| È dagli inizi
degli anni Novanta che l’imperialismo americano rincorre una serie
di obiettivi che, di volta in volta, vengono dettati dalle condizioni
economiche di crisi, dalle precarie posizioni competitive sul mercato
commerciale, dal ruolo che esso si è attribuito sul mercato finanziario
e monetario. Complice la scomparsa dell’imperialismo sovietico,
le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca hanno
ritenuto di poter fare il bello e il cattivo tempo per ogni questione
che ha riguardato da vicino i loro interessi strategici. Lo hanno fatto
con l’arma della pressione politica, della corruzione economica,
con i falsi ideologici o, più spesso, con l’uso indiscriminato
della forza, ogni volta che l’obiettivo era impellente in termini
di tempo e determinante da un punto di vista economico.
Nonostante l’economia americana, dalla metà degli anni
Ottanta alla fine di quelli Novanta, abbia riguadagnato significativi
margini di profitto, pesantemente pagati dai lavoratori, i fondamentali
sono rimasti deboli, se non addirittura malati. Ormai da tempo gli indici
economici più importanti dell’economia statunitense sono
contraddistinti da un gravissimo deficit. Quello americano è
il paese più indebitato al mondo. Già nel 2006, ben prima
quindi dell’attuale crisi innescata dai mutui subprime, fatto
10 il suo pil, per produrlo, il suo debito aveva dovuto ingigantirsi
sino ad arrivare a quota 35. Oltre al debito pubblico, a quello commerciale
e federale, vi erano i mastodontici debiti delle imprese, pari a 16mila
miliardi di dollari, e quelli delle famiglie, che arrivavano a 14mila
miliardi di dollari. La dilagante miseria negli Usa (36/38 milioni di
persone che vivono sotto la soglia di povertà) è un fenomeno
che data ormai quasi un ventennio.
Gli obiettivi da raggiungere
Col perdurare della situazione di grave crisi sinteticamente sopra descritta,
gli Usa si sono posti innanzi tutto l’obiettivo del mantenimento
del dollaro quale unità di misura di tutti gli scambi commerciali
internazionali, quelli petroliferi in primis, e quale strumento di drenaggio
di plusvalore altrove prodotto. Grazie ai processi di finanziarizzazione
dell’economia capitalistica, caratteristici dell’attuale
fase storica, e attraverso il predominio del dollaro a scala mondiale,
gli Usa riescono ad appropriarsi quotidianamente di enormi ricchezze
prodotte nei più disparati punti del globo in modo da compensare
gli enormi deficit che caratterizzano la loro economia. Si tratta di
una rapina assolutamente indispensabile alla sopravvivenza dell’asfittica
economia americana, senza la quale i deficit di cui sopra avrebbero
da tempo provocato crolli devastanti e incontrollabili.
Quindi, come secondo obiettivo funzionale al primo, gli Usa dovevano
assolutamente perseguire il controllo del mercato petrolifero, per avere
concretamente a disposizione la possibilità di concorrere maggiormente
alla determinazione del prezzo di vendita del greggio e, quando necessario,
di poter porre il veto all’esportazione verso Paesi pericolosamente
concorrenti o non allineati. Inoltre si trattava di diversificare i
mercati di approvvigionamento per poter affrontare da posizioni di forza
lo scontro economico sui mercati globali. Negli anni Settanta gli Usa
erano quasi autosufficienti in termini energetici; oggi dipendono dal
petrolio estero per quasi il 60%. Del petrolio e del gas naturale importati
l’economia americana non può più fare a meno; essa
li deve ottenere a tutti i costi, pena lo spauracchio di un declino
ancora più veloce di quello che gli indici statistici stanno
evidenziando. Di conseguenza, in diciotto anni le cinque amministrazioni
americane, due di Clinton e tre della famiglia Bush, hanno provocato
ben tre guerre per il petrolio, quella del Golfo, quella in Afghanistan
e quella ultima in Iraq a cui si aggiungono gli attuali focolai di tensione
in Nigeria, nel Golfo della Guinea e nel Centro Asia, aree in cui la
risorsa petrolifera è abbondantemente presente.
Il terzo obiettivo da conseguire prevedeva l’attacco politico
a tutte quelle situazioni che, potenzialmente, avrebbero potuto arrestare
il cammino imperialistico degli Usa o anche soltanto essere una potenziale
minaccia per i suoi più importanti mercati finanziari o energetici
di riferimento. La minaccia costituita dalla possibilità che
l’euro si affiancasse al dollaro nelle più importanti transazioni
commerciali e finanziarie mondiali, il revanscismo russo nell’Asia
centrale, l’affacciarsi veemente della Cina su scala mondiale
come nuova potenza produttiva e commerciale, i pericoli di riarmo nucleare
dell’Iran e della Corea del Nord: ognuna di queste situazioni
ha scatenato la reazione allarmata statunitense che non ha lesinato
mezzi per contrastare questi potenziali rischi. Gli Usa hanno fatto
capire chiaro e tondo che o si è con loro, nel senso che si è
disposti ad accettare le regole e la preminenza dei loro interessi economici
e strategici sperando solo nelle briciole del loro bottino, o gli si
è contro. Questo è ora l’imperativo che grava sullo
scenario mondiale. Bush padre prima, Clinton poi e Bush figlio non hanno
cessato un attimo di perseguire questi obiettivi primari, portando la
guerra in tutte le aree di loro interesse strategico ed economico e
anche Obama non può che fare altrettanto. Nonostante il dissesto
dei conti pubblici e i deficit faraonici di cui soffre l’economia
americana, la linea di condotta prossima è già stata tracciata
dato che le leggi dell’imperialismo non ammettono deroghe o tentennamenti,
soprattutto nelle fasi di crisi.
Ripercorrendo sinteticamente gli ultimi eventi, si
vede che gli Usa hanno operato a tutto campo. Hanno affrontato la questione
petrolifera nell’area del Golfo con due guerre, di cui una è
ancora in atto. Dell’Afghanistan, Paese arretrato ed economicamente
insignificante, hanno fatto per anni l’ombelico del mondo perché
di lì sarebbero dovuti passare le pipeline e i gasdotti che dal
Kazakistan e dal Turkmenistan, sotto il controllo delle compagnie petrolifere
americane, avrebbero dovuto portare l’oro nero sulle sponde pachistane
dell’oceano Indiano. Inoltre, con o senza talebani, con o senza
regimi fondamentalisti e dittatoriali, l’asse Islamabad-Kabul
doveva anche servire da cuneo tra la Cina e la Russia per separare politicamente
ed economicamente i due Paesi nell’area centro asiatica. Accanto
a tutto questo, dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, l’imperialismo
americano ha operato perché i cosiddetti paesi ex comunisti entrassero
a far parte della Nato in modo da contrastare nell’est Europa
sia le ambizioni espansionistiche tedesche, sia i possibili ritorni
imperialistici di una Russia economicamente rinfrancata dopo lunghi
anni di dissesto economico.
Contemporaneamente a queste vicende, i governi di Washington si sono
impegnati a convincere, obbligare e/o ricattare i Paesi orbitanti nella
loro sfera di influenza perché rifiutassero qualsiasi forma di
pagamento che non fosse il dollaro, mettendo sul libro nero tutti quei
governi che non si fossero attenuti al mandato americano. Ne hanno immediatamente
fatto le spese il vecchio regime di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi
e l’Iran; è noto infatti che una della ragioni che hanno
accelerato l’invasione dell’Iraq è stata proprio
la dichiarazione di Saddam di accettare come forma di pagamento del
petrolio iracheno, per i contratti già stipulati e per quelli
a venire, l’euro al posto del dollaro. Con l’Europa e la
sua moneta gli Usa hanno invece ingaggiato direttamente una pesante
battaglia a colpi di tassi di sconto. Come si capisce, si è trattato
di una strategia a tutto campo dispiegata geograficamente nel mondo
intero.
Perché tanta aggressività? Non è una scoperta d’oggi
che l’aggressività dell’imperialismo sia direttamente
proporzionale alle condizioni di crisi della sua economia. Più
i profitti provenienti dall’ambito produttivo sono scarsi, più
l’economia avanza con difficoltà di ogni genere e più
l’imperialismo si scaglia contro tutto e tutti; da una parte persegue
internamente la strada dello smantellamento dello stato sociale e dell’aggressione
alla forza lavoro in termini di salario e di precarietà lavorativa,
e mette in atto il decentramento della produzione a latitudini economiche
più convenienti, cancellando i vecchi posti di lavoro del mercato
domestico e sostituendoli con nuovi all’estero, basati sullo schiavistico
sfruttamento del lavoro; dall’altra parte rincorre sempre di più
il miraggio della speculazione e della rendita finanziaria quali palliativi
allo stato di crisi economica permanente. Insieme a questo, più
la sua dipendenza energetica cresce, più frequenti sono gli episodi
di guerra, comunque giustificati, con i quali esso tenta di arginare
il preoccupante problema della crisi economica, facendolo pagare alla
periferia dell’impero a colpi di centinaia di migliaia di morti,
effetti collaterali delle feroci priorità del capitalismo giunto
nella fase della sua decadenza.
Il fallimento degli obiettivi nel Centro Asia
Nessun obiettivo è stato raggiunto. L’imperialismo americano
costruisce le pentole ma, sfortunatamente per lui, non sempre riesce
a fare anche i coperchi. Negli ultimi diciotto anni esso ha solo gettato
le basi per il suo dominio nel campo finanziario e nel controllo dei
maggiori mercati delle materie prime ma la piena realizzazione della
sua strategia è ancora da venire. Il primo fallimento è
quello relativo al ruolo che esso voleva attribuire all’Afghanistan.
Il Paese asiatico doveva essere attraversato dalle pipeline di petrolio
e di gas naturale sotto il controllo delle imprese americane del settore
energetico. Allo scopo si sono creati e distrutti in rapida successione
tre governi, tra i quali quello talebano, per garantire quella stabilità
politica che sola avrebbe potuto giustificare gli ingenti investimenti
della Unocal e di altre compagnie petrolifere. Il risultato è
stato che l’ultimo governo, quello di Karzai, è ora assolutamente
inoperante. Il primo ministro, uomo fortemente voluto dall’amministrazione
Bush, già consulente petrolifero della Unocal, è assediato
all’interno del suo palazzo e sopravvive politicamente solo grazie
alla presenza militare americana. I signori della guerra hanno ripreso
il ruolo di piccoli satrapi nelle loro province, politicamente lontani
e in opposizione al governo filo-americano di Karzai, e i talebani si
sono ricostituiti come forza militare ai confini con il Pakistan. Per
l’imperialismo americano le cose stanno andando rovinosamente:
il petrolio del Mar Caspio rimane completamente fuori controllo, nessuna
compagnia petrolifera americana è riuscita ad avere gli appalti
per l’estrazione e le concessioni per le nuove prospezioni di
ricerca e, men che meno, si è iniziato il lavoro di costruzione
del famoso oleodotto. L’Unocal, che avrebbe dovuto gestire il
business miliardario, si è ritrovata sull’orlo del fallimento
e costretta a svendersi sul mercato al migliore offerente.
Fallito l’obiettivo petrolifero, la presenza americana in Afghanistan
ha dovuto ripiegare su un secondo livello: quello di contenere, in chiave
difensiva, l’attacco congiunto della Russia e della Cina nella
zona centro-asiatica che, sino a pochi anni fa, sembrava essere esclusivo
appannaggio del più vorace degli imperialismi. Anche in questo
caso il governo di Washington ha fallito e ha dovuto subire persino
l’onta di vedersi recapitare una sorta di avviso di sfratto dalle
sue basi militari di tutta l’area. In un documento congiunto,
Russia, Cina e ben quattro delle cinque ex province sovietiche dell’area
caspica hanno formalmente dichiarato che le concessioni militari al
governo di Washington non sarebbero state rinnovate e che, in tempi
tecnici adeguati, si sarebbe preteso il loro smantellamento. A suggello
di questa iniziativa, nell’agosto 2005 la Cina e la Russia hanno
iniziato manovre militari congiunte con il dichiarato intento di avvertire
l’amministrazione Bush che, da quel momento in avanti, il business
del petrolio caspico e il controllo delle vie commerciali in direzione
ovest-est sarebbero state una questione riservata esclusivamente alle
potenze asiatiche e che ogni interferenza sarebbe stata considerata
come un atto di guerra contro di loro. Così, quella che doveva
essere una brillante operazione di predazione energetica, si è
trasformata in una pesante sconfitta che ha prestato il fianco all’accelerazione
della ricomposizione imperialistica degli avversari asiatici, soprattutto
la Russia e la Cina, che si ripresentano ora nell’area con rinnovate
ambizioni economiche e d’egemonia politica. La Russia ha ripreso
il controllo delle vie di commercializzazione del petrolio dall’Asia
centrale verso l’Europa e la Cina ha siglato un accordo con il
governo kazako per la costruzione di un oleodotto che dalla zona di
Tenzgiz arriverà sino alle città che si affacciano sull’oceano
Pacifico. In aggiunta, e in altre aree strategicamente molto importanti
dal punto di vista petrolifero, la crescente inaffidabilità dello
storico alleato saudita e le note vicende venezuelane di aperta ribellione
alla tradizionale influenza americana hanno completato lo scenario caratterizzato
da una crescente difficoltà dell’imperialismo statunitense.
L’impasse irachena
Anche nella campagna militare irachena le cose non stanno andando bene.
Il primo obiettivo degli Usa era quello del controllo del petrolio nelle
due principali zone petrolifere, a nord nel territorio curdo e a sud
nel territorio sciita. Il secondo riguardava la ricerca e l’attivazione
di nuovi pozzi nella zona centrale, quella sunnita. Il terzo obiettivo
era quello di calmierare in parte il prezzo del petrolio aumentando
l’offerta di greggio, cioè facendo raggiungere alla produzione
irachena, sotto il controllo della Hallibarton e delle aziende a essa
consociate, i sei milioni di barili al giorno. La crescente dipendenza
energetica americana, oltre ai motivi di predominio finanziario più
sopra richiamati, ha imposto la necessità dell’invasione
dell’Iraq e la priorità di concorrere alla determinazione
del prezzo del greggio al di fuori o anche contro le eventuali decisioni
dell’Opec. Va da sé che per l’economia americana,
più il prezzo del petrolio aumenta, più aumenta la rendita
parassitaria conseguente al surplus di richiesta di dollari che ne consegue.
Al contempo, però, gli Usa sono oggi costretti a importare il
60% del loro fabbisogno petrolifero per cui il loro punto di equilibrio
diviene quello di favorire la crescita del prezzo del greggio, per continuare
a garantire una sufficiente rendita parassitaria, ma non eccessivamente
per non ingigantire oltremodo i costi di importazione.
Nonostante l’aggressione bellica, l’uso di armi chimiche
e non convenzionali, le decine di migliaia di morti e la formazione
dei governi collaborazionisti, nessuno degli obiettivi che gli Usa si
erano prefissati in Iraq è stato raggiunto. Fino al 2006 funzionavano
solo 13 pozzi sui 75 esistenti e il greggio estratto era pari a 1 milione
e mezzo di barili al giorno, cioè la stessa quota di prima della
guerra, quando l’Iraq era sotto embargo; ora i barili estratti
sono 2 milioni e mezzo, una quota comunque ben lontana da quelle che
erano le aspettative americane. Inoltre è naufragata anche la
prospettiva di evitare la guerra civile nella speranza di coinvolgere
l’ala sunnita nei perversi meccanismi della pax americana.
Ovviamente, l’obiettivo di rendere pacifico il passaggio al dopo
Saddam rispondeva all’esigenza di controllare anche l’area
centrale dell’Iraq, zona di tradizione sunnita, che vede il transito
degli oleodotti da nord a sud e da sud a nord ovest. Inoltre, la stessa
area è quella più interessante per il futuro per la presunzione
dell’esistenza di giacimenti le cui scorte sarebbero simili a
quelle dell’Arabia Saudita. Il risultato finale però è
stato quello dell’innesco della guerra civile tra sunniti e sciiti,
tra sciiti moderati e radicali, tra kurdi, arabi e turcomanni. L’ultimo
governo, nato da elezioni false quanto la democrazia che si doveva instaurare,
ha vissuto solo grazie alla presenza militare delle truppe della coalizione,
esattamente come in Afghanistan; la situazione sarà identica
anche per il governo che uscirà dalle elezioni appena concluse.
Politicamente e amministrativamente esso non ha mai funzionato e ogni
giorno la sua milizia è oggetto di attentati da parte delle varie
opposizioni. Dure sono anche le faide interne per il potere politico
nei posti chiave dell’amministrazione e la corruzione è
l’unica sua realtà operativa. Per il resto è morte,
fame e miseria che rendono la quotidianità degli iracheni simile
a un inferno. A complicare le cose ci si è messo anche lo stesso
governo collaborazionista di Talabani e Al Jaafari che nel 2006 ha firmato
un accordo con l’Iran per un interscambio petrolifero nella zona
di confine tra Abadan e Khoramshar, contravvenendo pesantemente alle
direttive di Washington.
Le cause di una simile debacle statunitense risiedono
essenzialmente nella divaricazione a forbice tra la gravità della
sua crisi interna, la vastità geografica del piano imperialistico
messo in atto e l’intensità dello sforzo economico necessario
a sorreggere quest’ultimo. Le aree d’interesse vitale dell’impero
sono troppe e troppo vaste: vanno dall’Europa orientale all’Asia
centrale, dal Sud America al Golfo Persico, e di conseguenza il governo
Usa, da solo, è costretto a sostenere il 45% di tutte le spese
militari mondiali (1), andando a gonfiare a dismisura il proprio deficit
federale. Non per questo però assisteremo a una retromarcia,
assolutamente incompatibile con le necessità di sopravvivenza
della stessa economia americana. La contraddittoria strada è
stata imboccata e sarà percorsa sino in fondo.
Fabio Damen
(1) dati Sipri Yearbook 2008
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