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Buone nuove |
| Occidente-Damasco, andata
e ritorno di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il traditore, Robin Yassin-Kassab |
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Anche il coro, per nulla angelico, che accompagna
il nuovo nato suona familiare: fede e ragione, verità e
libertà, valori e regole. Conoscendo il padre, non servirebbe
neppure addentrarsi nel programma per sapere di che tipo di fede,
regole, valori e – soprattutto –verità si stia
parlando. L’atto di fiducia è impossibile: nella
totale negazione di un islam moderato e pacifico e nel vagheggiamento
di un Occidente dove ‘pluralismo’ stia in cima all’elenco
dei vocaboli proibiti, è il fondamentalismo il tratto saliente
di questo neonato partito. A lui il dono. Il protagonista di questa epica umana è Sami
Traifi, trentenne siriano nato a Londra, appartenente dunque alla
‘seconda generazione’. È musulmano, ma cresciuto
nel totale rifiuto della religione da un padre intellettuale, ateo
e nazionalista arabo. Con la madre, donna religiosa e conservatrice
con tanto di hijab, Sami ha interrotto i rapporti, accusandola
tacitamente del tradimento dei principi paterni e non riuscendo a
perdonarle il silenzio e la freddezza con i quali ha accudito il marito
durante la malattia che lo ha portato alla morte. “Una delle sciagure dei nostri tempi”
suggerisce l’autore anglo siriano Yassin-Kassab, con il sottile
umorismo che permea tutto il romanzo, “è il ritorno alle
radici in cerca di soluzioni”. Anche Sami ci casca. Si reca
a Damasco in estate, “con la sensazione di un’ultima chance”,
per attingere materiale di studio per il dottorato, e per ritrovare
se stesso. Si scontrerà, al ritorno da Damasco, con
la decisione di Muntaha di indossare l’hijab. Un’istanza
identitaria che Sami rifiuta con violenza, incapace di vedere come
la mente duttile e aperta di sua moglie sia in grado di condannare
l’islam manipolato dagli estremisti più di quanto non
riesca a fare lui, ateo convinto, o presunto tale. Per il quale ogni
questione islamica finisce sempre per cadere “sull’hijab
e sulla barba”. Intorno a questo matrimonio che si sgretola
e alla caduta di Sami in una spirale di droga, alcol e sesso occasionale,
gravita una girandola di personaggi così perfetti che meriterebbero
un’analisi ad hoc. Figure cruciali per le molteplici
tematiche di questo romanzo, grazie alla loro ‘monodimesionalità’–
come la retorica del radicalismo nel giovane cognato di Sami e il
razzismo mimetico in un pretendente di Muntaha. Monolitici eppure
credibili, grazie alla sensibilità di Yassin-Kassab per i dettagli
e all’umorismo impalpabile con il quale li offre al lettore. Un buon libro deve minare certezze, seminare dubbi, stimolare riflessioni e Il traditore – peccato aver perso il rimando a una ‘controilluminazione’ suggerito dal titolo originale lo fa raccontando antitesi e polarità intimamente legate tra loro: laicismo e spiritualità, multiculturalismo e crisi identitaria, pressione occidentale e orgoglio islamico. Con l’uso sapiente di registri linguistici e citazioni – retorica nazionalista, cifrario pseudo-accademico degli esuli intellettuali, gergo dell’islam radicale mutuato dall’hip hop afro, poesia sufi, Corano – Robin Yassin-Kassab, in questo suo primo romanzo, mostra le infinite sfaccettature dell’islam contemporaneo radicato in Occidente e le correnti politiche che gli ruotano intorno; indaga la dimensione religiosa, nel senso più alto del termine, dove il credo non è strumento politico ma personale filosofia di vita e rispetto per gli altri. Ne emerge un islam dalla grande forza unificatrice, quell’islam illuminato del quale l’integralismo cristiano nega l’esistenza. Il tutto nel gorgogliante meltin’ pot di una Londra multirazziale e babelica, splendidamente lontana dalla xenofobia da campanile e dalla soggezione papalina, da noi sistemiche e sempre più attizzate da fondamentalismi di antico e nuovo conio.
Il traditore, Robin Yassin-Kassab, il Saggiatore, 2008 |