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febbraio - marzo 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Siamo uomini o pinguini? di Luciana Viarengo |
| Recensione
de L'isola dei pinguini, Anatole France |
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A vederci così mansueti davanti alle derive
fascistoidi e alle burlesche fole anticrisi, appagati dallo scarso
panem e dai tanti circenses, c’è da
credere che la memoria retrograda collettiva sia del tutto andata
(l’anterograda – non ricordo di averlo detto o fatto
ieri, un’ora fa, anzi non ero io – è più
deficitaria nella classe dirigente). Va da sé che la memoria
prospettica, quella che consente di pianificare il futuro, di prevedere
eventi e progettare le proprie azioni, sia messa anche peggio. Il solo antidoto all’oblio mortifero –
a causa del quale presto avremo un mondo e un’umanità
ben peggiori di quanto già non siano – è il pensiero
critico, il risveglio delle coscienze. Abbiamo bisogno di cultura
per resistere al risucchio dell’industria culturale, capofuochista
nella combustione dei cervelli. Dobbiamo riscoprire il pensiero e
lo spirito di chi, in ogni epoca, ha puntato il dito su ciò
che ciclicamente traduce l’umanità verso il disastro. La parodia agiografica – con tanto di temptatio,
flores sanctorum e mirabilia con la quale l’ateo accademico
di Francia dà l’avvio alla storia della pinguinità,
gli valse la messa all’Indice da parte del Sant’Uffizio.
Dato, questo, che per qualcuno potrebbe costituire di per sé
un ottimo incentivo alla lettura. Dopo lunghe dispute filosofiche e teologiche, Dio
impone la propria autorità: ciò che è fatto è
fatto, Maël trasformerà in uomini questi piccoli iperborei
ormai consacrati. Come la genesi dell’uomo, anche quella di Pinguinia ha tra i primi orpelli il senso del pudore. Non una mela, ma seta e oro rendono il corpo uno ‘strumento del diavolo’. La prima pinguina drappeggiata di veli e cinta di cerchi d’oro, dapprima terrorizzata, si trasforma di botto in una maliziosa cocotte preoccupata solo del punto vita strizzato a dovere. Da lì in poi, un codazzo di pinguini allocchiti la seguirà, senza più rispetto per le stagioni dell’accoppiamento. Gustosa denuncia dell’impostura che il culto religioso sottende è la storia di questa stessa pinguina, Orberosa: accoppiatasi finanche con il diavolo travestito da frate, sposa di un pinguino travestito da drago, amante di bovari e mandriani, sarà la vergine, santa e patrona di Pinguinia, la cui venerazione resisterà con alterne fortune nei secoli. Così come l’accoppiamento, anche le lotte diventano un abito per tutte le stagioni perché, spiega un altro monaco al perplesso Maël, i pinguini che si ammazzano a badilate e sfracellano a colpi di pietra la testa degli avversari compiono “la più augusta delle funzioni”: creano lo stato di diritto, fondano la proprietà, stabiliscono i principi della civiltà, le leggi dello Stato e le basi della società. E “la loro opera sarà celebrata nei secoli dai legislatori, protetta e confermata dai magistrati”. Durante questa erudita spiegazione, ecco un robusto
pinguino con un albero in spalla. “Avvicinandosi a un piccolo
pinguino con la pelle bruciata dal sole che stava innaffiando la lattuga,
gli gridò «Il tuo campo è mio!» Pronunciate
quelle violente parole, picchiò la clava sulla testa del piccolo
pinguino che cadde morto sulla terra che aveva coltivato con le proprie
mani”. No, non di delitto e furto si tratta, spiega paziente
il monaco all’abate, bensì “di guerra e conquista,
sacri fondamenti degli imperi e fonti di tutte le virtù e di
tutte le grandezze umane”. Qui, non stonerebbe una chiosa sull’esportazione
della democrazia. Quando France morì, nell’ottobre del 1924, in Italia aveva inizio il terzo anno dell’Era fascista. La Francia era alla sua Terza repubblica e, nel panorama culturale, si udivano i primi fragorosi vagiti surrealisti, tesi verso la rivoluzione per “transformer le monde et changer la vie”. Ai funerali di Stato tributati a France, i surrealisti risposero con attacchi violenti: “Con France, se ne va un po’ del servilismo umano. Si faccia festa il giorno in cui si sotterrano la furbizia, il tradizionalismo, il patriottismo e la mancanza di cuore!” scriveva Breton in un pamphlet collettivo intitolato Un cadavre (ripreso poi dai surrealisti dissidenti per attaccare lo stesso Breton, secondo la più canonica legge del contrappasso). In realtà, in questi tempi da café chantant di periferia, Anatole France brilla per attualità, per l’abilità con cui schernisce la stupidità umana e per il suo lucido sguardo al futuro, verso un’umanità condannata alla cieca reiterazione dei propri errori. |