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febbraio - marzo 2012
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Restituzione prospettica |
| La legittimata opposizione
della Chiesa cattolica romana di Walter G. Pozzi |
| La finta
opposizione del Vaticano: funzione etica compensativa e sponda consolatoria
per la classe lavoratrice |
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“Più c’è della creatura
e meno c’è di Dio”. C’è una sorta di pacifica convivialità da parte dei media nell’evitare un approccio critico ai documenti emanati dalla Chiesa e alle parole pronunciate ogni domenica da Benedetto XVI in piazza San Pietro. Anche quando si presentano nella forma di critica al sistema e in forma di sostegno alle classi disagiate, i concetti che vi sono iscritti vengono semplicemente lasciati scivolare sulle pagine dei giornali, senza spiegare al profano cosa significhino per il codice religioso da cui provengono. Un silenzio assenso che dimostra che il potere sta tornando a utilizzare la Chiesa cattolica come instrumentum regni, soprattutto dopo i risultati delle ultime elezioni che hanno spogliato il Parlamento di una voce critica a sinistra. Una tara di cui adesso il Vaticano è chiamato a farsi carico come forza compensativa di fronte al disagio della classe sociale che sta per essere travolta dalla crisi economica. Ora: perché tale sostituzione possa realizzarsi,
senza che a qualcuno venga il dubbio di trovarsi di fronte a una curiosa
anomalia politica, è opportuno per la Chiesa dissimulare il
discorso politico attraverso la propria veste spirituale. E a questa
impostura, docilmente, i media concorrono, come quando fingono di
dibattere sulla legittimità delle incursioni ecclesiastiche
nella sfera politica. Questione assurda, riferita a una religione
politica per tradizione: a partire dal documento apocrifo della donazione
di Costantino, passando dal giorno in cui si è fatta Stato,
fino al momento in cui, attraverso i Patti lateranensi, il fascismo
prima e la Costituzione repubblicana poi, le hanno riconosciuto un
ruolo di interlocutore politico privilegiato. Un ruolo che, dall’implosione
dell’impero sovietico e l’avvento delle politiche neoliberiste,
è andato ancor più rinforzandosi. La politica ecclesiastica, tuttavia, non si limita
a impresentabili alleanze. Da Wojtyla in poi, il suo obiettivo mira
a instaurare, nella cultura sociale, un’integrale restaurazione
dell’ortodossia medioevale, anche per mezzo di una capillare
creazione di movimenti e di forum cattolici. Una strategia ramificata
e sommersa che si verticalizza verso l’alto, con la quale il
Vaticano è in grado di creare una pressione di tipo lobbistico
e così condizionare l’attività legislativa parlamentare
nei settori economico, lavorativo, dell’istruzione e della bioetica. Un regolamento di antichi contenziosi di cui lo scioglimento della scomunica ai lefevbriani, negazionisti compresi, è solamente, per adesso, l’ultimo capitolo. E i risultati sono arrivati. L’infiltrazione in Parlamento, trasversale ai partiti politici – e l’imposizione alla politica della propria svolta culturale – ha permesso alla Chiesa cattolica di riprendere il pieno controllo sui temi etici, facendo cadere nel nulla i Dico, trasformando il caso Englaro in una legge medievale sul testamento biologico; riuscendo a boicottare il referendum sulla procreazione assistita (grazie a un tam tam di parrocchia in parrocchia), e contando di fare in futuro la medesima cosa contro l’aborto – reso nei fatti già impraticabile dai primari di ‘fede’ cattolica distribuiti in buona parte degli ospedali italiani. La responsabilità del pieno recupero della
Chiesa cattolica di un ruolo politico dominante è da attribuirsi
per buona parte all’atteggiamento autodistruttivo del centro-sinistra.
Alla sua totale e irreversibile perdita d’identità. Perché
se è vero che, a conti fatti, la violenza vaticana non è
dissimile da quella espressa oggi dal capitalismo italiano, la cui
costante ha epicentro nello smantellamento graduale e continuo delle
strutture di protezione sociale – garantito per buona parte
dai due governi Prodi – è altresì vero che la
violenza tout court è diventata la grammatica di un mondo politico
ed economico giunto al capolinea. L’anticomunismo del suo predecessore Wojtyla
non era riuscito fino in fondo in questo compito. La società
con cui si confrontava era diversa da quella odierna. Per ragioni
oggettive. Prima di tutto, in Italia c’era ancora il Pci. Il
mondo era diviso in due blocchi politici, e la Chiesa da lui ereditata
viveva in uno stato di emarginazione, relegata all’esilio sociale,
inserita in un contesto civile abbagliato e reso inconsapevolmente
laico dal benessere economico. Quella che Wojtyla aveva il compito
di restituire alla piena salute politico-religiosa era una Chiesa
sfinita ed emarginata socialmente dalla compromissione con le istanze
del secolarismo borghese. Un pericolo che già Pasolini aveva
esaminato con efficacia nel suo articolo del 1973, Analisi linguistica
di uno slogan, in cui mostrava i rischi corsi dalla Chiesa nel
momento in cui accettava, per convenienza, di conciliare fede religiosa
e società dei consumi, in cambio del riconoscimento di un proprio
ruolo politico. In questo modo lo scrittore chiedeva alla Chiesa di
opporsi al consumismo e ai danni che esso produceva nel cervello degli
italiani. Cresciuto in Polonia, nel cuore dello scontro tra cattolicesimo e comunismo, nell’avamposto più oltranzista della Chiesa cattolica, Wojtyla aveva ben chiaro che il recupero del potere temporale doveva passare sopra il cadavere del socialismo reale. La Chiesa, al momento della sua elezione, era disastrata dagli scandali finanziari degli anni Ottanta e dalle molteplici denunce per crimini sessuali. Per questo, sin dai primi giorni del suo mandato, Wojtyla si è preoccupato di rimodellare la gerarchia ecclesiastica concentrando tutti i poteri su di sé e cambiare il corso della deriva avviata – a dire suo e dei suoi uomini – dal progressismo di cui il concilio Vaticano II era stato portatore. Anche se a volte in disaccordo con il cattolicesimo ‘scientifico’ dell’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – il cardinale Joseph Ratzinger – Wojtyla ha impostato il proprio catechismo su basi esoteriche (culto mariano, il terzo segreto di Fatima legato all’attentato subito), sulla credulità della gente (482 santi creati ex novo) e su una moltitudine di eventi mediatici. Colonne solide sulle quali appoggiare la reazione che avrebbe riconsegnato alla Chiesa cattolica romana il primato sulle Chiese cristiane non legate al papato romano. A tale scopo è nato Dominus Jesus,
il documento con il quale la politica vaticana chiudeva con il concetto
di Chiese sorelle. Una stretta al pluralismo religioso che di fatto
imponeva la non equiparazione tra i mezzi di salvezza della religione
cattolica rispetto a quelli delle altre confessioni. Il Vaticano, dal canto suo, ha compreso che l’affidarsi
alle nuove figure parlamentari prive di una profonda formazione teologica,
avrebbe comportato dei rischi di tenuta a livello di potere. In questo
senso, la Dc aveva garantito una sponda dottrinale e legislativa di
sicura affidabilità, garanzia che i nuovi parvenue
della politica, cresciuti a pane, denaro, razzismo e anticomunismo
fascista, certo non davano. Quando oggi Benedetto XVI esprime “preoccupazione
per l’aumento delle forme di lavoro precario” e lancia
un appello “affinché le condizioni lavorative siano dignitose
per tutti”; quando afferma: “Mai più morti in mare”
dopo la morte dei disperati provenienti dalle coste libiche in cerca
di lavoro, lo fa non solo come forza spirituale ed etica, ma anche
accreditandosi come capo dell’unica forza ‘politica’
di opposizione rimasta in Italia. Sono quindi in malafede i detentori della chiacchiera
quando lasciano cadere le parole del papa come se avessero un significato
astratto. Senza cioè ricondurle sul piano da cui partono: da
un impianto ideologico distante anni luce dalla salvaguardia degli
interessi dei lavoratori, nel momento in cui la Chiesa accetta senza
riserve la proprietà privata come logica naturale e condanna
la lotta di classe solo quando parte dal basso. Questi concetti spiegano l’accanimento di Wojtyla contro il consumismo, le cui dinamiche richiedono una pratica laica dell’esistenza e della vita sociale in particolare, accanto al mancato riconoscimento della logica di sfruttamento. Di alienazione, semmai, ma solo in quanto causa dell’allontanamento dell’individuo dalla fede. In questo modo lasciando cadere le istanze rivoluzionarie tipiche del marxismo, per conservarne come buona la sola componente etica e morale e annetterla in maniera strumentale al verbo cattolico. Un sofisma raffinato, con il quale affrontare la componente meno critica nei confronti del capitalismo; quella del consumismo che mercifica le cose, dimenticando volutamente la sfera della produzione, ovvero la riduzione a merce del lavoratore, dell’uomo cioè. Un contesto ideologico, perfettamente in linea con
il dogma liberista, che assembla nel proprio calderone i richiami
alla carità e alla pietà umana insieme al pieno riconoscimento
delle ingiustizie sociali. Un minestrone che trova le proprie spiegazioni
non nel campo delle dinamiche economiche ma in ambito dogmatico: il
peccato originale. Un mito che, pure restando implicito (quindi non
detto, quindi disconosciuto di fronte al profano), trova espressione
ogni domenica nei discorsi del papa, ovvero la cacciata dell’uomo
dall’Eden come momento di espiazione durativa e giustificazione
definitiva, mirata a indurre gli sfruttati dal sistema ad accettare
la propria condizione come pena naturale e necessaria da espiare giorno
dopo giorno. Una dimensione umana che ha nella rassegnazione il proprio
contraltare, e che trova una propria consolazione etico-economica
nella metafora del corpo umano, il cui funzionamento dipende dalla
perfetta armonia di ogni sua parte. È questo, infatti, il cardine
ideologico su cui si fonda l’intera dottrina sociale (1).
(1) Rerum novarum: enciclica scritta da Leone XIII nel 1891 per contrastare la diffusione dei concetti socialisti tra operai e contadini
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