È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Inchiesta |
| Iraq: l’asta petrolifera
e la sconfitta delle Oil company americane
di Fabio Damen |
| Il fallimento
della guerra, le ragioni della sconfitta delle compagnie petrolifere
americane e la conseguente ricomposizione geopolitica mondiale |
| L’11 e 12 dicembre
2009 si è tenuta a Baghdad la seconda asta petrolifera dopo
che la prima, nel giugno dello stesso anno, era andata praticamente
deserta per le esose richieste del governo iracheno e del suo ministero
del Petrolio. All’asta sono state accreditate quarantacinque
company di tutti i Paesi, fatta eccezione per quelle che
in passato avevano avuto concessioni petrolifere dal governo curdo.
Questo a testimonianza dello scontro in atto tra il governo centrale
di Al Maliki e quello ‘autonomo’ del Kurdistan iracheno,
nato da una soluzione tattica americana che aveva come obiettivo quello
di tenere sotto controllo la principale area di produzione petrolifera
irachena e che alla fine ha creato più confusione che altro,
sia in termini di gestione pseudo nazionalistica, sia in termini di
amministrazione delle stesse riserve petrolifere del Paese. Secondo i contratti ventennali firmati a Baghdad,
le aziende appaltatrici hanno accettato di ricevere somme che variano
tra un minimo di 1,35 e 2 dollari per ogni barile di petrolio estratto
in più rispetto all’attuale livello, in modo che qualsiasi
(auspicato) aumento del prezzo del greggio andrà a ingrassare
le esangui casse del governo iracheno. In pratica, per le Big oil americane il
bottino è stato, sorprendentemente, quasi nullo. Questo è
stato sufficiente perché i corvi della passata amministrazione
Bush si alzassero in volo per riprendere il vecchio ritornello secondo
il quale gli Usa non avrebbero scatenato due guerre, in Afghanistan
nel 2001 e in Iraq nel 2003, spinti dalla volontà di mettere
le mani sul petrolio iracheno e allo scopo di creare una serie di
pipeline che dal Caspio arrivassero in Pakistan, nell’Oceano
Indiano. Il loro rinato sinistro canto suonerebbe così: chi
ha pensato che la più grande democrazia del mondo avesse scatenato
due conflitti per le risorse energetiche è servito. Il governo
iracheno ha indetto l’asta per lo sfruttamento dei suoi giacimenti
di petrolio in perfetta autonomia, senza pressioni di sorta da parte
degli Usa, tant’è che lo svolgimento dell’asta
stessa ha finito per favorire tutte le compagnie meno quelle americane.
Con tutti i soldi che hanno speso, continua il nero ritornello corvino,
gli Usa avrebbero comprato tutto il petrolio di questo mondo, senza
impegnarsi personalmente in nessun conflitto. Non avrebbero avuto
morti tra i loro soldati, e avrebbero più tranquillamente ottenuto
i loro scopi senza spese e senza traumi sociali di sorta. I preparativi alla guerra Secondo il Wall Street Journal del 16 gennaio 2003,
poco tempo dopo che il presidente Bush aveva dichiarato l’inevitabilità
dell’invasione dell’Iraq, il vice presidente Cheney aveva
contattato i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere americane
per predisporre un piano di ‘rinascita’ dell’industria
petrolifera irachena, rinascita che sarebbe stata finanziata, organizzata
e controllata dalle major made in Usa. Si è data più cura e attenzione ai
particolari della pianificazione dello sfruttamento futuro dei giacimenti
petroliferi, nonché alla confezione delle menzogne che dovevano
tacitare l’opinione pubblica interna e internazionale sull’imminente
atto predatorio, che sull’esecuzione militare dello stesso,
nonostante la profusione di mezzi, uomini e finanziamenti. L’operazione è stata così evidente
e arrogante che alcuni investigatori federali sono stati costretti
ad aprire un’inchiesta contro un congruo numero di alti ufficiali
ed emissari politici del governo coinvolti nel ‘Programma di
ricostruzione in Iraq’. Che poi all’inchiesta sia stato
prescritto un periodo molto lungo di (in)sabbiature terapeutiche,
rientra nella logica delle cose. Ma le rivelazioni del N.Y. Times
e di altri organi di stampa rimangono, così come i resoconti
dattiloscritti dei colloqui tra alti funzionari dell’amministrazione
e rappresentanti governativi di Allawi. I maneggi prima dell’asta Per gli strateghi Usa la nuova legge avrebbe dovuto
mettere in atto un rapporto secondo il quale il 75% dei campi petroliferi
già esistenti sarebbe andato alle compagnie straniere e solo
il 25% a quella irachena, mentre per i campi che dovevano essere messi
in opera, data la necessità di investimenti e di impiego di
alta tecnologia, la prelazione sarebbe toccata sempre alle compagnie
internazionali. L’imperialismo sa fare molto bene le pentole,
ma non sempre gli riescono i coperchi. Infatti, la legge così
confezionata non passa, nonostante l’iniziale accondiscendenza
del governo Al Maliki, la presenza di 140mila uomini americani e di
un mini-esercito di tecnici petroliferi inviati da Bush. Le ragioni
della bocciatura sono tante e tutte attinenti alla voracità
con la quale le varie componenti nazionali e internazionali si sono
gettate sui meccanismi di gestione della rendita petrolifera. Un altro ostacolo era rappresentato dall’altro nazionalismo energetico, quello curdo. Contravvenendo alla norma generale, quanto generica, che il petrolio iracheno competeva al ‘popolo iracheno’, e che la sua estrazione/commercializzazione sarebbe dovuta essere concordata centralmente, il Kurdistan iracheno aveva già iniziato in proprio una politica di concessioni, oltretutto anche su pozzi contestati dalle due amministrazioni nazionali, come quelli della zona di Arbil, Dahouk, Sulaimaniya e della parte meridionale di Kirkuk ai confini del Kurdistan. La frizione è stata cosi forte, che il governo di Al Maliki ha ritenuto necessario mettere al bando tutte quelle compagnie che avevano fatto contratti con l’amministrazione autonoma curda. Come risposta, il curdo Ali Hussain Balu, presidente della Commissione parlamentare sul petrolio e gas, ha pesantemente criticato il governo e il ministro del Petrolio Shahristani di politiche capitolarde e fallimentari. Lo scontro tra Baghdad e Kirkuk ha sfiorato la secessione da parte del governo curdo, lasciando gli Stati Uniti attoniti e impotenti, nonostante fossero stati proprio loro a inventare una simile situazione nella speranza di avere più opzioni allo sfruttamento dei giacimenti del nord, oltre a quelli del sud nella zona di Bàssora. A coronamento dell’affossamento della legge
ci si sono messi anche i sindacati, che hanno mobilitato i lavoratori
delle imprese petrolifere a sostegno degli interessi nazionalistici
contro la svendita del petrolio iracheno. Nella zona di Bàssora
gli scioperi, accompagnati da alcuni attentati agli oleodotti che
dal nord arrivano al terminale dell’isola di Faro, alla foce
dello Shatt el Arab nel Golfo Persico, hanno letteralmente creato
il panico nei palazzi di Baghdad e, ancora una volta, Al Maliki ha
usato il pugno di ferro, minacciando feroci repressioni che in parte
si sono pesantemente espresse e mettendo i sindacati fuori legge –
benché agissero sul terreno nazionalistico ma, in quel momento,
dalla parte sbagliata, ossia in opposizione al governo. Nel computo complessivo dell’operazione bellica
in terra di Mesopotamia rientrava anche il ruolo del dollaro come
coefficiente di scambio tra le merci, in modo particolare quello relativo
agli scambi petroliferi. Se il piano Bush fosse andato a compimento,
l’economia americana non solo si sarebbe giovata di un’importante
fonte di reperimento della materia prima da un punto di vista energetico,
non solo avrebbe diversificato le sue fonti d’approvvigionamento
per i prossimi vent’anni, ma avrebbe contemporaneamente ridato
fiato all’asfittico ruolo del dollaro in caduta libera dopo
l’ingresso dell’euro sul mercato monetario internazionale. La nuova legge e la debacle delle compagnie
americane Nonostante la ristrettezza dei margini del futuro guadagno, che comporta peraltro consistenti investimenti finalizzati all’aumento delle capacità estrattive degli impianti già in produzione (current field) e di quelli da attivare, la partecipazione delle company internazionali è stata, come abbiamo visto, elevata, ben quarantacinque, a rappresentanza dei maggiori Paesi a vocazione energetica. Nella prima giornata l’asta ha visto la vittoria della Royal Dutch Shell e della Petronas, che si sono aggiudicate il giacimento di Majnoon nella parte del sud-est dell’Iraq. Il giacimento, ancora vergine, prevede una riserva di 12,6 miliardi di barili ed è considerato uno dei più importanti tra quelli messi all’incanto. Il consorzio anglo-olandesemalese ha firmato un contratto in base al quale riceverà una commissione di gestione dal governo iracheno di 1,39 dollari a barile estratto, impegnandosi a portare, in breve tempo, la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno, duplicando le più ottimistiche aspettative degli stessi tecnici iracheni. Sempre nella zona sud del Paese, che viene ritenuta
quella a minor rischio di attentati e di sabotaggi, il secondo giacimento
assegnato è quello di Halfaya, stimato per 4,1 milioni di barili
al giorno. A vincere la gara d’appalto è stato un consorzio
formato dalla cinese CNPC, che vi partecipa al 50%, e da Total e Petronas,
entrambe al 25%. Il contratto si è concluso con una commissione
di 1,40 dollari a barile per una produzione futura di 535mila barili/giorno
da ottenere entro sei anni. Le imprese americane sono praticamente rimaste a
bocca asciutta. Benché iscritte al pari delle altre quaranta
compagnie internazionali, se si fa eccezione per la Occidental, che,
all’interno di un consorzio con la Sonangol, la cinese CNPC
e la sud coreana Kogas, ha subìto una sconfitta per i giacimenti
di Halfaya vinti dalla cinese CNPC con Total e Petronas, per le restanti
Exxon, Chevron e &, il risultato è stato quasi nullo. Quasi
nullo nonostante il governo iracheno avesse promesso alle company
americane che in caso di parità d’offerta, l’asta
sarebbe stata loro. Una specie di contentino dopo il cambiamento di
rotta di Shahristani e Al Maliki. Le ragioni del disastro Un altro aspetto va messo in evidenza nella debacle
delle oil company statunitensi: la devastante crisi che, ancora una
volta, è partita dalle declinante economia americana, ha messo
in seria difficoltà le imprese petrolifere. Complici, oltre alla fallita e dispendiosa avventura
afghana, le nefaste vicende nel Myanmar: citata in giudizio per connivenza
con il regime al potere, che avrebbe garantito la costruzione e la
protezione militare di un gasdotto nella regione di Yadana, al confine
con la Thailandia, a colpi di lavori forzati, torture e omicidi, la
Unocal ci ha rimesso, oltre alla faccia, una montagna di milioni di
dollari in spese per gli avvocati. E così nell’aprile
del 2005, dopo una lunga agonia e un debito di 11 miliardi di dollari,
la Unocal è stata comprata per 18 miliardi di dollari dalla
Chevron Texaco, sfuggendo di poco al tentativo d’acquisizione
da parte di una compagnia petrolifera cinese. Il dato rilevante di questa debacle sta nel fatto che le compagnie petrolifere americane hanno prevalentemente operato sul terreno della speculazione, hanno riacquistato le loro azioni nel tentativo di mantenerne alto il prezzo, hanno elargito, finché è stato possibile, lauti compensi ai manager e distribuito dividendi agli azionisti. Mediamente, il 55% degli utili sono andati in acquisizioni e non in investimenti, all’acquisto di azioni delle varie finanziarie e fondi. In molti casi, le stesse compagnie hanno speculativamente operato attraverso le proprie finanziarie, con il risultato di ritrovarsi al centro dello scoppio della bolla coperte di debiti, con i pacchetti azionari dimezzati, con le proprie finanziarie sul lastrico, senza liquidità e con una diminuzione della redditività dei capitali investiti che, sempre mediamente, si è aggirata attorno al 26%. Le compagnie americane sono rimaste vittime di quella crisi finanziaria che loro stesse hanno contribuito a creare sino all’atto della deflagrazione finale. Crisi e ricomposizione imperialistica mondiale L’unica ‘vittoria’ nella guerra dei tubi gli Usa l’anno parzialmente ottenuta con la costruzione della pipeline che da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyhan (Turchia) passando per Tbilisi in Georgia. Il BTC, costruito con 4 miliardi di dollari, lungo 1.770 chilometri, e il cui percorso è stato studiato in modo da non attraversare né il territorio russo né quello iraniano, ha visto in fase di progettazione e di realizzazione la presenza di un consorzio nel quale l’azionariato di maggioranza è nelle mani della BP (30%), della Socar, impresa statale azera (25%), della Unocal (9%) prima del suo fallimento, e dell’Eni (5%), più compagnie francesi e olandesi con quote minoritarie. Nelle intenzioni, il progetto, finanziato in parte dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e fortemente voluto dagli Usa, doveva convogliare verso il porto turco non soltanto il petrolio azero ma anche quello del Kazakistan e del Turkmenistan, facendo di questa pipeline l’oleodotto più importante tra i giacimenti dell’Asia centrale e il Mediterraneo, per poi proseguire, via sottomarina, sino al porto israeliano di Ashdod. Ma i governi azero e kazako, che in una fase iniziale
avevano aderito al progetto, si sono parzialmente tirati indietro,
concedendo all’oleodotto, inaugurato nel luglio del 2006, solo
poche centinaia di migliaia di barili al giorno e preferendo accordi
di esportazione di petrolio e gas con gli altri due imperialismi,
quello russo e quello cinese. In più, la ‘bretella’
israeliana non è stata ancora costruita. Per l’imperialismo
americano il successo è stato molto, molto parziale, anche
perché chi gestisce il BTC è la British Petroleum, mentre
la Unocal è stata costretta, suo malgrado, a togliere il disturbo.
La parte più consistente delle esportazioni kazake va verso
nord, in direzione della Russia, usufruendo dei vecchi oleodotti di
epoca sovietica per arrivare al porto di Novorossijsk sul Il 14 dicembre 2009, pochi giorni dopo l’indizione
dell’asta di Baghdad, è stato inaugurato il gasdotto
Turkmenistan-Cina, struttura cruciale nella geopolitica del gas del
Mar Caspio e degli assetti energetici sul continente asiatico. Il
presidente cinese Hu Jintao e il collega turkmeno Berdymukhamedov,
assieme al capo di Stato kazako Nazarbaev e al presidente uzbeko Karimov,
hanno aperto i rubinetti del nuovo gasdotto, lungo 1.883 chilometri,
che parte dal nord turkmeno e attraversa Uzbekistan e Kazakistan per
arrivare nel Xinjiang. Dovrebbe trasportare in Cina, ogni anno, 30
miliardi di metri cubi di gas, mentre altri 10 miliardi saranno ‘trattenuti’
dal Kazakistan. Insomma, un importantissimo tassello nella distribuzione
energetica in Asia, sia perché è la prima tratta che
aggira il territorio russo sia, soprattutto, perché elimina
le pretese americane nell’area. Allo stesso tempo, Hu Jintao ha affermato che la
parte cinese intende rafforzare gli scambi con il Turkmenistan, cooperando
anche alla lotta ai criminali che oltrepassano i confini, mantenendo
efficacemente la sicurezza e la stabilità delle regioni. Berdimuhamedov
si è dichiarato totalmente d’accordo con le proposte
fatte da Hu Jintao sullo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi,
e ha ricordato che i rapporti Cina-Turkmenistan si basano su una grande
fiducia, rispetto reciproco e amicizia: costituiscono una partnership
di cooperazione a lungo termine, ha affermato. A completamento dell’opera di smantellamento della presenza americana, c’è l’ennesima sconfitta sul terreno dello sfruttamento dei giacimenti della zona caspica. I due progetti concorrenti, il South Stream progettato dalla Russia e il Nabucco fortemente voluto dagli Usa, in consorzio con alcuni Paesi europei, hanno come base la necessità di assicurarsi sia le fonti di approvvigionamento del gas, sia il controllo delle vie di percorrenza verso il bacino del Mediterraneo. La sfida, dunque, consiste nel garantirsi i rifornimenti da parte di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan. I tre Paesi in questione, a maggio del 2009 a Praga, si sono rifiutati di firare l’accordo sul progetto Ue-Usa per il Nabucco e altri due gasdotti, tra cui il White Stream, che dovrebbe andare dalla Georgia alla Romania con un percorso sotto marino nel Mar Nero e una ‘bretella’ che attraverserebbe Turchia, Grecia e Italia (ITGI) tra la parte ionica della Grecia e quella italiana. Dietro il rifiuto ci sono le pressioni russe e gli accordi bilaterali tra il governo di Mosca e quelli dei Paesi centro asiatici interessati. Prova ne è che Mosca, subito dopo il summit energetico di Praga, ha organizzato una riunione a Soci per rafforzare il progetto South Stream con Grecia, Serbia, Bulgaria e Italia, dopo essersi assicurata del rifiuto dei tre Paesi centro asiatici. La Gazprom ha inoltre dichiarato di essere disposta ad acquistare l’intera produzione di gas dell’Azerbaijan e del Turkmenistan per complessivi 18 miliardi di metri cubi l’anno, con l’evidente obiettivo di assicurasi una posizione monopolistica in campo gassifero contro le ambizioni, uguali e contrarie, degli Usa; anche se, come tutti i progetti, deve fare i conti con la disponibilità di adeguati investimenti, le appropriate tecnologie e, non da ultimo, la duratura affidabilità dei partner. A mo’ di ciliegina sulle frananti ambizioni americane, il 6 gennaio di quest’anno, l’Iran e il Turkmenistan hanno inaugurato un ennesimo gasdotto nella zona, via Dovletabat-Saralihs-Khangiran, contravvenendo a tutte le pressioni di Washington sul governo di Tehran. Nelle tre settimane successive il governo turkmeno ha deciso di vendere la totalità delle sue esportazioni di gas all’Iran, alla Cina e alla Russia. Quest’ultima ha inoltre l’intenzione di raddoppiare le importazioni di gas dall’Azerbaijan per contenere i rifornimenti di Baku al progetto Nabucco. Inoltre, l’Azerbaijan ha stabilito un altro accordo con l’Iran per un gasdotto (Kazi-Magomed-Astara) lungo ben 1.400 chilometri. Come si può notare, la guerra dell’energia
è in pieno sviluppo. Gli attori non si risparmiano colpi, con
le buone o con le cattive (come l’intervento armato russo in
Ossezia del sud contro la Georgia filo americana e le tensioni in
Kirghizistan anti-americane), oltre alle pluriennali guerre in Iraq
e Afghanistan. Gli Usa potranno anche ritirarsi dall’Iraq e
dall’Afghanistan, ma solo perché sconfitti dagli altri
imperialismi che, pur non fisicamente presenti, hanno fatto sentire
il loro peso all’interno della questione irachena.
Altri articoli sull'argomento: Iraq e Afghanistan: analisi di un fallimento di Fabio Damen Imperialismo e lotte nazionali di Fabio Damen, Paginauno n. 8/2008
Leggi altri articoli sul tema politica medioriente |