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aprile - maggio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Facendo finta di annegare
di Sabrina Campolongo |
| Recensione
de La cascata, Margaret Drabble |
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Forse, a ben pensarci, le scrittrici contemporanee non sono andate
molto avanti, se pensiamo che Erica Jong scriveva già di
sesso ‘come un uomo’ all’inizio degli anni Settanta,
che, anzi, faceva molto di più: scriveva di sesso come una
donna, ma con la spregiudicatezza di un uomo. Osava dipingere la
sua eroina, la memorabile Isadora Wing, con un vorace appetito sessuale,
un sagace intelletto, un preciso rifiuto verso gli eccessi igienici
e nessun imbarazzo a fare l’amore anche in pieno ciclo mestruale. Da qui la sorpresa scoprendo che, già nel 1969, Margaret
Drabble, scrittrice inglese figlia di un giudice e di un’insegnante,
aveva osato aprire il suo romanzo La cascata con
l’immagine di una puerpera che, nel letto in cui ha appena
partorito, ancora caldo e umido dei liquidi del parto, suscita una
feroce attrazione erotica in un uomo quasi estraneo, più
precisamente, il marito di sua cugina. Basterebbe questo a consigliarne
la lettura. Ma ecco che un secondo colpo di scena ci attende subito dietro
l’angolo, quando la solitaria eroina, fino a quel momento
inquadrata dall’occhio benevolo di un narratore esterno, decide
di prendere la parola, esordendo con un: “Naturalmente non
andrà. Come resoconto, cioè, dei fatti”. Per
poi informarci che la narrazione, per forza di cose, non potrà
restituire un quadro veritiero della situazione e che lei stessa,
narratrice/personaggio, pur alternando il punto di vista dall’interno
all’esterno della storia, finirà per scodellarci un
sacco di bugie. Molti sono, in effetti, gli elementi che sembrano custodire cupi presagi, primo fra tutti la luce, quasi ultraterrena, che trafila dal rapporto tra i protagonisti: raramente storia d’amore in un romanzo fu meno affollata di ombre, soprattutto riflettendo sul fatto che entrambi i protagonisti sono sposati, che Jane è madre di due figli piccoli, che James viene descritto come un padre e un marito attento (ma questo non sembra vietargli di passare svariate notti fuori casa), che Jane descrive se stessa come estremamente problematica, inadatta alla vita… Eppure non c’è la minima tensione tra loro, tutto scorre placido, la delicatezza tra i due è commovente, il rapporto con i piccoli perfetto, troppo bello per durare, direbbe anche il lettore meno cinico. Ci si aspetterebbe la tragedia alla fine della corsa anche se la narratrice/protagonista non ci informasse delle abitudini estremamente pericolose di James, della sua guida spericolata, del fatto che non si presenti al lavoro e dei suoi debiti, anche se non facesse continui riferimenti a eroine tragiche come Maggie Tulliver di The mill on the floss di George Eliot, che finisce con il morire annegata, dopo essere stata accusata di avere rubato l’uomo all’adorata cugina (Lucy, non a caso lo stesso nome della cugina di Jane). Il presentimento funesto si fa più concreto quando James propone all’agorafobica Jane un viaggio in macchina fino in Norvegia, viaggio che, pur con prevedibili riserve, la sventurata accetta. Ed eccoli, i due amanti, correre, felici e inconsapevoli, verso l’incidente che il lettore si attende con pragmatica certezza. La prosa si fa elegiaca, quasi che Jane stesse preparando il suo
commiato, quando un nuovo ribaltamento dei canoni – quelli
del romanzo sentimentale romantico, preso a modello e deformato
abilmente lungo tutta la narrazione – porterà la storia
fuori dai binari del prevedibile. Proprio la non-spettacolarità
del finale, la sua apparente piattezza, le parole di ridimensionamento
che la narratrice/protagonista dedica alla sua esperienza, ne fanno
una storia “quietamente sovversiva” come la definisce
Eleanor Honig Skoller. Per contro, quel destino in agguato a cui Jane dichiara di non
potersi ribellare “se sola, anche da sola, andando sotto,
sprofondando, in silenzio, lei avrebbe rifiutato il ramo provvidenziale
e non avrebbe cercato di raggiungere la salvezza della riva”,
si manterrà a distanza di sicurezza sia dal tragico che dal
meraviglioso. Nessun dramma e l’ennesimo inganno, invece. L’incontro con James ‘salverà’ Jane,
non per via delle particolari doti del suo amante, quanto grazie
alla determinazione con cui deciderà di averlo, alla forza
con cui vorrà prenderselo, passando soavemente sopra
ogni genere di scrupolo morale. Mentre ci dice di non poter fare
a meno di lui, di essere dipendente in modo ossessivo da questo
amore, Jane sta tessendo, imperturbabile, con ogni mezzo a sua disposizione,
un bozzolo d’acciaio attorno a James. Il quale, non dimentichiamolo,
non sembra avere alcuna intenzione di lasciarla. Non si immagini però La cascata come una parodia del manicheismo romantico. Se lo è, almeno in parte, l’ironia è così sottile, il confine tra quello che è e quello che si vorrebbe far credere, tra realismo e mistificazione, è così mobile, che si potrebbe leggerlo tutto senza porsi il problema, accettando l’incongruenza come l’essenza stessa della storia, prendendo Jane sul serio. Non sorprende, infatti, che l’ultima frase del romanzo – “Preferisco soffrire, credo” – abbia fatto infuriare alcune femministe, quando quell’ultima parola dopo la virgola, credo, (detto da una che si è appena salvata la vita) avrebbe dovuto farle sorridere.
La cascata, Margaret Drabble, Luciana Tufani editrice, 2000
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