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aprile - maggio 2013
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Inchiesta |
| Il sacco di Ponticelli di Giovanna Cracco |
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Gli interessi
del cemento manovrano la rivolta contro i campi nomadi |
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“Sporchi e puzzolenti che rubate i bambini degli altri, ve
ne dovete andare o vi cacciamo a calci”. Nel pomeriggio del
13 maggio 2008 il campo rom di via Malibran, quartiere Ponticelli,
Napoli, viene preso d’assalto da tre-quattrocento persone
– tra le quali molte donne – armate di ombrelli, pezzi
di legno e spranghe. E rabbia, tanta. La massa che ha assalito il campo nomadi ha tutte le caratteristiche
di una massa aizzata:“si forma in vista di una meta
velocemente raggiungibile”, la definiva Elias Canetti in Massa
e potere, e “la meta le è nota”; “basta
annunciare quello scopo, basta far sapere chi dovrebbe perire, perché
una massa si formi”. Percezione fondamentale perché
nasca una simile tipologia di massa è la certezza di assenza
di pericolo nell’impresa. La massa ha ragione, si sente legittima
e legittimata. “L’omicidio autorizzato compensa di tutti
gli omicidi cui si deve rinunciare, di tutti quelli che farebbero
temere pesanti punizioni. Un omicidio senza pericolo, permesso,
raccomandato, e spartito con molti altri, è irresistibile
per la maggioranza degli uomini”. A Ponticelli, per fortuna,
nessuno è morto. Nella tarda serata di quel 13 maggio le
famiglie rom hanno abbandonato i campi nomadi e la folla si è
dileguata: “la massa aizzata che ha avuto la sua vittima si
disgrega in modo particolarmente rapido”. Un paio di giorni prima gli esponenti del Partito democratico del Coordinamento di Ponticelli inviano una lettera aperta al sindaco di Napoli, al prefetto, al questore e al direttore generale dell’Asl Napoli1. Vi scrivono che “il continuo aumento di accampamenti abusivi rom in diverse aree del quartiere Ponticelli sta diventando, per molteplici ragioni, insostenibile e foriero di preoccupanti episodi d’intolleranza da parte della popolazione del quartiere”; elencano l’insostenibilità sanitaria, ambientale e sociale della situazione; sottolineano che non è loro “intenzione alimentari luoghi comuni a sostegno dell’equazione rom uguale delinquente”, ma che “è indubbio che il mancato rispetto delle elementari regole di civile convivenza, soprattutto in un quartiere già attraversato da una diffusa illegalità e da una radicata presenza di organizzazioni criminali, esaspera gli animi dei cittadini”; ricordano che “alcuni recenti e gravi episodi, furti in appartamenti, tentati rapimenti di bambini (mentre la magistratura nutre ancora dubbi sul ‘tentato rapimento’, gli esponenti locali del Pd hanno già giudicato, n.d.a.), hanno acuito il clima di intolleranza e alimentato il sentimento, comune da parte di tantissimi cittadini, di farsi giustizia da soli”; en passant, sottolineano che la presenza dei campi nomadi riguarda anche “la problematica occupazione di spazi comunali riservati alla realizzazione d’impianti legati al Piano di recupero urbano”. Chiudono la lettera chiedendo “che il comune, la prefettura, le forze di pubblica sicurezza e l’Asl intervengano senza ulteriori indugi per eliminare tutti gli insediamenti abusivi presenti a Ponticelli”. Di un estratto della lettera viene stampato un manifesto – il cui titolo a caratteri cubitali e maiuscoli recita: “Via gli accampamenti rom da Ponticelli!” – affisso per le strade del quartiere, a fare il paio e forse in risposta, ahimè (quale miseria umana, politica e sociale ci riserva l’ideologia della ‘tolleranza zero’ e la rincorsa alla sicurezza), a un altro manifesto a firma di Alleanza nazionale, anch’esso affisso nel quartiere e che titola: “Baraccopoli rom e gli interessi della sinistra…”. Quest’ultimo però prende di mira il presidente della VI Municipalità e il consiglio di Municipalità, che il 24 aprile avrebbero votato “affinché i rom rimangano a Ponticelli, mortificando ancora una volta il quartiere e la sua gente” e si chiede “quali interessi ci siano dietro tale voto e cosa porti un presidente di municipalità e la sua maggioranza a stare dalla parte di chi delinque per cultura e professione”. La meta velocemente raggiungibile, identificata da Canetti, è
stata dunque ampiamente resa nota e la massa aizzata, a Ponticelli,
si è formata. Sentendosi legittimata nientemeno che dalla
politica locale. Il primo ha un passato travagliato: negli anni scorsi, ben due
successivi bandi sono andati deserti. È probabile che i progetti
che prevedevano la realizzazione di edilizia residenziale pubblica,
sovvenzionata e convenzionata, non fossero sufficientemente appetibili
e forieri di guadagni per le imprese edili locali in odore di Camorra.
Il comune ha dunque provveduto a una rivisitazione progettuale
del Pru inserendo quote di edilizia residenziale privata e quote
di attività commerciali, e orientando le proposte sulla base
dei tre poli attrattivi in fase di realizzazione nella zona, stabiliti
dal Prg: cultura, sport e sanità. La rivisitazione ha prodotto
i risultati sperati e in risposta all’ultimo bando sono arrivati
i progetti preliminari. Nel febbraio del 2008 la giunta comunale
li ha approvati e sono stati stanziati i fondi dell’accordo
di programma tra ministero delle Infrastrutture, regione Campania
e comune di Napoli, per complessivi 67 milioni di euro: condicio
sine qua non, l’apertura dei cantieri fissata al più
tardi al 4 agosto 2008. In caso contrario, addio fondi. Si legge nella Relazione istruttoria del progetto preliminare
riguardante la realizzazione di un’attrezzatura su scala urbana
e territoriale per la musica e i grandi eventi con annesse strutture
complementari di servizi in località Ponticelli, presentata
al comune di Napoli nel maggio 2006, che il 2 gennaio dello stesso
anno la società Palaponticelli srl, società interamente
privata, “presentava al servizio Sportello unico per le attività
produttive del comune di Napoli domanda di avvio del procedimento
per la realizzazione di un centro commerciale per la grande distribuzione
in località Ponticelli”. Il 20 febbraio 2006 il servizio
Pianificazione esecutiva rilevava che, in merito alle destinazioni
d’uso e alle utilizzazioni proposte, occorreva apportare al
progetto “alcune modifiche e integrazioni al fine del rispetto
delle caratteristiche funzionali e tecniche previste dalle norme
di settore per l’attrezzatura del Palaponticelli e per le
strutture commerciali”. Leggendo con attenzione il progetto, si scopre che la “superficie
lorda di solaio complessiva è di mq 192.730 destinata per
mq 85.420 pari al 44,3% al Palaponticelli, attrezzature di quartiere,
parcheggi pubblici e spazi pubblici; per mq 62.710 pari al 32,5%
agli spazi privati a uso pubblico (gallerie e parcheggi pertinenziali
a uso pubblico), e per mq 44.600 pari al 23,2% alle attività
commerciali e di servizio”. Continuando nella proficua lettura, si comprende che: degli 85.420
mq l’impianto per la musica e i grandi eventi occupa 11.500
mq, i restanti sono parcheggi (41.300 mq) e zone pedonali (5.000
mq); i 62.710 mq altro non sono che la galleria commerciale –
su due piani – e i parcheggi “pertinenziali alle attività
di vendita”, anch’essi su due livelli; i restanti 44.600
mq, loro sì, sono quanto con chiarezza dichiarato: attività
commerciali. Ora, mettendo da parte le aree destinate a parcheggio,
le percentuali tanto orgogliosamente esibite assumono sembianze
da farsa: 11.500 mq di spazio pubblico contro 44.600 mq di centro
commerciale. Una conclusione più approfondita, che vada oltre il Pru,
a questo punto si può trarre: gli abitanti del quartiere
avranno l’imbarazzo della scelta nel decidere dove fare i
propri acquisti (con quali soldi, sarà un problema loro)
e si divertiranno tantissimo tra concerti rock ed eventi sportivi;
a contorno di tutto questo, avranno anche qualche casa nuova. Qualcuna
di edilizia pubblica, tante se le dovranno comprare o affittare
(con quali soldi, sarà ancora un problema loro). Il consigliere comunale Federico Alvino, eletto nel 2006 nelle
liste dell’Udeur, afferma il 22 marzo 2008, in un comunicato
stampa ripreso dalle pagine di Casertanews.it, che ciò che
lo lascia più turbato in tale vicenda è che “né
gli esponenti del Pd né del Pdl sembrano avere interesse
a sottolineare la natura e il ruolo delle scatole cinesi societarie
che dovrebbero realizzare il progetto […] e che nessuno si
domandi perché la società presieduta da Faraone Mennella
(la Palaponticelli, n.d.a.) sia nelle mani di anonimi investitori
con sede in Paesi stranieri. Chi possiede veramente la società
DM e chi guadagnerà dall’affare?” Maria Luisa, detta Marilù, Faraone Mennella, compagna di
vita dell’ex presidente di Confindustria Antonio Amato, è
appunto una vecchia conoscenza. Napoli ha già avuto modo
di relazionarsi con lei nelle vicende che hanno riguardato la privatizzazione
dell’acqua a opera della società Icar spa. Quest’ultima
si muove agevolmente negli interessi edili del napoletano fin dai
tempi della ricostruzione del post terremoto del 1980; nel decennio
successivo, saldamente ancorata, sembra, al buon Paolo Cirino Pomicino,
è coinvolta in alcuni tra i progetti meno cristallini della
regione – dalla bonifica e canalizzazione dei Regi Lagni alla
costruzione del Cis, la Città degli affari realizzata su
un’area di 1 milione di mq a ridosso dell’interporto
di Nola; opere che contemplano lauti – e crescenti a dismisura
– finanziamenti pubblici. Ha, per così dire, un blocco
di produzione causa Tangentopoli negli anni ’90, che la precipita
in una conclamata crisi finanziaria. Viene quindi rilevata nel 2001
dalla società DM spa di Roma (proprio quella…). Rinvigorita
dalla nuova proprietà, si aggiudica preziosi appalti per
la gestione privata dell’acqua, ma i precedenti progetti proseguono
malamente quando non si bloccano del tutto – il palazzo di
giustizia di Torre Annunziata, per esempio, 11 milioni di euro di
finanziamento pubblico – portando la società sull’orlo
del fallimento. L’impresa è oggetto di un’interrogazione
parlamentare presso il Senato il 7 luglio 2005 durante la quale
Tommaso Sodano e Luigi Malabarba, entrambi eletti nelle fila di
Rifondazione comunista, chiedono lumi sulla mancata corresponsione
dei salari ai dipendenti nei precedenti sette mesi, sul mancato
versamento dei contributi allo Stato per due anni, sull’ipotesi
di appropriazione indebita del trattamento di cassa integrazione
straordinaria, richiesto, ottenuto, ma non percepito dai dipendenti
e, dulcis in fundo, sulla scomparsa dell’amministratore
societario. Il 4 gennaio 2006 il tribunale di Napoli dichiara fallita
la Icar spa. Una squadra che sembra avere potenti supporter (quanto
interessati, non si sa…).
Gli ultimi sviluppi... Il 23 aprile 2009 la Commissione edilizia del comune di Napoli si esprime in merito al progetto Palaponticelli dando parere “contrario in quanto la struttura commerciale prevista in progetto non ha il requisito della sussidiarietà rispetto alla struttura pubblica, in relazione alla quale si pone in autonomia funzionale e priva di qualsiasi requisito prestazionale con riferimento alla prevista funzione pubblica dell’area in questione, con evidente sottrazione di spazi e volumi alle finalità pubbliche previste dall’art. 50 della Variante al PRG”. Il 18 agosto 2009 la procura di Napoli acquisisce le delibere comunali e interroga consiglieri comunali e regionali in qualità di persone informate sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta – al momento solo conoscitiva – sul Palaponticelli; un altro filone dell’indagine, di cui è titolare la Dda, segue invece la pista di presunti condizionamenti nel progetto da parte del clan Sarno, di casa a Ponticelli. Il 17 maggio 2010 Antonio Amato – ex presidente di Confindustria
e compagno di vita di Maria Luisa Faraone Mennella – annuncia
il lancio di NaplEST: una cordata di imprenditori privati
che porterà avanti una serie di progetti di riqualifica e
costruzione nei quartieri Ponticelli, Barra, Poggioreale e San Giovanni,
pari a un terzo di Napoli città. Il 10 giugno viene ufficialmente
inaugurato il progetto: alla presentazione intervengono il cardinale
Crescenzio Sepe, che apre l’evento con una benedizione, Bruno
Vespa, il direttore de Il Mattino, quello del Corriere del Mezzogiorno,
il capo redazione di Repubblica Napoli, il presidente della Camera
di Commercio di Napoli, il ministro Roberto Maroni e il viceministro
Adolfo Urso, il sindaco Rosa Russo Iervolino, il presidente della
Provincia Luigi Cesaro e il governatore Stefano Caldoro; chiude
l’evento un concerto nel Teatro Grande di Pompei diretto dal
Maestro Riccardo Muti. Leggi anche: Tempi difficili,
Giovanna Baer
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