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Numero 14, ottobre - novembre 2009

 

Filo-logico

 

La politica presa a calci

L'uso del calcio come strumento politico: Kakà e le elezioni in Sardegna

È una serata buia di fine gennaio. Su qualche canale passano stancamente i servizi sulle imminenti amministrative in Sardegna. Il pollice freme per controllare l’impulso a togliersi dalla vista le solite affettazioni del giornalista televisivo che legge quattro parole in croce su una faccenda che in fondo poi non interessa nessuno.
Cambiare canale rimane l’unica libertà rimasta: click e via. Così pare di decidere qualcosa senza rendersi conto che, esercitando quella piccola pressione del pollice, non si fa altro che sbattere il muso contro una delle tante sponde del labirinto mediatico costruito negli ultimi trent’anni.
È comunque l’ultimo giorno del calcio mercato d’inverno, e decisamente più interessante risulta la vicenda dei vari trasferimenti di calciatori. Questo sì che potrebbe fare la differenza sul nostro grado di felicità domenicale per i prossimi mesi. Che altro? Le elezioni interessano più nessuno? Se si perde – pensano gli italiani – non rimarrà che un po’ d’amarezza; come pareggiare fuori casa con una squadra di provincia.
Facile gira il pollice e si è già sull’altro canale proprio quando la discussione entra nel vivo delle ultime trattative. Al diavolo i comunisti sardi che comandano la regione: c’è la cessione di Kakà appesa a un filo.

Qualcosa viene annunciato dalla regia. È il collegamento, lo ‘sgub’ che tutti aspettano e più volte strombazzato, a suggello di una puntata memorabile! Il presentatore assume un tono ancor più impettito. Alza la mano brandendo la penna d’oro con due dita come fosse lo scettro dell’informazione, l’opinione passepartout, il martelletto del giudice inappellabile, ma soprattutto il talismano capace di anchilosare i pollici frementi dei telespettatori.
Solo la sua capigliatura color carota e l’accento, troppo tondo per essere vero, fanno pensare ai più inguaribili tra gli ormai pochissimi maligni, che tutto sia solo una farsa; la solita commedia all’italiana.
L’uomo tende ancor di più il braccio, studiando il tempo e i silenzi tra una prima esortazione e l’altra, perché gli astanti, i suoi comprimari in un processo di accusa e difesa di fatti calcistici, si tacciano. Le loro voci proseguono ancora per inerzia presi come sono, i giornalisti, nella parte stucchevole e scontata di professionisti dell’insulto. All’italiano piace così, sembra dicano tra i denti. D’altronde il fatto è troppo ‘pregnante’ (!?) – aveva esordito la valletta all’inizio di quest’ultima parte di trasmissione, al termine dell’immancabile sequela di pubblicità (i cui spazi sono stati sicuramente venduti a prezzi raddoppiati, per l’occasione) – per non meritare tutto il loro trasporto becero. Il grande Kakà sta per lasciare il Milan, e così: tutti a parlarne.
Chi sputa sarcasmo sul calciatore fedifrago e chi difende il campione senza macchia dalla faccia pulita e dalle qualità eccelse. E… giù a sferzare le orecchie dei telespettatori. A devolvere finto livore per una scelta che sembra ormai cosa fatta, irreversibile: Kakà se ne andrà! Sceglie i soldi all’onore per la maglia che porta! Cosa non si fa per i soldi! Lascia tifosi affranti e la squadra che l’ha accudito (a cominciare dal suo Presidente) e che gli ha permesso di diventare quello che è, senza neppure un rimorso.
Volendo si potrebbe cambiare canale, pensa l’uomo qualunque, comunque consapevole che se si imbattesse in un dibattito elettorale la dialettica e l’approccio sarebbero gli stessi di questa trasmissione calcistica. Per di più, come per la squadra del cuore, non si cambia mai e che diamine! Non siamo mica dei bambini! Siamo adolescenti ormai, eterni quattordicenni cotti a fuoco lento da un quarto di secolo. Un tempo lunghissimo, a pensarci: se sono circa sette gli anni che separano una generazione dall’altra, ce ne sono almeno quattro nate e cresciute tra disinformazione e intrattenimento volgare. Un terzo dell’attuale popolazione che non conosce altro modo per osservare il mondo al di fuori di sé. Una fetta della torta demoscopica (o demografica che dir si voglia), tra lo zero e i trent’anni, allevata come i polli nelle stie delle industrie del galletto amburghese, incapace di razzolare da sola per becchettarsi il proprio pranzo.
Intanto, in trasmissione, gli altri, improbabili opinionisti, con le facce alterate nello sforzo di biascicare la loro versione, maschere dell’italiano medio, si fanno il controcanto l’un l’altro e si insultano a turno formando e sciogliendo coalizioni improbabili; così scontatamente di parte, da apparire grottescamente vera metafora della politica nostrana.
Sparlano a vanvera, esercitando così il loro diritto, guadagnato a prezzo della dignità, di essere lì. L’importante è apparire e rimanerci il più a lungo possibile, dentro il video. Prima o poi la gente (l’italiano medio) riconosce, si assuefa, deglutisce, alza il sopracciglio, sbava all’occorrenza, nella più limpida validazione dell’esperimento di Pavlov.
Il dibattito è un tale rumore di fondo cacofonico che tutti sperano finisca. Il gran visir del programma ha addirittura, cosa inusitata per lui, un moto di stizza che gli percorre il viso inceronato di fresco. Allora, fermo e deciso più che mai, batte risoluto la mano sul tavolo e gli altri si fermano di colpo, come una scolaresca di prima media.
Finalmente tutto quadra e tutto si ricompone anche nelle menti di chi siede dall’altra parte del video. Perché quando il quattordicenne vede che anche i suoi modelli incorniciati dallo schermo del televisore si zittiscono ubbidienti come adolescenti, ne ricava una conferma confortante.
«Abbiamo il Bresidende!... In persona…al telefono…» urla quasi accorato e invocante il bravo presentatore. Poi parte il panegirico, l’immancabile pubblicità auto-celebrativa: siamo l’unico programma del pianeta a dare questa notizia bomba (come se le bombe facessero ancora notizia) in esclusiva, in diretta. In nome della fraterna amicizia che mi lega a Lui da anni, il Bresidende ha proprio deciso di non farvi attendere un minuto di più e di annunciarlo di persona! Dai nostri microfoni… Qui la voce si rompe e si ricompone.
Un attimo di attesa carico di suspense, quindi, all’altro lato della linea telefonica, nel silenzio più totale, è Lui (proprio Lui!) che parla con il timbro, la cadenza, con quel tono roco di chi ha trascorso la giornata a gestire le situazioni più importanti, a tessere, ordinare, ribadire, ordire, consigliare, dare l’ultimo avviso, persino imporre – dopo tutto è il premier e che premier! Assoluto.
È Lui ad annunciare Urbi et Orbi: Kakà resta! È un bravo ragazzo e Io (una prima persona così densa e ingombrante che evoca in tutti un senso di impotenza davanti a tanta capacità taumaturgica, che sa di forza sovrannaturale, potere di convincimento, se non proprio da unigenito figlio di Dio certamente da parente molto prossimo), Io l’ho convinto. Non se ne va, punto. Ho dovuto trovare il tempo (il modo ce l’aveva già, è quello che funziona con tutti) per parlargli un po’ ed è stato, per me, un giuoco da ragazzi: rimane.
Con sussiego il presentatore vuol ribadire: «Allora Bresidende, vogliamo dirlo bene agl’italiani…» Eh sì, gli italiani, il quattordicenne ha bisogno che le cose siano semplici, chiare e ripetute due volte per sicurezza.
Per giunta egli, l’italiano medio, non ha ancora superato la fase anale e quindi ha bisogno di togliersi di dosso questo incubo di Kakà.
Qualcuno apostrofa: «Non rimarremo più senza Kakà, vero Presidente? Grazie! Non ne potevamo più!»
A questo punto il quattordicenne ha un fremito e magari gli scappa di pensare che sia tutta la farsa di una farsa e non vera farsa. I personaggi ‘caratteristi’ dell’avanspettacolo ci sono tutti. C’è il presentatore impettito dagli strafalcioni imbarazzanti, l’impresario del pallone presuntuosetto e arrogante, i vari comprimari dal tratto cabarettistico marcato e persino il campioncino dal cognome che si presta così facile alla battuta scontata da bar dell’oratorio.
Viene proprio in mente un certo tipo di commedia all’italiana dalla comicità facilona e bonaria, dico, quella cosa con gli Alberto Sordi, i Mario Carotenuto, gli Aldo Fabrizi, i Bramieri, i Walter Chiari, persino i Totò, ma anche i più attuali che impregnano delle loro gag i film panettone; e si spera per un attimo che facciano finalmente capolino da dietro le quinte o svelino il loro vero volto sotto la maschera di silicone del presentatore e dei suoi convenuti.
Il che non avviene. Anzi, quando l’opinionista apologeta rossonero, un ultracinquantenne dal volto rugoso e unto (stravolto dopo aver discusso e partecipato alla salita al Gol-gota di passione per la ormai irrimediabile decisione da parte del grande campione di emigrare verso altri lidi) con voce accorata si mette a piangere – sì, piange davvero! – ringraziando nell’etere il Presidente per aver sanato quella piaga sanguinolenta, non resta che constatare che il sortilegio è compiuto, non c’è più scampo: ancora una volta l’acqua è stata trasformata in vino.
Chi cambia più canale! A chi interessano più le elezioni in Sardegna! Tanto è qui che si vincono: in questo studio. A me gli occhi, gente dei Nuraghi, ghe pensi mi.
Quale altra prova è necessaria per convincerli che è giusto eleggere uno che sa come controllare il suo Kakà?
È un gioco (giuoco) da ragazzi. Dopo tutto si tratta di una coppetta regionale: conquistare la regione del domicilio ludico dove si trascorrono ore liete, piene di svago, circondato da amici e tante amiche. Scomodare quel vecchio trucco del risolvere le cose importanti (?!) come il futuro del calcio italiano, all’ultimo minuto, per accaparrarsi la fiducia del quattordicenne, è fin troppo facile. E la Sardegna è vinta.
Ora la difficoltà sarà tenere in piedi il numero, trattenere la partenza (verrebbe da dire: trattenere l’evacuazione, ma è una battuta troppo scontata) di Kakà alla prossima occasione.

Arriva maggio e tutti sanno chi ha messo le mani sul Kakà.
In Spagna si dice già: Kakà è fatta. Lì non aspettano altro che Kakà. Mentre da noi, alla vigilia delle elezioni amministrative ed europee, ci si domanda come farà il Milan senza Kakà.
Ai più premurosi corre un brivido al pensiero di come quell’omino, che è poi il Milan stesso, possa restare senza Kakà con tutti gli impegni che c’ha...
Giornali e televisioni buttano lì la notizia che all’ultimo minuto ci penserà ancora Lui, anche stavolta, per il bene del calcio che è l’orgoglio della nazione. Mica ci facciamo fregare dagli spagnoli. L’illazione, più che la notizia, è un profumo di rose che copre l’olezzo emanato da certe storie imprecise e confuse che incrinano la percezione positiva di una facile vittoria. Nuovi sondaggi cassandrano i pensieri malevoli di qualche elettore bacchettone e invidioso: non ci sta ’sta storia delle frequentazioni del premier con adolescenti figlie di genitori dal torbido passato.
Per cui, nemmeno sull’evacuazione di Kakà nessun cronista si azzarda a confermare l’evidenza, mentre già dalla fine di maggio quel campione di un Kakà è lì che firma magliette Galactica con il suo nome sulle spalle e si lascia sfuggire che comunicherà le sue intenzioni già prese solo lunedì. Ovvero dopo le elezioni.
La speranza che tiene in scacco i cuori adolescenziali, alimentata con le abilità provate della grande comunicazione nazionale, rimane intatta.
Magari, anzi – qualcuno la butta lì – se si votasse tutti ‘bene’ si darebbe un segnale che potrebbe meglio disporre chi deve prendersi la briga di trattenere ’sto incontinente di un Kakà. Sarebbe un aiutino, come si fa dagli spalti quando la squadra ha bisogno di incitamento, una specie di dodicesimo uomo, tutti assieme, a spingere chi è sceso in campo per il bene degli italiani. Poco importata se qua e là nel corso della lunga partita il biglietto sia aumentato più volte, lo spettacolo sia sempre quello, se ogni tanto ci scappa pure qualche autogol. Siamo ragazzi! Anche Lui, ovviamente. Anzi, Lui è proprio l’eterno ragazzo. Qualcuno, meglio qualcuna, si azzarda a chiamarlo ‘papi’; esagerata. Al più, fratellino maggiore...

La data delle elezioni si avvicina. I cori dei soliti facinorosi, gli ultras, scandiscono slogan fedifraghi del tipo: voto Podestà solo se resta Kakà. Riprovevoli dimostrazioni di ingratitudine, facilmente liquidate per ciò che sono: esagitazioni di fanatici che nulla hanno a che vedere con il calcio. Come se il calcio avesse qualcosa a che vedere con qualche cosa d’altro…
Comunque, per stare ai primi danni, si traccheggia. Nessuno rompe il muro di omertà, se mai si usa il condizionale tanto per non far sembrare che le informazioni (anche se destituite di ogni fondamento) non vengano date. Il rischio che la notizia sia ‘presa male’ c’è davvero, se il Corriere della Sera si lascia sfuggire (scritto in piccolo) che l’annuncio ‘dell’evacuazione’ potrebbe costare 2,5 punti percentuali al Pdl.

Finita la tornata elettorale (un paio d’ore di stacco) i media implodono e ufficializzano la ferale notizia. “Kakà: è fatta!” strillano i giornali spagnoli, tanto che sembra di sentire ancora lo scroscio dello sciacquone.
Mentre i tifosi elaborano il lutto e il Pdl tira un respiro di sollievo per la vittoria elettorale, dalle televisioni amiche neppure un accenno di vergogna, di scuse, di ravvedimento da parte di chi pianse davanti al miracolo del ‘trattenimento’. Niente.
Tappato alla bell’e meglio il buco da cui è uscito Kakà – e con quanta fatica! – questa evacuazione controllata si mostra per quello che è stata: una delle strategie con cui Lui ha costruito la propria immagine di uomo vincente. Persino ridondante, a questo punto del processo di ipnosi collettiva. Il giochino (il Milan vittorioso, specchio del suo Presidente) costa e parecchio, troppo per quello che dà e ha già dato tanto. Ora ci sono altre favole da raccontare, altre storie sulla vita del sultanino nazionale pronte per le pagine patinate da rotocalc(i)o.
Il mito di Creso che tutto trasforma in oro e quindi in trofei vinti a iosa si adatta non solo alle coppe campione; ci sono così tanti altri archetipi da trasporre in commedia all’italiana; su cui far leva per mantenere l’età media virtuale dei telespettatori votanti stabilmente intorno ai quattordici. Basta pescare tra le mitologie più note, scegliere quelle in cui noi, italiano medio, ci possiamo riconoscere e immedesimare; che possiamo condividere con Lui, e tentare di emularlo magari, certamente invidiarlo. Mentre sul teleschermo continueranno a passare le immagini favolose di storie semplici con Lui nella parte del protagonista. Gli esempi già si sprecano e sono quelli di sempre. Dalle novelle de Le mille e una notte, con tanto di harem numeroso quanto più enorme è la ricchezza del sultano, alle varie saghe alla ricerca dell’immortalità, con i lifting e le ricrescite miracolose, moquette di capelli corvini.
Dalla leggenda di Achille – o Rambo, a piacimento – un sol uomo con doti soprannaturali capace di vincere su tutto e tutti, al mito testosteronico di Priapo, l’ultra settantenne in grado di soddisfare diciottenni, al punto invaghite di lui da riuscire a raggiungerlo nel suo letto in barba alle più rigide misure di sicurezza.
La mia mente è corsa allora a Ugo – amico di un tempo – caro Ugo. Una volta, al bar sotto casa, mi avevi detto, tutto trionfante, di aver visto in tv un programma esilarante in cui bravissimi attori, con piglio e rigore, facevano la parodia di ricconi americani e del mondo che tu, Ugo, pensavi essere quello dei magnati petrolieri. Si trattava della serie televisiva Dallas. Quando ti ho svelato che quella non era una parodia ma un serial (che anche nell’accezione aggettiva ci sta tutto) mi avevi guardato stravolto e perplesso (oggi sarebbe forse meglio dire sconfitto) e avevi detto: ma in che mondo viviamo se anche alla tv non si capisce più se una cosa è seria o faceta.
Bene, ci siamo caro Ugo, anzi siamo andati oltre. Non solo la tv è seria anche quando è faceta, ma anche il mondo che quella tv rappresenta è faceto quando dovrebbe essere serio così che le due parti sono assolutamente intercambiabili. Non restare più senza Kakà, non è un sollievo, in fondo? Aver evacuato Kakà senza grossi problemi non è una bella notizia a prescindere? Se ad annunciarlo è il padrone delle trasmissioni, tutte, non suona certo ironico ma ha la sacralità del dogma.
Così, senza saperlo, il quattordicenne che incarna l’Italia tutta, celebra la sua omologazione, vive della sua vita riflessa dentro uno schermo che la tecnologia rende sempre più piatto. E che piatto quindi sia, tanto nella forma che nel contenuto.

 

Massimo Grilli

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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