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aprile - maggio 2013
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Israele
ospite al Salone del Libro: il boicottaggio mancato |
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“La partecipazione di Israele avrà un carattere rigorosamente
culturale, quindi non politico, non propagandistico e non celebrativo.
Il vero ospite d’onore è dunque la libera cultura d’Israele,
perché sulla cultura, e non su altro, si misura l’onore
di un Paese. […] Ci sfugge il nesso tra politica e cultura,
quando è così rozzamente delineato. Le ragioni della
letteratura e quelle della politica sono sempre state profondamente
diverse e spesso radicalmente opposte”. La scelta dell’organizzazione del Salone di invitare Israele
quale Paese ospite, nel sessantesimo anniversario della sua fondazione,
ha innescato, per reazione, un movimento di boicottaggio, da parte
di alcuni scrittori e intellettuali che hanno ravvisato, soprattutto
nella tempistica – l’anniversario – e nella concomitanza
del medesimo invito rivolto dal Salon du Livre di Parigi tenutosi
nel mese di marzo, una matrice politica; tra questi anche Tariq
Ramadan, intellettuale e professore presso l’Università
di Oxford e la Erasmus University, al quale la lettera aperta si
rivolge nell’intenzione di rispondere contemporaneamente a
tutti coloro che, sostenendo o meno il boicottaggio, hanno criticato
i termini dell’invito rivolto a Israele. L’autonomia dell’arte nasce solo nell’Ottocento; Flaubert e Baudelaire furono i primi a rivendicare la necessità che la letteratura, e la cultura in genere, si rendessero autonome, creando un campo di potere legato a principi propri rispetto ai quali legittimarsi. L’autonomia nacque rifiutando contemporaneamente le regole economiche del mercato e le regole politiche dei salotti, pratiche che avevano sostituito la subordinazione diretta della cultura al potere dominante in essere fino al secolo prima, attraverso le committenze di opere da parte del mecenatismo, di Stato o privato che fosse. Nel XIX secolo, infatti, la subordinazione si fa strutturale: i salotti, spazi chiusi ed elitari, diventano i luoghi nei quali le classi dominanti, borghesia e aristocrazia, si incontrano, dialogano, tessono trame, e nei quali invitano gli scrittori mirando ad appropriarsi del potere di consacrazione e legittimazione culturale che questi ultimi possono loro offrire; non si tratta di un’imposizione diretta e prevaricatrice, piuttosto di una forma morbida di influenza basata su favori, compromessi, compromissioni, riconoscenza. Viene a crearsi uno stile di vita e valori che affinandosi diventa
il medesimo per tutti, uomini politici, borghesi industriali, aristocratici
terrieri e scrittori e senza alcun dubbio, con più o meno
consapevolezza, questi ultimi, una volta entrati a far parte del
ristretto gruppo elitario dominante, difficilmente sono in grado
di mordere la mano che dà loro da mangiare e di mettere in
discussione un mondo borghese che elevandoli a intellettuali concede
loro privilegi e consacrazione. È attraverso il potere della stampa che entra di prepotenza nei salotti anche il nuovo concetto economico di ‘mercato’ con le sue proprie regole: la qualità di uno scritto viene ora valutata in base al numero delle copie vendute e la possibilità dell’autore di trovare un editore disposto a pubblicare la sua opera successiva è data solo e soltanto dal successo di vendite ottenuto da quella precedente. La letteratura dunque si ritrova dominata e influenzata da regole e principi che non le appartengono ma che sono lo scheletro portante di altri campi di potere, quello politico e quello economico. Da qui la necessità di sottrarsi a qualsiasi condizionamento esterno, diretto e indiretto. “Non resta più niente,” scrive Flaubert, “bisogna ritirarsi e continuare a testa bassa, come una talpa”. Il nuovo concetto de ‘L’Arte per l’Arte’
è dunque la rivendicazione di quell’autonomia che permette
a ogni autore di porsi in contrapposizione a un mondo borghese che
degrada la letteratura a produzione culturale, che la rende guardiana
degli interessi di una classe dominante e incapace di mettere in
discussione lo status quo; l’Arte per l’Arte è
il rifiuto da parte dello scrittore di sposare qualsiasi causa,
sociale o politica – sodalizio che lo rende incapace di vedere
le contraddizioni insite in ognuna – in nome dell’universalità
di valori quali la verità e la giustizia. L’autore
deve essere indifferente alle esigenze di una politica che è
ragione di Stato e alle ingiunzioni di una morale comune che è
sovrastruttura creata dalla classe borghese dominante e ciò
lo pone, inevitabilmente, fuori dal mercato; oggi ancor più
che nell’Ottocento. Il Salone del libro di Torino è, a un tempo, salotto, mercato
e istituzione letteraria. Riunisce in sé tutto ciò
che, due secoli fa, quell’arte che aveva compreso di non essere
mai stata autonoma iniziò a rifiutare. Il carattere politico della Fiera è stato quest’anno altrettanto evidente nella scelta caduta su Israele. L’invito a un Paese quale ospite del Salone è un’iniziativa nata nel 2001 e ha visto passare, negli anni, Olanda e Fiandre insieme, Catalogna e Svizzera insieme, Canada, Grecia, Portogallo, Brasile e Portogallo insieme, e Lituania. Non si tratta dunque sempre propriamente di Stati – non lo sono Fiandre né Catalogna – ma Paesi, inteso nel senso lato del termine, regioni con una propria cultura forte e caratteristica che non sempre si identifica all’interno di confini geografici politicamente riconosciuti. Israele è certamente uno Stato. Delle due l’una, allora: o Israele è stato invitato in quanto nazione e allora, al proprio interno, comprende non solo scrittori di cultura ebraica ma anche autori e intellettuali israeliani arabi, cristiani e mussulmani – perché tale è la composizione della cittadinanza di Israele, per quanto Stato confessionale – o l’invito è stato rivolto alla cultura ebraica e allora, per la peculiarità che contraddistingue la storia di questo popolo, vi rientrano anche scrittori di nazionalità statunitense quali Saul Bellow e Philip Roth, per esempio.
Senza l’autonomia precedentemente rivendicata dagli scrittori
che si riconoscevano ne l’Arte per l’Arte, che pur si
erano eccessivamente richiusi in se stessi al punto di rifiutare
qualsiasi presa di posizione politica e tacere dinanzi alla repressione
che terminò l’esperienza della Comune di Parigi nel
1871 – un silenzio per il quale Sartre li accusò, a
ragione: “Considero Flaubert e Goncourt responsabili della
repressione che seguì la Comune per non aver scritto una
riga che la impedisse. Non era affar loro, si dirà. Ma il
processo di Calas era affare di Voltaire? La condanna di Dreyfus
era affare di Zola? L’amministrazione del Congo era affare
di Gide?” – quel j’accuse non avrebbe potuto essere
lanciato; Pasolini non avrebbe potuto scrivere, il 14 novembre 1974
sulle pagine del Corriere della Sera, Il romanzo delle stragi
e affermare, a voce alta, libera, determinata e coerente, il suo
“Io so”. Sartre stesso, per quanto critico nei confronti
de l’Arte per l’Arte, non sarebbe forse stato nella
condizione di poter rifiutare, nel 1964, il Nobel – e il conseguente
cospicuo premio in denaro – affermando di non voler essere
“istituzionalizzato”. Scrive in una lettera pubblica
all’Accademia svedese: “Quando nel dopoguerra, nel 1945,
mi è stata proposta la Legione d’Onore, ho rifiutato
malgrado avessi amici al governo. Ugualmente non ho mai desiderato
entrare al Collège de France (gli era stata offerta una cattedra,
n.d.a.) […]. Non è la stessa cosa se mi firmo
Jean Paul Sartre e Jean Paul Sartre Premio Nobel. […] Lo scrittore
deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione”. E
ancora, in dichiarazioni in merito al suo diniego, afferma: Al pari di un moderno Prometeo l’intellettuale – perché
le “ragioni della letteratura e quelle della politica”
siano tra esse davvero “profondamente diverse e spesso radicalmente
opposte”, come con ipocrisia affermano Picchioni e Ferrero
– non deve riconoscere altra legittimazione che quella del
tribunale del proprio autonomo campo di Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo dona il fuoco agli uomini: “La gemma ch’è tua, la fiamma lucente radice d’industrie, lui l’ha carpita, l’ha fatta compagna dell’uomo. Eccolo, il suo delitto: è dovere che ne sconti il castigo agli dèi. Gli serva da scuola, per farsi devoto a Zeus padrone, per spegnere quel suo amorevole tendere all’uomo”. Dio tra dèi – come quasi sempre borghese tra borghesi, lo scrittore – Prometeo rifiuta le regole elitarie e chiuse della propria classe di nascita e tende, in nome di un principio di giustizia universale, verso gli uomini, creature dominate e prive di potere: il fuoco che egli dona è simbolo di emancipazione, emblema di una letteratura e di un pensiero critico e autonomo. Sfida Zeus, potere supremo – “Nessuno è padrone di sé tranne Zeus” – Zeus che innalza alla vita e condanna alla morte, Zeus industria culturale, mercato e salotti. Incatenato a “una rupe desolata, ghiacciata, ai confini del mondo”, Prometeo è condannato a un diuturno strazio – “Il segugio volante di Zeus, l’aquila striata di sangue, golosa, farà macello di te, cencio smisurato di carne: tu non l’inviti, ma lei scivola dentro, al festino, e finché dura la luce fa onore alla mensa, al tuo fegato scuro!” – che si rinnova ogni giorno: il rapace impietoso si ritira al sopraggiungere delle tenebre per ricomparire puntuale al banchetto a ogni sorgere del sole, per l’eternità. Per lo scrittore che rifiuta di mettere la propria arte, il proprio pensiero, le proprie parole al servizio della classe dominante, il castigo dell’oblio su un picco di roccia quando non la condanna aperta da parte di tutto il sistema dell’industria culturale, quale è stata l’alzata di scudi contro la stessa idea di boicottaggio: quotidiani e salotti televisivi hanno offerto, come sempre, pulpiti dai quali scrittori consenzienti, placidi, grassi e soddisfatti, hanno potuto farsi portavoce del Sistema stesso, in una vergognosa manifestazione di propaganda politica che ha, tra l’altro, rivelato un’abissale ignoranza. Boicottare è un errore in sé, chi sostiene il boicottaggio vuole mettere il bavaglio alla cultura, zittire gli scrittori israeliani, negare l’esistenza stessa dello Stato di Israele, ci è toccato sentire; l’atto del boicottaggio culturale è stato velatamente assimilato alla folle posizione politica di Ahmadinejad, presidente dell’Iran, che nega l’esistenza dell’Olocausto e dichiara di voler distruggere Israele. Nel 1880 l’ufficiale Charles Cunningham Boycott, amministratore
della tenuta del conte di Erne, dopo anni di vessazione nei confronti
dei fittavoli irlandesi si rifiutò di accettare i loro pagamenti,
non riconoscendo i calcoli in base ai quali essi li avevano conteggiati;
fu ‘boicottato’. I contadini si riunirono in una Lega
e si astennero da qualsiasi rapporto con lui, commerciale e sociale,
allo scopo di esercitare una pressione e influire sulla sua decisione.
Questo significa boicottare. Non ha nulla a che vedere, quindi,
con il riconoscimento o con la negazione di un’esistenza –
di Stato, persona o cultura che sia. Dominio e terrore, Cratos e Bia, sono gli esecutori
del comando impartito da Zeus, figure che nella mitologia greca
incarnano la forza e la violenza, tutori dell’ordine del regno
degli dèi; la loro minaccia incombe su tutti coloro che assistono
alla messa in catene – il Coro delle Oceanine e Oceano –
e che, terrorizzati alla sola idea di prendere “Lo scrittore è in situazione nella sua epoca: ogni
parola ha i suoi echi. Ogni silenzio anche” scriveva Sartre.
Nel numero, sono da mettere tutti gli scrittori e gli intellettuali
che alla Fiera del libro di Torino hanno partecipato, anche con
il silenzio. Perché anche il solo atto di presenza, ha l’eco
di un avallo a una letteratura serva dei poteri economico e politico.
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