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Restituzione prospettica |
| La Resistenza nel Paese
delle convergenze parallele di Walter G. Pozzi |
19 aprile 2010 |
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Revisionismo
storico sulla Resistenza: la negazione della guerra civile |
| L’importanza
morale dei principi che hanno animato la lotta partigiana è
sicuramente un modo di interpretare i due anni che vanno dal 1943
al 1945. Ma non è l’unico e nemmeno il più importante,
se vincolato in maniera retorica alle parole 'democrazia' e 'libertà'.
Non a caso, nelle inevitabili polemiche che sorgono ogni 25 aprile
contro chi insiste a voler parificari i morti della Resistenza con
i morti fascisti, risulta colpevolmente assente la puntualizzazione
doverosa che in quei due anni, in Italia, c’è stata nelle
intenzioni di un gran numero di partigiani, una guerra civile. Un’omissione
tutt’altro che casuale (e quindi, colpevole) che, se contemporaneamente
si butta un occhio all’attuale situazione sociale del Paese,
spiega la necessità della classe dirigente di consegnare definitivamente
la Resistenza alla storia, in un’ottica riconciliatrice, al
fine di svalorizzarla oggi da ogni possibile applicazione politica. La parola antifascismo è un minestrone che, sin dal luglio del ’43, include gli ex complici del fascismo, gli antifascisti moderati e i comunisti. Uomini sicuramente uniti dall’obiettivo della liberazione dell’Italia dai nazisti, ma divisi dalla concezione politica di giustizia sociale. E qui sta il punto che rende la parificazione dei morti, e le considerazioni su quale parte sia stata la più violenta, una questione da preti. Tanto che, chi parla di riconciliazione, non ha alcuna intenzione di promuovere una mozione di per sé tanto sterile, grottesca e ingenua. Semmai, il vero obiettivo dei revisionisti, tanto di destra che di sinistra, è la definitiva rimozione di quel vasto fronte della Resistenza riparato sui monti per sparare alla classe antagonista, della quale il fascismo era ‘solamente’ l’espressione politica. Una buona fetta di Storia che resta tuttora inconfessabile, perché rivelatrice di quanto accaduto nel primo dopoguerra, allorquando, cacciati i nazisti e battuti i repubblichini, la nuova classe dirigente ha ricostruito lo Stato in continuità con quello fascista, mantenendo cioè intatte le istituzioni del vecchio regime, le sue leggi (spesso in contraddizione con la nuova Costituzione), gli stessi uomini e la stessa polizia, restituendo le industrie e i campi a quei monopolisti che nel ’21 avevano finanziato Mussolini e avallato la dittatura per mantenere il proprio dominio e ulteriormente arricchirsi sotto il fascismo. Quegli stessi dirigenti, divenuti presto la nuova classe politica, si sono poi preoccupati di potenziare la forza pubblica (l’invenzione della celere ne è stato fulgido esempio) e l’esercito, per difendere il nuovo/vecchio ordine da coloro che avevano combattuto al loro fianco per liberare l’Italia dall’ingiustizia sociale. Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, il concetto di rivalità di classe in Italia è stato totalmente debellato, anche solo come ipotesi remota, grazie a un lungo processo di rimozione storica e a un massiccio bombardamento politico mediatico. Ed è un peccato, perché il solo osservare la storia di allora secondo l’antinomia ‘guerra di liberazione/guerra civile’, cercando di comprendere le ragioni di coloro che politicamente hanno bisogno di negare quest’ultima, aiuterebbe a comprendere con maggiore facilità gli sviluppi storici di tutto il dopoguerra, il risorgere della mafia e le sue connivenze con politica e altri apparati statali, l’amnistia a vantaggio dei fascisti (nei fatti, se non nelle intenzioni) a opera di Togliatti (1), gli eccidi perpetuati dal ministro degli interni Scelba dal ’45 al ’50, la nascita di associazioni segrete come Gladio e la loggia massonica P2, i tre tentativi di colpo di stato del ’64, del ’70 e del ’72, il ricorso al terrorismo nero nel decennio che va dal 1969 al 1979 da parte degli industriali (attraverso cospicui finanziamenti), la responsabilità di componenti dello Stato nell’organizzazione di varie stragi, piazza Fontana compresa, il compromesso storico e l’autoannullamento della sinistra sfociato nella formazione del Partito democratico, venduta come moderna evoluzione del socialismo. Nella copertura del significato più profondo
di quanto appena elencato, e nella necessaria imposizione di una lettura
acritica della Resistenza come guerra di liberazione, si spiega ogni
tentativo di revisionismo posto in atto sin dall’immediato dopoguerra,
e che, inevitabilmente, è approdato alla rapida escalation
di oggi, culminata nell’affermazione culturale dei libri alla
Pansa, catalogati sotto la dicitura ‘Storia’, nelle spedizioni
punitive di ‘squadristi’ contro rom e moschee, nel fiorire
di un esercito di tifosi coltivati e cresciuti, sotto il credo neofascista,
negli stadi di tutta Italia, e nella nascita indisturbata del nuovo
partito fascista di Francesco Storace. Quasi a dimostrare come la
storia colleghi tra loro, elementi apparentemente distanti. Il primo risale alla famosa svolta di Fiuggi del ’95, quando il vecchio partito fascista si è autoassolto cambiando abito e nome. Un cambiamento solo formale e poco sostanziale (a tale proposito, basti leggere l’atto costitutivo, denominato Tesi politiche, per verificare l’entità della farsa), ma che ha posto le basi di una svalorizzazione dell’antifascismo nella sua attualità. In sostanza chiedendo di consegnarlo alla Storia, riconoscendolo sì come valore, ma relegandolo a un episodio ormai chiuso nel passato. Una richiesta accolta a braccia aperte in forma ufficiale da Violante (secondo episodio) un anno più tardi, nel giorno dell’insediamento del governo di centro-sinistra, allorquando egli ha posto la necessità di potenziare i valori della Resistenza – estendendoli oggi a quella parte del Paese che non è stata coinvolta nella guerra di liberazione – nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide e di emancipazione dei popoli. Non più proprietà esclusiva di chi l’aveva concepita come momento di rottura con il vecchio sistema politico, bensì astratto valore nazionale: guerra di liberazione, per l’appunto. Il desiderio di Fini, quindi, di consegnare quegli anni alla Storia, nasce impuro nelle intenzioni, per il semplice fatto che egli sa bene quanto quella Storia cui si appella, non sia stata ancora scritta ufficialmente e consegnata agli italiani per intero; e per lo stesso motivo, diventano volutamente ambigue le parole di Violante. Di certo resta il fatto che dalla sinistra è stata tesa una mano allo ‘sdoganamento’ del vecchio partito fascista per accreditarlo come partito popolare; un’operazione che implicitamente, le ha permesso di ripulire se stessa dalle scorie comuniste. Manovra fondamentale, nel momento in cui ha scelto di abbandonare il pensiero marxista, in profonda contraddizione con l’abbraccio delle politiche neoliberiste, divenute in breve la linfa della politica italiana, palesemente improntata su un falso bipolarismo di facciata. Una spinta alla riconciliazione che dietro a nobili concetti nasconde lo spirito di corpo tipico delle consorterie. La politica dovrebbe essere la traduzione degli
interessi di classe in principi politici. Da questo punto di vista,
il fascismo non è stato una malattia da cui l’Italia
si è curata con la Resistenza, bensì la forma politica
repressiva, adottata all’epoca dai capitalisti per difendere
i propri interessi. La svolta di Fiuggi è stata una scelta necessaria,
dettata dalla logica politica, pur con tutte le ambiguità e
gli addentellati con il passato che la nuova veste formale tiene in
vita per non perdere l’elettorato più retrivo e nel contempo
estendere i confini al centro. Parole come Libertà, Democrazia e Memoria,
usate a iosa ogni 25 aprile, appaiono termini tristemente vuoti se
nessuno solleva il velo sulla verità, tutta, riguardo a quanto
è accaduto dal 1943 al 1950. Se ancora le associazioni partigiane
insistono a condurre il discorso parlando vagamente di antifascismo
e di lotta di liberazione, senza porre luce sulla rimozione più
grave che gli argomenti dei revisionisti pretendono di consolidare
per allungare nuove ombre sul presente. Per cui si assiste a situazioni come quella del
2009, in cui il sindaco di Milano Letizia Moratti ha commemorato in
uno stesso abbraccio caduti partigiani e repubblichini, celebrando
in grande stile l’assurdo. Quella stessa classe dirigente che
nel ’21 ha consegnato l’Italia chiavi in mano a Mussolini,
e che da allora non ha mai perduto la guida economica del Paese, oggi,
proprio grazie all’oblio della Storia, può presentarsi
davanti alle tombe dei caduti a parlare di riconciliazione, quasi
fosse il perdono concesso dalle vittime ai propri carnefici. Una riconciliazione
che non viene proposta nei fatti, ma solo a parole, e tutta a vantaggio
del potere economico reale del Paese, per dare via libera alla morte
della politica e degli antagonismi ideologici.
Leggi anche: Il
giorno della memoria per dimenticare, Walter G. Pozzi,
Paginauno n. 11/2009 Il
ruolo americano nella Resistenza italiana, Franco Giannantoni
Paginauno n. 18/2010 La memoria del calcio e il
fascismo, Paul Dietschy, Paginauno n. 20/2010 Ridere, obbedire, combattere!,
Giuseppe Ciarallo, Paginauno n. 20/2010
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