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Numero 7, aprile - maggio 2008

 

Il racconto

 

Due brani tratti da Le porte dell'inferno

di Ezio Taddei

 

Tempi moderni
«Starai qualche giorno» mi dissero i compagni. «Devi vedere...»
Era di domenica mattina.
«Metti la radio» disse uno di loro. L’uomo girò i due bottoni, mise la voce a punto, poi tutti si rimase a sentire.
Diceva: “... Anche il popolo americano è tempo che scelga la sua vita, che si sbarazzi del controllo delle Unioni, che scelga i suoi rappresentanti fra le persone non asservite a paesi stranieri.
L’esempio di paesi come l’Italia e la Germania, dovrebbe farci capire come sia sempre possibile ritrovare il giusto sentiero anche dopo l’errore, perché esso è riconoscibile dalla luce che emana per divina provvidenza...”

La voce continuava a gridare:
“... dalla demagogia socialista al fascismo purificatore...”
«E chi è?» domandai.
«Father Coughlin».
«Cosa?»
«Un prete di qui».
«Cosa fa?»
«Ci prepara al fascismo».
«Mi piacerebbe di vederlo».
«E poi?» fece uno dei presenti. «È meglio che tu vada a visitare Ford. Anzi, sai cosa si fa? Domani ce lo porti te. Oggi ti faccio vedere un’altra cosa».
Gli amici che si trovavano in quella casa, lavoravano tutti da Ford, così si misero a raccontare tutti insieme una quantità di episodi che io non riuscivo a coordinare nella mente.
«Io potrei entrare?» chiesi a un certo punto.
«A cosa fare?»
«A lavorare».
«Eh, non sarebbe mica una cattiva idea!» «Perché gli volete far passare dei guai!» sconsigliò uno.
Io a ogni modo ero molto curioso.
«Potrei entrare davvero?» insistetti.
«Per questo, ti si porta da Frank e ci pensa lui».
«Per carità» interruppe ancora il solito. «Dopo, quello capisce, e chi ci va di mezzo siamo noi».
«Chi è Frank?» domandai.
«Aspetta, che ore sono?»
«Le dieci».
«Si trova al caffè. Vuoi venire? Per vedere solamente».
Nel caffè a un tavolo c’era un uomo di piccola statura, aveva finito di parlare con un altro, ora scriveva qualche cosa su di un taccuino.
«Lo vedi,» mi disse quello che mi accompagnava, «è Frank».
«Cosa fa?»
«Due vermut» chiese il mio amico rivolto al cameriere. Poi riprese sottovoce:
«Quello è un gangster».
«Dio!, e quanti ce ne sono?»
Il mio amico mi guardò senza capire.
«Lui ti fa entrare a lavorare da Ford, però gli devi dare cento dollari. Lui fa a metà con quello addetto al personale, perché dentro c’è l’altra gang. C’è quello che licenza l’operaio e quello che li assume».
«E se entrassi io?»
«Per un paio di settimane. Poi ti mandano via ed entra un altro».
«E Ford?»
«Chi?»
«Il padrone».
«Frank fa parte della gang di Ford».
«E come farebbe ad andare avanti. I suoi gangster sono sparsi dappertutto. Ce n’è perfino che stanno in mezzo agli operai».
«Chi sa quanto guadagnano».
Il mio amico continuò come se non avesse inteso l’interruzione.
«Ce ne sono, invece, che vigilano all’entrata, e quelli che vanno per la città!»
«E perché tutto questo?»
«Prima, per tenere gli operai fuori dal sindacato, poi per altre ragioni».
«Per esempio?»
«Mah!, sai Ford è una grande fabbrica, ci ha gli affari perfino sull’Oceano. La questione della
gomma, le competizioni...»
«Fa ammazzare le persone?»
«Quando è necessario».
Ci fu un momento di silenzio. Io ripresi a domandare: «Dove li prende i gangster?»
«Anche questa è un’altra questione. Tu chi sa quante volte hai letto in Europa dei detenuti che si riabilitano qui».
«Sì».
«Il proprietario dichiara che è soddisfatto più che degli operai...»
«Sì».
«Sono questi... Ford li va a pigliare perfino nel carcere, li fa graziare dal governatore e così fa anche la figura del benefattore. Anche per questa cosa, tu sapessi che intrigo... Capigang d’altri Stati che si scrivono, propongono uno che magari ci ha da scontare trent’anni...»
«E questo?» io accennai a Frank.
«Stai zitto, è uscito l’anno scorso! Era dentro per omicidio... Ora s’è fatto una posizione».

L’indomani vidi la fabbrica di automobili. C’era, nel mezzo della sala, la lunga guida che scorreva al passo.
Ai due lati gli operai disposti a coppie. Di traverso, dal soffitto, tanti binari che portavano i pezzi ciondoloni.
Il primo; lo chassi, chassi... Gli operai li mettevano nella guida che se n’andava sempre, e subito a due passi di distanza un’altra cosa: le ruote...
Le infilavano solamente, poi ecco davanti a quelli che dovevano stringere i bulloni.
Gli uomini per i bulloni stavano pronti come al tiro al bersaglio con una macchina sul petto. Si chinavano, la macchina frullava sul dado, l’uomo si rialzava appena, stordito, e subito l’altra ruota arrivava.
Un bullone quello, un bullone quell’altro. La guida andava avanti senza aspettare nemmeno un minuto.
Un ingegnere mi disse: «Noi possiamo accelerare ancora di due tempi e mezzo».
«E gli operai?»
«È tutto calcolato».
Quella era la prima fabbrica che visitavo in America. In seguito dappertutto vidi la medesima cosa; i manovali con le carriole cariche di mattoni fino in cima, correre, correre... Le sarte che attaccano i bottoni... Come faccio a fartelo vedere? Come nel manicomio.
Passi, non alzano la testa.
Indovinano i buchi, senza che nemmeno una volta si fermino perché s’è strappato il filo.
Poi le macchine da cucire, a cento in fila come i soldati di fanteria, e loro col pedale pronto per la corrente. Senti tutto che trema, mentre dietro gli stiratori empiono di vapore la stanza, con le presse sui pantaloni che fumano.
A mezzogiorno tutte quelle cose si fermano, all’una il fischio.
“One o’ clock,” senti la voce che lo ripete fra i banchi di lavoro, “one o’ clock...”
E tutto riprende a ballare fino alla sera, allora gli operai scappano dalla fabbrica, si buttano nei treni sotterranei, in piedi, incominciano a dormire mentre si va a casa perché sono stanchi.

Gli emigranti del carbone
L’autobus era pronto. Ormai i viaggiatori erano tutti entrati. L’impiegato di fuori chiuse lo sportello e lo chauffeur cercò di accomodarsi per bene prima d’incominciare la manovra per uscire dalla
stazione.
Vicino a me c’era un signore che pareva preoccupato, all’altro lato il vetro che mi permetteva di guardare la strada: prima quella della città, poi il tunnel che passa sotto l’Hudson e tutte le altre automobili che cercano di sgusciare. Le svolte, le ciminiere delle officine, le fabbriche ammucchiate con le vetrate e i depositi di merce all’aperto, lì sul margine dell’erba.
Passato Scranton, i paesi che vennero mi sembravano più scuri.
Erano baracche di legno, una vicina all’altra come se avessero freddo.
L’autobus si fermò; io mi guardai intorno.
Giù nella strada c’era un gruppetto che si vedevano appena in faccia. Mi chiamarono a nome, allora mi parve di diventare contento tutto a un tratto.
«Come stai?»
Ognuno cercava di starmi vicino.
L’autobus se n’andò e noi ci avviammo verso una baracca al limite del paese dove io dovevo tenere la prima conferenza.
Sul tavolo c’era una lanterna con la fiamma schiacciata e davanti a me le panche con i minatori dell’antracite che erano venuti a sentirmi.
Quando finii, quegli uomini mi si avvicinarono silenziosi, qualcuno mi mise la mano sulla spalla.
«Vieni con me a casa?»
«Devo partire».
«Ti riposi» insistevano loro.
«Dormo nell’autobus».
«Vieni a mangiare un boccone almeno».
La casa dove s’andò, s’affollò subito e io stavo a sentire tutte quelle voci.
«A Pittsburg ci sono le miniere di carbone dolce. Là guadagnano meno».
«Salutaci Di Cecco. Diglielo che ci venga a trovare».
Quando s’uscì era molto tardi. Si fece un pezzo di strada assieme.
Sulla linea ferrata ci si fermò per lasciar passare il treno che veniva col fanale acceso in alto.
Un minatore batté il piede sul binario.
«Li abbiamo messi noi questi. Ti ricordi Pierino?»
Il vecchio fece di sì con la testa.
«Per quante miglia?»
«Che vuoi pensare ora!» fece il vecchio.
«Fattelo raccontare quello che abbiamo fatto».
L’autobus che andava verso l’Ovest era pronto.
Prima d’arrivare a Pittsburg incominciai a vedere sulla strada, di tanto in tanto, dei gruppi di case di legno con le finestre che parevano accecate.
Questa volta vicino a me c’era un operaio di quelle parti.
«Cosa sono quelle?» gli domandai.
«Nulla. Era un campo minerario, e ora hanno chiuso la miniera. Ce ne sono parecchie. Quando la miniera si chiude mandano via tutti».
«Perché?»
«Perché non hanno più bisogno. Le case del campo sono dei padroni della miniera».
«Chi sono i padroni della miniera?»
«La banca» fece l’operaio.
«Quale?»
«Mah!, e chi ne sa nulla?»
«Quelli che abitano lì dove vanno poi?»
«Emigrano».
«Dove?»
«Nell’altra miniera!... Caro mio,» l’operaio mi fissò, « tu hai mai visto quelli dell’antracite?»
«Sì».
«Anche loro sono passati in questa miniera... Nelle miniere di tutti gli Stati Uniti... Si conoscono tutti, si sposano qui, poi la famiglia si rompe... Eccone un altro...»
Guardò anche lui di fuori: pareva un alveare vuotato del fumo.
«Chi sa quanti bambini ci sono nati là dentro e quanti ci hanno fatto all’amore!...»
«Dimmi un po’,» chiesi a un tratto, «se uno andasse ad abitare là dentro?»
L’operaio si strinse nelle spalle.
«L’arrestano».
«Perché?»
«Perché quella è proprietà della miniera! Se non fosse così, allora non ci sarebbe più l’emigrazione dei minatori e la mano d’opera non potrebbe più calare».

Ad Avella, nella miniera ci lavorano altro che spagnoli e italiani.
La sera arrivano dal lavoro con i berretti duri e lucidi e in cima c’è la lampadina elettrica.
A vederli mi parve che dalla stanchezza non ce la facessero più nemmeno a portare il pentolino da mangiare. Gli cascavano le braccia.
«Ah, sei arrivato?» mi dissero.
S’andarono a lavare il viso, il petto, le spalle e gli occhi gli rimasero cerchiati di nero come se quel bianco tanto fosse provvisorio.
Restai per pochi giorni in una casa.
La sera Mirra era ubriaco e si sdraiava sul letto per vomitare e diceva: «La miniera... la miniera...» Fioretta l’asciugava con pazienza.
Gli altri parlavano di un minatore che era morto e che c’era il funerale il giorno dopo e Mirra voleva dire che aveva capito.
«Poi quando ci mandano via dal campo, ci rimane lui... Dov’è tuo padre?... Se tu sapessi la miniera...»
Dopo la Pennsylvania entrai nel Michigan e arrivai a Detroit.

 

 

 

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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