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Iraq e Afghanistan: analisi di un fallimento
di Fabio Damen

 

È dagli inizi degli anni Novanta che l’imperialismo americano rincorre una serie di obiettivi che, di volta in volta, vengono dettati dalle condizioni economiche di crisi, dalle precarie posizioni competitive sul mercato commerciale, dal ruolo che esso si è attribuito sul mercato finanziario e monetario. Complice la scomparsa dell’imperialismo sovietico, le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca hanno ritenuto di poter fare il bello e il cattivo tempo per ogni questione che ha riguardato da vicino i loro interessi strategici. Lo hanno fatto con l’arma della pressione politica, della corruzione economica, con i falsi ideologici o, più spesso, con l’uso indiscriminato della forza, ogni volta che l’obiettivo era impellente in termini di tempo e determinante da un punto di vista economico.
Nonostante l’economia americana, dalla metà degli anni Ottanta alla fine di quelli Novanta, abbia riguadagnato significativi margini di profitto, pesantemente pagati dai lavoratori, i fondamentali sono rimasti deboli, se non addirittura malati. Ormai da tempo gli indici economici più importanti dell’economia statunitense sono contraddistinti da un gravissimo deficit. Quello americano è il paese più indebitato al mondo. Già nel 2006, ben prima quindi dell’attuale crisi innescata dai mutui subprime, fatto 10 il suo pil, per produrlo, il suo debito aveva dovuto ingigantirsi sino ad arrivare a quota 35. Oltre al debito pubblico, a quello commerciale e federale, vi erano i mastodontici debiti delle imprese, pari a 16mila miliardi di dollari, e quelli delle famiglie, che arrivavano a 14mila miliardi di dollari. La dilagante miseria negli Usa (36/38 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà) è un fenomeno che data ormai quasi un ventennio.

Gli obiettivi da raggiungere
Col perdurare della situazione di grave crisi sinteticamente sopra descritta, gli Usa si sono posti innanzi tutto l’obiettivo del mantenimento del dollaro quale unità di misura di tutti gli scambi commerciali internazionali, quelli petroliferi in primis, e quale strumento di drenaggio di plusvalore altrove prodotto. Grazie ai processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica, caratteristici dell’attuale fase storica, e attraverso il predominio del dollaro a scala mondiale, gli Usa riescono ad appropriarsi quotidianamente di enormi ricchezze prodotte nei più disparati punti del globo in modo da compensare gli enormi deficit che caratterizzano la loro economia. Si tratta di una rapina assolutamente indispensabile alla sopravvivenza dell’asfittica economia americana, senza la quale i deficit di cui sopra avrebbero da tempo provocato crolli devastanti e incontrollabili.

Quindi, come secondo obiettivo funzionale al primo, gli Usa dovevano assolutamente perseguire il controllo del mercato petrolifero, per avere concretamente a disposizione la possibilità di concorrere maggiormente alla determinazione del prezzo di vendita del greggio e, quando necessario, di poter porre il veto all’esportazione verso Paesi pericolosamente concorrenti o non allineati. Inoltre si trattava di diversificare i mercati di approvvigionamento per poter affrontare da posizioni di forza lo scontro economico sui mercati globali. Negli anni Settanta gli Usa erano quasi autosufficienti in termini energetici; oggi dipendono dal petrolio estero per quasi il 60%. Del petrolio e del gas naturale importati l’economia americana non può più fare a meno; essa li deve ottenere a tutti i costi, pena lo spauracchio di un declino ancora più veloce di quello che gli indici statistici stanno evidenziando. Di conseguenza, in diciotto anni le cinque amministrazioni americane, due di Clinton e tre della famiglia Bush, hanno provocato ben tre guerre per il petrolio, quella del Golfo, quella in Afghanistan e quella ultima in Iraq a cui si aggiungono gli attuali focolai di tensione in Nigeria, nel Golfo della Guinea e nel Centro Asia, aree in cui la risorsa petrolifera è abbondantemente presente.

Il terzo obiettivo da conseguire prevedeva l’attacco politico a tutte quelle situazioni che, potenzialmente, avrebbero potuto arrestare il cammino imperialistico degli Usa o anche soltanto essere una potenziale minaccia per i suoi più importanti mercati finanziari o energetici di riferimento. La minaccia costituita dalla possibilità che l’euro si affiancasse al dollaro nelle più importanti transazioni commerciali e finanziarie mondiali, il revanscismo russo nell’Asia centrale, l’affacciarsi veemente della Cina su scala mondiale come nuova potenza produttiva e commerciale, i pericoli di riarmo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord: ognuna di queste situazioni ha scatenato la reazione allarmata statunitense che non ha lesinato mezzi per contrastare questi potenziali rischi. Gli Usa hanno fatto capire chiaro e tondo che o si è con loro, nel senso che si è disposti ad accettare le regole e la preminenza dei loro interessi economici e strategici sperando solo nelle briciole del loro bottino, o gli si è contro. Questo è ora l’imperativo che grava sullo scenario mondiale. Bush padre prima, Clinton poi e Bush figlio non hanno cessato un attimo di perseguire questi obiettivi primari, portando la guerra in tutte le aree di loro interesse strategico ed economico e anche Obama non può che fare altrettanto. Nonostante il dissesto dei conti pubblici e i deficit faraonici di cui soffre l’economia americana, la linea di condotta prossima è già stata tracciata dato che le leggi dell’imperialismo non ammettono deroghe o tentennamenti, soprattutto nelle fasi di crisi.

Ripercorrendo sinteticamente gli ultimi eventi, si vede che gli Usa hanno operato a tutto campo. Hanno affrontato la questione petrolifera nell’area del Golfo con due guerre, di cui una è ancora in atto. Dell’Afghanistan, Paese arretrato ed economicamente insignificante, hanno fatto per anni l’ombelico del mondo perché di lì sarebbero dovuti passare le pipeline e i gasdotti che dal Kazakistan e dal Turkmenistan, sotto il controllo delle compagnie petrolifere americane, avrebbero dovuto portare l’oro nero sulle sponde pachistane dell’oceano Indiano. Inoltre, con o senza talebani, con o senza regimi fondamentalisti e dittatoriali, l’asse Islamabad-Kabul doveva anche servire da cuneo tra la Cina e la Russia per separare politicamente ed economicamente i due Paesi nell’area centro asiatica. Accanto a tutto questo, dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, l’imperialismo americano ha operato perché i cosiddetti paesi ex comunisti entrassero a far parte della Nato in modo da contrastare nell’est Europa sia le ambizioni espansionistiche tedesche, sia i possibili ritorni imperialistici di una Russia economicamente rinfrancata dopo lunghi anni di dissesto economico.

Contemporaneamente a queste vicende, i governi di Washington si sono impegnati a convincere, obbligare e/o ricattare i Paesi orbitanti nella loro sfera di influenza perché rifiutassero qualsiasi forma di pagamento che non fosse il dollaro, mettendo sul libro nero tutti quei governi che non si fossero attenuti al mandato americano. Ne hanno immediatamente fatto le spese il vecchio regime di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi e l’Iran; è noto infatti che una della ragioni che hanno accelerato l’invasione dell’Iraq è stata proprio la dichiarazione di Saddam di accettare come forma di pagamento del petrolio iracheno, per i contratti già stipulati e per quelli a venire, l’euro al posto del dollaro. Con l’Europa e la sua moneta gli Usa hanno invece ingaggiato direttamente una pesante battaglia a colpi di tassi di sconto. Come si capisce, si è trattato di una strategia a tutto campo dispiegata geograficamente nel mondo intero.

Perché tanta aggressività? Non è una scoperta d’oggi che l’aggressività dell’imperialismo sia direttamente proporzionale alle condizioni di crisi della sua economia. Più i profitti provenienti dall’ambito produttivo sono scarsi, più l’economia avanza con difficoltà di ogni genere e più l’imperialismo si scaglia contro tutto e tutti; da una parte persegue internamente la strada dello smantellamento dello stato sociale e dell’aggressione alla forza lavoro in termini di salario e di precarietà lavorativa, e mette in atto il decentramento della produzione a latitudini economiche più convenienti, cancellando i vecchi posti di lavoro del mercato domestico e sostituendoli con nuovi all’estero, basati sullo schiavistico sfruttamento del lavoro; dall’altra parte rincorre sempre di più il miraggio della speculazione e della rendita finanziaria quali palliativi allo stato di crisi economica permanente. Insieme a questo, più la sua dipendenza energetica cresce, più frequenti sono gli episodi di guerra, comunque giustificati, con i quali esso tenta di arginare il preoccupante problema della crisi economica, facendolo pagare alla periferia dell’impero a colpi di centinaia di migliaia di morti, effetti collaterali delle feroci priorità del capitalismo giunto nella fase della sua decadenza.

Il fallimento degli obiettivi nel Centro Asia
Nessun obiettivo è stato raggiunto. L’imperialismo americano costruisce le pentole ma, sfortunatamente per lui, non sempre riesce a fare anche i coperchi. Negli ultimi diciotto anni esso ha solo gettato le basi per il suo dominio nel campo finanziario e nel controllo dei maggiori mercati delle materie prime ma la piena realizzazione della sua strategia è ancora da venire. Il primo fallimento è quello relativo al ruolo che esso voleva attribuire all’Afghanistan. Il Paese asiatico doveva essere attraversato dalle pipeline di petrolio e di gas naturale sotto il controllo delle imprese americane del settore energetico. Allo scopo si sono creati e distrutti in rapida successione tre governi, tra i quali quello talebano, per garantire quella stabilità politica che sola avrebbe potuto giustificare gli ingenti investimenti della Unocal e di altre compagnie petrolifere. Il risultato è stato che l’ultimo governo, quello di Karzai, è ora assolutamente inoperante. Il primo ministro, uomo fortemente voluto dall’amministrazione Bush, già consulente petrolifero della Unocal, è assediato all’interno del suo palazzo e sopravvive politicamente solo grazie alla presenza militare americana. I signori della guerra hanno ripreso il ruolo di piccoli satrapi nelle loro province, politicamente lontani e in opposizione al governo filo-americano di Karzai, e i talebani si sono ricostituiti come forza militare ai confini con il Pakistan. Per l’imperialismo americano le cose stanno andando rovinosamente: il petrolio del Mar Caspio rimane completamente fuori controllo, nessuna compagnia petrolifera americana è riuscita ad avere gli appalti per l’estrazione e le concessioni per le nuove prospezioni di ricerca e, men che meno, si è iniziato il lavoro di costruzione del famoso oleodotto. L’Unocal, che avrebbe dovuto gestire il business miliardario, si è ritrovata sull’orlo del fallimento e costretta a svendersi sul mercato al migliore offerente.

Fallito l’obiettivo petrolifero, la presenza americana in Afghanistan ha dovuto ripiegare su un secondo livello: quello di contenere, in chiave difensiva, l’attacco congiunto della Russia e della Cina nella zona centro-asiatica che, sino a pochi anni fa, sembrava essere esclusivo appannaggio del più vorace degli imperialismi. Anche in questo caso il governo di Washington ha fallito e ha dovuto subire persino l’onta di vedersi recapitare una sorta di avviso di sfratto dalle sue basi militari di tutta l’area. In un documento congiunto, Russia, Cina e ben quattro delle cinque ex province sovietiche dell’area caspica hanno formalmente dichiarato che le concessioni militari al governo di Washington non sarebbero state rinnovate e che, in tempi tecnici adeguati, si sarebbe preteso il loro smantellamento. A suggello di questa iniziativa, nell’agosto 2005 la Cina e la Russia hanno iniziato manovre militari congiunte con il dichiarato intento di avvertire l’amministrazione Bush che, da quel momento in avanti, il business del petrolio caspico e il controllo delle vie commerciali in direzione ovest-est sarebbero state una questione riservata esclusivamente alle potenze asiatiche e che ogni interferenza sarebbe stata considerata come un atto di guerra contro di loro. Così, quella che doveva essere una brillante operazione di predazione energetica, si è trasformata in una pesante sconfitta che ha prestato il fianco all’accelerazione della ricomposizione imperialistica degli avversari asiatici, soprattutto la Russia e la Cina, che si ripresentano ora nell’area con rinnovate ambizioni economiche e d’egemonia politica. La Russia ha ripreso il controllo delle vie di commercializzazione del petrolio dall’Asia centrale verso l’Europa e la Cina ha siglato un accordo con il governo kazako per la costruzione di un oleodotto che dalla zona di Tenzgiz arriverà sino alle città che si affacciano sull’oceano Pacifico. In aggiunta, e in altre aree strategicamente molto importanti dal punto di vista petrolifero, la crescente inaffidabilità dello storico alleato saudita e le note vicende venezuelane di aperta ribellione alla tradizionale influenza americana hanno completato lo scenario caratterizzato da una crescente difficoltà dell’imperialismo statunitense.

L’impasse irachena
Anche nella campagna militare irachena le cose non stanno andando bene. Il primo obiettivo degli Usa era quello del controllo del petrolio nelle due principali zone petrolifere, a nord nel territorio curdo e a sud nel territorio sciita. Il secondo riguardava la ricerca e l’attivazione di nuovi pozzi nella zona centrale, quella sunnita. Il terzo obiettivo era quello di calmierare in parte il prezzo del petrolio aumentando l’offerta di greggio, cioè facendo raggiungere alla produzione irachena, sotto il controllo della Hallibarton e delle aziende a essa consociate, i sei milioni di barili al giorno. La crescente dipendenza energetica americana, oltre ai motivi di predominio finanziario più sopra richiamati, ha imposto la necessità dell’invasione dell’Iraq e la priorità di concorrere alla determinazione del prezzo del greggio al di fuori o anche contro le eventuali decisioni dell’Opec. Va da sé che per l’economia americana, più il prezzo del petrolio aumenta, più aumenta la rendita parassitaria conseguente al surplus di richiesta di dollari che ne consegue. Al contempo, però, gli Usa sono oggi costretti a importare il 60% del loro fabbisogno petrolifero per cui il loro punto di equilibrio diviene quello di favorire la crescita del prezzo del greggio, per continuare a garantire una sufficiente rendita parassitaria, ma non eccessivamente per non ingigantire oltremodo i costi di importazione.

Nonostante l’aggressione bellica, l’uso di armi chimiche e non convenzionali, le decine di migliaia di morti e la formazione dei governi collaborazionisti, nessuno degli obiettivi che gli Usa si erano prefissati in Iraq è stato raggiunto. Fino al 2006 funzionavano solo 13 pozzi sui 75 esistenti e il greggio estratto era pari a 1 milione e mezzo di barili al giorno, cioè la stessa quota di prima della guerra, quando l’Iraq era sotto embargo; ora i barili estratti sono 2 milioni e mezzo, una quota comunque ben lontana da quelle che erano le aspettative americane. Inoltre è naufragata anche la prospettiva di evitare la guerra civile nella speranza di coinvolgere l’ala sunnita nei perversi meccanismi della pax americana.
Ovviamente, l’obiettivo di rendere pacifico il passaggio al dopo Saddam rispondeva all’esigenza di controllare anche l’area centrale dell’Iraq, zona di tradizione sunnita, che vede il transito degli oleodotti da nord a sud e da sud a nord ovest. Inoltre, la stessa area è quella più interessante per il futuro per la presunzione dell’esistenza di giacimenti le cui scorte sarebbero simili a quelle dell’Arabia Saudita. Il risultato finale però è stato quello dell’innesco della guerra civile tra sunniti e sciiti, tra sciiti moderati e radicali, tra kurdi, arabi e turcomanni. L’ultimo governo, nato da elezioni false quanto la democrazia che si doveva instaurare, ha vissuto solo grazie alla presenza militare delle truppe della coalizione, esattamente come in Afghanistan; la situazione sarà identica anche per il governo che uscirà dalle elezioni appena concluse.

Politicamente e amministrativamente esso non ha mai funzionato e ogni giorno la sua milizia è oggetto di attentati da parte delle varie opposizioni. Dure sono anche le faide interne per il potere politico nei posti chiave dell’amministrazione e la corruzione è l’unica sua realtà operativa. Per il resto è morte, fame e miseria che rendono la quotidianità degli iracheni simile a un inferno. A complicare le cose ci si è messo anche lo stesso governo collaborazionista di Talabani e Al Jaafari che nel 2006 ha firmato un accordo con l’Iran per un interscambio petrolifero nella zona di confine tra Abadan e Khoramshar, contravvenendo pesantemente alle direttive di Washington.

Le cause di una simile debacle statunitense risiedono essenzialmente nella divaricazione a forbice tra la gravità della sua crisi interna, la vastità geografica del piano imperialistico messo in atto e l’intensità dello sforzo economico necessario a sorreggere quest’ultimo. Le aree d’interesse vitale dell’impero sono troppe e troppo vaste: vanno dall’Europa orientale all’Asia centrale, dal Sud America al Golfo Persico, e di conseguenza il governo Usa, da solo, è costretto a sostenere il 45% di tutte le spese militari mondiali (1), andando a gonfiare a dismisura il proprio deficit federale. Non per questo però assisteremo a una retromarcia, assolutamente incompatibile con le necessità di sopravvivenza della stessa economia americana. La contraddittoria strada è stata imboccata e sarà percorsa sino in fondo.

Fabio Damen

 

(1) dati Sipri Yearbook 2008

 

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