| Fra un interrogatorio
e l’altro, il cancelliere aveva cominciato a narrare al pretore
il fatto dei Sortino: «Una vera battaglia: i due fratelli Sortino
col padre, da una parte e dall’altra gli Sgraia padre e figlio...
In mezzo, Anna Sortino, che strepitava come una gallina spennata viva...
Tutta la scena è stata per lei...». Ma non gli era riuscito
ancora di completare la storia, per l’andirivieni continuo degli
avvocati, dei testimoni e di tutta la gente che aveva da fare con la
giustizia.
Ad un tratto, come il magistrato aveva finito di udire un carrettiere
accusato di ribellione alla forza pubblica, dal fondo del gabinetto
si avanzarono due contadini, due giovanotti alti, robusti, snelli, dalle
fisionomie larghe ed aperte. Arrivati dinanzi al tavolo, si fermarono
nello stesso tempo, tenendo i berretti con tutte e due le mani.
«Che c’è?» disse il pretore, fissandoli, mentre
il cancelliere gli faceva dei segni d’intelligenza, come per dire:
“Eccoli qui!”.
«Siamo venuti, Vossignoria, all’oggetto di dare una querela».
«Come vi chiamate?»
«Sortino... Salvatore Sortino... Cosimo e Salvatore...»
risposero, suggerendosi a vicenda.
«Contro chi date querela?»
«Contro Giuseppe Sgraia e Gaspare Sgraia, padre e figlio».
«Che cosa vi hanno fatto?»
«Qui... Vossignoria può vedere... » e tutti e due
si voltarono di profilo, mettendo un dito sopra un punto della faccia.
«Venite da questa parte».
Nella sala attigua, c’era il dottore, che fattosi alla finestra,
prese a ciascuno dei querelanti il capo con tutte e due le mani, rovesciandolo
un poco ed esaminandolo alla luce.
«Ferita lacero-contusa nella regione mascellare destra, lunga
cinque centimetri, guaribile in dieci giorni. Cos’era, un bastone?»
«Nossignore, una sedia...»
«Contusione al zigomo sinistro, con lacerazione ed ecchimosi.
Guaribile in sei giorni».
Il cancelliere prendeva nota di tutto, seguitando a far segni al pretore.
Tornato nel suo gabinetto, questi continuava ad interrogare.
«Sentiamo: com’è andata la faccenda?»
«Ecco qua, signor Pretore:» disse Cosimo, «è
stato per difendere nostra sorella Anna, che sempre suo marito Gaspare
Sgraia le faceva maltrattamenti».
«Cosa faceva, la bastonava?»
«Sissignore» confermò Salvatore. «A segno,»
riprese l’altro «che nostro padre era andato a prendersela
per ricondursela a casa».
«Ma suo marito poteva opporsi!» obiettò il pretore.
«Ecco qua...» aggiunse Cosimo Sortino, con un mezzo sorriso,
quasi a significare che il pretore aveva ragione di avanzare quella
difficoltà ignorando le circostanze del fatto. «Ecco qua:
essi non sono maritati...»
«O dunque?»
«Stanno insieme».
Il pretore che badava a suggerire al cancelliere le risposte da scrivere
nel verbale, domandò: «Allora vostra sorella sta a serva
con lo Sgraia?»
«Nossignore…»
«Ma insomma, cos’è questo pasticcio?»
Cosimo disse: «Stanno assieme, così...»
Il pretore prima guardò lui, poi l’altro fratello, che
allargò un poco le braccia, con un gesto di adesione.
«Ho capito. E per questo siete venuti alle mani?»
«Nossignore... sissignore...»
I due fratelli Sortino si confondevano, intanto che il cancelliere se
la rideva sotto i baffi.
«Insomma: è stato per questo, sì o no?»
«Signor Pretore, ecco qua:» disse risolutamente Salvatore,
facendo passare il berretto da una mano all’altra, «che
sono insieme, è un affare di un anno e mezzo. Gaspare Sgraia
s’è portata in casa nostra sorella all’altro San
Giuseppe: giusto fa un anno e mezzo il diciannove di questo mese. Intanto,
Vossignoria deve sapere che la maltrattava da mattina a sera, che perfino
i vicini se ne scandalizzavano. Questo sapendo, noi abbiamo detto in
famiglia: “Andiamo a pigliarci Anna, e finiamo la commedia”.
Siamo andati tutti e tre, col signor padre; ma io e mio fratello siamo
rimasti in istrada. È salito solo il signor padre, in casa di
Gaspare Sgraia. Alla salita, il signor padre dice: “Gaspare, questa
commedia è durata assai; e se devi trattare così mia figlia,
io me la riporto a casa!”.Quello risponde che non è vero,
che Anna l’ha mantenuta e rispettata; e alza anche la voce. Il
signor padre gli risponde, invece, qualmente l’ha presa a legnate,
e che ci sono i vicini pronti a far testimonianza, e che lui è
un bugiardo. Allora comparisce il padre di Gaspare Sgraia, a difendere
suo figlio ed a minacciare ad alta voce il signor padre. Alle minacce,
siamo saliti anche noi; qui le lingue si sono confuse e io non mi ricordo
niente. So che le sedie sono volate, e che quando sono venuti i vicini
a dividerci, io e mio fratello che è qui, ci siamo trovati con
questi segni in faccia. Il pretore restò un poco a considerarli».
«E due giovanotti come voi,» disse lentamente, «si
fanno sfregiare, per soprammercato, dopo che hanno preso loro la sorella?»
Cosimo e Salvatore Sortino non risposero nulla; aprirono soltanto un
poco le braccia.
«Non siete stati soldati?»
Cosimo rispose: «Io, sissignore».
In quel momento, s’intesero delle voci; l’usciere esclamava:
«Vi dico che c’è gente!...» e altri replicavano:
«È per la stessa causa!... Se è per la stessa causa!...».
L’uscio finalmente si schiuse e due altri individui si fecero
avanti. Questi, che parevano di condizione un poco più elevata
dei due giovanotti contadini, vennero a mettersi dall’altro lato
del tavolo.
«Voialtri chi siete?»
«Io sono Giuseppe Sgraia, signor Pretore» disse il più
vecchio, «e questo è mio figlio Gaspare».
«E che cosa volete?» riprese l’altro, irritato; intanto
che il cancelliere gli faceva dei segni con una mano per significare:
“Li lasci dire; ne sentiremo delle belle!”.
«Signor Pretore, sono venuti a fare una violenza di domicilio,
minacciando, in casa nostra!»
«Chi è venuto?»
«Salvatore e Cosimo Sortino» rispose lo Sgraia, additando
i due fratelli, che se ne stavano lì, ritti e tranquilli.
«Perché vi minacciavano?»
«Signor Pretore, la servo io» disse Gaspare, facendosi un
poco più avanti. «Due anni addietro...»
«Un anno e mezzo» corresse Cosimo Sortino.
«Sissignore, dice bene; ma questo non importa. Un anno e mezzo
addietro, la loro sorella Anna se ne venne a stare con me...»
«Se ne venne, o la faceste venire per forza?» chiese il
pretore.
«Se ne venne lei, di sua sponte!» protestò Gaspare.
«Quanti anni aveva?»
«Sedici anni compiti, signor Pretore...»
«E la famiglia di lei non si oppose?»
«Nossignore; siamo stati un anno emezzo insieme, come marito e
moglie...»
«In casa di mio figlio» commentò il vecchio, «Anna
Sortino è stata sempre trattata bene, ché, grazie a Dio,
non siamo ricchi, ma un poco di provvidenza l’abbiamo...»
«E durante quest’anno e mezzo, suo padre, i suoi fratelli,
non hanno fatto nulla per riaverla?»
«Cosa dovevano fare?» ridisse il vecchio. «Era trattata
come una signora!»
Il pretore si volse verso i fratelli Sortino; chiese duramente: «In
tutto questo tempo, voialtri non avete dunque fatto nulla per la situazione
di vostra sorella?»
«Nossignore» rispose Salvatore alzando il capo.
«Ah! Va benissimo! Dunque,» riprese, voltandosi verso quegli
altri, «sono venuti a riprendersi la sorella? Perché se
la volevano riprendere?»
«Signor Pretore,» disse Cosimo Sortino «perché
la maltrattava...»
«Non è vero!» sostenne Gaspare Sgraia. «Io
non l’ho maltrattata. Facciamolo dire a lei stessa, allora!»
«O dunque: perché sono venuti a casa vostra?»
«Perché... ecco qua...»
Come Gaspare si confondeva, suo padre gli dette una piccola spinta in
una spalla, per farlo tacere.
«Signor Pretore, la verità sacrosanta come l’Evangelo,
la vuol sapere? È questa che le dico io. Quando mio figlio si
prese Anna Sortino, fu col piacere della famiglia di lei. Lo sapevano,
che in casa nostra non le sarebbe mancato nulla! E anzi, il padre della
ragazza aveva promesso a mio figlio che gli avrebbe dato un pezzetto
di vigna. Gaspare, anzi, se la prese con questo patto. Se non era un
ragazzo, la vigna doveva farsela dare prima; ma Vossignoria sa com’è
la gioventù, che non considera. Ora, ogni volta che mio figlio
mandava a dire a Sortino di mantenere la sua promessa, si sentiva rispondere:
“Oggi, domani, stasera...” ma non si concludeva mai niente.
Passa un anno, passa un anno e mezzo, e ancora non abbiamo visto né
vigna, né uva!»
Il pretore guardava i due fratelli, che restavano impalati, con le braccia
lunghe pendenti, stando a sentire come non fosse il fatto loro.
«E poi?»
«E poi, signor Pretore, i Sortino erano ben contenti di aver collocata
la ragazza senza metter mano alla tasca! Ma queste sono azioni che non
si fanno, ingannare un giovanotto, promettendogli questo e quest’altro,
e poi lasciandolo solo nel ballo, coi figli che possono venire di momento
momento!»
«Allora,» osservò il pretore, «se la ragazza
era di peso in casa vostra, perché non l’avete lasciata
andare, quando sono venuti per riprendersela?»
Gaspare Sgraia disse: «Ma, signor Pretore, consideri lei: dopo
un anno e mezzo che siamo stati insieme, anche se fosse stata una cagna
ci avrei preso affezione!»
«Già, l’affezione!» ripeté Cosimo Sortino,
sorridendo. «L’affezione era per avere la roba!»
«E non l’avevate promessa, eh?» chiese il vecchio,
picchiando con una mano sul tavolo. «Bisognava darla, se l’avevate
promessa!»
«Già; e per costringerla a farvela dare, pigliavate a legnate
nostra sorella!»
«Non è vero, per Gesù Sacramentato! » attestava
Gaspare Sgraia. «È vero, sissignore, che io le dicevo di
persuadere i suoi parenti a dare il convenuto; ma con le buone, sempre
con le buone!»
«Già!... Già...» ripeteva Salvatore Sortino,
con un tono d’incredulità, ma senza scomporsi.
«Com’è vero Dio, signor Pretore!»
«E le lividure che vide la comare Giovanna?»
«Le lividure?... Quali lividure?»
La discussione procedeva calmissima, specialmente da parte dei Sortino.
Il pretore tagliò corto, rivolgendosi a questi ultimi: «Insomma,
voialtri avevate promesso sì o no di dare la roba?»
«Sissignore!» affermò Salvatore.
«Ma di darla se nostra sorella era ben trattata, e se le cose
andavano come dovevano andare!»
«Allora, volevate costringere costui a sposarla, per poi dare
la roba?»
«Nossignore!» protestò Sortino. «Noi siamo
andati per riprenderci nostra sorella!»
«E per non dare il convenuto!» esclamò lo Sgraia.
«Naturale! Per non dare niente! Dopo che la trattavano così!»
Il pretore guardò il cancelliere, che se la godeva, grattandosi
un’orecchia col portapenne, e faceva delle smorfie con la bocca,
come per dire: “Che gente!”.
«E vostra sorella adesso con chi è?»
«Eh! Con lui...» rispose Salvatore, additando Gaspare Sgraia.
«Benissimo!» esclamò il magistrato. «Adesso
finiamola. Voialtri Sgraia volete dar querela per violazione di domicilio?»
«Una volta che sono venuti a darla loro!»
Il cancelliere stropicciava i piedi sull’impiantito.
«Allora, siete voialtri Sortino che vi querelate per aggressione
e ferimento?»
I due fratelli si consultarono con lo sguardo. Cosimo disse: «Eh!
Se si querelano essi...»
Il pretore picchiò con una mano sul banco, e sorse in piedi.
«Non c’è fretta. Quando poi vi deciderete!... Usciere,
chiamate l’udienza».
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