| Quel giorno Luciano
tornò presto dall’università. Stranamente erano
pochi gli studenti rimasti per la lezione pomeridiana e così
aveva deciso, in accordo con loro, di rinviarla ad altra data.
Aprì il frigo e prese del latte. Ne versò un po’
in un bicchiere; a lui piaceva berlo così: freddo e in un recipiente
trasparente.
Sedette sul divano in soggiorno, di fronte alla grande biblioteca
piena di libri delle più svariate discipline. Alcuni erano
accatastati senza un criterio preciso, uno sopra l’altro. Contemplò
il latte tra le pareti tondeggianti del bicchiere: era bianco, puro,
senza macchia.
Stava pensando a cosa fare quando sentì un vociare concitato
provenire dall’esterno e andò alla finestra a fianco
della libreria. Spostò la pianta di dracena posizionata davanti:
ancora non le aveva trovato una collocazione definitiva dopo averla
presa dal giardino della villa dei genitori la domenica precedente.
Guardò fuori. Vide un gruppo di persone dirigersi freneticamente
verso la piazza della stazione in fondo alla via.
Squillò il telefono.
«Ehi, hai sentito cos’è successo?!»
Lo aggredì Valentina, con la consueta vitalità e freschezza.
«No, non so, sono tornato ora… che c’è?»
rispose lui sedendosi nuovamente sul divano.
«Accendi la tivù!»
Appoggiò il bicchiere sul tavolino e accese la televisione.
Ebbe un sobbalzo quando si rese conto di ciò che intendeva
Valentina.
«Allora, ci sei?! Dobbiamo andare anche noi… si stanno
radunando tutti nelle piazze!»
«Sì ma… tu sei ancora in fabbrica?»
«No, siamo usciti quasi tutti… non si poteva certo rimanere
lì con quello che sta accadendo; ci siamo fermati subito…
nessuno ha avuto il coraggio di dirci nulla… vorrei anche vedere!»
Luciano cominciò a grattarsi la nuca insistentemente.
«Ma…» riprese con tono incerto «sei da tua
madre o da tuo padre?»
«Ma che cazzo di domande mi fai! Sono da mio padre, come al
solito! Sono più vicina! Passa di qua, dai muoviti!»
Le gambe di Luciano oscillavano nervosamente, le ginocchia si toccavano
quasi e poi si staccavano a un ritmo costante ma veloce.
«Senti… domani ho più ore di lezione, sia al mattino
che al pomeriggio… devo prepararmi, lo sai. E poi questi ritrovi
spontanei… potrebbero esserci disordini…»
«Ma come! Proprio tu mi dici questo… dopo tutti i discorsi
che mi hai fatto!? Ti rendi conto di quello che sta succedendo?!»
«No… ascolta… ma anche tu… cosa…»
«Ho capito… Ciao».
«Cia…» il saluto uscì monco dalle corde vocali;
lei aveva già chiuso la telefonata.
Più tardi Luciano accese la radio: seppe che nelle principali
città del Paese si erano popolate strade e piazze. Grande spazio
veniva dedicato al resoconto di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine,
con aggiornamenti continui delle cifre riguardanti feriti e arrestati.
Pigiò il tasto di spegnimento con un gesto secco, violento.
Guardò fuori dalla finestra del soggiorno, senza attenzione,
come per cercare una via d’uscita.
Iniziò a camminare: cominciò col percorrere una linea
immaginaria delimitata dalle pareti della sala; poi continuò
tracciando un percorso simile a un inestricabile groviglio di forme
geometriche ora curve ora rettilinee e spigolose. Poi si fermò
di colpo: prese il telefono e compose il numero di Valentina: non
era raggiungibile.
Ore dopo tentò di richiamarla. Senza successo. Sentì
solo la fredda voce registrata della signorina della compagnia telefonica
che esasperava l’impossibilità della comunicazione.
Si diresse in camera da letto per andare a dormire; si coricò
supino. Notò che il soffitto della stanza aveva delle sfumature
scure nei dintorni del lampadario. Era trascorso tanto tempo dall’ultima
passata di bianco ma solo ora ci faceva caso. Spense la luce e si
voltò a pancia sotto. Poi prese il guanciale tra le mani e
se lo mise sopra la testa. La notte era solo all’inizio.
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