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Inchiesta

 

Iraq: l’asta petrolifera e la sconfitta delle Oil company americane
di Fabio Damen
Il fallimento della guerra, le ragioni della sconfitta delle compagnie petrolifere americane e la conseguente ricomposizione geopolitica mondiale

L’11 e 12 dicembre 2009 si è tenuta a Baghdad la seconda asta petrolifera dopo che la prima, nel giugno dello stesso anno, era andata praticamente deserta per le esose richieste del governo iracheno e del suo ministero del Petrolio. All’asta sono state accreditate quarantacinque company di tutti i Paesi, fatta eccezione per quelle che in passato avevano avuto concessioni petrolifere dal governo curdo. Questo a testimonianza dello scontro in atto tra il governo centrale di Al Maliki e quello ‘autonomo’ del Kurdistan iracheno, nato da una soluzione tattica americana che aveva come obiettivo quello di tenere sotto controllo la principale area di produzione petrolifera irachena e che alla fine ha creato più confusione che altro, sia in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di amministrazione delle stesse riserve petrolifere del Paese.
Le concessioni rilasciate dal ministero del Petrolio di Baghdad hanno visto prevalere le aziende europee e asiatiche, in alcuni casi riunite in joint venture. Dei dieci giacimenti aggiudicati nel 2009, appena due vedono le compagnie americane impegnate nelle operazioni di sfruttamento e una sola delle due in un giacimento di qualche rilievo. A ottenere i migliori risultati è stata la compagnia statale malese Petronas, la quale ha conquistato i diritti per tre giacimenti, poi l’angolana Sonangol con due. Hanno ottenuto concessioni anche la China National Petroleum Corporation (CNPC), le russe Lukoil e Gazprom, e le europee Shell (Olanda), Total (Francia), Statoil (Norvegia), BP British Petroleum e buon ultima l’italiana Eni.

Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad, le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano tra un minimo di 1,35 e 2 dollari per ogni barile di petrolio estratto in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi (auspicato) aumento del prezzo del greggio andrà a ingrassare le esangui casse del governo iracheno.
La posta in gioco, quella più appetitosa, era la concessione dei diritti di sfruttamento dei giacimenti presenti nel sud del Paese, attorno alla città di Bàssora, dove si trova il sito di Al-Zubayr, che dispone di riserve stimate tra i quattro e i sei miliardi di barili e che vede la presenza di una joint venture formata da Eni, Occidental Petroleum e Korea Gas. Sempre nel sud del Paese, quasi ai confini con l’Iran, è situato il più consistente giacimento iracheno, quello di Majnoon. A ottenere i diritti sui 12,58 miliardi di barili stimati sono state Shell e Petronas. Il secondo pozzo potenzialmente più produttivo del Paese, West Qurna 2 (12 miliardi di barili), è stato appaltato a un consorzio guidato dalla russa Lukoil. A scendere, i giacimenti meno importanti e le compagnie meno competitive.

In pratica, per le Big oil americane il bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo. Questo è stato sufficiente perché i corvi della passata amministrazione Bush si alzassero in volo per riprendere il vecchio ritornello secondo il quale gli Usa non avrebbero scatenato due guerre, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, spinti dalla volontà di mettere le mani sul petrolio iracheno e allo scopo di creare una serie di pipeline che dal Caspio arrivassero in Pakistan, nell’Oceano Indiano. Il loro rinato sinistro canto suonerebbe così: chi ha pensato che la più grande democrazia del mondo avesse scatenato due conflitti per le risorse energetiche è servito. Il governo iracheno ha indetto l’asta per lo sfruttamento dei suoi giacimenti di petrolio in perfetta autonomia, senza pressioni di sorta da parte degli Usa, tant’è che lo svolgimento dell’asta stessa ha finito per favorire tutte le compagnie meno quelle americane. Con tutti i soldi che hanno speso, continua il nero ritornello corvino, gli Usa avrebbero comprato tutto il petrolio di questo mondo, senza impegnarsi personalmente in nessun conflitto. Non avrebbero avuto morti tra i loro soldati, e avrebbero più tranquillamente ottenuto i loro scopi senza spese e senza traumi sociali di sorta.
E invece, le cose non stanno in questi termini: ripercorriamo le perverse traiettorie dell’imperialismo americano sulla via di Baghdad.

I preparativi alla guerra
Ancora nel 2002, l’Oil and Gas International, un’informata rivista del settore, riportava che il dipartimento di Stato e il Pentagono, in previsione della guerra contro l’Iraq, altro non avevano in testa che allestire gruppi di pianificazione che proteggessero dai bombardamenti le più importanti infrastrutture petrolifere irachene. Nello stesso anno, nel mese di novembre, il dipartimento della Difesa ha fatto pressione presso l’Army Corps of Engineers per l’aggiudicazione di un appalto all’impresa americana Brown & Root addetta allo spegnimento degli incendi nei pozzi petroliferi, alla loro messa in opera dopo aver subito eventuali danni, e alla manutenzione ordinaria e straordinaria di tutto l’apparato estrattivo e commerciale messo in difficoltà dalle prevedibili conseguenze dell’imminente evento bellico.

Secondo il Wall Street Journal del 16 gennaio 2003, poco tempo dopo che il presidente Bush aveva dichiarato l’inevitabilità dell’invasione dell’Iraq, il vice presidente Cheney aveva contattato i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere americane per predisporre un piano di ‘rinascita’ dell’industria petrolifera irachena, rinascita che sarebbe stata finanziata, organizzata e controllata dalle major made in Usa.
Lo stesso WSJ precisa che l’amministrazione Bush, sempre nell’imminenza della guerra, e sempre per il diretto interessamento di Cheney, aveva organizzato una riunione informativa con Exxon Mobil, Chevron Texaco, Conoco Philip e Halliburton per predisporre il piano del futuro sfruttamento del petrolio iracheno. Il tutto sotto il patrocinio della Casa Bianca, del Pentagono e del dipartimento di Stato. Peraltro tutta l’amministrazione Bush, dallo stesso presidente a Cheney a Condoleeza Rice, era rappresentativa delle lobby petrolifere di cui facevano parte ancora come azionisti e/o consulenti (Cheney all’Halliburton e la Rice alla Chevron).

Si è data più cura e attenzione ai particolari della pianificazione dello sfruttamento futuro dei giacimenti petroliferi, nonché alla confezione delle menzogne che dovevano tacitare l’opinione pubblica interna e internazionale sull’imminente atto predatorio, che sull’esecuzione militare dello stesso, nonostante la profusione di mezzi, uomini e finanziamenti.
Sempre nel 2003, subito dopo la caduta del governo baatista di Saddam Hussein, il New York Times metteva in evidenza come sotto il comando del ‘proconsole’ Bremer e del governo Allawi, già si stessero avviando le prime operazioni legislative per la futura privatizzazione dei giacimenti petroliferi iracheni. Privatizzazione che avrebbe visto la prevalenza delle compagnie americane e inglesi, senza nessuna forma di messa all’asta dei pozzi già esistenti e di quelli da trivellare. Perché il piano potesse prendere corpo, senza troppi problemi da parte dell’opposizione interna e di quella internazionale, l’amministrazione Bush non ha lesinato risorse finanziarie, sotto forma di corruzione, da somministrare ai ministri di turno, ai dirigenti del ministero del Petrolio, a tutti coloro che direttamente o indirettamente potevano essere inseriti nel piano di spoliazione energetica.

L’operazione è stata così evidente e arrogante che alcuni investigatori federali sono stati costretti ad aprire un’inchiesta contro un congruo numero di alti ufficiali ed emissari politici del governo coinvolti nel ‘Programma di ricostruzione in Iraq’. Che poi all’inchiesta sia stato prescritto un periodo molto lungo di (in)sabbiature terapeutiche, rientra nella logica delle cose. Ma le rivelazioni del N.Y. Times e di altri organi di stampa rimangono, così come i resoconti dattiloscritti dei colloqui tra alti funzionari dell’amministrazione e rappresentanti governativi di Allawi.
In aggiunta va segnalata la dichiarazione di Chalabi, ai tempi consulente dell’amministrazione Bush prima dell’invasione, poi sottosegretario iracheno al petrolio, rilasciata all’emittente radiofonica To the point, nella quale non fa mistero che la guerra a Saddam altro non era che “una mossa strategica da parte degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito in vista di una presenza militare nel Golfo, al fine di assicurarsi in futuro le forniture petrolifere”. Per poi concludere che ancor prima dell’invasione aveva incontrato gli esponenti delle major americane perché quello del petrolio era “un obiettivo primario”.

I maneggi prima dell’asta
Mettendo per il momento da parte l’andamento disastroso della guerra e le implicazioni imperialistiche internazionali (il ruolo dell’Iran, della Siria e della Russia) sul fronte dell’opposizione sunnita e, in parte, sciita – che peraltro hanno complicato non poco la vita ai vari governi fantoccio iracheni – l’amministrazione Bush, un paio d’anni prima della sua scadenza, ha tentato ripetutamente di passare dalla cassa per il ‘rimborso spese’.
I termini della questione inizialmente (sino al 2007) erano due: il primo riguardava l’accesso alla trivellazione di nuovi campi, mentre quelli già in attività sarebbero rimasti sotto l’amministrazione irachena in deroga alla vecchia legge sulla nazionalizzazione (1972); il secondo si avvitava sulla necessità di una legge petrolifera che sancisse, una volta per tutte, i diritti di estrazione e le quote di gestione tra la vecchia Iraq National Oil Company e le imprese anglo-americane.

Per gli strateghi Usa la nuova legge avrebbe dovuto mettere in atto un rapporto secondo il quale il 75% dei campi petroliferi già esistenti sarebbe andato alle compagnie straniere e solo il 25% a quella irachena, mentre per i campi che dovevano essere messi in opera, data la necessità di investimenti e di impiego di alta tecnologia, la prelazione sarebbe toccata sempre alle compagnie internazionali.
In aggiunta, gli strateghi prevedevano che l’assegnazione dei campi avesse una lunga durata, venti/venticinque anni, e non avvenisse attraverso un’asta internazionale (no bid), ma su chiamata da parte del governo iracheno attraverso il ministero del Petrolio. Nel febbraio del 2007 il presidente Bush premeva insistentemente perché la legge passasse a favore delle solite Exxon Mobil, Chevron, BP & C. In effetti, anche se la legge tanto auspicata non era stata ancora votata per la forte opposizione interna, il nuovo governo iracheno di Al Maliki e del suo ministro del Petrolio Shahristani, nell’estate 2008 prometteva la firma dei contratti su una serie di importanti giacimenti a Exxon, Chevron, Shell, BP e alla francese Total, che rivendicava l’esecuzione di vecchi accordi firmati all’epoca di Saddam Hussein. Dalle intese erano completamente escluse le compagnie russe e cinesi, come da programma. Per gli Usa il gioco sembrava fatto. Le prime aree petrolifere erano state assegnate secondo i desideri di Washington, e si sperava che al più presto la legge petrolifera avrebbe conquistato il voto positivo del Parlamento; la guerra in Iraq sembrava dare i suoi frutti.

L’imperialismo sa fare molto bene le pentole, ma non sempre gli riescono i coperchi. Infatti, la legge così confezionata non passa, nonostante l’iniziale accondiscendenza del governo Al Maliki, la presenza di 140mila uomini americani e di un mini-esercito di tecnici petroliferi inviati da Bush. Le ragioni della bocciatura sono tante e tutte attinenti alla voracità con la quale le varie componenti nazionali e internazionali si sono gettate sui meccanismi di gestione della rendita petrolifera.
Innanzitutto, il progetto di concedere il petrolio iracheno a quelle compagnie, le solite (Exxon, Chevron, Shell, BP e Total), quelle che prima della nazionalizzazione rappresentavano la presenza imperialistica in Iraq, aveva sollevato furibonde proteste non soltanto nei partiti dell’opposizione sunnita e dello sciita Moqtada al Sadr, ma persino da parte di un partito sciita di governo. Shatha al Musawi, rappresentante della United Iraqi Alliance, con l’appoggio di una parte consistente del Parlamento ha brandito la bandiera del nazionalismo energetico, denunciando la svendita del petrolio iracheno alle multinazionali estere, dopo che i vari governi che si erano succeduti dalla caduta di Saddam avevano investito nel settore oltre 8 miliardi di dollari; l’obiettivo nazionale, secondo al Musawi, doveva essere quello di portare l’Iraq fuori dalla spaventosa crisi economica e politica in cui la guerra lo aveva gettato, a quindi a produrre nel giro di sei/otto anni quei 10 milioni di barili al giorno che lo avrebbero collocato al terzo posto nella graduatoria internazionale relativa alla produzione e all’esportazione di petrolio. Obiettivi ambiziosi, che sarebbero morti sul nascere se si fossero dati in concessione alle compagnie straniere i maggiori pozzi petroliferi nazionali.

Un altro ostacolo era rappresentato dall’altro nazionalismo energetico, quello curdo. Contravvenendo alla norma generale, quanto generica, che il petrolio iracheno competeva al ‘popolo iracheno’, e che la sua estrazione/commercializzazione sarebbe dovuta essere concordata centralmente, il Kurdistan iracheno aveva già iniziato in proprio una politica di concessioni, oltretutto anche su pozzi contestati dalle due amministrazioni nazionali, come quelli della zona di Arbil, Dahouk, Sulaimaniya e della parte meridionale di Kirkuk ai confini del Kurdistan. La frizione è stata cosi forte, che il governo di Al Maliki ha ritenuto necessario mettere al bando tutte quelle compagnie che avevano fatto contratti con l’amministrazione autonoma curda. Come risposta, il curdo Ali Hussain Balu, presidente della Commissione parlamentare sul petrolio e gas, ha pesantemente criticato il governo e il ministro del Petrolio Shahristani di politiche capitolarde e fallimentari. Lo scontro tra Baghdad e Kirkuk ha sfiorato la secessione da parte del governo curdo, lasciando gli Stati Uniti attoniti e impotenti, nonostante fossero stati proprio loro a inventare una simile situazione nella speranza di avere più opzioni allo sfruttamento dei giacimenti del nord, oltre a quelli del sud nella zona di Bàssora.

A coronamento dell’affossamento della legge ci si sono messi anche i sindacati, che hanno mobilitato i lavoratori delle imprese petrolifere a sostegno degli interessi nazionalistici contro la svendita del petrolio iracheno. Nella zona di Bàssora gli scioperi, accompagnati da alcuni attentati agli oleodotti che dal nord arrivano al terminale dell’isola di Faro, alla foce dello Shatt el Arab nel Golfo Persico, hanno letteralmente creato il panico nei palazzi di Baghdad e, ancora una volta, Al Maliki ha usato il pugno di ferro, minacciando feroci repressioni che in parte si sono pesantemente espresse e mettendo i sindacati fuori legge – benché agissero sul terreno nazionalistico ma, in quel momento, dalla parte sbagliata, ossia in opposizione al governo.
Ad affossare ulteriormente il progetto di legge petrolifera ad usum delle Usa company, ci si è messa anche l’opposizione democratica nel Parlamento americano. I deputati e senatori, più per una mal calcolata questione elettorale di contrapposizione al governo repubblicano che per una impostazione critica nei confronti della guerra, hanno impugnato la ‘questione morale’ (daremmo ragione ai detrattori della politica estera americana se così palesemente allungassimo le mani sui giacimenti iracheni, meglio sarebbe agire per il medesimo obiettivo ma in maniera meno rude ed evidente), votando No al progetto della legge petrolifera nei termini voluti dal governo Bush.

Nel computo complessivo dell’operazione bellica in terra di Mesopotamia rientrava anche il ruolo del dollaro come coefficiente di scambio tra le merci, in modo particolare quello relativo agli scambi petroliferi. Se il piano Bush fosse andato a compimento, l’economia americana non solo si sarebbe giovata di un’importante fonte di reperimento della materia prima da un punto di vista energetico, non solo avrebbe diversificato le sue fonti d’approvvigionamento per i prossimi vent’anni, ma avrebbe contemporaneamente ridato fiato all’asfittico ruolo del dollaro in caduta libera dopo l’ingresso dell’euro sul mercato monetario internazionale.
Sino alla fine degli anni Novanta, infatti, il 92% degli scambi commerciali, petrolio compreso, erano effettuati in dollari; a metà degli anni duemila si era scesi al 40%. La speculazione internazionale comincia ad abbandonare il dollaro quale bene rifugio per orientarsi sempre di più verso l’euro. Tra il 2006 e il 2008 alcuni fra i maggiori produttori di petrolio e di gas, primi tra tutti la Russia, l’Iran e il Venezuela, hanno iniziato a vendere anche in euro, yen e rubli. Nello stesso periodo i Paesi del Golfo hanno messo in cantiere il progetto Gulf, un paniere di divise legate alla produzione del greggio che in prospettiva, non tanto lontana nel tempo, potrebbe sostituire in parte o in toto il dollaro.

La nuova legge e la debacle delle compagnie americane
La nuova legge, peraltro parziale e controversa, frutto di una frettolosa necessità, ispirata al reperimento dei finanziamenti e delle tecnologie funzionali al progetto di fare dell’Iraq, in pochi anni, il secondo o terzo produttore di petrolio al mondo, ribalta i termini della precedente impostazione voluta dal governo americano – praticata in parte nella fase iniziale e poi resa inagibile dagli ostacoli che abbiamo visto. Il suo contenuto prevede l’indizione di aste, la cancellazione dei production sharing agreement e contratti di solo servizio con le compagnie estere. Le licenze sottoscritte sia a giugno, poche, che nei giorni di dicembre, sono infatti particolarmente vantaggiose per Baghdad: pur avendo durata ventennale, non prevedono una condivisione del profitto con le società petrolifere, bensì solo la corresponsione di una tariffa fissa da parte del governo iracheno alla compagnia estrattrice, da elargire per ogni barile portato in superficie oltre il livello attualmente in corso; tariffe che sono risultate inaspettatamente basse, variando da un minino di un 1,30 dollari sino a un massimo di 2 dollari a barile/giorno estratto.

Nonostante la ristrettezza dei margini del futuro guadagno, che comporta peraltro consistenti investimenti finalizzati all’aumento delle capacità estrattive degli impianti già in produzione (current field) e di quelli da attivare, la partecipazione delle company internazionali è stata, come abbiamo visto, elevata, ben quarantacinque, a rappresentanza dei maggiori Paesi a vocazione energetica. Nella prima giornata l’asta ha visto la vittoria della Royal Dutch Shell e della Petronas, che si sono aggiudicate il giacimento di Majnoon nella parte del sud-est dell’Iraq. Il giacimento, ancora vergine, prevede una riserva di 12,6 miliardi di barili ed è considerato uno dei più importanti tra quelli messi all’incanto. Il consorzio anglo-olandesemalese ha firmato un contratto in base al quale riceverà una commissione di gestione dal governo iracheno di 1,39 dollari a barile estratto, impegnandosi a portare, in breve tempo, la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, duplicando le più ottimistiche aspettative degli stessi tecnici iracheni.

Sempre nella zona sud del Paese, che viene ritenuta quella a minor rischio di attentati e di sabotaggi, il secondo giacimento assegnato è quello di Halfaya, stimato per 4,1 milioni di barili al giorno. A vincere la gara d’appalto è stato un consorzio formato dalla cinese CNPC, che vi partecipa al 50%, e da Total e Petronas, entrambe al 25%. Il contratto si è concluso con una commissione di 1,40 dollari a barile per una produzione futura di 535mila barili/giorno da ottenere entro sei anni.
Nella seconda giornata, quella del 12 dicembre 2009, il grande giacimento di West Qurna 2 è stato assegnato alla russa Lukoil e alla norvegese Statoil, con quote dell’85% per la prima e del 15% per la seconda. Il giacimento può contare su riserve pari a 12,9 milioni di barili. Il consorzio delle due compagnie si è impegnato ad aumentare la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, facendo di West Qurna 2 uno dei più importanti currente field di tutto l’Iraq.
A scalare, i giacimenti meno importanti sono andati alla malese Petronas, che si è aggiudicata il campo di Gharaf, mentre all’angolana Sonangol sono andati i siti di Najmah e Qaiyarah e quello di Badra alla russa Gazprom.

Le imprese americane sono praticamente rimaste a bocca asciutta. Benché iscritte al pari delle altre quaranta compagnie internazionali, se si fa eccezione per la Occidental, che, all’interno di un consorzio con la Sonangol, la cinese CNPC e la sud coreana Kogas, ha subìto una sconfitta per i giacimenti di Halfaya vinti dalla cinese CNPC con Total e Petronas, per le restanti Exxon, Chevron e &, il risultato è stato quasi nullo. Quasi nullo nonostante il governo iracheno avesse promesso alle company americane che in caso di parità d’offerta, l’asta sarebbe stata loro. Una specie di contentino dopo il cambiamento di rotta di Shahristani e Al Maliki.
Le prime giustificazioni addotte a una simile debacle patita dalle compagnie Usa, secondo i soliti frettolosi analisti, risiederebbero nel fatto che per le Big oil, fallito il tentativo di avere in gestione i migliori pozzi attraverso assegnazioni che non passassero dalla competizione dell’asta, il rischio di trovarsi spiazzate sul terreno della sicurezza e dell’ulteriore esborso finanziario per mantenere e gestire i pozzi, le avrebbe messe in una situazione di minore competitività.

Le ragioni del disastro
Certamente la disaffezione, se non l’odio, nei confronti della presenza delle truppe americane nel Paese non ha giovato alle attese delle company Usa, per il concreto rischio di sabotaggi che avrebbe alzato i prezzi di gestione dei pozzi; ma altre sono le ragioni che hanno determinato la loro sonora sconfitta. Principalmente, come abbiamo visto, vi è stata la questione di politica interna irachena: la scadenza elettorale del 7 marzo 2010 si è giocata prevalentemente, se non esclusivamente, sul terreno del nazionalismo politico, sia in termini di generica propaganda, sia in termini di nazionalismo energetico. La rendita petrolifera è stata presentata come la questione nazionale fondamentale. Il che non ha potuto che enfatizzare gli accenti nazionalistici anti-americani, in termini velati (Al Maliki), moderati (Allawi) o di aperto scontro (sunniti e al Sadr), ben sapendo tutti che il dichiarato ritiro delle truppe americane sarebbe avvenuto solo nelle grandi città; gli Usa tenteranno infatti di rimanere a tempo indeterminato nel Paese, con basi militari, per tenere sotto controllo Damasco e Tehran, per difendere l’alleato di sempre Israele, per essere vicini al sempre più ingovernabile Afghanistan e, non ultimo, per rilanciare quella politica petrolifera in centro Asia che sino a oggi ha fatto acqua da tutte le parti, come le campagne militari che ne dovevano rappresentare la base d’appoggio.

Un altro aspetto va messo in evidenza nella debacle delle oil company statunitensi: la devastante crisi che, ancora una volta, è partita dalle declinante economia americana, ha messo in seria difficoltà le imprese petrolifere.
La vecchia Unocal, una delle five oil company, non è arrivata nemmeno all’asta. L’impresa di John Maresca, che tanto si era data da fare presso le Commissioni governative per avere l’appoggio di Bush al fine di gestire monopolisticamente la costruzione della pipeline che dal Caspio, via Afghanistan, avrebbe dovuto trasportare il petrolio kazaco sin sulle sponde dell’Oceano Indiano, in Pakistan, è affogata nei debiti fino al fallimento; e questo dopo aver investito non poco (400 milioni di dollari) in favore dell’ascesa dei talebani a Kabul, nella vana speranza di controllare il territorio.

Complici, oltre alla fallita e dispendiosa avventura afghana, le nefaste vicende nel Myanmar: citata in giudizio per connivenza con il regime al potere, che avrebbe garantito la costruzione e la protezione militare di un gasdotto nella regione di Yadana, al confine con la Thailandia, a colpi di lavori forzati, torture e omicidi, la Unocal ci ha rimesso, oltre alla faccia, una montagna di milioni di dollari in spese per gli avvocati. E così nell’aprile del 2005, dopo una lunga agonia e un debito di 11 miliardi di dollari, la Unocal è stata comprata per 18 miliardi di dollari dalla Chevron Texaco, sfuggendo di poco al tentativo d’acquisizione da parte di una compagnia petrolifera cinese.
La stessa Chevron Texaco che nel 2005, all’epoca dell’acquisizione della Unocal, aveva un utile netto di 13,3 miliardi di dollari, nell’ottobre del 2009, alle soglie dell’apertura dell’asta a Baghdad, perde un colossale 51% del suo profitto, arrivato a soli 3,33 miliardi di dollari. Il 29 settembre dello stesso anno, il tribunale ecuadoriano cita la Chevron per danni ambientali chiedendo un rimborso di 27 miliardi di dollari, mettendo la compagnia petrolifera alle corde come nel caso precedente della Unocal.
La Conoco Phillips nel 2008 registra un debito di 30 miliardi di dollari per incaute acquisizioni, con una capitalizzazione di soli 74 miliardi. In borsa le sue azioni precipitano da un valore di 100 dollari a 77,439 nello spazio di poche settimane.
Nemmeno la più potente delle compagnie americane ha saputo resistere negli anni terribili della crisi. La Exxon Mobil, che, non a caso, solo fuori dal gioco delle aste è riuscita ad accaparrarsi il giacimento di West Qurna 1, ha visto i suoi conti in rosso. Al 30 ottobre 2009 il suo utile netto ha subito una flessione del 68%, arrivando a un misero 4,37 miliardi di dollari; mentre il fatturato è passato da 137,74 miliardi a 82,26.

Il dato rilevante di questa debacle sta nel fatto che le compagnie petrolifere americane hanno prevalentemente operato sul terreno della speculazione, hanno riacquistato le loro azioni nel tentativo di mantenerne alto il prezzo, hanno elargito, finché è stato possibile, lauti compensi ai manager e distribuito dividendi agli azionisti. Mediamente, il 55% degli utili sono andati in acquisizioni e non in investimenti, all’acquisto di azioni delle varie finanziarie e fondi. In molti casi, le stesse compagnie hanno speculativamente operato attraverso le proprie finanziarie, con il risultato di ritrovarsi al centro dello scoppio della bolla coperte di debiti, con i pacchetti azionari dimezzati, con le proprie finanziarie sul lastrico, senza liquidità e con una diminuzione della redditività dei capitali investiti che, sempre mediamente, si è aggirata attorno al 26%. Le compagnie americane sono rimaste vittime di quella crisi finanziaria che loro stesse hanno contribuito a creare sino all’atto della deflagrazione finale.

Crisi e ricomposizione imperialistica mondiale
La crisi mondiale del capitalismo sta ridisegnando lo scacchiere imperialistico, in cui la questione energetica continua ad avere un ruolo preminente. Per gli Usa, fallita anche in Iraq l’operazione ‘bonifica’, la battaglia del petrolio in centro Asia sembra essere quasi definitivamente perduta. Da qui la riconferma della decisione del ritiro dall’Iraq, salvo il mantenimento di un contingente di 40.000 uomini a controllo del territorio. Sempre originata dalla sonante sconfitta si fa strada l’idea, già espressa da Bush, di trivellare i ghiacciai dell’Alaska e le coste atlantiche in cerca di petrolio, accanto al ripescaggio del nucleare, alla faccia della tanto evocata green economy sbandierata in campagna elettorale da Obama.

L’unica ‘vittoria’ nella guerra dei tubi gli Usa l’anno parzialmente ottenuta con la costruzione della pipeline che da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyhan (Turchia) passando per Tbilisi in Georgia. Il BTC, costruito con 4 miliardi di dollari, lungo 1.770 chilometri, e il cui percorso è stato studiato in modo da non attraversare né il territorio russo né quello iraniano, ha visto in fase di progettazione e di realizzazione la presenza di un consorzio nel quale l’azionariato di maggioranza è nelle mani della BP (30%), della Socar, impresa statale azera (25%), della Unocal (9%) prima del suo fallimento, e dell’Eni (5%), più compagnie francesi e olandesi con quote minoritarie. Nelle intenzioni, il progetto, finanziato in parte dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e fortemente voluto dagli Usa, doveva convogliare verso il porto turco non soltanto il petrolio azero ma anche quello del Kazakistan e del Turkmenistan, facendo di questa pipeline l’oleodotto più importante tra i giacimenti dell’Asia centrale e il Mediterraneo, per poi proseguire, via sottomarina, sino al porto israeliano di Ashdod.

Ma i governi azero e kazako, che in una fase iniziale avevano aderito al progetto, si sono parzialmente tirati indietro, concedendo all’oleodotto, inaugurato nel luglio del 2006, solo poche centinaia di migliaia di barili al giorno e preferendo accordi di esportazione di petrolio e gas con gli altri due imperialismi, quello russo e quello cinese. In più, la ‘bretella’ israeliana non è stata ancora costruita. Per l’imperialismo americano il successo è stato molto, molto parziale, anche perché chi gestisce il BTC è la British Petroleum, mentre la Unocal è stata costretta, suo malgrado, a togliere il disturbo. La parte più consistente delle esportazioni kazake va verso nord, in direzione della Russia, usufruendo dei vecchi oleodotti di epoca sovietica per arrivare al porto di Novorossijsk sul
Mar Nero.
Tre mesi prima (maggio 2006), è stato inaugurato un oleodotto tra il Kazakistan e la Cina. Parte dalla località di Atirav per arrivare ad Alashankou, dando un nuovo assetto alle linee di percorrenza verso l’est della più importante materia prima energetica.

Il 14 dicembre 2009, pochi giorni dopo l’indizione dell’asta di Baghdad, è stato inaugurato il gasdotto Turkmenistan-Cina, struttura cruciale nella geopolitica del gas del Mar Caspio e degli assetti energetici sul continente asiatico. Il presidente cinese Hu Jintao e il collega turkmeno Berdymukhamedov, assieme al capo di Stato kazako Nazarbaev e al presidente uzbeko Karimov, hanno aperto i rubinetti del nuovo gasdotto, lungo 1.883 chilometri, che parte dal nord turkmeno e attraversa Uzbekistan e Kazakistan per arrivare nel Xinjiang. Dovrebbe trasportare in Cina, ogni anno, 30 miliardi di metri cubi di gas, mentre altri 10 miliardi saranno ‘trattenuti’ dal Kazakistan. Insomma, un importantissimo tassello nella distribuzione energetica in Asia, sia perché è la prima tratta che aggira il territorio russo sia, soprattutto, perché elimina le pretese americane nell’area.
Il 13 dicembre ad Ashgabad, capitale del Turkmenistan, il capo di Stato cinese ha incontrato il presidente del Turkmenistan; le due parti hanno raggiunto importanti consensi per promuovere ulteriormente lo sviluppo delle relazioni di cooperazione e d’amicizia tra Cina e Turkmenistan. In quella occasione, come riporta una nota d’agenzia, “Hu Jintao ha espresso il suo apprezzamento per le relazioni Cina-Turkmenistan e proposto quattro suggerimenti per il rafforzamento di una concreta cooperazione. Primo, attivare al più presto il meccanismo per la cooperazione Cina-Turkmenistan; secondo, approfondire la cooperazione sulle risorse energetiche; terzo, rafforzare la cooperazione per quanto riguarda le risorse non energetiche; quarto, effettuare al meglio i programmi di credito raggiunti dalle due parti, promuovendone al più presto l’esecutivo”.

Allo stesso tempo, Hu Jintao ha affermato che la parte cinese intende rafforzare gli scambi con il Turkmenistan, cooperando anche alla lotta ai criminali che oltrepassano i confini, mantenendo efficacemente la sicurezza e la stabilità delle regioni. Berdimuhamedov si è dichiarato totalmente d’accordo con le proposte fatte da Hu Jintao sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, e ha ricordato che i rapporti Cina-Turkmenistan si basano su una grande fiducia, rispetto reciproco e amicizia: costituiscono una partnership di cooperazione a lungo termine, ha affermato.
Ne consegue che lo scontro imperialistico nell’area vede una netta supremazia di Cina e Russia a scapito degli Usa i quali, non a caso, sono messi a mal partito anche in Kirghizistan, dove i recenti avvenimenti interni, quantomeno appoggiati da Mosca, stanno mettendo in forse la permanenza della base militare americana di Manas, ultimo avamposto in Asia centrale.

A completamento dell’opera di smantellamento della presenza americana, c’è l’ennesima sconfitta sul terreno dello sfruttamento dei giacimenti della zona caspica. I due progetti concorrenti, il South Stream progettato dalla Russia e il Nabucco fortemente voluto dagli Usa, in consorzio con alcuni Paesi europei, hanno come base la necessità di assicurarsi sia le fonti di approvvigionamento del gas, sia il controllo delle vie di percorrenza verso il bacino del Mediterraneo. La sfida, dunque, consiste nel garantirsi i rifornimenti da parte di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. I tre Paesi in questione, a maggio del 2009 a Praga, si sono rifiutati di firare l’accordo sul progetto Ue-Usa per il Nabucco e altri due gasdotti, tra cui il White Stream, che dovrebbe andare dalla Georgia alla Romania con un percorso sotto marino nel Mar Nero e una ‘bretella’ che attraverserebbe Turchia, Grecia e Italia (ITGI) tra la parte ionica della Grecia e quella italiana. Dietro il rifiuto ci sono le pressioni russe e gli accordi bilaterali tra il governo di Mosca e quelli dei Paesi centro asiatici interessati. Prova ne è che Mosca, subito dopo il summit energetico di Praga, ha organizzato una riunione a Soci per rafforzare il progetto South Stream con Grecia, Serbia, Bulgaria e Italia, dopo essersi assicurata del rifiuto dei tre Paesi centro asiatici. La Gazprom ha inoltre dichiarato di essere disposta ad acquistare l’intera produzione di gas dell’Azerbaijan e del Turkmenistan per complessivi 18 miliardi di metri cubi l’anno, con l’evidente obiettivo di assicurasi una posizione monopolistica in campo gassifero contro le ambizioni, uguali e contrarie, degli Usa; anche se, come tutti i progetti, deve fare i conti con la disponibilità di adeguati investimenti, le appropriate tecnologie e, non da ultimo, la duratura affidabilità dei partner.

A mo’ di ciliegina sulle frananti ambizioni americane, il 6 gennaio di quest’anno, l’Iran e il Turkmenistan hanno inaugurato un ennesimo gasdotto nella zona, via Dovletabat-Saralihs-Khangiran, contravvenendo a tutte le pressioni di Washington sul governo di Tehran. Nelle tre settimane successive il governo turkmeno ha deciso di vendere la totalità delle sue esportazioni di gas all’Iran, alla Cina e alla Russia. Quest’ultima ha inoltre l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dall’Azerbaijan per contenere i rifornimenti di Baku al progetto Nabucco. Inoltre, l’Azerbaijan ha stabilito un altro accordo con l’Iran per un gasdotto (Kazi-Magomed-Astara) lungo ben 1.400 chilometri.

Come si può notare, la guerra dell’energia è in pieno sviluppo. Gli attori non si risparmiano colpi, con le buone o con le cattive (come l’intervento armato russo in Ossezia del sud contro la Georgia filo americana e le tensioni in Kirghizistan anti-americane), oltre alle pluriennali guerre in Iraq e Afghanistan. Gli Usa potranno anche ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan, ma solo perché sconfitti dagli altri imperialismi che, pur non fisicamente presenti, hanno fatto sentire il loro peso all’interno della questione irachena.
Gli Stati Uniti hanno subìto prima e perso poi l’asta di Baghdad perché il loro peso imperialistico, in termini di impegno militare e di disponibilità finanziarie, è diventato più leggero rispetto a quello della concorrenza. L’amministrazione Bush ci ha provato con tutti i mezzi, ha però perso su molti fronti nonostante l’impegno economico e militare; l’amministrazione Obama, complice anche la crisi, sta cercando di limitare i danni nell’epicentro asiatico, concentrandosi su obiettivi geopoliticamente ‘periferici’ – ancora Afghanistan, Pakistan e India – per non uscire completamente dal gioco.


Fabio Damen

 

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