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febbraio - marzo 2012
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| Iraq e Afghanistan: analisi
di un fallimento di Fabio Damen |
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È dagli inizi
degli anni Novanta che l’imperialismo americano rincorre una
serie di obiettivi che, di volta in volta, vengono dettati dalle condizioni
economiche di crisi, dalle precarie posizioni competitive sul mercato
commerciale, dal ruolo che esso si è attribuito sul mercato
finanziario e monetario. Complice la scomparsa dell’imperialismo
sovietico, le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa
Bianca hanno ritenuto di poter fare il bello e il cattivo tempo per
ogni questione che ha riguardato da vicino i loro interessi strategici.
Lo hanno fatto con l’arma della pressione politica, della corruzione
economica, con i falsi ideologici o, più spesso, con l’uso
indiscriminato della forza, ogni volta che l’obiettivo era impellente
in termini di tempo e determinante da un punto di vista economico. Gli obiettivi da raggiungere Quindi, come secondo obiettivo funzionale al primo, gli Usa dovevano assolutamente perseguire il controllo del mercato petrolifero, per avere concretamente a disposizione la possibilità di concorrere maggiormente alla determinazione del prezzo di vendita del greggio e, quando necessario, di poter porre il veto all’esportazione verso Paesi pericolosamente concorrenti o non allineati. Inoltre si trattava di diversificare i mercati di approvvigionamento per poter affrontare da posizioni di forza lo scontro economico sui mercati globali. Negli anni Settanta gli Usa erano quasi autosufficienti in termini energetici; oggi dipendono dal petrolio estero per quasi il 60%. Del petrolio e del gas naturale importati l’economia americana non può più fare a meno; essa li deve ottenere a tutti i costi, pena lo spauracchio di un declino ancora più veloce di quello che gli indici statistici stanno evidenziando. Di conseguenza, in diciotto anni le cinque amministrazioni americane, due di Clinton e tre della famiglia Bush, hanno provocato ben tre guerre per il petrolio, quella del Golfo, quella in Afghanistan e quella ultima in Iraq a cui si aggiungono gli attuali focolai di tensione in Nigeria, nel Golfo della Guinea e nel Centro Asia, aree in cui la risorsa petrolifera è abbondantemente presente. Il terzo obiettivo da conseguire prevedeva l’attacco politico a tutte quelle situazioni che, potenzialmente, avrebbero potuto arrestare il cammino imperialistico degli Usa o anche soltanto essere una potenziale minaccia per i suoi più importanti mercati finanziari o energetici di riferimento. La minaccia costituita dalla possibilità che l’euro si affiancasse al dollaro nelle più importanti transazioni commerciali e finanziarie mondiali, il revanscismo russo nell’Asia centrale, l’affacciarsi veemente della Cina su scala mondiale come nuova potenza produttiva e commerciale, i pericoli di riarmo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord: ognuna di queste situazioni ha scatenato la reazione allarmata statunitense che non ha lesinato mezzi per contrastare questi potenziali rischi. Gli Usa hanno fatto capire chiaro e tondo che o si è con loro, nel senso che si è disposti ad accettare le regole e la preminenza dei loro interessi economici e strategici sperando solo nelle briciole del loro bottino, o gli si è contro. Questo è ora l’imperativo che grava sullo scenario mondiale. Bush padre prima, Clinton poi e Bush figlio non hanno cessato un attimo di perseguire questi obiettivi primari, portando la guerra in tutte le aree di loro interesse strategico ed economico e anche Obama non può che fare altrettanto. Nonostante il dissesto dei conti pubblici e i deficit faraonici di cui soffre l’economia americana, la linea di condotta prossima è già stata tracciata dato che le leggi dell’imperialismo non ammettono deroghe o tentennamenti, soprattutto nelle fasi di crisi. Ripercorrendo sinteticamente gli ultimi eventi, si vede che gli Usa hanno operato a tutto campo. Hanno affrontato la questione petrolifera nell’area del Golfo con due guerre, di cui una è ancora in atto. Dell’Afghanistan, Paese arretrato ed economicamente insignificante, hanno fatto per anni l’ombelico del mondo perché di lì sarebbero dovuti passare le pipeline e i gasdotti che dal Kazakistan e dal Turkmenistan, sotto il controllo delle compagnie petrolifere americane, avrebbero dovuto portare l’oro nero sulle sponde pachistane dell’oceano Indiano. Inoltre, con o senza talebani, con o senza regimi fondamentalisti e dittatoriali, l’asse Islamabad-Kabul doveva anche servire da cuneo tra la Cina e la Russia per separare politicamente ed economicamente i due Paesi nell’area centro asiatica. Accanto a tutto questo, dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, l’imperialismo americano ha operato perché i cosiddetti paesi ex comunisti entrassero a far parte della Nato in modo da contrastare nell’est Europa sia le ambizioni espansionistiche tedesche, sia i possibili ritorni imperialistici di una Russia economicamente rinfrancata dopo lunghi anni di dissesto economico. Contemporaneamente a queste vicende, i governi di Washington si sono impegnati a convincere, obbligare e/o ricattare i Paesi orbitanti nella loro sfera di influenza perché rifiutassero qualsiasi forma di pagamento che non fosse il dollaro, mettendo sul libro nero tutti quei governi che non si fossero attenuti al mandato americano. Ne hanno immediatamente fatto le spese il vecchio regime di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi e l’Iran; è noto infatti che una della ragioni che hanno accelerato l’invasione dell’Iraq è stata proprio la dichiarazione di Saddam di accettare come forma di pagamento del petrolio iracheno, per i contratti già stipulati e per quelli a venire, l’euro al posto del dollaro. Con l’Europa e la sua moneta gli Usa hanno invece ingaggiato direttamente una pesante battaglia a colpi di tassi di sconto. Come si capisce, si è trattato di una strategia a tutto campo dispiegata geograficamente nel mondo intero. Perché tanta aggressività? Non è una scoperta d’oggi che l’aggressività dell’imperialismo sia direttamente proporzionale alle condizioni di crisi della sua economia. Più i profitti provenienti dall’ambito produttivo sono scarsi, più l’economia avanza con difficoltà di ogni genere e più l’imperialismo si scaglia contro tutto e tutti; da una parte persegue internamente la strada dello smantellamento dello stato sociale e dell’aggressione alla forza lavoro in termini di salario e di precarietà lavorativa, e mette in atto il decentramento della produzione a latitudini economiche più convenienti, cancellando i vecchi posti di lavoro del mercato domestico e sostituendoli con nuovi all’estero, basati sullo schiavistico sfruttamento del lavoro; dall’altra parte rincorre sempre di più il miraggio della speculazione e della rendita finanziaria quali palliativi allo stato di crisi economica permanente. Insieme a questo, più la sua dipendenza energetica cresce, più frequenti sono gli episodi di guerra, comunque giustificati, con i quali esso tenta di arginare il preoccupante problema della crisi economica, facendolo pagare alla periferia dell’impero a colpi di centinaia di migliaia di morti, effetti collaterali delle feroci priorità del capitalismo giunto nella fase della sua decadenza. Il fallimento degli obiettivi nel Centro
Asia Fallito l’obiettivo petrolifero, la presenza americana in Afghanistan ha dovuto ripiegare su un secondo livello: quello di contenere, in chiave difensiva, l’attacco congiunto della Russia e della Cina nella zona centro-asiatica che, sino a pochi anni fa, sembrava essere esclusivo appannaggio del più vorace degli imperialismi. Anche in questo caso il governo di Washington ha fallito e ha dovuto subire persino l’onta di vedersi recapitare una sorta di avviso di sfratto dalle sue basi militari di tutta l’area. In un documento congiunto, Russia, Cina e ben quattro delle cinque ex province sovietiche dell’area caspica hanno formalmente dichiarato che le concessioni militari al governo di Washington non sarebbero state rinnovate e che, in tempi tecnici adeguati, si sarebbe preteso il loro smantellamento. A suggello di questa iniziativa, nell’agosto 2005 la Cina e la Russia hanno iniziato manovre militari congiunte con il dichiarato intento di avvertire l’amministrazione Bush che, da quel momento in avanti, il business del petrolio caspico e il controllo delle vie commerciali in direzione ovest-est sarebbero state una questione riservata esclusivamente alle potenze asiatiche e che ogni interferenza sarebbe stata considerata come un atto di guerra contro di loro. Così, quella che doveva essere una brillante operazione di predazione energetica, si è trasformata in una pesante sconfitta che ha prestato il fianco all’accelerazione della ricomposizione imperialistica degli avversari asiatici, soprattutto la Russia e la Cina, che si ripresentano ora nell’area con rinnovate ambizioni economiche e d’egemonia politica. La Russia ha ripreso il controllo delle vie di commercializzazione del petrolio dall’Asia centrale verso l’Europa e la Cina ha siglato un accordo con il governo kazako per la costruzione di un oleodotto che dalla zona di Tenzgiz arriverà sino alle città che si affacciano sull’oceano Pacifico. In aggiunta, e in altre aree strategicamente molto importanti dal punto di vista petrolifero, la crescente inaffidabilità dello storico alleato saudita e le note vicende venezuelane di aperta ribellione alla tradizionale influenza americana hanno completato lo scenario caratterizzato da una crescente difficoltà dell’imperialismo statunitense. L’impasse irachena Nonostante l’aggressione bellica, l’uso
di armi chimiche e non convenzionali, le decine di migliaia di morti
e la formazione dei governi collaborazionisti, nessuno degli obiettivi
che gli Usa si erano prefissati in Iraq è stato raggiunto.
Fino al 2006 funzionavano solo 13 pozzi sui 75 esistenti e il greggio
estratto era pari a 1 milione e mezzo di barili al giorno, cioè
la stessa quota di prima della guerra, quando l’Iraq era sotto
embargo; ora i barili estratti sono 2 milioni e mezzo, una quota comunque
ben lontana da quelle che erano le aspettative americane. Inoltre
è naufragata anche la prospettiva di evitare la guerra civile
nella speranza di coinvolgere l’ala sunnita nei perversi meccanismi
della pax americana. Politicamente e amministrativamente esso non ha mai funzionato e ogni giorno la sua milizia è oggetto di attentati da parte delle varie opposizioni. Dure sono anche le faide interne per il potere politico nei posti chiave dell’amministrazione e la corruzione è l’unica sua realtà operativa. Per il resto è morte, fame e miseria che rendono la quotidianità degli iracheni simile a un inferno. A complicare le cose ci si è messo anche lo stesso governo collaborazionista di Talabani e Al Jaafari che nel 2006 ha firmato un accordo con l’Iran per un interscambio petrolifero nella zona di confine tra Abadan e Khoramshar, contravvenendo pesantemente alle direttive di Washington. Le cause di una simile debacle statunitense risiedono
essenzialmente nella divaricazione a forbice tra la gravità
della sua crisi interna, la vastità geografica del piano imperialistico
messo in atto e l’intensità dello sforzo economico necessario
a sorreggere quest’ultimo. Le aree d’interesse vitale
dell’impero sono troppe e troppo vaste: vanno dall’Europa
orientale all’Asia centrale, dal Sud America al Golfo Persico,
e di conseguenza il governo Usa, da solo, è costretto a sostenere
il 45% di tutte le spese militari mondiali (1), andando a gonfiare
a dismisura il proprio deficit federale. Non per questo però
assisteremo a una retromarcia, assolutamente incompatibile con le
necessità di sopravvivenza della stessa economia americana.
La contraddittoria strada è stata imboccata e sarà percorsa
sino in fondo.
(1) dati Sipri Yearbook 2008
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