| Deve essersi sentita
così la fata cattiva, spinta dal desiderio di dimostrare con
il suo dono quanto fosse arrabbiata. Ma a differenza dell’incantesimo
perraultiano, questa volta il dono legato alla nascita in questione
dovrebbe, anziché addormentare per sempre, favorire il risveglio
delle coscienze incoscienti; inoculare coi suoi temi puntuti il dubbio
che la verità non sia unica e incontrovertibile.
La nascita è stata annunciata proprio alla soglia di quella gravidanza
spirituale che è l’Avvento. Forse un parto tatticamente
programmato per sottolineare quanto questo pargolo, infinitamente meno
salvifico, sia comunque riverberato dalla luce del sacro.
Il padre, con l’annuncio via internet e sulla stampa nazionale,
ha pure reso nota la decisione di immolare sulla culla la sua carriera
di giornalista: Magdi Cristiano Allam si occuperà solo del nuovo
nato, il partito politico Protagonisti per un’Europa cristiana.
Allam definisce questa sua nuova creatura, ‘laica’. Fare
atto di fiducia è difficile vedendolo sul banner del sito inchinarsi
a Benedetto XVI e da lui venire battezzato; ancora più difficile
leggendo nello statuto che il partito “si assume la storica missione
di riscattarci sul piano personale collettivo proclamando uno ‘stato
d’emergenza etico’, che consideri come priorità nazionale
italiana e comunitaria europea la riscoperta, l’adesione e la
difesa della nostra comune civiltà europea cristiana”.
La solita venefica pozione europeo-centrica a base di radici cristiane
ed estratti di millantata identità comune.
Anche il coro, per nulla angelico, che accompagna il nuovo nato suona
familiare: fede e ragione, verità e libertà, valori
e regole. Conoscendo il padre, non servirebbe neppure addentrarsi
nel programma per sapere di che tipo di fede, regole, valori e –
soprattutto –verità si stia parlando.
Ma se i buonisti irriducibili – attenti, ché il nuovo partito
combatterà anche loro – nutrissero qualche dubbio, ecco
gli obiettivi contro i quali Magdi Cristiano Allam si impegna al fine
di liberare l’Italia e l’Europa prigioniere “di una
malattia ideologica”: “nichilismo, relativismo, islamicamente
corretto, buonismo, laicismo, soggettivismo giuridico, autolesionismo,
indifferentismo e, sul piano più ampio della gestione sociale,
il multiculturalismo”.
Tintinna anche la solita congerie di ideali come “sacralità
della vita” e “bene comune”: vasi scintillanti e vuoti,
da colmare di volta in volta con quanto aggrada a chi mena le danze.
L’atto di fiducia è impossibile: nella totale negazione
di un islam moderato e pacifico e nel vagheggiamento di un Occidente
dove ‘pluralismo’ stia in cima all’elenco dei vocaboli
proibiti, è il fondamentalismo il tratto saliente di questo neonato
partito. A lui il dono.
Se per Allam il convertito (o il kafir: gli piaccia o meno,
la verità dipende dal lato dal quale la si osserva) la via di
ritorno da Damasco porta dritta dritta alla politica, The road from
Damascus di Robin Yassin-Kassab –edito in Italia da il Saggiatore
con il titolo Il traditore – conduce alle realtà
proteiformi della questione identitaria, dell’islam in Occidente,
dell’Occidente nei paesi islamici, della lotta perenne fra laicità
e religione. La strada nel titolo originale, a differenza di quella
intrapresa da Allam in sella allo stereotipo di un islam occidentale
violento e primitivo, è priva di fondamentalismo e di enfasi
assolutiste. Anzi, è il percorso accidentato di chi, alla ricerca
di un centro, è costretto a mettere in dubbio le certezze sulle
quali ha fondato la propria vita; di chi sente di aver “tradito
tutti, in un modo o nell’altro”; di chi ha il coraggio di
rinunciare alla rigidità delle proprie idee per comprendere l’esigenza
di spiritualità e le ragioni dell’altro da sé.
Il protagonista di questa epica umana è Sami Traifi, trentenne
siriano nato a Londra, appartenente dunque alla ‘seconda generazione’.
È musulmano, ma cresciuto nel totale rifiuto della religione
da un padre intellettuale, ateo e nazionalista arabo. Con la madre,
donna religiosa e conservatrice con tanto di hijab, Sami ha
interrotto i rapporti, accusandola tacitamente del tradimento dei principi
paterni e non riuscendo a perdonarle il silenzio e la freddezza con
i quali ha accudito il marito durante la malattia che lo ha portato
alla morte.
Cogliamo Sami in un momento cruciale della sua vita, incapace di uscire
dalle sabbie mobili nelle quali il suo luminoso futuro si è impantanato
trasformandosi nel presente di un “accademico fallito e perdigiorno
internazionale”, mantenuto dallo stipendio da insegnante della
moglie, l’irachena Muntaha, suo contraltare e splendido esempio
di donna colta e in armonia con le proprie scelte esistenziali e spirituali.
“Una delle sciagure dei nostri tempi” suggerisce l’autore
anglo siriano Yassin-Kassab, con il sottile umorismo che permea tutto
il romanzo, “è il ritorno alle radici in cerca di soluzioni”.
Anche Sami ci casca. Si reca a Damasco in estate, “con la sensazione
di un’ultima chance”, per attingere materiale di studio
per il dottorato, e per ritrovare se stesso.
A questa esperienza sono dedicate meno di venti pagine sulle quasi quattrocento
del libro, sufficienti per vedere Sami incontrare un paese e dei parenti
a lui totalmente sconosciuti. E scoprire lo zio Faris, un relitto da
decenni inchiodato a una sedia a sgranare il suo rosario, clic clic…
ciò che resta del giovane studente di ingegneria entrato nei
Fratelli musulmani e passato per le maglie insanguinate del mukhabarat,
i servizi segreti. Tradito da un membro della sua stessa famiglia. Sami
ha la sfuggente percezione che la narrazione della zia nasconda qualcosa
di più di una semplice ‘storia di famiglia’, ma non
comprenderà che cosa finché non sarà pronto. “Di
ciò che non sai sei innocente,” gli dice la zia, “ma
a che scopo tutto questo? A che scopo strappare alle donne per strada
l’hijab? A che scopo ammazzare decine di migliaia di
persone a Hama?” (la strage che il governo siriano mise in atto
nel 1982 uccidendo molte migliaia di civili, per reprimere un’insurrezione,
n.d.a.). A un Sami adolescente, il padre aveva giustificato
senza esitazioni l’operato del governo, unica replica possibile
ai Fratelli musulmani. In questo ricordo, troviamo il germe di uno dei
grandi interrogativi del romanzo, ossia se una laicità dogmatica
non possa diventare a sua volta una forma di cieco integralismo. Ma
anche in questo caso, Sami non è ancora preparato a rispondere.
Si scontrerà, al ritorno da Damasco, con la decisione di Muntaha
di indossare l’hijab. Un’istanza identitaria che
Sami rifiuta con violenza, incapace di vedere come la mente duttile
e aperta di sua moglie sia in grado di condannare l’islam manipolato
dagli estremisti più di quanto non riesca a fare lui, ateo convinto,
o presunto tale. Per il quale ogni questione islamica finisce sempre
per cadere “sull’hijab e sulla barba”. Intorno
a questo matrimonio che si sgretola e alla caduta di Sami in una spirale
di droga, alcol e sesso occasionale, gravita una girandola di personaggi
così perfetti che meriterebbero un’analisi ad hoc.
Figure cruciali per le molteplici tematiche di questo romanzo, grazie
alla loro ‘monodimesionalità’– come la retorica
del radicalismo nel giovane cognato di Sami e il razzismo mimetico in
un pretendente di Muntaha. Monolitici eppure credibili, grazie alla
sensibilità di Yassin-Kassab per i dettagli e all’umorismo
impalpabile con il quale li offre al lettore.
Il romanzo, così denso che è difficile poterne raccontare
in modo esaustivo e come tale con pagine (quasi tutte) eccellenti e
altre (poche) meno convincenti – è una discesa agli inferi
con risalita; è scoperta e accettazione di dimensioni diverse
dalla propria; è fotografia del clima crestato che ha preceduto
l’11 settembre, i cui eventi irromperanno nelle pagine finali
del romanzo, catalizzando l’angoscia e le riflessioni che li hanno
preceduti.
Un buon libro deve minare certezze, seminare dubbi, stimolare riflessioni
e Il traditore – peccato aver perso il rimando a una ‘controilluminazione’
suggerito dal titolo originale lo fa raccontando antitesi e polarità
intimamente legate tra loro: laicismo e spiritualità, multiculturalismo
e crisi identitaria, pressione occidentale e orgoglio islamico. Con
l’uso sapiente di registri linguistici e citazioni – retorica
nazionalista, cifrario pseudo-accademico degli esuli intellettuali,
gergo dell’islam radicale mutuato dall’hip hop afro, poesia
sufi, Corano – Robin Yassin-Kassab, in questo suo primo romanzo,
mostra le infinite sfaccettature dell’islam contemporaneo radicato
in Occidente e le correnti politiche che gli ruotano intorno; indaga
la dimensione religiosa, nel senso più alto del termine, dove
il credo non è strumento politico ma personale filosofia di vita
e rispetto per gli altri. Ne emerge un islam dalla grande forza unificatrice,
quell’islam illuminato del quale l’integralismo cristiano
nega l’esistenza. Il tutto nel gorgogliante meltin’ pot
di una Londra multirazziale e babelica, splendidamente lontana dalla
xenofobia da campanile e dalla soggezione papalina, da noi sistemiche
e sempre più attizzate da fondamentalismi di antico e nuovo conio.
Il traditore, Robin Yassin-Kassab,
il Saggiatore, 2008
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