“Sporchi e puzzolenti che rubate i bambini degli altri, ve
ne dovete andare o vi cacciamo a calci”. Nel pomeriggio del
13 maggio scorso il campo rom di via Malibran, quartiere Ponticelli,
Napoli, viene preso d’assalto da tre-quattrocento persone –
tra le quali molte donne – armate di ombrelli, pezzi di legno
e spranghe. E rabbia, tanta.
Non sono sole. Accanto, dietro, a lato, quelli che i quotidiani definiscono
‘facinorosi’: ragazzi in motorino armati di molotov. Questi
avevano già manifestato la propria contrarietà alla
presenza degli insediamenti rom la notte precedente, dando fuoco a
un gruppo di baracche disabitate in un campo limitrofo e ad altre
nello stesso insediamento di via Malibran, queste abitate. Mentre
nel pomeriggio la piccola folla di abitanti del quartiere inveisce
rabbiosa, altri facinorosi incendiano un ex centro per disabili, oggi
scheletro di cemento divenuto tetto per sei famiglie rom.
Casus belli dichiarato di quello che a tutti gli effetti
può essere assimilato a un pogrom, il presunto tentato rapimento
di una bambina di sei mesi, figlia di un’abitante del quartiere,
da parte di una ragazzina rom: la fatidica goccia che fa traboccare
il vaso – secondo gli editorialisti dei quotidiani e gli esponenti
politici – di una situazione esplosiva, che cova da tempo, dovuta
alla difficile convivenza tra poveri (Ponticelli non è Posillipo).
Non v’è dubbio che il disagio degli abitanti del quartiere
sia reale, come non v’è dubbio che il conflitto scatenatosi
sia tra poveri. Ma sulla spontaneità dell’aggressione,
su quello sì, v’è dubbio.
La massa che ha assalito il campo nomadi ha tutte le caratteristiche
di una massa aizzata:“si forma in vista di una meta
velocemente raggiungibile”, la definiva Elias Canetti in Massa
e potere, e “la meta le è nota”; “basta
annunciare quello scopo, basta far sapere chi dovrebbe perire, perché
una massa si formi”. Percezione fondamentale perché nasca
una simile tipologia di massa è la certezza di assenza di pericolo
nell’impresa. La massa ha ragione, si sente legittima e legittimata.
“L’omicidio autorizzato compensa di tutti gli omicidi
cui si
deve rinunciare, di tutti quelli che farebbero temere pesanti punizioni.
Un omicidio senza pericolo, permesso, raccomandato, e spartito con
molti altri, è irresistibile per la maggioranza degli uomini”.
A Ponticelli, per fortuna, nessuno è morto. Nella tarda serata
di quel 13 maggio le famiglie rom hanno abbandonato i campi nomadi
e la folla si è dileguata: “la massa aizzata che ha avuto
la sua vittima si disgrega in modo particolarmente rapido”.
Cacciare i rom era il fine degli abitanti di Ponticelli – i
legittimi abitanti nelle case di cemento – trasformatisi
in massa; liberare la zona dagli insediamenti nomadi era lo scopo
di altri: chi sono questi ‘altri’? E per quale ragione
gli abitanti di Ponticelli si sono sentiti legittimati a una simile
azione violenta?
Un paio di giorni prima gli esponenti del Partito democratico del
Coordinamento di Ponticelli inviano una lettera aperta al sindaco
di Napoli, al prefetto, al questore e al direttore generale dell’Asl
Napoli1. Vi scrivono che “il continuo aumento di accampamenti
abusivi rom in diverse aree del quartiere Ponticelli sta diventando,
per molteplici ragioni, insostenibile e foriero di preoccupanti episodi
d’intolleranza da parte della popolazione del quartiere”;
elencano l’insostenibilità sanitaria, ambientale e sociale
della situazione; sottolineano che non è loro “intenzione
alimentari luoghi comuni a sostegno dell’equazione rom uguale
delinquente”, ma che “è indubbio che il mancato
rispetto delle elementari regole di civile convivenza, soprattutto
in un quartiere già attraversato da una diffusa illegalità
e da una radicata presenza di organizzazioni criminali, esaspera gli
animi dei cittadini”; ricordano che “alcuni recenti e
gravi episodi, furti in appartamenti, tentati rapimenti di bambini
(mentre la magistratura nutre ancora dubbi sul ‘tentato rapimento’,
gli esponenti locali del Pd hanno già giudicato, n.d.a.),
hanno acuito il clima di intolleranza e alimentato il sentimento,
comune da parte di tantissimi cittadini, di farsi giustizia da soli”;
en passant, sottolineano che la presenza dei campi nomadi
riguarda anche “la problematica occupazione di spazi comunali
riservati alla realizzazione d’impianti legati al Piano di recupero
urbano”. Chiudono la lettera chiedendo “che il comune,
la prefettura, le forze di pubblica sicurezza e l’Asl intervengano
senza ulteriori indugi per eliminare tutti gli insediamenti abusivi
presenti a Ponticelli”.
Di un estratto della lettera viene stampato un manifesto – il
cui titolo a caratteri cubitali e maiuscoli recita: “Via gli
accampamenti rom da Ponticelli!” – affisso per le strade
del quartiere, a fare il paio e forse in risposta, ahimè (quale
miseria umana, politica e sociale ci riserva l’ideologia della
‘tolleranza zero’ e la rincorsa alla sicurezza),
a un altro manifesto a firma di Alleanza nazionale, anch’esso
affisso nel quartiere e che titola: “Baraccopoli rom e gli interessi
della sinistra…”. Quest’ultimo però prende
di mira il presidente della VI Municipalità e il consiglio
di Municipalità, che il 24 aprile avrebbero votato “affinché
i rom rimangano a Ponticelli, mortificando ancora una volta il quartiere
e la sua gente” e si chiede “quali interessi ci siano
dietro tale voto e cosa porti un presidente di municipalità
e la sua maggioranza a stare dalla parte di chi delinque per cultura
e professione”.
La meta velocemente raggiungibile, identificata da Canetti, è
stata dunque ampiamente resa nota e la massa aizzata, a Ponticelli,
si è formata. Sentendosi legittimata nientemeno che dalla politica
locale.
Ma che cosa si muove sopra le teste degli abitanti del quartiere,
che cosa ha incanalato, sfruttato e poi aizzato il loro legittimo
disagio, il loro senso di abbandono da parte delle istituzioni in
una zona che Francesca Pilla, su Il manifesto del 15 maggio scorso,
descrive come una “distesa di cemento, palazzoni prefabbricati,
obbrobri dell’architettura popolare, testimonianza di piani
urbanistici criminali datati anni ’60-’70, della diabolica
perseveranza negli ’80, nella ricostruzione post terremoto.
Dentro un agglomerato di sottoproletariato urbano, un mix di evasione
scolastica che va di pari passo con l’aumento del tasso di criminalità,
così come l’innalzamento della disoccupazione infoltisce
i clan camorristici. Ponticelli è il classico quartiere dormitorio,
un’enclave per la criminalità organizzata che nulla ha
da invidiare a Scampia, con la sua famiglia egemone e i potenti Sarno
e i suoi traffici di droga”?
Si muove quel che, en passant, la lettera aperta degli esponenti
del Pd ha indicato: il Piano di recupero urbano di Ponticelli e, a
lato, un po’ in disparte, come sanno spesso tenersi i grossi
affari e i maneggi italici, il Piano regolatore generale di Napoli.
Il primo ha un passato travagliato: negli anni scorsi, ben due successivi
bandi sono andati deserti. È probabile che i progetti che prevedevano
la realizzazione di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata
e convenzionata, non fossero sufficientemente appetibili e forieri
di guadagni per le imprese edili locali in odore di Camorra. Il comune
ha dunque provveduto a una rivisitazione progettuale del
Pru inserendo quote di edilizia residenziale privata e quote di attività
commerciali, e orientando le proposte sulla base dei tre poli attrattivi
in fase di realizzazione nella zona, stabiliti dal Prg: cultura, sport
e sanità. La rivisitazione ha prodotto i risultati sperati
e in risposta all’ultimo bando sono arrivati i progetti preliminari.
Nel febbraio di quest’anno la giunta comunale li ha approvati
e sono stati stanziati i fondi dell’accordo di programma tra
ministero delle Infrastrutture, regione Campania e comune di Napoli,
per complessivi 67 milioni di euro: condicio sine qua non,
l’apertura dei cantieri fissata al più tardi al 4 agosto
scorso In caso contrario, addio fondi.
I campi nomadi occupavano parte di quelle zone destinate al Pru; difficile
aprire i cantieri tra le baracche e le famiglie. Impegnativo evacuarli
– stiamo parlando di una presenza di circa 700 persone –
con ruspe e forze dell’ordine in stile Cofferati, senza offrire
loro l’alternativa di un altro posto dove vivere. Soprattutto,
molto più semplice, economico, popolare e populista, fare in
modo che gli stessi abitanti di Ponticelli si ritrovassero a cacciarli,
in un delirio collettivo di rabbia e violenza.
Qualcuno potrebbe obiettare che i campi nomadi erano abusivi e che,
massa aizzata a parte, il comune aveva tutto il diritto di bonificare
la zona per fare spazio all’edilizia pubblica – e privata
– prevista dal Pru la quale, senza ombra di dubbio, può
trasformare Ponticelli in un quartiere più vivibile, almeno
dal punto di vista architettonico. Tuttavia, dietro la realizzazione
del Pru – e i suoi anni di tentativi falliti – vi è
il Prg; vi sono quei “tre poli attrattivi in fase di realizzazione”.
Senza di essi, l’ennesimo bando sarebbe andato deserto.
È particolarmente interessante il progetto culturale e sportivo.
Si legge nella Relazione istruttoria del progetto preliminare riguardante
la realizzazione di un’attrezzatura su scala urbana e territoriale
per la musica e i grandi eventi con annesse strutture complementari
di servizi in località Ponticelli, presentata al comune di
Napoli nel maggio 2006, che il 2 gennaio dello stesso anno la società
Palaponticelli srl, società interamente privata, “presentava
al servizio Sportello unico per le attività produttive del
comune di Napoli domanda di avvio del procedimento per la realizzazione
di un centro commerciale per la grande distribuzione in località
Ponticelli”. Il 20 febbraio 2006 il servizio Pianificazione
esecutiva rilevava che, in merito alle destinazioni d’uso e
alle utilizzazioni proposte, occorreva apportare al progetto “alcune
modifiche e integra zioni al fine del rispetto delle caratteristiche
funzionali e tecniche previste dalle norme di settore per l’attrezzatura
del Palaponticelli e per le strutture commerciali”.
L’area interessata, infatti, secondo il Prg, era stata destinata
alla realizzazione di attrezzature pubbliche o di uso pubblico e,
di conseguenza, insediamenti commerciali privati potevano essere ammessi
solo se subordinati e sussidiari a esse. La società Palaponticelli
presenta dunque il 20 marzo 2006 un nuovo progetto, riguardante la
realizzazione di una “attrezzatura a scala urbana e territoriale
per la musica e i grandi eventi con annesse strutture complementari
di servizio”. L’area interessata è pari a 84.434
mq dei quali 78.751 di proprietà della stessa società
e i rimanenti di proprietà comunale e, si sottolinea nella
relazione, è interamente destinata all’uso pubblico.
La peculiarità sociale della destinazione appare dunque pienamente
soddisfatta.
Eppure…
Leggendo con attenzione il progetto, si scopre che la “superficie
lorda di solaio complessiva è di mq 192.730 destinata per mq
85.420 pari al 44,3% al Palaponticelli, attrezzature di quartiere,
parcheggi pubblici e spazi pubblici; per mq 62.710 pari al 32,5% agli
spazi privati a uso pubblico (gallerie e parcheggi pertinenziali a
uso pubblico), e per mq 44.600 pari al 23,2% alle attività
commerciali e di servizio”.
Anche la subordinazione degli insediamenti commerciali appare pienamente
rispettata.
Eppure…
Continuando nella proficua lettura, si comprende che: degli 85.420
mq l’impianto per la musica e i grandi eventi occupa 11.500
mq, i restanti sono parcheggi (41.300 mq) e zone pedonali (5.000 mq);
i 62.710 mq altro non sono che la galleria commerciale – su
due piani – e i parcheggi “pertinenziali alle attività
di vendita”, anch’essi su due livelli; i restanti 44.600
mq, loro sì, sono quanto con chiarezza dichiarato: attività
commerciali. Ora, mettendo da parte le aree destinate a parcheggio,
le percentuali tanto orgogliosamente esibite assumono sembianze da
farsa: 11.500 mq di spazio pubblico contro 44.600 mq di centro commerciale.
Ma la cosa forse più bizzarra è leggere, sempre nella
stessa relazione, che nella medesima area è prevista dal Pru
una “realizzazione che ha la seguente denominazione: servizi
per lo spettacolo (palazz. Musica). Non si ritiene tuttavia,
d’intesa con il servizio di edilizia pubblica, che le due iniziative
possano essere in conflitto tra di loro, anzi esse possono stabilire
tra di loro un’integrazione e influenza reciproche che le valorizzerebbe
entrambe”. Non solo. Si legge anche che “un’analoga
iniziativa (commerciale, n.d.a.) è prevista su un’area
adiacente, sulla quale è stata presentata una proposta di parco
con centro commerciale per la grande distribuzione” e che tale
proposta “ha già ricevuto parere favorevole dalla conferenza
dei servizi” ma che “in definitiva, non sembra a questo
ufficio che siano emersi contrasti, allo stato attuale, tra le due
iniziative commerciali, quanto piuttosto la necessità di un
coordinamento in fase attuativa”.
Una conclusione più approfondita, che vada oltre il Pru, a
questo punto si può trarre: gli abitanti del quartiere avranno
l’imbarazzo della scelta nel decidere dove fare i propri acquisti
(con quali soldi, sarà un problema loro) e si divertiranno
tantissimo tra concerti rock ed eventi sportivi; a contorno di tutto
questo, avranno anche qualche casa nuova. Qualcuna di edilizia pubblica,
tante se le dovranno comprare o affittare (con quali soldi, sarà
ancora un problema loro).
Eppure, non sembra esserci alternativa: “i proponenti affermano
che la sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento
proposto, con risorse interamente private, esiste e viene mantenuta
solo se le superfici e le cubature degli spazi privati commerciali
e di servizio sono della dimensione proposta. Con tale dimensione
i flussi positivi di progetto da esse chiamati riescono a bilanciare
la realizzazione e la gestione deficitaria nel tempo delle attrezzature
e degli spazi pubblici”. Ma chi sono questi ‘proponenti’?
Si tratta di vecchie conoscenze.
Il consigliere comunale Federico Alvino, eletto nel 2006 nelle liste
dell’Udeur, afferma il 22 marzo scorso, in un comunicato stampa
ripreso dalle pagine di Casertanews.it, che ciò che lo lascia
più turbato in tale vicenda è che “né gli
esponenti del Pd né del Pdl sembrano avere interesse a sottolineare
la natura e il ruolo delle scatole cinesi societarie che dovrebbero
realizzare il progetto […] e che nessuno si domandi perché
la società presieduta da Faraone Mennella (la Palaponticelli,
n.d.a.) sia nelle mani di anonimi investitori con sede in
Paesi stranieri. Chi possiede veramente la società DM e chi
guadagnerà dall’affare?”
Il consigliere comunale Andrea Santoro, eletto nelle liste di Alleanza
nazionale, in una conferenza stampa del 23 aprile va oltre e afferma
che “Marilù Faraone Mennella è uno dei principali
attori, oggi amministratrice della società che aveva presentato
il progetto, la Palaponticelli srl. Una società creata ad
hoc, con un capitale sociale di appena 2.500 euro […] per
far fronte a un progetto d’investimenti per 140 milioni di euro”.
Sostiene che “la Palaponticelli srl è al 100% proprietà
della Armonia srl di Reggio Emilia, 10.000 euro di capitale sociale
versato, amministratori Faraone Mennella e Silvio De Simone […]
quest’ultimo ammi nistratore della Palaponticelli srl alla data
di presentazione del progetto. La società emiliana è
a sua volta di proprietà della DM spa di Roma, sempre amministrata
da Faraone Mennella, con capitale versato di 1,5 milioni di euro.
Ma il gioco delle scatole cinesi non finisce qui. Perché la
spa romana è a sua volta una proprietà di un gruppo
di società outdoor: F1Napier, F2Napier, Hakon. Società
lussemburghesi, anonime, soggette a una giurisdizione che rende impossibile
risalire ai soci”.
Maria Luisa, detta Marilù, Faraone Mennella, compagna di vita
dell’ex presidente di Confindustria Antonio Amato, è
appunto una vecchia conoscenza. Napoli ha già avuto modo di
relazionarsi con lei nelle vicende che hanno riguardato la privatizzazione
dell’acqua a opera della società Icar spa. Quest’ultima
si muove agevolmente negli interessi edili del napoletano fin dai
tempi della ricostruzione del post terremoto del 1980; nel decennio
successivo, saldamente ancorata, sembra, al buon Paolo Cirino Pomicino,
è coinvolta in alcuni tra i progetti meno cristallini della
regione – dalla bonifica e canalizzazione dei Regi Lagni alla
costruzione del Cis, la Città degli affari realizzata su un’area
di 1 milione di mq a ridosso dell’interporto di Nola; opere
che contemplano lauti – e crescenti a dismisura – finanziamenti
pubblici. Ha, per così dire, un blocco di produzione causa
Tangentopoli negli anni ’90, che la precipita in una conclamata
crisi finanziaria. Viene quindi rilevata nel 2001 dalla società
DM spa di Roma (proprio quella…). Rinvigorita dalla nuova proprietà,
si aggiudica preziosi appalti per la gestione privata dell’acqua,
ma i precedenti progetti proseguono malamente quando non si bloccano
del tutto – il palazzo di giustizia di Torre Annunziata, per
esempio, 11 milioni di euro di finanziamento pubblico – portando
la società sull’orlo del fallimento. L’impresa
è oggetto di un’interrogazione parlamentare presso il
Senato il 7 luglio 2005 durante la quale Tommaso Sodano e Luigi Malabarba,
entrambi eletti nelle fila di Rifondazione comunista, chiedono lumi
sulla mancata corresponsione dei salari ai dipendenti nei precedenti
sette mesi, sul mancato versamento dei contributi allo Stato per due
anni, sull’ipotesi di appropriazione indebita del trattamento
di cassa integrazione straordinaria, richiesto, ottenuto, ma non percepito
dai dipendenti e, dulcis in fundo, sulla scomparsa dell’amministratore
societario. Il 4 gennaio 2006 il tribunale di Napoli dichiara fallita
la Icar spa.
Senza dubbio, Marilù Faraone Mennella, la DM spa e tutte le
società nelle quali Lady Confindustria - come viene con affetto
chiamata - ha lo zampino (salvo finire in Lussemburgo e lì
prendere le impronte digitali agli zampini non è così
semplice come prenderle ai rom), sono i soggetti ideali, seri e onesti
ai quali, in tutta tranquillità, il comune di Napoli può
affidare la costruzione di una struttura pubblica con annesso, ma
subordinato e sussidiario (!), centro commerciale. Squadra vincente
non si cambia.
Una squadra che sembra avere potenti supporter (quanto interessati,
non si sa…).
Il 6 luglio scorso Il Mattino di Napoli, quotidiano di proprietà
della Caltagirone Editore – altra vecchia conoscenza della zona
con forti interessi nell’edilizia oltre a essere, Francesco
Gaetano Caltagirone, suocero di Pier Ferdinando Casini – titola
sulla pagina locale: “I rom tornano nelle baracche incendiate”.
Trenta persone in tutto, afferma l’articolo, di cui la metà
bambini, sono rientrate a Ponticelli, in un campo adiacente a quello
bonificato a maggio con il fuoco. La sera stessa, le fiamme tornano
a divampare negli insediamenti nomadi del quartiere. Sono passate
poche ore dall’avvertimento pubblicato sul quotidiano alla nuova
pulizia a opera, si può supporre, di quegli stessi facinorosi
che già avevano gratificato la massa aizzata del 13 maggio:
il fuoco, “il mezzo di distruzione più impressionante
di tutti” scriveva Canetti; “lo si vede da lontano e attira
altra gente. Distrugge in maniera irrevocabile. La massa che appicca
il fuoco si considera irresistibile. Tutti si uniranno a lei mentre
il fuoco divampa”.
Il giorno seguente, sullo stesso quotidiano, un altro articolo titola:
“Tornano i rom, tensione e fiamme a Ponticelli”. “La
tensione nel quartiere è alta, si teme una nuova ondata di
violenza contro i nomadi”, vi si legge. Per la seconda volta,
nessuna vittima, “anche se sono occorse diverse ore prima che
i pompieri riuscissero a domare l’incendio”.
Una volta creatasi, la massa aizzata non ha più bisogno di
riformarsi: la memoria della sua passata presenza è una minaccia
sempre viva, e garantisce copertura alle azioni di quei facinorosi
che, per odio o per interesse, come cani da guardia rispondono agli
ultrasuoni. Mentre gli abitanti di Ponticelli divengono, loro malgrado,
la prima linea di una misera guerra, mossa da generali che vivono
in ben altri e alti quartieri, dai quali controllano i propri criminali
interessi economici. Interessi a cui la politica ha offerto, colpevolmente,
una legittimità morale: la riqualificazione di un quartiere
degradato.