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febbraio - marzo 2012
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Buone nuove |
| Milano, un lazzaretto permanente di Giuseppe Ciarallo |
| Recensione
de La città degli untori, Corrado Stajano |
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Ma Stajano non si ferma alle origini, e con continui salti temporali
mostra una città dal volto irrimediabilmente deturpato dagli
effetti del terribile male. È peste quella che fa esplodere – in quel tragico
12 dicembre 1969 che ha scompaginato il vivere di un’intera
nazione per gli anni a venire – la bomba presso la filiale
della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.
Di peste muore l’anarchico Giuseppe Pinelli, colto da “malore
attivo” prima di volare dal quarto piano della questura di
via Fatebenefratelli. E in questo affare non manca neppure il presunto
untore, individuato nel ballerino, anch’egli anarchico, Pietro
Valpreda, che alla fine dei processi protrattisi per decenni si
vedrà scagionato da ogni addebito. Peste sono le azioni repressive e le decimazioni che il boia nazista, capitano Theo Saewecke, ordina dalla sede delle sue SS in via Santa Margherita, e peste è la follia di Pietro Koch, a capo di una banda di fanatici sadici, torturatori per piacere ancor più che per convinzione politica, i quali nel loro tetro covo, la tragicamente famosa Villa Triste, frustano, umiliano, seviziano, amputano (e qui, in un atroce déjà vu, torna l’immagine del destino riservato ai poveri Mora e Piazza), uccidono in allegria, tra una bottiglia di champagne, un tiro di cocaina e una siringa di morfina, sottratta agli ospedali e al dolore dei feriti di guerra. Ma sono tanti i luoghi contagiati nei quali Stajano, con il cuore stretto in una morsa, ci guida, quasi fosse un Virgilio perso in una Milano infernale. L’Ortomercato, centro nevralgico degli affari di una ’ndrangheta sempre più violenta e aggressiva, il Palazzo di Giustizia da dove l’Italia onesta avrebbe potuto ripartire azzerando corruzione e malaffare e diventato, nelle parole di corruttori e malaffaristi, covo di comunisti assassini, toghe rosse, “antropologicamente diverse dal resto della razza umana”. E poi via Solferino, sede di quel Corriere della Sera che non dedica una riga alla morte di uno dei suoi giornalisti più prestigiosi, Giulio Alonzi, partigiano amico di Ferruccio Parri, torturato proprio a Villa Triste dalla banda Koch. Quello stesso Corriere che incensa la figura di Indro Montanelli e che contribuisce a creare il mito del giornalista integro, schietto, tutto d’un pezzo, che non si presta a giochini di potere. Stajano, forse in una delle pagine più riuscite dell’intero libro, così descrive “il padre del giornalismo italiano” al quale sono stati intitolati i giardini di Porta Venezia, con tanto di statua dorata che lo raffigura seduto, con la sua Lettera 22 sulle ginocchia: “Forcaiolo anarcoide, modello del fascista che in un fantasioso domino di date apocrife cancella il suo passato, reazionario travestito da vecchio saggio, abile nell’apparire controcorrente, italiano selvaggio e acuto, giornalista di arcani istinti, è riuscito a render credibile la favola di essere uno che gliela canta chiara ai potenti dei quali è al servizio”. E qualche pagina dopo ce n’è anche per Dino Buzzati il quale, dopo l’8 settembre ’43, quando trentacinque redattori del Corriere firmano una “dichiarazione di cessazione dal servizio” per non rendersi complici di una direzione del giornale al servizio dei nazisti, “seguita a scrivere come se nulla fosse accaduto, con la sua penna d’oca di finto bambino”. Dov’è finita, si chiede sconsolato l’autore,
quella Milano dura, ma anche affettuosa, ironica, partecipe, accogliente
e dall’antico spirito solidale? La risposta sta forse nella deleteria mutazione (questa sì, antropologica) verificatasi in quel buco nero della storia chiamato ‘anni Ottanta’, periodo oscurantista della ragione che ha trasformato la Milano del lavoro nella spensierata ‘città da bere’ (e, per alcuni, da sgranocchiare avidamente) che al confronto, a volte aspro, tra una borghesia rigorosa e illuminata nata dalla tradizione liberale e una classe operaia compatta, organizzata e preparata, ha sostituito l’attuale guerra tra bande, incontrollabile, frutto dell’egoismo e del razzismo più sfrenati, perenne lotta senza possibili vincitori e vinti capace solo di produrre quotidianamente frotte di offesi e rancorosi cittadini. Per completare l’opera di “archeologia del presente”
(come argutamente Massimo Raffaelli ha definito dalle pagine de
La Talpa Libri, il lavoro di Stajano) io personalmente avrei aggiunto
un capitolo al libro. Come catalogarle, se non peste anch’esse,
le cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris che durante i moti
del 1898 lasciarono sul selciato, disseminati tra Porta Venezia,
il Carrobbio, Porta Romana e Porta Cicca, ottanta morti e almeno
quattrocento feriti: uomini, donne, vecchi e bambini falciati come
su un campo di battaglia dalla ferocia di un folle, colpevoli di
essere poveri, disperati di fronte all’aumento della farina
e del costo del pane, spesso unico alimento per intere famiglie.
Il Re buono, a strage conclusa ringraziò il generale conferendogli
una particolare onorificenza: la Croce di grand’ufficiale
dell’Ordine militare di Savoia. Due anni dopo, il 29 luglio
1900, l’anarchico Gaetano Bresci, partito da Paterson nel
New Jersey, nel parco di Monza attuò il suo proposito di
vendetta, giustiziando l’untoRe Umberto I.
La città degli untori, Corrado Stajano, Garzanti, 2009 |