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dicembre 2011- gennaio 2012
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Dura lex... |
| La vocazione finanziaria
del Vaticano di Erika Gramaglia |
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I Patti
lateranensi, il Concordato, l'8 per mille e la finanza d'Oltretevere |
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Ogni primavera è
tempo di fiori e di dichiarazione dei redditi. È il periodo
in cui si apre la caccia all’otto per mille, dalla quale sempre
esce vincitrice incontrastata la Chiesa cattolica. Volti alla definizione della questione romana, essi
si componevano di due provvedimenti distinti: il trattato, che riconosceva
l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava
lo Stato della città del Vaticano, e il concordato, volto a
regolare le relazioni civili e religiose tra Chiesa e Stato italiano.
Il trattato riconosceva al papa la medesima dignità attribuita
ai capi di Stato stranieri e dava ai Patti lateranensi la stessa valenza
giuridica dei trattati internazionali tra Stati sovrani. Da questa
valenza sui generis, compresa dalla Corte costituzionale tra le fonti
atipiche dell’ordinamento, deriva la facoltà di mantenere
un corpo privato di sicurezza al servizio della Curia – le guardie
svizzere – e soprattutto l’extraterritorialità
della Città del Vaticano e l’inefficacia della legislazione
italiana sul suo territorio, nonché la conseguente possibilità
di emettere leggi aventi validità sul suolo vaticano. Prerogativa
di cui lo Stato pontificio si è servito molte volte nel corso
del tempo, fino a formare un proprio autonomo quadro normativo. Se la scelta mussoliniana di attribuire alla Chiesa cattolica una posizione privilegiata quale interlocutore interno allo Stato è facilmente comprensibile alla luce degli obiettivi politici del regime, meno chiara risulta essere quella della Costituente all’indomani della Liberazione; a meno di non considerare l’enorme peso politico raggiunto dalla Chiesa cattolica e il Partito popolare come rappresentante dei suoi interessi in seno alle istituzioni. L’articolo 7 della Costituzione – approvato anche con il voto del Pci – se da una parte definisce lo Stato italiano e la Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, affermando implicitamente la laicità del primo, riconosce e legittima i Patti lateranensi quale fonte normativa volta alla regolamentazione dei reciproci rapporti, confermando di conseguenza gli equilibri posti dal regime fascista e le garanzie attribuite da esso alla Curia. Se è pur vero che l’articolo 8 introduce la libertà di culto, stabilendo che tutte le confessioni religiose sono libere di fronte alla legge, si trattava nella realtà dei fatti di una libertà puramente teorica, dal momento che la religione cattolica si configurava de facto religione di Stato; non solo perché materia scolastica obbligatoria nella scuola pubblica, ma soprattutto perché godeva di quei contributi statali, negati alle altre confessioni, che ne garantivano la prosperità. Occorre attendere il Concordato del 1984 per vedere
introdotte quelle modifiche ai Patti lateranensi volte a uniformare
il trattamento delle istituzioni cattoliche alle altre confessioni
religiose, che già avevano fatto la loro comparsa in Italia.
Con l’abrogazione dell’obbligo di insegnamento della religione
cattolica nelle scuole pubbliche, e la conseguente affermazione della
laicità dello Stato, si tentò di dare piena attuazione
al principio, affermato dall’articolo 8, del pluralismo confessionale.
Fu inoltre abrogato l’istituto della congrua e introdotto un
sistema di finanziamento aperto a più confessioni religiose:
l’otto per mille, appunto. È interessante a tal proposito analizzare il meccanismo introdotto dalla legge 222 del 1985, che ha attuato le modifiche al Concordato del 1984, firmato dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli quale rappresentante della Santa Sede. L’articolo 47 sostituisce alla somma fissa attribuita annualmente e finalizzata al mantenimento del clero – la congrua – un sistema dinamico di finanziamento legato al gettito fiscale delle persone fisiche; l’Irpef, per intenderci. La norma stabilisce che, a decorrere dall’anno finanziario 1990, una quota pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, è destinata in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica (attribuzione successivamente estesa ad altre congregazioni religiose, attraverso le intese sottoscritte dallo Stato italiano con i relativi rappresentanti). In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti – e qui sta il trucco – la destinazione dell’otto per mille viene stabilita in proporzione alle scelte espresse. In tal modo la Chiesa cattolica, che vanta il 36 per cento delle scelte espresse, attraverso il ricalcolo della quota inespressa riesce ad acquisire oltre il doppio di quanto direttamente attribuitole. A questa schiacciante maggioranza concorrono vari
fattori, soprattutto storici e culturali, ma determinante è
anche la considerevole capacità di fuoco mediatico, grazie
agli spazi privilegiati di cui gode sui canali della televisione pubblica
e privata – spazi negati alle altre congregazioni – e
alle cospicue risorse economiche, con le quali commissiona campagne
pubblicitarie da milioni di euro alla multinazionale Saatchi &
Saatchi, con tanto di colonna sonora firmata Ennio Morricone. Non
ultimo, tra i fattori determinanti, la scarsa quota di coloro che
espressamente compiono una scelta, dovuta al fatto che una buona parte
dei contribuenti è esentata dal produrre la dichiarazione annuale,
come i lavoratori dipendenti e i pensionati che non possiedono altri
redditi. Dalla sua entrata in vigore l’investimento, numeri alla mano, ha registrato una crescita costante del rendimento: il dato iniziale pari a 398 milioni di euro del 1990 ha raggiunto quota 991 milioni nel 2007. Un miracolo finanziario, come pochi se ne vedono in questo periodo di crisi globale, frutto dell’inventiva di un uomo ora ben più famoso rispetto a quando, nel 1985, in veste di consulente del governo Craxi, concepiva il meccanismo dell’otto per mille: l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Un miracolo che andava a sanare la situazione disastrosa delle finanze vaticane, trascinate nello scandalo del fallimento del Banco Ambrosiano di Calvi nel 1982, e salvate dalla bancarotta proprio dal sistema introdotto da Craxi con l’obiettivo di ottenere l’appoggio politico della Curia. L’otto per mille è certamente l’aspetto
più manifesto dell’erario vaticano, ma non rappresenta
l’unico mezzo di sostentamento riservato alla Chiesa cattolica;
altri finanziamenti più o meno diretti la supportano, dai quali
sono escluse le altre congregazioni religiose. Risultati di un indirizzo
politico comune a prima e seconda Repubblica. Il 2005 è stato un anno d’oro, a partire
dal milione di euro destinato dalla legge finanziaria 2004 per il
potenziamento e l’aggiornamento tecnologico del settore radiofonico,
finanziamento di cui hanno potuto godere solo due emittenti, radio
Maria e radio Padania libera, curiosamente unici soggetti rispondenti
alle caratteristiche richieste dal comma 190, e cioè “emittenti
radiofoniche nazionali a carattere comunitario”; la stessa finanziaria
ha esteso l’esenzione dall’Ici agli immobili di proprietà
di enti ecclesiastici adibiti a uso commerciale – e dunque non
luoghi di culto, da sempre esentati dal pagamento dell’imposta.
Tale esclusione relativa a beni destinati a un uso commerciale, e
pertanto rientranti nel capitale di imprese private a scopo di lucro,
è contraria a ben due sentenze della Corte costituzionale,
che nel 2004 stabilì che, ai fini tributari, “le norme
applicabili rimangono quelle previste per le attività commerciali”. Tuttavia, per comprendere a pieno la potenza finanziaria
della Chiesa cattolica non si può dimenticare la particolare
posizione politica di questo fazzoletto di terra: 44 ettari romani,
poco più di un francobollo sulla carta che sono sede del più
piccolo Stato indipendente del mondo. In quanto tale, la Città
del Vaticano è dotata di organi legislativi, esecutivi e giudiziari,
nonché di una struttura finanziaria composta da due organismi:
l’Apsa e lo Ior. Lo Ior è caratterizzato da una scarsa trasparenza
e da un’emancipazione pressoché assoluta dai consueti
circuiti internazionali del credito. Ha una sola sede, collocata nel
torrione di Niccolò V, addossato al palazzo di Sisto V, residenza
del pontefice. Ai suoi servizi possono accedere i dipendenti vaticani,
i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e una ristretta cerchia
di benefattori. Le transazioni avvengono per mezzo di contanti o di
oro; la banca non emette assegni e non aderisce alle norme antiriciclaggio
sulla trasparenza dei conti. Inoltre la sua attività è
coperta dalla politica vaticana, che ha sempre rigettato le rogatorie
internazionali volte all’acquisizione di documenti comprovanti
i movimenti bancari da essa compiuti in nome di soggetti coinvolti
in inchieste giudiziarie sul territorio italiano (e non solo). Lo
Ior garantisce rendimenti altissimi ai propri clienti, nell’ordine
del 12%, e possiede cospicui investimenti in titoli di Stato Usa:
273 milioni di euro, come evidenziato nel 2002 dal dipartimento del
Tesoro americano. Attenendosi alle vicende processuali degli ultimi
anni non sembra però che il lupo abbia perso il vizio. Nel
2007 Giampiero Fiorani, uno dei ‘furbetti del quartierino’,
rivela ai magistrati titolari dell’inchiesta relativa alle scalate
bancarie del 2005 di aver versato 15 milioni di euro su un conto estero
riconducibile al Vaticano, nell’ambito dell’acquisizione
della Cassa lombarda a opera della Banca popolare di Lodi avvenuta
nella metà degli anni Novanta; Cassa lombarda di cui l’Apsa
deteneva una quota. Un ramo di inchiesta successivamente abbandonato
dagli inquirenti, scoraggiati dalla oggettiva impossibilità
di acquisire materiale probatorio, dato il perenne rifiuto da parte
dello Stato vaticano di accogliere le rogatorie internazionali presentate
dai tribunali italiani. Insomma, il potere della Chiesa cattolica sembra
assoluto. Protetta dallo status privilegiato riconosciutole dall’ordinamento
italiano, caratterizzata da scarsa trasparenza nelle proprie attività
finanziarie, la Città del Vaticano ha tutte le caratteristiche
attribuibili ai paesi off-shore, quei paradisi fiscali che tutti immaginiamo
rigogliosi di palmizi tropicali, con la differenza di trovarsi nel
mezzo dell’Europa; in grado di occultare grandi capitali, ma
soprattutto di investirli senza nessun controllo da parte delle istituzioni
internazionali di vigilanza.
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Cracco, Paginauno n. 15/2009 La
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Walter G. Pozzi
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