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La vocazione finanziaria del Vaticano
di Erika Gramaglia
I Patti lateranensi, il Concordato, l'8 per mille e la finanza d'Oltretevere

Ogni primavera è tempo di fiori e di dichiarazione dei redditi. È il periodo in cui si apre la caccia all’otto per mille, dalla quale sempre esce vincitrice incontrastata la Chiesa cattolica.
L’otto per mille rappresenta l’aspetto economico di un sistema normativo più vasto, volto a regolare la complessa materia dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa romana. Questione sorta nel 1870, con l’annessione di Roma al Regno d’Italia la quale, dicono i libri di storia, pose termine al dominio temporale della Chiesa. Per sanare la rottura con il papato, il Parlamento italiano approvò quello stesso anno la legge delle Guarentigie, che pur attribuendo al papa prerogative di sovrano e ai palazzi vaticani l’extraterritorialità, non venne mai riconosciuta dalla Santa Sede, che non accettava il ridimensionamento delle proprie competenze politiche. Fu solo nel 1929, con la stipula dei Patti lateranensi, che la questione ebbe una soluzione condivisa da entrambe le parti.

Volti alla definizione della questione romana, essi si componevano di due provvedimenti distinti: il trattato, che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della città del Vaticano, e il concordato, volto a regolare le relazioni civili e religiose tra Chiesa e Stato italiano. Il trattato riconosceva al papa la medesima dignità attribuita ai capi di Stato stranieri e dava ai Patti lateranensi la stessa valenza giuridica dei trattati internazionali tra Stati sovrani. Da questa valenza sui generis, compresa dalla Corte costituzionale tra le fonti atipiche dell’ordinamento, deriva la facoltà di mantenere un corpo privato di sicurezza al servizio della Curia – le guardie svizzere – e soprattutto l’extraterritorialità della Città del Vaticano e l’inefficacia della legislazione italiana sul suo territorio, nonché la conseguente possibilità di emettere leggi aventi validità sul suolo vaticano. Prerogativa di cui lo Stato pontificio si è servito molte volte nel corso del tempo, fino a formare un proprio autonomo quadro normativo.
Con i Patti lateranensi la religione cattolica assurgeva a religione di Stato, il cui sostentamento spettava alla collettività; obbligo adempiuto attraverso l’istituto della congrua, un assegno mensile versato ai parroci per il mantenimento della parrocchia. La convenzione finanziaria prevedeva inoltre un cospicuo risarcimento per i danni subiti dal pontefice a seguito delle espropriazioni territoriali, che consisteva nel versamento nelle casse vaticane della cifra non indifferente di un miliardo e settecentocinquanta milioni di lire, tra denaro liquido e titoli di Stato a breve termine, il tutto esente da imposta.

Se la scelta mussoliniana di attribuire alla Chiesa cattolica una posizione privilegiata quale interlocutore interno allo Stato è facilmente comprensibile alla luce degli obiettivi politici del regime, meno chiara risulta essere quella della Costituente all’indomani della Liberazione; a meno di non considerare l’enorme peso politico raggiunto dalla Chiesa cattolica e il Partito popolare come rappresentante dei suoi interessi in seno alle istituzioni. L’articolo 7 della Costituzione – approvato anche con il voto del Pci – se da una parte definisce lo Stato italiano e la Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, affermando implicitamente la laicità del primo, riconosce e legittima i Patti lateranensi quale fonte normativa volta alla regolamentazione dei reciproci rapporti, confermando di conseguenza gli equilibri posti dal regime fascista e le garanzie attribuite da esso alla Curia. Se è pur vero che l’articolo 8 introduce la libertà di culto, stabilendo che tutte le confessioni religiose sono libere di fronte alla legge, si trattava nella realtà dei fatti di una libertà puramente teorica, dal momento che la religione cattolica si configurava de facto religione di Stato; non solo perché materia scolastica obbligatoria nella scuola pubblica, ma soprattutto perché godeva di quei contributi statali, negati alle altre confessioni, che ne garantivano la prosperità.

Occorre attendere il Concordato del 1984 per vedere introdotte quelle modifiche ai Patti lateranensi volte a uniformare il trattamento delle istituzioni cattoliche alle altre confessioni religiose, che già avevano fatto la loro comparsa in Italia. Con l’abrogazione dell’obbligo di insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, e la conseguente affermazione della laicità dello Stato, si tentò di dare piena attuazione al principio, affermato dall’articolo 8, del pluralismo confessionale. Fu inoltre abrogato l’istituto della congrua e introdotto un sistema di finanziamento aperto a più confessioni religiose: l’otto per mille, appunto.
Secondo gli ultimi dati resi disponibili dal ministero delle Finanze, la Chiesa cattolica incassa l’87 per cento del gettito derivante dall’otto per mille, 782 milioni di euro su 897. Eppure solo il 39 per cento del gettito viene attribuito per scelta espressa dai contribuenti.

È interessante a tal proposito analizzare il meccanismo introdotto dalla legge 222 del 1985, che ha attuato le modifiche al Concordato del 1984, firmato dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli quale rappresentante della Santa Sede. L’articolo 47 sostituisce alla somma fissa attribuita annualmente e finalizzata al mantenimento del clero – la congrua – un sistema dinamico di finanziamento legato al gettito fiscale delle persone fisiche; l’Irpef, per intenderci. La norma stabilisce che, a decorrere dall’anno finanziario 1990, una quota pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, è destinata in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica (attribuzione successivamente estesa ad altre congregazioni religiose, attraverso le intese sottoscritte dallo Stato italiano con i relativi rappresentanti). In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti – e qui sta il trucco – la destinazione dell’otto per mille viene stabilita in proporzione alle scelte espresse. In tal modo la Chiesa cattolica, che vanta il 36 per cento delle scelte espresse, attraverso il ricalcolo della quota inespressa riesce ad acquisire oltre il doppio di quanto direttamente attribuitole.

A questa schiacciante maggioranza concorrono vari fattori, soprattutto storici e culturali, ma determinante è anche la considerevole capacità di fuoco mediatico, grazie agli spazi privilegiati di cui gode sui canali della televisione pubblica e privata – spazi negati alle altre congregazioni – e alle cospicue risorse economiche, con le quali commissiona campagne pubblicitarie da milioni di euro alla multinazionale Saatchi & Saatchi, con tanto di colonna sonora firmata Ennio Morricone. Non ultimo, tra i fattori determinanti, la scarsa quota di coloro che espressamente compiono una scelta, dovuta al fatto che una buona parte dei contribuenti è esentata dal produrre la dichiarazione annuale, come i lavoratori dipendenti e i pensionati che non possiedono altri redditi.
In questo quadro, la posizione dominante della Chiesa romana è ulteriormente rafforzata dal carattere dinamico dell’otto per mille, legato come dicevamo al gettito fiscale, e di conseguenza al Pil. In un ottica di finanza creativa, potremmo immaginare l’otto per mille come un prodotto derivato, indicizzato alla performance dell’economia italiana e alle fluttuazioni delle percentuali di imposta per fascia di reddito.

Dalla sua entrata in vigore l’investimento, numeri alla mano, ha registrato una crescita costante del rendimento: il dato iniziale pari a 398 milioni di euro del 1990 ha raggiunto quota 991 milioni nel 2007. Un miracolo finanziario, come pochi se ne vedono in questo periodo di crisi globale, frutto dell’inventiva di un uomo ora ben più famoso rispetto a quando, nel 1985, in veste di consulente del governo Craxi, concepiva il meccanismo dell’otto per mille: l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Un miracolo che andava a sanare la situazione disastrosa delle finanze vaticane, trascinate nello scandalo del fallimento del Banco Ambrosiano di Calvi nel 1982, e salvate dalla bancarotta proprio dal sistema introdotto da Craxi con l’obiettivo di ottenere l’appoggio politico della Curia.

L’otto per mille è certamente l’aspetto più manifesto dell’erario vaticano, ma non rappresenta l’unico mezzo di sostentamento riservato alla Chiesa cattolica; altri finanziamenti più o meno diretti la supportano, dai quali sono escluse le altre congregazioni religiose. Risultati di un indirizzo politico comune a prima e seconda Repubblica.
La capacità della Chiesa cattolica di trascinare le masse, attraverso l’imposizione culturale di una morale a proprio uso e consumo, deriva dal millenario esercizio di un potere temporale ammantato di ideali ultraterreni; un potere dormiente, storicamente radicato nel territorio italiano, ancora capace di mobilitare folle di fedeli della domenica in nome di obiettivi che spesso hanno poco di trascendente. Palazzo Chigi, chiunque ne sia l’occupante, non può che tenersi caro un simile centro di potere. Ne sono prova tutti i provvedimenti che anche in tempi recenti hanno dirottato denaro pubblico verso le istituzioni ecclesiastiche.

Il 2005 è stato un anno d’oro, a partire dal milione di euro destinato dalla legge finanziaria 2004 per il potenziamento e l’aggiornamento tecnologico del settore radiofonico, finanziamento di cui hanno potuto godere solo due emittenti, radio Maria e radio Padania libera, curiosamente unici soggetti rispondenti alle caratteristiche richieste dal comma 190, e cioè “emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario”; la stessa finanziaria ha esteso l’esenzione dall’Ici agli immobili di proprietà di enti ecclesiastici adibiti a uso commerciale – e dunque non luoghi di culto, da sempre esentati dal pagamento dell’imposta. Tale esclusione relativa a beni destinati a un uso commerciale, e pertanto rientranti nel capitale di imprese private a scopo di lucro, è contraria a ben due sentenze della Corte costituzionale, che nel 2004 stabilì che, ai fini tributari, “le norme applicabili rimangono quelle previste per le attività commerciali”.
La norma inoltre presenta problematiche di legittimità anche dal punto di vista del diritto canonico, poiché modifica unilateralmente il regime tributario stabilito dal Concordato, mentre sia quest’ultimo che l’articolo 7 della Costituzione stabiliscono che i rapporti tra Stato e Chiesa possono essere modificati solo con il reciproco accordo o con procedimento di revisione costituzionale.

Tuttavia, per comprendere a pieno la potenza finanziaria della Chiesa cattolica non si può dimenticare la particolare posizione politica di questo fazzoletto di terra: 44 ettari romani, poco più di un francobollo sulla carta che sono sede del più piccolo Stato indipendente del mondo. In quanto tale, la Città del Vaticano è dotata di organi legislativi, esecutivi e giudiziari, nonché di una struttura finanziaria composta da due organismi: l’Apsa e lo Ior.
L’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) gestisce e controlla il bilancio degli investimenti, mobili e immobili, delle rendite e delle rimesse delle diocesi sparse nel mondo. È a essa demandato il controllo dei bilanci dello Ior (Istituto per le opere religiose), meglio conosciuto come Banca vaticana. Un istituto bancario sui generis, a partire dalla sua costituzione. Pur essendo già formalmente parte della struttura amministrativa della Chiesa cattolica fin dal XIX secolo, esso assume un ruolo di rilievo solo nel 1929 quando, in conseguenza dei Patti lateranensi, si trova ad amministrare il patrimonio di un miliardo e settecentocinquanta milioni di lire versato dallo Stato italiano. Nel 1942 papa Pio XII lo trasforma in una banca a scopo di lucro.

Lo Ior è caratterizzato da una scarsa trasparenza e da un’emancipazione pressoché assoluta dai consueti circuiti internazionali del credito. Ha una sola sede, collocata nel torrione di Niccolò V, addossato al palazzo di Sisto V, residenza del pontefice. Ai suoi servizi possono accedere i dipendenti vaticani, i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e una ristretta cerchia di benefattori. Le transazioni avvengono per mezzo di contanti o di oro; la banca non emette assegni e non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Inoltre la sua attività è coperta dalla politica vaticana, che ha sempre rigettato le rogatorie internazionali volte all’acquisizione di documenti comprovanti i movimenti bancari da essa compiuti in nome di soggetti coinvolti in inchieste giudiziarie sul territorio italiano (e non solo). Lo Ior garantisce rendimenti altissimi ai propri clienti, nell’ordine del 12%, e possiede cospicui investimenti in titoli di Stato Usa: 273 milioni di euro, come evidenziato nel 2002 dal dipartimento del Tesoro americano.
Per le sue peculiarità, legate al particolare status giuridico della Città del Vaticano, lo Ior si presta a essere un perfetto veicolo di attività illegali quali il riciclaggio di denaro e l’occultamento a fini fiscali di grandi patrimoni. E, in effetti, la sua storia è costellata da episodi perlomeno sospetti – alcuni dei quali giuridicamente comprovati – a partire dal coinvolgimento nel crack del Banco Ambrosiano del 1982. Vicenda che ha svelato i collegamenti tra esponenti del Vaticano, uno per tutti monsignor Marcinkus e il circolo di potere legato alla Loggia P2 del Gran maestro Licio Gelli, e che ha trascinato l’istituto e le sue attività sotterranee sulle pagine dei giornali regalandogli una notorietà tanto sgradita quanto indesiderata. E non sembra un caso che all’indomani dello scandalo, la politica sia accorsa in aiuto delle dissestate finanze vaticane con la revisione concordataria del 1984.

Attenendosi alle vicende processuali degli ultimi anni non sembra però che il lupo abbia perso il vizio. Nel 2007 Giampiero Fiorani, uno dei ‘furbetti del quartierino’, rivela ai magistrati titolari dell’inchiesta relativa alle scalate bancarie del 2005 di aver versato 15 milioni di euro su un conto estero riconducibile al Vaticano, nell’ambito dell’acquisizione della Cassa lombarda a opera della Banca popolare di Lodi avvenuta nella metà degli anni Novanta; Cassa lombarda di cui l’Apsa deteneva una quota. Un ramo di inchiesta successivamente abbandonato dagli inquirenti, scoraggiati dalla oggettiva impossibilità di acquisire materiale probatorio, dato il perenne rifiuto da parte dello Stato vaticano di accogliere le rogatorie internazionali presentate dai tribunali italiani.
A questo quadro, già preoccupante di per sé, si aggiunga che dal 1998 l’Apsa, in quanto banca centrale della Città del Vaticano, ha ottenuto dall’Unione europea l’autorizzazione a coniare moneta: 670mila euro l’anno, a cui si sommano altri 201mila in occasione di concili ecumenici e anni santi.

Insomma, il potere della Chiesa cattolica sembra assoluto. Protetta dallo status privilegiato riconosciutole dall’ordinamento italiano, caratterizzata da scarsa trasparenza nelle proprie attività finanziarie, la Città del Vaticano ha tutte le caratteristiche attribuibili ai paesi off-shore, quei paradisi fiscali che tutti immaginiamo rigogliosi di palmizi tropicali, con la differenza di trovarsi nel mezzo dell’Europa; in grado di occultare grandi capitali, ma soprattutto di investirli senza nessun controllo da parte delle istituzioni internazionali di vigilanza.
In questo panorama, il gettito dell’otto per mille è poca cosa: rappresenta la punta di un iceberg di cui è difficile valutare le dimensioni reali. Il papato, l’ultima monarchia elettiva assoluta sopravvissuta all’interno della vecchia Europa, con i suoi segreti e la scarsità di informazioni che la contraddistinguono, ricorda paradossalmente la descrizione di Lucifero a opera di Dante, nel XXXIV canto della sua Commedia: un imperatore che pur scagliato nel luogo più remoto e buio del creato, mantiene forza evocativa ed enorme potere.

 

Erika Gramaglia

 

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