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| La politica presa a calci di Massimo Grilli |
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L'uso
del calcio come strumento politico: Kakà e le elezioni in Sardegna |
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È una serata buia di fine
gennaio. Su qualche canale passano stancamente i servizi sulle imminenti
amministrative in Sardegna. Il pollice freme per controllare l’impulso
a togliersi dalla vista le solite affettazioni del giornalista televisivo
che legge quattro parole in croce su una faccenda che in fondo poi
non interessa nessuno. Qualcosa viene annunciato dalla regia. È il
collegamento, lo ‘sgub’ che tutti aspettano e più
volte strombazzato, a suggello di una puntata memorabile! Il presentatore
assume un tono ancor più impettito. Alza la mano brandendo
la penna d’oro con due dita come fosse lo scettro dell’informazione,
l’opinione passepartout, il martelletto del giudice
inappellabile, ma soprattutto il talismano capace di anchilosare i
pollici frementi dei telespettatori. Chi sputa sarcasmo sul calciatore fedifrago e chi
difende il campione senza macchia dalla faccia pulita e dalle qualità
eccelse. E… giù a sferzare le orecchie dei telespettatori.
A devolvere finto livore per una scelta che sembra ormai cosa fatta,
irreversibile: Kakà se ne andrà! Sceglie i soldi all’onore
per la maglia che porta! Cosa non si fa per i soldi! Lascia tifosi
affranti e la squadra che l’ha accudito (a cominciare dal suo
Presidente) e che gli ha permesso di diventare quello che è,
senza neppure un rimorso. Intanto, in trasmissione, gli altri, improbabili
opinionisti, con le facce alterate nello sforzo di biascicare la loro
versione, maschere dell’italiano medio, si fanno il controcanto
l’un l’altro e si insultano a turno formando e sciogliendo
coalizioni improbabili; così scontatamente di parte, da apparire
grottescamente vera metafora della politica nostrana. Finalmente tutto quadra e tutto si ricompone anche
nelle menti di chi siede dall’altra parte del video. Perché
quando il quattordicenne vede che anche i suoi modelli incorniciati
dallo schermo del televisore si zittiscono ubbidienti come adolescenti,
ne ricava una conferma confortante. È Lui ad annunciare Urbi et Orbi:
Kakà resta! È un bravo ragazzo e Io (una prima persona
così densa e ingombrante che evoca in tutti un senso di impotenza
davanti a tanta capacità taumaturgica, che sa di forza sovrannaturale,
potere di convincimento, se non proprio da unigenito figlio di Dio
certamente da parente molto prossimo), Io l’ho convinto. Non
se ne va, punto. Ho dovuto trovare il tempo (il modo ce l’aveva
già, è quello che funziona con tutti) per parlargli
un po’ ed è stato, per me, un giuoco da ragazzi: rimane. A questo punto il quattordicenne ha un fremito e
magari gli scappa di pensare che sia tutta la farsa di una farsa e
non vera farsa. I personaggi ‘caratteristi’ dell’avanspettacolo
ci sono tutti. C’è il presentatore impettito dagli strafalcioni
imbarazzanti, l’impresario del pallone presuntuosetto e arrogante,
i vari comprimari dal tratto cabarettistico marcato e persino il campioncino
dal cognome che si presta così facile alla battuta scontata
da bar dell’oratorio. Il che non avviene. Anzi, quando l’opinionista
apologeta rossonero, un ultracinquantenne dal volto rugoso e unto
(stravolto dopo aver discusso e partecipato alla salita al Gol-gota
di passione per la ormai irrimediabile decisione da parte del grande
campione di emigrare verso altri lidi) con voce accorata si mette
a piangere – sì, piange davvero! – ringraziando
nell’etere il Presidente per aver sanato quella piaga sanguinolenta,
non resta che constatare che il sortilegio è compiuto, non
c’è più scampo: ancora una volta l’acqua
è stata trasformata in vino. Arriva maggio e tutti sanno chi ha messo le mani
sul Kakà. Per cui, nemmeno sull’evacuazione di Kakà
nessun cronista si azzarda a confermare l’evidenza, mentre già
dalla fine di maggio quel campione di un Kakà è lì
che firma magliette Galactica con il suo nome sulle spalle
e si lascia sfuggire che comunicherà le sue intenzioni già
prese solo lunedì. Ovvero dopo le elezioni. La data delle elezioni si avvicina. I cori dei soliti
facinorosi, gli ultras, scandiscono slogan fedifraghi del tipo: voto
Podestà solo se resta Kakà. Riprovevoli dimostrazioni
di ingratitudine, facilmente liquidate per ciò che sono: esagitazioni
di fanatici che nulla hanno a che vedere con il calcio. Come se il
calcio avesse qualcosa a che vedere con qualche cosa d’altro…
Finita la tornata elettorale (un paio d’ore
di stacco) i media implodono e ufficializzano la ferale notizia. “Kakà:
è fatta!” strillano i giornali spagnoli, tanto che sembra
di sentire ancora lo scroscio dello sciacquone. Il mito di Creso che tutto trasforma in oro e quindi
in trofei vinti a iosa si adatta non solo alle coppe campione; ci
sono così tanti altri archetipi da trasporre in commedia all’italiana;
su cui far leva per mantenere l’età media virtuale dei
telespettatori votanti stabilmente intorno ai quattordici. Basta pescare
tra le mitologie più note, scegliere quelle in cui noi, italiano
medio, ci possiamo riconoscere e immedesimare; che possiamo condividere
con Lui, e tentare di emularlo magari, certamente invidiarlo. Mentre
sul teleschermo continueranno a passare le immagini favolose di storie
semplici con Lui nella parte del protagonista. Gli esempi già
si sprecano e sono quelli di sempre. Dalle novelle de Le mille
e una notte, con tanto di harem numeroso quanto più enorme
è la ricchezza del sultano, alle varie saghe alla ricerca dell’immortalità,
con i lifting e le ricrescite miracolose, moquette di capelli corvini. La mia mente è corsa allora a Ugo –
amico di un tempo – caro Ugo. Una volta, al bar sotto casa,
mi avevi detto, tutto trionfante, di aver visto in tv un programma
esilarante in cui bravissimi attori, con piglio e rigore, facevano
la parodia di ricconi americani e del mondo che tu, Ugo, pensavi essere
quello dei magnati petrolieri. Si trattava della serie televisiva
Dallas. Quando ti ho svelato che quella non era una parodia
ma un serial (che anche nell’accezione aggettiva ci sta tutto)
mi avevi guardato stravolto e perplesso (oggi sarebbe forse meglio
dire sconfitto) e avevi detto: ma in che mondo viviamo se anche alla
tv non si capisce più se una cosa è seria o faceta.
Leggi anche: Il monopolio del pluralismo
di Erika Gramaglia, Paginauno n. 6/2008 La memoria del
calcio e il fascismo di Paul Dietschy Musei e
metafore di Felice Accame, Paginauno n. 18/2010 Gioco, lavoro e sport di Felice Accame,
Paginauno n. 17/2010
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