parte cresciuto sotto il più forte
partito comunista d’Occidente. Sarebbe sparita, proprio come
sta accadendo alla ‘nuova’ sinistra francese, inglese
e del resto d’Europa. E se oggi è ancora lì che
veleggia nel panorama politico italiano con un abbondante 25% in cascina
deve ringraziare colui che può additare come il mostro,
il parvenue della politica in cui è incarnato un micidiale
conflitto d’interessi e perennemente impegnato a giustificare
il proprio passato di affarista di fronte ai giudici. Costringendo
il popolo di sinistra, vittima di un beffardo contrappasso, dopo avere
ingoiato cinquant’anni di Dc, a turarsi il naso e a votare per
il meno peggio. Aveva provato Veltroni a sganciarsi dall’antiberlusconismo
e si è visto com’è finita. Gli argomenti adottati dal Pd nella discussione
della scorsa estate sulla legittimità delle ronde e del reato
di clandestinità, sono peculiari di questa rinuncia. Per questo
possono venire assunti a esempio generale e indicati come risultante
di quanto detto sopra. Esemplificativo dell’ambiguità di un Pd imprigionato tra la necessità di apparire ancora un po’ di sinistra agli occhi del proprio elettorato e contemporaneamente negarlo nei fatti, è il giusto timore con cui esso ha ipotizzato il pericolo di una politicizzazione delle ronde, laddove politicizzazione traduce in politichese: ‘autorizzazione a esercitare per legge atti di violenza di matrice classista’. Ricordando, nell’ansia di dire e non dire, che in una democrazia borghese che si rispetti, la violenza deve venire insufflata nella società per inerzia attraverso vettori istituzionali: con le leggi, i protocolli sul welfare e, in sottotraccia, nei vari decreti sicurezza, per creare un determinato sistema di produzione, e badando bene che le cause del disagio prodotto da tutto ciò non possano venire ricondotte al complesso degli interessi politici ed economici. A cosa servirebbe sennò un Parlamento! Va da sé che una legge che trasformi detta violenza inerte in risse da strada, mostrando una sospetta commistione tra classismo e democrazia, rischierebbe di svelare il giochino. È questo il motivo per cui un tempo, a sinistra, denunciavano la natura di classe dell’impianto giuridico eretto in difesa degli interessi economici di industriali, banchieri e finanzieri. Per cui a voler anche dar per vero che il problema della sicurezza non sia né di destra né di sinistra, è sicuramente vero che di destra o di sinistra è l’approccio con cui lo si affronta. In piena coerenza con quanto detto delle leggi, il medesimo ragionamento può essere applicato ai valori e alla teoria della politica capitalista, di cui il razzismo, come la Storia mostra ampiamente, è un necessario artificio culturale. Quando fiorisce sulla bocca di un politico, il razzismo risponde sempre a una logica progressiva. Occorre aspettare che, una volta divenuto trama e narrazione della piccola e media borghesia, si trasformi in legge per comprendere quali interessi economici miri a preservare. Come l’uso dell’antipolitica (1), anche il razzismo è una strategia che produce molti frutti e la sua affermazione è la cartina di tornasole dello stato di debolezza ideologica a cui si è abbandonata la sinistra. Un tempo, di fronte al razzismo avrebbe parlato di funzione sovrastrutturale. Ovvero, di quel brodo culturale creato da un utilizzo massiccio dei massmedia per nascondere, dietro un’ideologia fittizia, determinati interessi economici. È la vecchia storia sempre vera della classe dominante che, detenendo i mezzi di produzione, è costretta a infiorettare con belle parole l’illegittimità dell’indebita appropriazione con cui alimenta la propria ricchezza. C’era una certa forza in queste teorie: non a caso per almeno un quarantennio hanno fornito a scrittori, critici, politici, pensatori e a buona parte della società civile, una solida chiave di lettura del mondo, tanto da portare il vecchio Pci a un passo dal diventare partito di maggioranza. Altri tempi, sicuramente: Berlinguer stesso sapeva che mai sarebbe stato concesso a un partito comunista occidentale di governare, ma è altresì probabile che proprio grazie a tale certezza il Pci poteva esercitare con una certa sincerità il proprio ruolo di oppositore tout court, non solo della Dc, bensì dell’intero impianto capitalistico. Mai avrebbe spinto alla rivoluzione, tuttavia la sua analisi del capitalismo e la sua politica di opposizione denunciavano l’anima violenta del sistema di produzione. Senza una proposta alternativa di società
e con programmi elettorali di governo simili a quelli del centro-destra,
il Pd si ritrova oggi a recitare il ruolo di sbiadito doppione del
rivale, con l’unica differenza, autoreferenziale, di considerarsi
depositario (per via di quella stessa eredità che nei fatti
rinnega) di una modalità politica più buona, più
seria, più onesta, in contrasto con la brutalità e la
cattiveria degli avversari. Proprio per tali presupposti, gli argomenti contro
il pacchetto sicurezza contenevano il difetto di restare alla superficie
del problema. E non può essere diversamente. Come emerge con
evidenza ogni qualvolta è costretto a contrastare il razzismo
della Lega nord – la violenza del suo linguaggio, e il consenso
che razzismo e violenza incontrano tra la piccola borghesia –mostrandolo
come un disvalore, contrario alla decenza umana. Fingendo così
che la posta in gioco sia una questione etica e morale e non la difesa,
retorica, di quello che da secoli viene considerato il valore universale,
il sacro dogma del capitalismo, e cioè la proprietà
privata. Sia quella del cittadino comune – ovvero la sacra casetta
in mezzo ai pini – sia quella dei mezzi di produzione –
ergo: la fabbrica, l’azienda, l’industria. Difficile colpire
la violenta difesa della proprietà privata mossa dalla Lega
nord, senza contemporaneamente colpire il comune sentimento sociale
che pone la proprietà privata e la sua difesa in testa a ogni
altro principio. Oltre a questo, implicite nella questione sono le
due cose che il Pd non può denunciare, a patto che non voglia
dare contro a Confindustria e ai ‘capitani coraggiosi’
che tengono per lo scroto la politica italiana. E cioè: Una lampante dimostrazione del continuo confronto
dialettico con cui viaggiano la sovrastruttura culturale (il richiamo
al razzismo) e la struttura economica che di tale rapporto è
il beneficiario ultimo (la regolamentazione del mercato del lavoro). Piaccia o non piaccia, una vera riflessione sul
futuro della sinistra non può che passare per un recupero della
vecchia utopia e per la proposta di una società diversa. Anche
perché, se mai è esistito un momento adatto per attaccare
il sistema, quel momento sembra essere arrivato, adesso che la crisi
economica sta mandando a spasso migliaia di lavoratori, mentre nel
contempo abbatte le certezze di piccoli artigiani e commercianti.
(1) La
politica dell’antipolitica di Walter G. Pozzi, PaginaUno
n. 5/2007
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di Walter G. Pozzi, Paginauno n. 21/2011 La questione dell'ingovernabilità
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bipolarismo targato P2
di Giovanna Cracco, Paginauno n. 12/2009
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