| È una serata buia di fine gennaio.
Su qualche canale passano stancamente i servizi sulle imminenti amministrative
in Sardegna. Il pollice freme per controllare l’impulso a togliersi
dalla vista le solite affettazioni del giornalista televisivo che legge
quattro parole in croce su una faccenda che in fondo poi non interessa
nessuno.
Cambiare canale rimane l’unica libertà rimasta: click e
via. Così pare di decidere qualcosa senza rendersi conto che,
esercitando quella piccola pressione del pollice, non si fa altro che
sbattere il muso contro una delle tante sponde del labirinto mediatico
costruito negli ultimi trent’anni.
È comunque l’ultimo giorno del calcio mercato d’inverno,
e decisamente più interessante risulta la vicenda dei vari trasferimenti
di calciatori. Questo sì che potrebbe fare la differenza sul
nostro grado di felicità domenicale per i prossimi mesi. Che
altro? Le elezioni interessano più nessuno? Se si perde –
pensano gli italiani – non rimarrà che un po’ d’amarezza;
come pareggiare fuori casa con una squadra di provincia.
Facile gira il pollice e si è già sull’altro canale
proprio quando la discussione entra nel vivo delle ultime trattative.
Al diavolo i comunisti sardi che comandano la regione: c’è
la cessione di Kakà appesa a un filo.
Qualcosa viene annunciato dalla regia. È il
collegamento, lo ‘sgub’ che tutti aspettano e più
volte strombazzato, a suggello di una puntata memorabile! Il presentatore
assume un tono ancor più impettito. Alza la mano brandendo la
penna d’oro con due dita come fosse lo scettro dell’informazione,
l’opinione passepartout, il martelletto del giudice inappellabile,
ma soprattutto il talismano capace di anchilosare i pollici frementi
dei telespettatori.
Solo la sua capigliatura color carota e l’accento, troppo tondo
per essere vero, fanno pensare ai più inguaribili tra gli ormai
pochissimi maligni, che tutto sia solo una farsa; la solita commedia
all’italiana.
L’uomo tende ancor di più il braccio, studiando il tempo
e i silenzi tra una prima esortazione e l’altra, perché
gli astanti, i suoi comprimari in un processo di accusa e difesa di
fatti calcistici, si tacciano. Le loro voci proseguono ancora per inerzia
presi come sono, i giornalisti, nella parte stucchevole e scontata di
professionisti dell’insulto. All’italiano piace così,
sembra dicano tra i denti. D’altronde il fatto è troppo
‘pregnante’ (!?) – aveva esordito la valletta all’inizio
di quest’ultima parte di trasmissione, al termine dell’immancabile
sequela di pubblicità (i cui spazi sono stati sicuramente venduti
a prezzi raddoppiati, per l’occasione) – per non meritare
tutto il loro trasporto becero. Il grande Kakà sta per lasciare
il Milan, e così: tutti a parlarne.
Chi sputa sarcasmo sul calciatore fedifrago e chi difende il campione
senza macchia dalla faccia pulita e dalle qualità eccelse. E…
giù a sferzare le orecchie dei telespettatori. A devolvere finto
livore per una scelta che sembra ormai cosa fatta, irreversibile: Kakà
se ne andrà! Sceglie i soldi all’onore per la maglia che
porta! Cosa non si fa per i soldi! Lascia tifosi affranti e la squadra
che l’ha accudito (a cominciare dal suo Presidente) e che gli
ha permesso di diventare quello che è, senza neppure un rimorso.
Volendo si potrebbe cambiare canale, pensa l’uomo qualunque, comunque
consapevole che se si imbattesse in un dibattito elettorale la dialettica
e l’approccio sarebbero gli stessi di questa trasmissione calcistica.
Per di più, come per la squadra del cuore, non si cambia mai
e che diamine! Non siamo mica dei bambini! Siamo adolescenti ormai,
eterni quattordicenni cotti a fuoco lento da un quarto di secolo. Un
tempo lunghissimo, a pensarci: se sono circa sette gli anni che separano
una generazione dall’altra, ce ne sono almeno quattro nate e cresciute
tra disinformazione e intrattenimento volgare. Un terzo dell’attuale
popolazione che non conosce altro modo per osservare il mondo al di
fuori di sé. Una fetta della torta demoscopica (o demografica
che dir si voglia), tra lo zero e i trent’anni, allevata come
i polli nelle stie delle industrie del galletto amburghese, incapace
di razzolare da sola per becchettarsi il proprio pranzo.
Intanto, in trasmissione, gli altri, improbabili opinionisti, con le
facce alterate nello sforzo di biascicare la loro versione, maschere
dell’italiano medio, si fanno il controcanto l’un l’altro
e si insultano a turno formando e sciogliendo coalizioni improbabili;
così scontatamente di parte, da apparire grottescamente vera
metafora della politica nostrana.
Sparlano a vanvera, esercitando così il loro diritto, guadagnato
a prezzo della dignità, di essere lì. L’importante
è apparire e rimanerci il più a lungo possibile, dentro
il video. Prima o poi la gente (l’italiano medio) riconosce, si
assuefa, deglutisce, alza il sopracciglio, sbava all’occorrenza,
nella più limpida validazione dell’esperimento di Pavlov.
Il dibattito è un tale rumore di fondo cacofonico che tutti sperano
finisca. Il gran visir del programma ha addirittura, cosa inusitata
per lui, un moto di stizza che gli percorre il viso inceronato di fresco.
Allora, fermo e deciso più che mai, batte risoluto la mano sul
tavolo e gli altri si fermano di colpo, come una scolaresca di prima
media.
Finalmente tutto quadra e tutto si ricompone anche nelle menti di chi
siede dall’altra parte del video. Perché quando il quattordicenne
vede che anche i suoi modelli incorniciati dallo schermo del televisore
si zittiscono ubbidienti come adolescenti, ne ricava una conferma confortante.
«Abbiamo il Bresidende!... In persona…al telefono…»
urla quasi accorato e invocante il bravo presentatore. Poi parte il
panegirico, l’immancabile pubblicità auto-celebrativa:
siamo l’unico programma del pianeta a dare questa notizia bomba
(come se le bombe facessero ancora notizia) in esclusiva, in diretta.
In nome della fraterna amicizia che mi lega a Lui da anni, il Bresidende
ha proprio deciso di non farvi attendere un minuto di più e di
annunciarlo di persona! Dai nostri microfoni… Qui la voce si rompe
e si ricompone.
Un attimo di attesa carico di suspense, quindi, all’altro lato
della linea telefonica, nel silenzio più totale, è Lui
(proprio Lui!) che parla con il timbro, la cadenza, con quel tono roco
di chi ha trascorso la giornata a gestire le situazioni più importanti,
a tessere, ordinare, ribadire, ordire, consigliare, dare l’ultimo
avviso, persino imporre – dopo tutto è il premier e che
premier! Assoluto.
È Lui ad annunciare Urbi et Orbi: Kakà resta!
È un bravo ragazzo e Io (una prima persona così densa
e ingombrante che evoca in tutti un senso di impotenza davanti a tanta
capacità taumaturgica, che sa di forza sovrannaturale, potere
di convincimento, se non proprio da unigenito figlio di Dio certamente
da parente molto prossimo), Io l’ho convinto. Non se ne va, punto.
Ho dovuto trovare il tempo (il modo ce l’aveva già, è
quello che funziona con tutti) per parlargli un po’ ed è
stato, per me, un giuoco da ragazzi: rimane.
Con sussiego il presentatore vuol ribadire: «Allora Bresidende,
vogliamo dirlo bene agl’italiani…» Eh sì, gli
italiani, il quattordicenne ha bisogno che le cose siano semplici, chiare
e ripetute due volte per sicurezza.
Per giunta egli, l’italiano medio, non ha ancora superato la fase
anale e quindi ha bisogno di togliersi di dosso questo incubo di Kakà.
Qualcuno apostrofa: «Non rimarremo più senza Kakà,
vero Presidente? Grazie! Non ne potevamo più!»
A questo punto il quattordicenne ha un fremito e magari gli scappa di
pensare che sia tutta la farsa di una farsa e non vera farsa. I personaggi
‘caratteristi’ dell’avanspettacolo ci sono tutti.
C’è il presentatore impettito dagli strafalcioni imbarazzanti,
l’impresario del pallone presuntuosetto e arrogante, i vari comprimari
dal tratto cabarettistico marcato e persino il campioncino dal cognome
che si presta così facile alla battuta scontata da bar dell’oratorio.
Viene proprio in mente un certo tipo di commedia all’italiana
dalla comicità facilona e bonaria, dico, quella cosa con gli
Alberto Sordi, i Mario Carotenuto, gli Aldo Fabrizi, i Bramieri, i Walter
Chiari, persino i Totò, ma anche i più attuali che impregnano
delle loro gag i film panettone; e si spera per un attimo che facciano
finalmente capolino da dietro le quinte o svelino il loro vero volto
sotto la maschera di silicone del presentatore e dei suoi convenuti.
Il che non avviene. Anzi, quando l’opinionista apologeta rossonero,
un ultracinquantenne dal volto rugoso e unto (stravolto dopo aver discusso
e partecipato alla salita al Gol-gota di passione per la ormai irrimediabile
decisione da parte del grande campione di emigrare verso altri lidi)
con voce accorata si mette a piangere – sì, piange davvero!
– ringraziando nell’etere il Presidente per aver sanato
quella piaga sanguinolenta, non resta che constatare che il sortilegio
è compiuto, non c’è più scampo: ancora una
volta l’acqua è stata trasformata in vino.
Chi cambia più canale! A chi interessano più le elezioni
in Sardegna! Tanto è qui che si vincono: in questo studio. A
me gli occhi, gente dei Nuraghi, ghe pensi mi.
Quale altra prova è necessaria per convincerli che è giusto
eleggere uno che sa come controllare il suo Kakà?
È un gioco (giuoco) da ragazzi. Dopo tutto si tratta di una coppetta
regionale: conquistare la regione del domicilio ludico dove si trascorrono
ore liete, piene di svago, circondato da amici e tante amiche. Scomodare
quel vecchio trucco del risolvere le cose importanti (?!) come il futuro
del calcio italiano, all’ultimo minuto, per accaparrarsi la fiducia
del quattordicenne, è fin troppo facile. E la Sardegna è
vinta.
Ora la difficoltà sarà tenere in piedi il numero,
trattenere la partenza (verrebbe da dire: trattenere l’evacuazione,
ma è una battuta troppo scontata) di Kakà alla prossima
occasione.
Arriva maggio e tutti sanno chi ha messo le mani sul
Kakà.
In Spagna si dice già: Kakà è fatta. Lì
non aspettano altro che Kakà. Mentre da noi, alla vigilia delle
elezioni amministrative ed europee, ci si domanda come farà il
Milan senza Kakà.
Ai più premurosi corre un brivido al pensiero di come quell’omino,
che è poi il Milan stesso, possa restare senza Kakà con
tutti gli impegni che c’ha...
Giornali e televisioni buttano lì la notizia che all’ultimo
minuto ci penserà ancora Lui, anche stavolta, per il bene del
calcio che è l’orgoglio della nazione. Mica ci facciamo
fregare dagli spagnoli. L’illazione, più che la notizia,
è un profumo di rose che copre l’olezzo emanato da certe
storie imprecise e confuse che incrinano la percezione positiva di una
facile vittoria. Nuovi sondaggi cassandrano i pensieri malevoli di qualche
elettore bacchettone e invidioso: non ci sta ’sta storia delle
frequentazioni del premier con adolescenti figlie di genitori dal torbido
passato.
Per cui, nemmeno sull’evacuazione di Kakà nessun cronista
si azzarda a confermare l’evidenza, mentre già dalla fine
di maggio quel campione di un Kakà è lì che firma
magliette Galactica con il suo nome sulle spalle e si lascia
sfuggire che comunicherà le sue intenzioni già prese solo
lunedì. Ovvero dopo le elezioni.
La speranza che tiene in scacco i cuori adolescenziali, alimentata con
le abilità provate della grande comunicazione nazionale, rimane
intatta.
Magari, anzi – qualcuno la butta lì – se si votasse
tutti ‘bene’ si darebbe un segnale che potrebbe meglio disporre
chi deve prendersi la briga di trattenere ’sto incontinente di
un Kakà. Sarebbe un aiutino, come si fa dagli spalti quando la
squadra ha bisogno di incitamento, una specie di dodicesimo uomo, tutti
assieme, a spingere chi è sceso in campo per il bene degli italiani.
Poco importata se qua e là nel corso della lunga partita il biglietto
sia aumentato più volte, lo spettacolo sia sempre quello, se
ogni tanto ci scappa pure qualche autogol. Siamo ragazzi! Anche Lui,
ovviamente. Anzi, Lui è proprio l’eterno ragazzo. Qualcuno,
meglio qualcuna, si azzarda a chiamarlo ‘papi’; esagerata.
Al più, fratellino maggiore...
La data delle elezioni si avvicina. I cori dei soliti
facinorosi, gli ultras, scandiscono slogan fedifraghi del tipo: voto
Podestà solo se resta Kakà. Riprovevoli dimostrazioni
di ingratitudine, facilmente liquidate per ciò che sono: esagitazioni
di fanatici che nulla hanno a che vedere con il calcio. Come se il calcio
avesse qualcosa a che vedere con qualche cosa d’altro…
Comunque, per stare ai primi danni, si traccheggia. Nessuno rompe il
muro di omertà, se mai si usa il condizionale tanto per non far
sembrare che le informazioni (anche se destituite di ogni fondamento)
non vengano date. Il rischio che la notizia sia ‘presa male’
c’è davvero, se il Corriere della Sera si lascia sfuggire
(scritto in piccolo) che l’annuncio ‘dell’evacuazione’
potrebbe costare 2,5 punti percentuali al Pdl.
Finita la tornata elettorale (un paio d’ore di
stacco) i media implodono e ufficializzano la ferale notizia. “Kakà:
è fatta!” strillano i giornali spagnoli, tanto che sembra
di sentire ancora lo scroscio dello sciacquone.
Mentre i tifosi elaborano il lutto e il Pdl tira un respiro di sollievo
per la vittoria elettorale, dalle televisioni amiche neppure un accenno
di vergogna, di scuse, di ravvedimento da parte di chi pianse davanti
al miracolo del ‘trattenimento’. Niente.
Tappato alla bell’e meglio il buco da cui è uscito Kakà
– e con quanta fatica! – questa evacuazione controllata
si mostra per quello che è stata: una delle strategie con cui
Lui ha costruito la propria immagine di uomo vincente. Persino ridondante,
a questo punto del processo di ipnosi collettiva. Il giochino (il Milan
vittorioso, specchio del suo Presidente) costa e parecchio, troppo per
quello che dà e ha già dato tanto. Ora ci sono altre favole
da raccontare, altre storie sulla vita del sultanino nazionale pronte
per le pagine patinate da rotocalc(i)o.
Il mito di Creso che tutto trasforma in oro e quindi in trofei vinti
a iosa si adatta non solo alle coppe campione; ci sono così tanti
altri archetipi da trasporre in commedia all’italiana; su cui
far leva per mantenere l’età media virtuale dei telespettatori
votanti stabilmente intorno ai quattordici. Basta pescare tra le mitologie
più note, scegliere quelle in cui noi, italiano medio, ci possiamo
riconoscere e immedesimare; che possiamo condividere con Lui, e tentare
di emularlo magari, certamente invidiarlo. Mentre sul teleschermo continueranno
a passare le immagini favolose di storie semplici con Lui nella parte
del protagonista. Gli esempi già si sprecano e sono quelli di
sempre. Dalle novelle de Le mille e una notte, con tanto di
harem numeroso quanto più enorme è la ricchezza del sultano,
alle varie saghe alla ricerca dell’immortalità, con i lifting
e le ricrescite miracolose, moquette di capelli corvini.
Dalla leggenda di Achille – o Rambo, a piacimento – un sol
uomo con doti soprannaturali capace di vincere su tutto e tutti, al
mito testosteronico di Priapo, l’ultra settantenne in grado di
soddisfare diciottenni, al punto invaghite di lui da riuscire a raggiungerlo
nel suo letto in barba alle più rigide misure di sicurezza.
La mia mente è corsa allora a Ugo – amico di un tempo –
caro Ugo. Una volta, al bar sotto casa, mi avevi detto, tutto trionfante,
di aver visto in tv un programma esilarante in cui bravissimi attori,
con piglio e rigore, facevano la parodia di ricconi americani e del
mondo che tu, Ugo, pensavi essere quello dei magnati petrolieri. Si
trattava della serie televisiva Dallas. Quando ti ho svelato
che quella non era una parodia ma un serial (che anche nell’accezione
aggettiva ci sta tutto) mi avevi guardato stravolto e perplesso (oggi
sarebbe forse meglio dire sconfitto) e avevi detto: ma in che mondo
viviamo se anche alla tv non si capisce più se una cosa è
seria o faceta.
Bene, ci siamo caro Ugo, anzi siamo andati oltre. Non solo la tv è
seria anche quando è faceta, ma anche il mondo che quella tv
rappresenta è faceto quando dovrebbe essere serio così
che le due parti sono assolutamente intercambiabili. Non restare più
senza Kakà, non è un sollievo, in fondo? Aver evacuato
Kakà senza grossi problemi non è una bella notizia a prescindere?
Se ad annunciarlo è il padrone delle trasmissioni, tutte, non
suona certo ironico ma ha la sacralità del dogma.
Così, senza saperlo, il quattordicenne che incarna l’Italia
tutta, celebra la sua omologazione, vive della sua vita riflessa dentro
uno schermo che la tecnologia rende sempre più piatto. E che
piatto quindi sia, tanto nella forma che nel contenuto.
Massimo Grilli
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