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I racconti

 

La lezione
di Sabrina Campolongo

 

Piantato davanti alla porta di questo palazzo estraneo, Ale, al mio fianco, molleggia irrequieto sulle Nike che gli ho comprato dopo mesi di trattative, solo un paio di settimane fa. Fa su e giù come un pupazzo a molla, il mio ragazzo, ormai più alto di me, come se avesse freddo e cercasse disperatamente di scaldarsi.
Cerca di ingannare la tensione, in verità. Dovrei premere subito il pulsante con il nome che ho già individuato, invece me la prendo comoda. Lo lascio tra le braci.
Non mi fa pena.
Non mi commuovono i suoi occhi smarriti, il suo sguardo troppo fisso, le chiazze rosse sopra il pallore delle guance, le labbra scorticate e sanguinanti che continua a mordicchiarsi con cupo accanimento.
Lo studio con la coda dell’occhio, non lo guardo in faccia. Non merita una rassicurazione, ma non voglio nemmeno rafforzarlo con la mia durezza, dargli il sollievo di pensare che si tratti di noi, dell’ennesimo braccio di ferro tra me e lui, da cui è fin troppo abituato a uscire vincitore.
No, non è con me che deve vedersela adesso. Io me ne tengo fuori.
Premo il tasto, senza più esitare.
«Sì?»
«Sono (esito, non so come qualificarmi, non ci ho pensato prima) sono qui con Alessandro».
“Sono la madre di Alessandro” è questo che stavo per dire, ma qualcosa – la vergogna? – mi ha trattenuto. Non ha senso, in ogni caso, non cambia niente, lo so bene. Sono qui per questo, perché sono sua madre. Sono qui, a farmi presentare il conto delle sue azioni, come è scritto nel contratto di ogni madre, da prima di Maria di Nazareth.
Inutile raccontarsi frottole, non sono un semplice traghettatore.
«Prego. Al terzo piano».
Prendiamo le scale in silenzio. Ci aspetta la donna che ha accettato di vederci, ieri sera al telefono, senza chiedere una spiegazione. Mi chiedo se sappia già tutto. Mi chiedo, in quel caso, quale fatica le sia costata non urlarmi in faccia, mi chiedo come abbia potuto non chiamarmi lei. Magari è andata dai carabinieri, invece. Magari sono loro che le hanno consigliato di lasciarli lavorare in silenzio.
No, non ha senso, non avrebbe accettato subito di vederci, se fosse così. I passi di Ale si fermano un gradino dietro ai miei. Mi segue, oggi, invece di precedermi a larghe falcate come fa di solito.
La porta d’ingresso è già aperta. La donna è sulla soglia.
Peccato, mi dico, avrei preferito che ci avesse lasciati a fissare il nudo legno per un tempo da conservare, inciso nella memoria, un tempo offensivo, pesante e gelato.
Invece lei è lì, gonna al ginocchio, maglioncino girocollo, filo di perle e ciabatte, come se non avesse saputo decidersi, tra l’accoglierci in tenuta comoda da casa, oppure vestirsi come per un incontro formale.
Guarda me, poi Ale, poi di nuovo me.
«Buongiorno» dice, senza sorridere.
Sa e non sa.
Lo capisco da questa serietà esitante, e dalle borse scure sotto gli occhi, che assomigliano alle mie. Sa abbastanza per non mostrarsi cordiale o incuriosita, ma non abbastanza da sbatterci in faccia il suo disprezzo, ancora.
«Buongiorno. La ringrazio per aver acconsentito a vederci».
«Devo capire» dice lei.
Sento un moto di gratitudine per questa franchezza.
Annuisco. Lei si fa da parte per farci entrare, poi, con un movimento brusco, come vincendo un’indecisione, mi tende la mano.
«Rosanna» dice.
«Marina».
Le stringo la mano gelata, brevemente, imbarazzata quanto lei.
«Lui è mio figlio, Alessandro».
Rosanna annuisce.
«L’ho già visto, fuori dalla scuola».
Ale tiene la testa bassa, si sfrega il naso con il dorso della mano.
Vorrei dargli di gomito e dirgli “saluta!” come tante volte ho fatto quando era più piccolo. Però la sua spalla, più in alto della mia, mi ricorda che non è più una mia responsabilità la sua maleducazione, anche se, mentre lo formulo nella testa, il termine mi tradisce.
Sarà sempre mia responsabilità, sta già nella parola che mi è venuta in mente: mal-educazione. Una parola che è già un giudizio inappellabile verso il lavoro che è stato svolto per formarlo, che non condanna invece la sua indole.
Per quanti sforzi io abbia fatto, mio figlio risulta mal educato, e la colpa non può che essere mia. Me la sto già attribuendo da sola. Anche per questo sono qui, no?
«Accomodatevi» dice Rosanna, indicandoci il divano.
Poi si siede sulla poltrona davanti a noi. Noto che le sue ginocchia serrate tremano. Anche le mani, ci scommetterei, per questo le tiene chiuse in grembo.
Decido di seguire il suo esempio. Di arrivare subito al dunque.
«Siamo venuti a mostrarle una cosa. Non sarà piacevole».
«Lo immagino» dice lei.
Gli occhi le diventano più lucidi.
Sento una mano che mi annoda le viscere, all’idea di quello che sto per farle. Vomiterà, lei?
Io l’ho già fatto, ieri mattina.
Cerco la mia borsa, appoggiata accanto a me sul divano. La presa sui manici mi sfugge, la borsa –troppo grande, mi ritrovo sempre con queste borse enormi e pesantissime, comparse in concomitanza con la scomparsa del pancione – casca a terra con un tonfo sordo seguito dal tintinnio di monetine che rotolano sul pavimento.
La signora si china per aiutare a raccoglierle, nel primo vero gesto spontaneo che ha avuto fin qui, penso. La sua normale gentilezza ha prevalso sulla tensione dei nervi.
La ringrazio, sbattendo le monete a caso nella borsa, senza cercare il portamonete con la chiusura difettosa che non mi sono decisa a cambiare – ma Ale ha le scarpe nuove, lui sì, ha scarpe da 150 euro, ai piedi – e poi infilo la mano nella tasca laterale, chiusa con la cerniera e tiro fuori quello che stavo cercando: il telefonino di mio figlio.
Vedo lo sguardo di Rosanna fissarsi inorridito – inorridito è la parola – sull’oggetto, la vedo scuotere la testa.
«Mi dispiace» mormoro, anche se non è ancora il momento.
Ale, con i gomiti puntati sulle ginocchia ossute, si nasconde la faccia tra le mani.
Non piangere, cazzo non osare piangere, penso, incapace di parlare e odiandomi adesso, per le prime avvisaglie di pena che sento arrivare.Armeggio con il cellulare, lottando contro il tremito delle mani e la mia incapacità tecnica. So dove devo cercare, dopo che la prima volta ci sono incappata per sbaglio, cercando la rubrica, ora so dove cercare, sono le mie dita che si sono dimenticate come si fa a schiacciare i tasti. Potrei dire ad Ale di fare lui, ma ho ancora paura che vigliaccamente decida ora di cancellare le prove.
Per questo ho tenuto io il telefonino, nonostante lo schifo che sento a tenerlo in mano, lo schifo che ho provato per tutta la notte, sapendo che stava nel mio comodino, accanto al letto. Mi chiedo, me lo chiedo da ieri, come abbia potuto dimenticarlo a casa, mio figlio. Me lo chiedo e non so trovare una risposta. Come si può, con tale noncuranza, lasciare in giro una cosa del genere, con quello che c’è dentro? Se mi disgusta l’idea di conservarla, trovo inconcepibile che uno se ne dimentichi, che lasci le prove delle proprie nefandezze dove altri possono trovarle. A casa, dove io, per esempio, cercando di contattarlo per dirgli che non mi avrebbe trovato, al ritorno da scuola, e scoprendo che il cellulare era rimasto in camera, posso decidere di provare a rintracciare uno dei suoi compagni perché lo avvisi; dove per caso, non sapendo usare quel telefono, io possa capitare tra i suoi video e lì trovare quella cosa che mi spezza in due, che mi riduce a singhiozzare sopra il gabinetto, vomitando la colazione, e che mi porta qui, oggi, davanti a questa donna, questa madre che tra pochi minuti ci odierà, lui, ma anche me, come mai ha odiato forse nella vita. Finalmente trovo la sezione video.
Quello che cerco è l’ultimo della lista. Il nome che gli ha dato mio figlio è Lezione.
Tendo il telefono a Rosanna, che è ancora accovacciata accanto a me.
Non riesco a parlare. Le indico il file, le mostro quale tasto deve premere per farlo partire.
Lei non lo fa subito.
Si alza e torna sulla sua poltrona, mettendo di nuovo distanza tra di noi.
Deglutisce. Poi preme sul tasto e rimane a guardare, con orrore crescente, il display del telefono.

“Lezione?” ti dici. Vuoi vedere che quello gira anche i video in classe, anche se i patti erano che il telefonino durante le lezioni si doveva tenere spento? Vediamo che roba è questo video, non è invadenza, e che caspita: aveva promesso, e se ha trasgredito stasera ti sente.
L’immagine, per quanto mossa, non è stata girata in classe. È senza dubbio un esterno, quello, ma a quel punto questo è l’ultimo dei tuoi problemi, lo capisci subito.
C’è un ragazzo, seduto per terra, con le spalle contro un muro pieno di graffiti. Un ragazzino, ti sembra un viso noto, certo che lo riconosci, anche se fai finta di non essere sicura: è un compagno di classe di Ale, di tuo figlio. Anche senza distinguere chiaramente l’espressione del viso, non ci sono dubbi sul fatto che sia spaventato. Basta guardarlo, e poi c’è la sua voce, nel video. «Dai, ragazzi, non fate gli stronzi».
Una nota stridula, sta per mettersi a piangere.
È accerchiato. Uno, due, tre… sette ragazzi, ne conti sette, quattordici piedi in scarpe firmate, tra cui due nelle Nike che ben conosci, ancora rigide e luccicanti, appena uscite dalla scatola.
I ragazzi in piedi e lui con il sedere per terra: come si chiama? Dai che te lo ricordi, è Giacomo, uno dei primi della classe, difficile non notarlo davanti alla scuola, così diverso dagli altri, con i suoi jeans dal taglio classico e la camicia dentro i pantaloni; uno sfigatello, non mentire, l’hai pensato qualche volta, vicino al tuo Ale, così bello, così ammirato, il tuo Ale cui le ragazzine fanno già gli occhi dolci. E ora Giacomo, chiamiamolo per nome, è seduto per terra, da solo, e si stringe lo zaino contro la pancia, come a volerlo proteggere, o a volersi proteggere, e di fronte a lui sette ragazzotti in jeans che lasciano scoperto un buon terzo di chiappa inguainata in slip neri firmati, tra cui il tuo Ale rubacuori e modaiolo, sette che incombono davanti a un solo ragazzino che li implora di non fare gli stronzi.
«Noi non dobbiamo fare gli stronzi?Avete sentito?» ride uno.
«E lo stronzo che ci ha sputtanato?» chiede un altro, sarcastico.
«Glielo dici tu a mia madre perché oggi mi sono beccato un altro tre in ragioneria, o le dici che suo figlio fa lo stronzo con te, Giacomino?»
«Calmi, calmi,» interviene una voce beffarda fuori campo, probabilmente di quello che tiene tra le mani il o i telefonini, “ora a Giacomino gli spieghiamo per bene la lezione, e poi vedrete che capisce”. Come se aspettassero un segnale, i ragazzi si sbottonano la patta dei pantaloni.
Il ragazzetto seduto per terra capisce, azzarda un tentativo disperato di fuga, ma sette paia di gambe robuste lo bloccano, e diverse pedate in simultanea lo sbattono di nuovo contro il muro. Non può niente contro i fiotti di urina che lo investono in pieno, inzuppano il giubbotto, i pantaloni fuori moda, lo zaino, le mani. Cercando di ripararsi il volto abbassa la testa così i vigliacchi gli pisciano anche in testa, sui capelli tagliati di fresco.
A questo punto lui sta piangendo senza più ritegno, mentre gli altri – e tuo figlio – ridono. L’immagine saltella, la risata di colui che tiene tra le mani il telefonino è assordante e intollerabile, come una lametta contro una lavagna.

La signora Rosanna, la madre di Giacomo, piange.
Ale, mio figlio, anche lui ora sta piangendo. Non posso che augurarmi che il risentire quelle voci e quelle risate qui, dentro questo salotto, alle orecchie di questa madre, sia stato per lui uno strazio, almeno la metà di quanto lo è stato per me.
Ora singhiozza e si asciuga il naso con la mano. Meccanicamente tiro fuori un fazzoletto dalla borsa e glielo allungo.
Meccanicamente lui lo prende e si asciuga il viso.
La cura.
La responsabilità.
Viaggiano insieme, ti si incollano addosso, non puoi sfuggire.
Sono sua madre.
Mi fa pena adesso, inutile che neghi, inutile che menta. Se per un attimo riuscissi a non sentire nelle orecchie quelle risate, forse.
No.
C’è quella donna, davanti a me.
Tendo anche a lei un fazzolettino di carta.
Lei però non lo prende. Ha il suo fazzoletto, di stoffa, lo teneva appallottolato dentro la manica del maglioncino, come faccio io, quando sto in casa.
Si asciuga il volto. Poi guarda Ale, il mio sangue, disgustata.
Poi guarda me.
«Gliel’ha confessato lui?»
«No. L’ho scoperto ieri, per caso, per sbaglio».
«Lo immaginavo».
Poi si rivolge, per la prima volta, direttamente ad Alessandro.
«Cosa vi aveva fatto?» domanda, e la voce non riesce a rimanere ferma.
Ale piange più forte.
Rispondi, perdio.
Sto per urlarlo, ma lui mi precede. L’ha capito persino lui, che non può che rispondere adesso.
«Ci ha pa-pa-ss...» balbetta.
Vorrei dargli una sberla, per farlo smettere. Non hai il diritto, non hai il diritto di farmi pena adesso.
Come se la spina fredda del mio pensiero lo pungesse, vedo Ale sforzarsi di darsi un contegno.
Prende fiato, e poi guarda in faccia la madre di Giacomo, per la prima volta. «Ha passato le risposte sbagliate della verifica di ragioneria. Lui ha preso otto e due miei amici invece hanno preso tre. E noi altri pure, insufficiente».
Ascolto questa spiegazione per la prima volta. Non l’ho voluta, ieri. Ho detto: “Dirai tutto a sua madre, è a lei che devi spiegare”.
Ho sperato, ora posso ammetterlo, non che ci fosse una spiegazione che giustificasse – niente avrebbe potuto – ma che almeno, almeno fosse qualcosa di serio.
La pochezza di queste parole mi svuota, e non immagino nemmeno come debbano suonare alle orecchie della madre di Giacomo. Anche mio figlio sembra stupirsene. Finisce di parlare e resta sospeso, come in attesa di qualcos’altro, qualcosa che non arriva perché non c’è.
È tutto qua.
«Quel giorno è tornato a casa a piedi» dice Rosanna, a voce bassa. «È entrato in casa e si è chiuso in bagno. “Sono sudato, ho corso perché ho perso l’autobus” così mi ha detto. Tre chilometri a piedi, per non salire sull’autobus conciato a quel modo. Chissà quanto avete riso, di lui. Chissà come deve essergli sembrato, quel tragitto. Ha messo tutto in lavatrice, anche lo zaino. Io ho capito che era successo qualcosa, ma non sono riuscita a farmi dire la verità. Non me l’ha voluta dire».
Ale ha abbassato di nuovo la testa. Tiene la fronte premuta sui pugni chiusi.
«Può denunciarli» affermo.
Intravedo un movimento brusco alla mia sinistra. Mio figlio si è tirato su di scatto.
«Lo so» risponde lei.
E poi: «Chi ha visto questa roba? L’avete messa su internet?»
Ale scuote energicamente il capo.
«No, no. Ce la siamo solo passata tra di noi… tra quelli che c’erano».
«Sei mai stato umiliato tu? La puoi capire l’umiliazione?»
Non aspetta una risposta da mio figlio, che è comunque impietrito. Si rivolge a me.
«Se mio marito sa di questa cosa è già in Questura. Suo marito lo sa?»
«Siamo separati. Gliel’ho detto per telefono, comunque».
«Che ha detto?»
«Che esagero».
Rosanna si stringe nelle spalle, come a dire ”che ti puoi aspettare?”. La mela non cade mai lontana dall’albero. Io abbasso lo sguardo.
«Questo video deve essere distrutto, siamo intesi?»
Squadra Ale, che si affretta a dire sì.
«Se scopro che lo fate girare per tutta la scuola corro a denunciarvi, te per primo, d’accordo?»
«Sì».
«E tu fai in modo che a mio figlio non capiti più una cosa così, altrimenti denuncio sempre te».
Ale sembra esitare, ma poi dice: «Va bene».
Solo allora la madre di Giacomo sembra ricordarsi di me.
«So che a suo figlio potrebbe essere utile, se io lo denunciassi, ma il mio, di figlio, ha già subito abbastanza. E io non ho sete di vendetta. Potrebbe andarmi peggio. Potrei essere al suo posto».

Non trovo niente da replicare. Niente da aggiungere.
Ce ne andiamo, dopo aver cancellato il video davanti a lei.
Mentre camminiamo, in silenzio, io e Ale, verso la macchina, mi sento schiacciata da una cappa troppo pesante da portare. Penso a lui, che trascina le sue giornate tra la playstation, lo stereo e il parchetto con il motorino da cui non scende mai, che lotta ogni anno per non essere bocciato, che piace tanto alle ragazze che c’è solo da sperare che non ne metta incinta una troppo presto, e penso a Giacomo, ai suoi bei voti, alla sua cameretta ordinata e piena di libri che ho intravisto, da dietro la porta accostata. Forse è proprio come dice sua madre.
Poi lo guardo, mio figlio, ancora più bello, denudato della sua strafottenza, con quella tristezza vera negli occhi grandi, da bambino. Non è mai stato un violento, un po’ sbruffone sì, ma non ha mai fatto male a nessuno lucidamente. In fondo è stato un gesto compiuto per rabbia, obbedendo alla legge del branco, e dubito che sia stata un’idea sua. Lo rivedo mentre si sforza di non piangere sotto lo sguardo di quella donna, mentre le racconta quello che è successo senza mentire, senza cercare di trovare scusanti.
Mi blocco in mezzo alla strada.
Ale si ferma, di riflesso.
«Che hai?» chiede.
Ti giustificherò, penso. Non subito, ma sto già cominciando. Tra un mese, o due, mi dirò che in fondo chi passa apposta un compito sbagliato è un po’ stronzo, che avrebbe potuto rifiutarsi e basta, al limite.
«Che c’è?» ripete Ale.
Gli mollo un ceffone, con tutta la forza che trovo. Barcolla, non che io sia così forte – ho dovuto alzarmi sulle punte per centrare la sua faccia – ma l’effetto sorpresa ha giocato a mio favore.
Mi fissa smarrito, sbalordito più che arrabbiato. Perché ora?, sembra domandarmi.
«Ci perdonerò» rispondo.


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