La Milano di Corrado Stajano è un susseguirsi di luoghi del
tormento; il libro, il percorso tra le stazioni di una metropolitana
via crucis. L’incipit de La città degli untori, ad anticipare
il rosario di nefande storie vissute all’ombra della madonnina,
potrebbe tranquillamente recitare: nel primo capitolo doloroso si
contempla… L’autore, nato a Cremona ma milanese d’adozione,
si aggira per la città alla ricerca di un’umanità
perduta, umanità intesa come sentimento di solidarietà
e fratellanza e non come consorzio di bipedi almeno apparentemente
raziocinanti.
Se immaginiamo che le città, al pari degli uomini che le abitano,
possano portare tracciata nel proprio genoma la mappa di potenziali
malattie, per Milano le speranze di salvezza sono minime, avendo nel
proprio dna il seme di quel male incurabile che dal 1600 in poi periodicamente
si ripresenta, anche se sotto diverse forme, in tutta la sua recrudescenza:
la peste. È peste, certo, quella che nel 1630 devasta il capoluogo
lombardo, e che in una folle ricerca di un agnello sacrificale spinge
le autorità a utilizzare qualsiasi metodo, comprese la delazione
e la tortura, per individuare i temibili diffusori del male: gli untori.
In questo clima da caccia alle streghe, a farne le spese sono un povero
barbiere, tale Giangiacomo Mora, e il suo presunto complice Guglielmo
Piazza, additati come propagatori del contagio da due pettegole e
sospettose vicine di casa del Mora. I due malcapitati vengono condannati
a pene terribili e, inutile dirlo, non fanno una bella fine; infatti
“il Senato decretò che issati su un carro, e dapprima
morsi con tenaglie roventi, e amputati della mano destra, avessero
rotte le ossa con la ruota e intrecciati alla ruota, fossero trascorse
sei ore, scannati, e quindi inceneriti”. Dopodiché sulle
macerie della casa del Mora, rasa al suolo, viene eretto il simbolo
stesso dell’ignominia: la colonna infame.
Ma Stajano non si ferma alle origini, e con continui salti temporali
mostra una città dal volto irrimediabilmente deturpato dagli
effetti del terribile male.
È peste anche quella che uccide, il 19 marzo 1980, il magistrato
e docente di criminologia Guido Galli, freddato davanti all’aula
305 dell’università Statale da tre colpi di P38 esplosi
da un commando di Prima Linea, omicidio che avrebbe dovuto “disarticolare
il potere giudiziario” e “costituire stabilmente lo schieramento
proletario rivoluzionario” e che ottenne invece la sola disarticolazione
dei movimenti a sinistra del Pci, stritolati dalla violenza repressiva
e sistematica dello Stato opposta a quella, spesso delirante, dei
vari partiti armati.
È peste quella che fa esplodere – in quel tragico 12
dicembre 1969 che ha scompaginato il vivere di un’intera nazione
per gli anni a venire – la bomba presso la filiale della Banca
Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Di peste muore
l’anarchico Giuseppe Pinelli, colto da “malore attivo”
prima di volare dal quarto piano della questura di via Fatebenefratelli.
E in questo affare non manca neppure il presunto untore, individuato
nel ballerino, anch’egli anarchico, Pietro Valpreda, che alla
fine dei processi protrattisi per decenni si vedrà scagionato
da ogni addebito.
E cosa sono, se non peste, le sventagliate di mitra dei miliziani
della Legione Ettore Muti, che nell’agosto del ’44 trucidano
quindici antifascisti e partigiani in piazzale Loreto, lasciando i
loro cadaveri esposti per giorni e giorni come monito alla popolazione?
I benpensanti che ancor oggi giudicano una barbarie l’esposizione
nel medesimo luogo delle spoglie del duce, della Petacci, di Bombacci,
Pavolini e Starace, sono persone di memoria corta, che evidentemente
ignorano o fingono di ignorare la cieca violenza del fascismo in generale
e dei repubblichini in particolare, quando la loro parabola stava
per volgere al termine.
Peste sono le azioni repressive e le decimazioni che il boia nazista,
capitano Theo Saewecke, ordina dalla sede delle sue SS in via Santa
Margherita, e peste è la follia di Pietro Koch, a capo di una
banda di fanatici sadici, torturatori per piacere ancor più
che per convinzione politica, i quali nel loro tetro covo, la tragicamente
famosa Villa Triste, frustano, umiliano, seviziano, amputano (e qui,
in un atroce déjà vu, torna l’immagine
del destino riservato ai poveri Mora e Piazza), uccidono in allegria,
tra una bottiglia di champagne, un tiro di cocaina e una siringa di
morfina, sottratta agli ospedali e al dolore dei feriti di guerra.
Ma sono tanti i luoghi contagiati nei quali Stajano, con il cuore
stretto in una morsa, ci guida, quasi fosse un Virgilio perso in una
Milano infernale. L’Ortomercato, centro nevralgico degli affari
di una ’ndrangheta sempre più violenta e aggressiva,
il Palazzo di Giustizia da dove l’Italia onesta avrebbe potuto
ripartire azzerando corruzione e malaffare e diventato, nelle parole
di corruttori e malaffaristi, covo di comunisti assassini, toghe rosse,
“antropologicamente diverse dal resto della razza umana”.
E poi via Solferino, sede di quel Corriere della Sera che non dedica
una riga alla morte di uno dei suoi giornalisti più prestigiosi,
Giulio Alonzi, partigiano amico di Ferruccio Parri, torturato proprio
a Villa Triste dalla banda Koch. Quello stesso Corriere che incensa
la figura di Indro Montanelli e che contribuisce a creare il mito
del giornalista integro, schietto, tutto d’un pezzo, che non
si presta a giochini di potere. Stajano, forse in una delle pagine
più riuscite dell’intero libro, così descrive
“il padre del giornalismo italiano” al quale sono stati
intitolati i giardini di Porta Venezia, con tanto di statua dorata
che lo raffigura seduto, con la sua Lettera 22 sulle ginocchia: “Forcaiolo
anarcoide, modello del fascista che in un fantasioso domino di date
apocrife cancella il suo passato, reazionario travestito da vecchio
saggio, abile nell’apparire controcorrente, italiano selvaggio
e acuto, giornalista di arcani istinti, è riuscito a render
credibile la favola di essere uno che gliela canta chiara ai potenti
dei quali è al servizio”. E qualche pagina dopo ce n’è
anche per Dino Buzzati il quale, dopo l’8 settembre ’43,
quando trentacinque redattori del Corriere firmano una “dichiarazione
di cessazione dal servizio” per non rendersi complici di una
direzione del giornale al servizio dei nazisti, “seguita a scrivere
come se nulla fosse accaduto, con la sua penna d’oca di finto
bambino”.
Dov’è finita, si chiede sconsolato l’autore, quella
Milano dura, ma anche affettuosa, ironica, partecipe, accogliente
e dall’antico spirito solidale?
Cosa ne è stato della tanto ostentata capitale morale d’Italia,
centro del potere finanziario, con una solida storia industriale alle
spalle e una lunga tradizione liberale figlia dell’illuminismo?
Come dire: che razza di città è quella che oggi permette
la dismissione di una fabbrica attiva e in salute, come l’Innse
di Lambrate, per mere questioni di speculazione edilizia? Che futuro
può avere una comunità che costringe i suoi operai,
razza in via d’estinzione e oramai ultimi sacerdoti del culto
del lavoro, a scelte estreme come il salire su una gru o altre similari
altitudini per difendere l’unica fonte di sussistenza delle
proprie famiglie?
La risposta sta forse nella deleteria mutazione (questa sì,
antropologica) verificatasi in quel buco nero della storia chiamato
‘anni Ottanta’, periodo oscurantista della ragione che
ha trasformato la Milano del lavoro nella spensierata ‘città
da bere’ (e, per alcuni, da sgranocchiare avidamente) che al
confronto, a volte aspro, tra una borghesia rigorosa e illuminata
nata dalla tradizione liberale e una classe operaia compatta, organizzata
e preparata, ha sostituito l’attuale guerra tra bande, incontrollabile,
frutto dell’egoismo e del razzismo più sfrenati, perenne
lotta senza possibili vincitori e vinti capace solo di produrre quotidianamente
frotte di offesi e rancorosi cittadini.
Per completare l’opera di “archeologia del presente”
(come argutamente Massimo Raffaelli ha definito dalle pagine de La
Talpa Libri, il lavoro di Stajano) io personalmente avrei aggiunto
un capitolo al libro. Come catalogarle, se non peste anch’esse,
le cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris che durante i moti
del 1898 lasciarono sul selciato, disseminati tra Porta Venezia, il
Carrobbio, Porta Romana e Porta Cicca, ottanta morti e almeno quattrocento
feriti: uomini, donne, vecchi e bambini falciati come su un campo
di battaglia dalla ferocia di un folle, colpevoli di essere poveri,
disperati di fronte all’aumento della farina e del costo del
pane, spesso unico alimento per intere famiglie. Il Re buono, a strage
conclusa ringraziò il generale conferendogli una particolare
onorificenza: la Croce di grand’ufficiale dell’Ordine
militare di Savoia. Due anni dopo, il 29 luglio 1900, l’anarchico
Gaetano Bresci, partito da Paterson nel New Jersey, nel parco di Monza
attuò il suo proposito di vendetta, giustiziando l’untoRe
Umberto I.
E giocando fino in fondo al gioco di Stajano, che gioco non è,
mi sbilancio anch’io e tento una (nemmeno troppo) azzardata
previsione riguardo alla prossima, definitiva esplosione del contagio,
collocandola in un futuro assai prossimo, e cioè nel 2015.
E davvero non bisogna essere Nostradamus per capire il perché.
La città degli untori, Corrado
Stajano, Garzanti, 2009
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