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aprile - maggio 2012
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L'intervento |
| Così in bella vista
da diventare invisibili di Dario Banfi |
| L'esclusione
del lavoro professionale autonomo dalle politiche di welfare tra crisi
e riforme mancate |
|
Stiamo vivendo in Italia la crisi più profonda che il mercato del lavoro abbia maturato nell’ultimo dopoguerra. Nelle dieci fasi di recessione che dal 1948 al 2007 hanno investito l’economia occidentale, soltanto la più recente ha visto 24 mesi ininterrotti di riduzione dei posti di lavoro. E ancora non si vede un’inversione di rotta. Il livello dell’occupazione ha fatto un passo indietro di sei anni. Le richiese di sussidi e il ricorso alla cassa integrazione sono schizzati alle stelle, aumentando oltre il 500% anno su anno. Includendo chi è in cassa integrazione e potrebbe finire presto in mobilità, Cgil ha calcolato la disoccupazione reale in Italia intorno al 12%. Economisti, governo e parti sociali sono comunque concordi: il sistema di welfare tiene. Ma che cosa significa con precisione? Quali lavoratori vivono oggi una crisi ‘morbida’ e chi ha veramente subito la recessione? Le risorse pubbliche previste per fronteggiare la crisi occupazionale ammontano a 13 miliardi di euro in gran parte, però, in carico alle regioni che per fare cassa hanno stornato ampie quote di risorse destinate alla formazione e provenienti dal Fondo sociale europeo. Sono somme ingenti, cifre monstre, amministrate nel delicato risiko della crisi direttamente da governo, amministrazioni locali e sindacati, attori che giocano così un ruolo di primo piano in una partita politica e d’immagine senza precedenti, che consente di salvare posti di lavoro, aziende e famiglie dalla bancarotta. Quale potere più grande è concesso oggi a chi interviene nelle politiche attive per il lavoro? E i beneficiari di questa pioggia di euro chi sono?
Principalmente lavoratori dipendenti di grandi imprese e (con deroga,
finora biennale) di piccole società. Ovvero chi presta servizio
là dove il licenziamento è un iter complesso. I riflettori
sono puntati lì, ma mentre impiegati e operai occupano imprese,
bloccano cancelli, manifestano sul tetto degli stabilimenti, una platea
di lavoratori atipici, consulenti con partita iva, collaboratori e,
in molti casi, anche liberi professionisti sono costretti ad approntare
in silenzio atterraggi di fortuna. Sono soli, senza nessun supporto
o protezione sociale, visto che il nostro welfare non prevede alcun
ammortizzatore: la perdita secca di reddito può essere maturata
immediatamente e senza preavviso. Questo discrimine si sta delineando attraverso una delicatissima battaglia politica e sociale che negli anni ha visto una revisione profonda di molti istituti legislativi e contrattuali, diritti e politiche di welfare anche locali e comincia a radicarsi nel tessuto sociale grazie a dinamiche di polarizzazione interna al mercato del lavoro che pone tra gli outsider principalmente le donne, i giovani e giovanissimi (in particolare i laureati), i lavoratori autonomi di seconda generazione e tutti i nuovi disoccupati. La dialettica viene letta in due modi: come una sfida collettiva da giocare in supporto a gruppi sociali posti in una condizione forzata ‘di ritardo’ rispetto a una piena valorizzazione del loro potenziale – un esempio di questo approccio è contenuto in La sfida degli outsider di Angela Padrone (Marsilio, 2009) – oppure, più propriamente, come dinamica che contrappone condizioni lavorative oggettivamente differenti, le cui opportunità sono circoscritte da limiti legislativi, fiscali e contributivi. Perché accade questo? La decostruzione e frammentazione del mercato del lavoro operate sia dalla destra sia dalla sinistra italiane negli ultimi 20 anni – maturate con la legge Treu e la riforma Dini fino alla revisione dei contratti a termine, passando dalla legge Biagi – hanno inseguito la falsa illusione di poter rendere tipiche o ‘aggiustare’ le forme di lavoro ancora sfuggenti o grigie, se non addirittura confinate nel sommerso, rispondendo al contempo alle necessità delle imprese di disporre di formule flessibili di lavoro (rispetto ai contratti a tempo indeterminato) per affrontare la discontinuità della domanda. Ciò che è avvenuto in realtà è stata una progressiva riduzione delle tutele tipiche del lavoro dipendente e la conseguente lotta sociale e sindacale per vedere riconosciuto al nuovo qualcosa di vecchio e garantire uguale sicurezza nella flessibilità (flexecurity). In questo percorso tuttora aperto, e battuto implicitamente da ogni schieramento politico senza soluzione di continuità, c’è però un convitato di pietra, una pressante domanda alla quale nessuna parte sociale – governo, sindacati e mondo dell’imprenditoria – intende rispondere. È il nodo del lavoro professionale autonomo, una questione tralasciata, che pone l’attuale dialettica flessibilità/precarietà fuori asse e ne scardina le ipocrisie di fondo. Rappresentato dal cosiddetto popolo delle partite iva, fa oggi emergere criticità e contraddizioni, ponendo in primo piano la necessità di ripensare i sistemi di welfare secondo logiche universalistiche, magari associate a diritti forti di cittadinanza, come per altro avviene già in gran parte d’Europa. Questo darebbe vita a meccanismi di reale mobilità, garantendo protezione ed equità nei confronti di ogni lavoratore, in maniera indipendente dal tipo di relazione che costruisce con i suoi committenti. Oggi, però, tutto ciò non soltanto
non accade, ma non sarebbe neppure possibile. Ecco perché.
Rinunciando a un’analisi granulare, si può immaginare
il sistema italiano suddiviso in tre categorie di lavoratori: i dipendenti
a tempo indeterminato, quelli a termine e il mondo del lavoro autonomo. Con che cosa sono stati sostituiti? La diffusa ed errata considerazione che un contratto a progetto sia una forma depotenziata di rapporto di lavoro subordinato piuttosto che – come in realtà è da un punto di vista del diritto del lavoro – un contratto di lavoro autonomo, dimostra alcune evidenze: 1) il cardine delle riforme, ovvero la legge Biagi, e il suo cuore più vivo (un articolato scritto per mano dello stesso Marco Biagi), ovvero la revisione delle relazioni di lavoro centrate su progetti a termine, è stato normato correttamente (la legge obbliga infatti all’assunzione a tempo indeterminato qualora non siano rispettate le indicazioni sui contratti a progetto), ma non ha saputo tracciare discontinuità col passato, mantenendo per i contratti a progetto l’ambigua valenza di rapporti che vincolano imprenditori e pseudo-dipendenti; 2) l’emancipazione e la piena consapevolezza di poter operare in autonomia non è di conseguenza mai avvenuta a partire da processi interni di riforma del lavoro salariato. In definitiva, i pregiudizi sulle collaborazioni
intese come relazioni di dipendenza sopravvivono nei fatti. Neppure
il tentativo di condonare queste irregolarità, come ha cercato
di fare il precedente esecutivo di centrosinistra, è servito
a molto. Le imprese continuano ad avere interesse a impiegare risorse
qualificate su progetti interni come se fossero propri dipendenti,
ma pagandoli meno. In Italia le analisi di Federico Butera e Angelo
Deiana sul capitalismo intellettuale e il knowledge working
e ancora di più gli studi di Aldo Bonomi – che chiama
questi lavoratori ‘capitalisti molecolari’ – e soprattutto
di Sergio Bologna (Ceti medi senza futuro?, Derive Approdi,
2007, e Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del
postfordismo in Italia, Feltrinelli, 1997), che ha colto in pieno
le trasformazioni della società post-fordista, hanno abbondantemente
descritto questo popolo, nato in seno al terziario avanzato, ponendolo
correttamente nella ‘seconda generazione’ di partite iva,
dopo artigiani e commercianti. Si tratta di figure che lavorano con
la conoscenza (knowledge worker) e all’interno di relazioni
d’impiego che non sono più quelle del lavoro salariato
e nemmeno del titolare d’impresa. Come segno distintivo il lavoratore autonomo – scrive Sergio Bevilacqua nel saggio Il popolo delle partite iva (Sinistra senza sinistra, Feltrinelli, 2008) – “si assume uno scambio che il dipendente non intende assumersi: garantisce flessibilità socialmente ed economicamente utile in cambio di autonomia. La pesantezza dell’onere che il professionista paga per la propria autonomia è in grado di scoraggiare la maggior parte della popolazione attiva sul mercato del lavoro”. Di quale impegno si tratta? Principalmente quello di operare da soli sul mercato, senza tempi certi di impiego o di pagamento, dovendo amministrare ogni attività: una fiscalità per nulla immediata, la ricerca di clienti, la promozione di se stessi, la formulazione di offerte, investimenti negli strumenti adeguati e soprattutto una formazione continua che pone la propria conoscenza ai livelli più alti richiesti dai committenti. Avere una partita iva oggi equivale a porsi in termini
forti sul mercato come lavoratori autonomi ed esercitare attività
senza una rappresentanza riconosciuta, coperture dei sistemi di welfare
e servizi. La stessa relazione di prestazione d’opera esclude
(tranne in rari casi) trattamenti di fine rapporto, bonus o incentivi.
Un lavoratore con partita iva è poi di fatto fiscalmente equiparato
a un’impresa, per esempio nell’obbligo del pagamento dell’irap,
ma non ha le medesime possibilità legate a detrazioni e oneri
deducibili. Ha una posizione ibrida che non concede chance per ottenere
crediti formativi, assegnati solitamente ai lavoratori in difficoltà,
né di partecipare a bandi di finanziamento riservati, al contrario,
alle imprese. Una reale ristrutturazione su base universalistica
delle norme sugli ammortizzatori sociali avrebbe dovuto essere condotta
in parallelo alla scrittura della legge Biagi. L’iter fu svincolato
dalla stessa con il disegno di legge 848-bis, ma non venne mai portata
a termine. Si è proceduto così a flessibilizzare il
mercato dimenticando la revisione degli istituti di protezione sociale.
Una dimenticanza? O piuttosto il disegno politico di mantenere inalterato
quel monolite granitico italiano che consente a governo e sindacati
di spartirsi i miliardi di euro ogni anno stanziati per fronteggiare
le crisi aziendali? In quale misura si giocano calcolo e incapacità
di innovare? La stessa filosofia ha guidato per anni la riforma
del sistema previdenziale. In questo caso, però, la contraddizione
è esplosa, maturando nei confronti degli autonomi tutti i segni
del danno, se non addirittura della beffa. Per capire facciamo un
passo indietro. “Queste oggi sono la categoria in Italia con
il maggiore carico contributivo a proprie spese, più di quanto
avvenga nelle imprese”, spiega Anna Soru, presidente di Acta,
Associazione consulenti del terziario avanzato. E che cosa ricevono
in cambio dall’Inps? Poco o nulla. Esistono meccanismi di tutela
della maternità, ma molto farraginosi; i congedi parentali
sono soltanto per le donne con co.co.pro; non sono previsti i sussidi
di disoccupazione, come già detto, e la malattia domiciliare
è pagata soltanto ai collaboratori a progetto 19,11 euro al
giorno, ma per averli devono fare salti mortali contro la burocrazia.
E mentre per il lavoro dipendente parte del tfr può essere
convertito in un piano privato di previdenza (il cosiddetto ‘secondo
pilastro’), alle partite iva manca uno spazio per la previdenza
privata. Per questo devono provvedere ad accantonamenti che li proteggano
nelle situazioni di disoccupazione, ma è un obiettivo pressoché
impossibile. Con il Protocollo sul welfare, firmato tra l’altro
da tutti i sindacati, finalizzato all’abolizione del cosiddetto
‘scalone’ si è infine giunti al paradosso: gran
parte dei 10 miliardi di euro utili all’operazione sono stati
pagati con l’innalzamento dei contributi per parasubordinati
e autonomi! In barba al principio della separazione delle Casse di
previdenza sancito dalla legge abbiamo assistito a uno storico travaso
di risorse: soldi chiesti agli outsider per pagare la quiescenza di
lavoratori dipendenti. In cambio di quale miglioramento delle coperture
per l’assistenza individuale? Nessuna. Il mercato unico del lavoro, supportato da un sistema
di welfare forte, che non sia centrato unicamente sulla spesa pensionistica
e favorisca unicamente il lavoratore dipendente a tempo indeterminato,
ma su tutele legate alla cittadinanza o perlomeno estese agli outsider,
è di conseguenza ancora lontano a venire. Altri attori in campo oggi sono sindacati e parti
sociali: con attenzione tardiva hanno iniziato a costituire costole
delle proprie organizzazioni dedicate al lavoro professionale. Cgil,
Cisl e Cna propongono elementari servizi di assistenza e hanno formulato,
in alcuni casi, proposte più generali di revisione sotto il
profilo legislativo e normativo. Più democratico, invece, è il lavoro
portato avanti già da sei anni da Acta – che oggi conta
oltre 1.000 iscritti e rappresenta un mondo di 1,5 milioni di autonomi.
Ispirata dallo stesso Sergio Bologna, e fondata da un folto numero
di professionisti, è indipendente dai sistemi della politica
e si propone “di colmare un vuoto nel sistema di rappresentanza
del mondo del lavoro”. “Le nostre proposte – si
legge tra i suoi obiettivi – non rientrano in una logica corporativa,
ma sono principalmente richieste di equità, di riforme che
mirino all’eliminazione di discriminazioni o all’estensione
di diritti che dovrebbero essere universali”.
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