| La specie umana sembra,
per certi versi, avallare le teorie fissiste e creazioniste. Pensiamo
alla facilità con la quale il Serpente, con un paio di frasi
da esperto piazzista, ha abbindolato prima Eva e poi, con il suo aiuto,
Adamo. La mira di potere e la stupidità hanno fatto il resto.
Nel corso dei secoli, le cose non sono cambiate, l’umanità
non sembra trarre alcun insegnamento dal passato, come se la memoria
fosse impossibile da conservare.
Ai nostri giorni, per esempio, l’assenza di reazioni – quando
non è aperto consenso – alle iniziative della côté
di incantatori occulti e filibustieri conclamati che tirano i fili del
teatrino italiano, sembra delineare un caso di deficit cognitivo trasmesso
geneticamente a partire dal primo uomo.
A vederci così mansueti davanti alle derive fascistoidi e alle
burlesche fole anticrisi, appagati dallo scarso panem e dai
tanti circenses, c’è da credere che la memoria
retrograda collettiva sia del tutto andata (l’anterograda –
non ricordo di averlo detto o fatto ieri, un’ora fa, anzi
non ero io – è più deficitaria nella classe
dirigente). Va da sé che la memoria prospettica, quella che consente
di pianificare il futuro, di prevedere eventi e progettare le proprie
azioni, sia messa anche peggio.
Il danno è severo: l’assenza di memoria rende vulnerabili
e costringe chi ne è colpito a delegare la propria vita ad altri,
a fidarsi di qualcuno che governi una situazione altrimenti ingovernabile.
Paradossalmente, però, chi ne è affetto non sa discernere
se questo mandato venga assolto coscienziosamente o meno.
Nel caso di questa nostra collettività smemorata, i suoi badanti,
ovvero classe politica – avviticchiata a quella economica –
e clero, sono abilissimi nel pilotarne scelte e decisioni e attenti
a conservare questo, per loro, vantaggioso stato amnesico sventolandole
davanti, piuttosto che il passato rimosso, un chimerico ‘futuro
migliore’. Che si realizzerà, nel caso della prima, in
data perennemente da destinarsi e, nel caso del secondo, addirittura
in una prossima vita, eterna.
Il solo antidoto all’oblio mortifero – a causa del quale
presto avremo un mondo e un’umanità ben peggiori di quanto
già non siano – è il pensiero critico, il risveglio
delle coscienze. Abbiamo bisogno di cultura per resistere al risucchio
dell’industria culturale, capofuochista nella combustione dei
cervelli. Dobbiamo riscoprire il pensiero e lo spirito di chi, in ogni
epoca, ha puntato il dito su ciò che ciclicamente traduce l’umanità
verso il disastro.
Prendiamo Anatole France. Immensa cultura classica, purezza linguistica,
misurato e pungente sarcasmo nel quale guizza una vena di anarchia,
ed ecco la denuncia scevra dal ringhio bilioso o dalla pedanteria moraleggiante.
La levità con la quale trasmette la forza delle idee enfatizza
la distanza siderale tra il proprio sentire e ciò che di becero
o criminale addita ne L’isola dei pinguini, pubblicato
in Francia nel 1908 e ripubblicato in Italia da Isbn Edizioni un paio
di anni fa. Epopea di un popolo immaginario – ammantata da un’ironia
a tratti davvero esilarante sulla quale France modella una visione molto
realistica della storia, della natura umana e dei suoi errori.
La parodia agiografica – con tanto di temptatio, flores sanctorum
e mirabilia con la quale l’ateo accademico di Francia dà
l’avvio alla storia della pinguinità, gli valse la messa
all’Indice da parte del Sant’Uffizio. Dato, questo, che
per qualcuno potrebbe costituire di per sé un ottimo incentivo
alla lettura.
A dare il via all’epopea pinguinica, l’errore di un troppo
solerte sant’uomo, l’abate Maël , approdato a un’isola
del Nord a bordo di un’improbabile tinozza di pietra “che
galleggiava come un sughero”. Obnubilato in uguale misura da furia
evangelizzatrice e da incipiente cecità, battezza, benedice e
predica a destra e a manca in una colonia di straniti pinguini –
causticamente simili ai pingui gentiluomini della belle époque
impettiti nei frac – da lui scambiati per selvaggi autoctoni.
L’abbaglio crea problemi ai ‘piani alti’ dove Padreterno
e santi riuniti discutono le sorti di questi placidi palmipedi ormai
accessoriati di anima.
Dopo lunghe dispute filosofiche e teologiche, Dio impone la propria
autorità: ciò che è fatto è fatto, Maël
trasformerà in uomini questi piccoli iperborei ormai consacrati.
Ed eccoli, ancora un po’ tozzi, basculanti e con residui sguardi
in tralice, perdere il becco, acquisire naso, fronte spaziosa e parola.
Diventare uomini, insomma, e come tali guadagnarsi l’immortalità.
Come non vedere il suggerimento cubitale di una religione all’origine
dei mali dell’uomo?
Ma un santo deve essere tale fino in fondo e l’improvvido abate
Maël non si ferma: per non abbandonarli alla loro sorte, con la
miracolosa tinozza di pietra trascina l’intera isola di Pinguinia
verso le più civilizzate coste bretoni. Da questo momento Anatole
France ricompone, sulla trama della storia di Francia, l’ordito
della storia di Pinguinia , ottenendo un arazzo metaforico dell’umanità
intera, nel quale sono campite con smagato candore “le miserie
d’Occidente”. Dall’alto medioevo fino all’attualità
del primo Novecento – e oltre, perché la lungimiranza di
France accende le luci anche sull’orrore della guerra a venire
– la pinguinità si appropria di tutti gli strumenti in
grado di farla precipitare dritta verso il progresso.
Come la genesi dell’uomo, anche quella di Pinguinia ha tra i primi
orpelli il senso del pudore. Non una mela, ma seta e oro rendono il
corpo uno ‘strumento del diavolo’. La prima pinguina drappeggiata
di veli e cinta di cerchi d’oro, dapprima terrorizzata, si trasforma
di botto in una maliziosa cocotte preoccupata solo del punto
vita strizzato a dovere. Da lì in poi, un codazzo di pinguini
allocchiti la seguirà, senza più rispetto per le stagioni
dell’accoppiamento. Gustosa denuncia dell’impostura che
il culto religioso sottende è la storia di questa stessa pinguina,
Orberosa: accoppiatasi finanche con il diavolo travestito da frate,
sposa di un pinguino travestito da drago, amante di bovari e mandriani,
sarà la vergine, santa e patrona di Pinguinia, la cui venerazione
resisterà con alterne fortune nei secoli. Così come l’accoppiamento,
anche le lotte diventano un abito per tutte le stagioni perché,
spiega un altro monaco al perplesso Maël, i pinguini che si ammazzano
a badilate e sfracellano a colpi di pietra la testa degli avversari
compiono “la più augusta delle funzioni”: creano
lo stato di diritto, fondano la proprietà, stabiliscono i principi
della civiltà, le leggi dello Stato e le basi della società.
E “la loro opera sarà celebrata nei secoli dai legislatori,
protetta e confermata dai magistrati”.
Durante questa erudita spiegazione, ecco un robusto pinguino con un
albero in spalla. “Avvicinandosi a un piccolo pinguino con la
pelle bruciata dal sole che stava innaffiando la lattuga, gli gridò
«Il tuo campo è mio!» Pronunciate quelle violente
parole, picchiò la clava sulla testa del piccolo pinguino che
cadde morto sulla terra che aveva coltivato con le proprie mani”.
No, non di delitto e furto si tratta, spiega paziente il monaco all’abate,
bensì “di guerra e conquista, sacri fondamenti degli imperi
e fonti di tutte le virtù e di tutte le grandezze umane”.
Qui, non stonerebbe una chiosa sull’esportazione della democrazia.
Nulla scampa allo staffile di France, ogni meccanismo universalmente
valido – religioso, sociale, politico ed economico – è
alla berlina, dalla corruzione politica al sesso, dalle logiche di guerra
alla sinistra eternamente partenogenetica (esilarante la velocità
con la quale i socialisti si smembrano in quattro schieramenti sull’affaire
che richiama il caso Dreyfus, al quale France, accanito innocentista
accanto a Zola nella vicenda reale, dedica largo spazio), dal capitalismo
trionfalista di inizio secolo all’assenza delle istituzioni. Finché
una serie di attentati anarchici scompagina quella (questa?) società
regolata dalla Borsa, dalle banche e dagli industriali e la civiltà
di Pinguinia è inghiottita dalla catastrofe, profetica visione
della guerra. Ma France non chiude su questa scomparsa, l’ultimo
breve capitolo mostra infatti, nella ripresa, la grande amnesia collettiva,
l’incapacità di far tesoro delle passate esperienze, con
uno scorcio degno del miglior cinema espressionista.
Quando France morì, nell’ottobre del 1924, in Italia aveva
inizio il terzo anno dell’Era fascista. La Francia era alla sua
Terza repubblica e, nel panorama culturale, si udivano i primi fragorosi
vagiti surrealisti, tesi verso la rivoluzione per “transformer
le monde et changer la vie”. Ai funerali di Stato tributati
a France, i surrealisti risposero con attacchi violenti: “Con
France, se ne va un po’ del servilismo umano. Si faccia festa
il giorno in cui si sotterrano la furbizia, il tradizionalismo, il patriottismo
e la mancanza di cuore!” scriveva Breton in un pamphlet collettivo
intitolato Un cadavre (ripreso poi dai surrealisti
dissidenti per attaccare lo stesso Breton, secondo la più canonica
legge del contrappasso). In realtà, in questi tempi da café
chantant di periferia, Anatole France brilla per attualità, per
l’abilità con cui schernisce la stupidità umana
e per il suo lucido sguardo al futuro, verso un’umanità
condannata alla cieca reiterazione dei propri errori.
L’isola dei pinguini, Anatole France, Isbn Edizioni,
2006
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