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Inchiesta

 

Il sacco di Ponticelli
di Giovanna Cracco
Gli interessi del cemento manovrano la rivolta contro i campi nomadi

“Sporchi e puzzolenti che rubate i bambini degli altri, ve ne dovete andare o vi cacciamo a calci”. Nel pomeriggio del 13 maggio 2008 il campo rom di via Malibran, quartiere Ponticelli, Napoli, viene preso d’assalto da tre-quattrocento persone – tra le quali molte donne – armate di ombrelli, pezzi di legno e spranghe. E rabbia, tanta.
Non sono sole. Accanto, dietro, a lato, quelli che i quotidiani definiscono ‘facinorosi’: ragazzi in motorino armati di molotov. Questi ultimi avevano già manifestato la propria contrarietà alla presenza degli insediamenti rom la notte precedente, dando fuoco a un gruppo di baracche disabitate in un campo limitrofo e ad altre nello stesso insediamento di via Malibran, queste abitate. Mentre nel pomeriggio la piccola folla di abitanti del quartiere inveisce rabbiosa, altri facinorosi incendiano un ex centro per disabili, oggi scheletro di cemento divenuto tetto per sei famiglie rom.
Casus belli dichiarato di quello che a tutti gli effetti può essere assimilato a un pogrom, il presunto tentato rapimento di una bambina di sei mesi, figlia di un’abitante del quartiere, da parte di una ragazzina rom: la fatidica goccia che fa traboccare il vaso – secondo gli editorialisti dei quotidiani e gli esponenti politici – di una situazione esplosiva, che cova da tempo, dovuta alla difficile convivenza tra poveri (Ponticelli non è Posillipo).
Non v’è dubbio che il disagio degli abitanti del quartiere sia reale, come non v’è dubbio che il conflitto scatenatosi sia tra poveri. Ma sulla spontaneità dell’aggressione, su quello sì, v’è dubbio.

La massa che ha assalito il campo nomadi ha tutte le caratteristiche di una massa aizzata:“si forma in vista di una meta velocemente raggiungibile”, la definiva Elias Canetti in Massa e potere, e “la meta le è nota”; “basta annunciare quello scopo, basta far sapere chi dovrebbe perire, perché una massa si formi”. Percezione fondamentale perché nasca una simile tipologia di massa è la certezza di assenza di pericolo nell’impresa. La massa ha ragione, si sente legittima e legittimata. “L’omicidio autorizzato compensa di tutti gli omicidi cui si deve rinunciare, di tutti quelli che farebbero temere pesanti punizioni. Un omicidio senza pericolo, permesso, raccomandato, e spartito con molti altri, è irresistibile per la maggioranza degli uomini”. A Ponticelli, per fortuna, nessuno è morto. Nella tarda serata di quel 13 maggio le famiglie rom hanno abbandonato i campi nomadi e la folla si è dileguata: “la massa aizzata che ha avuto la sua vittima si disgrega in modo particolarmente rapido”.
Cacciare i rom era il fine degli abitanti di Ponticelli – i legittimi abitanti nelle case di cemento – trasformatisi in massa; liberare la zona dagli insediamenti nomadi era lo scopo di altri: chi sono questi ‘altri’? E per quale ragione gli abitanti di Ponticelli si sono sentiti legittimati a una simile azione violenta?

Un paio di giorni prima gli esponenti del Partito democratico del Coordinamento di Ponticelli inviano una lettera aperta al sindaco di Napoli, al prefetto, al questore e al direttore generale dell’Asl Napoli1. Vi scrivono che “il continuo aumento di accampamenti abusivi rom in diverse aree del quartiere Ponticelli sta diventando, per molteplici ragioni, insostenibile e foriero di preoccupanti episodi d’intolleranza da parte della popolazione del quartiere”; elencano l’insostenibilità sanitaria, ambientale e sociale della situazione; sottolineano che non è loro “intenzione alimentari luoghi comuni a sostegno dell’equazione rom uguale delinquente”, ma che “è indubbio che il mancato rispetto delle elementari regole di civile convivenza, soprattutto in un quartiere già attraversato da una diffusa illegalità e da una radicata presenza di organizzazioni criminali, esaspera gli animi dei cittadini”; ricordano che “alcuni recenti e gravi episodi, furti in appartamenti, tentati rapimenti di bambini (mentre la magistratura nutre ancora dubbi sul ‘tentato rapimento’, gli esponenti locali del Pd hanno già giudicato, n.d.a.), hanno acuito il clima di intolleranza e alimentato il sentimento, comune da parte di tantissimi cittadini, di farsi giustizia da soli”; en passant, sottolineano che la presenza dei campi nomadi riguarda anche “la problematica occupazione di spazi comunali riservati alla realizzazione d’impianti legati al Piano di recupero urbano”. Chiudono la lettera chiedendo “che il comune, la prefettura, le forze di pubblica sicurezza e l’Asl intervengano senza ulteriori indugi per eliminare tutti gli insediamenti abusivi presenti a Ponticelli”.

Di un estratto della lettera viene stampato un manifesto – il cui titolo a caratteri cubitali e maiuscoli recita: “Via gli accampamenti rom da Ponticelli!” – affisso per le strade del quartiere, a fare il paio e forse in risposta, ahimè (quale miseria umana, politica e sociale ci riserva l’ideologia della ‘tolleranza zero’ e la rincorsa alla sicurezza), a un altro manifesto a firma di Alleanza nazionale, anch’esso affisso nel quartiere e che titola: “Baraccopoli rom e gli interessi della sinistra…”. Quest’ultimo però prende di mira il presidente della VI Municipalità e il consiglio di Municipalità, che il 24 aprile avrebbero votato “affinché i rom rimangano a Ponticelli, mortificando ancora una volta il quartiere e la sua gente” e si chiede “quali interessi ci siano dietro tale voto e cosa porti un presidente di municipalità e la sua maggioranza a stare dalla parte di chi delinque per cultura e professione”.

La meta velocemente raggiungibile, identificata da Canetti, è stata dunque ampiamente resa nota e la massa aizzata, a Ponticelli, si è formata. Sentendosi legittimata nientemeno che dalla politica locale.
Ma che cosa si muove sopra le teste degli abitanti del quartiere, che cosa ha incanalato, sfruttato e poi aizzato il loro legittimo disagio, il loro senso di abbandono da parte delle istituzioni in una zona che Francesca Pilla, su Il manifesto del 15 maggio 2008, descrive come una “distesa di cemento, palazzoni prefabbricati, obbrobri dell’architettura popolare, testimonianza di piani urbanistici criminali datati anni ’60-’70, della diabolica perseveranza negli ’80, nella ricostruzione post terremoto. Dentro un agglomerato di sottoproletariato urbano, un mix di evasione scolastica che va di pari passo con l’aumento del tasso di criminalità, così come l’innalzamento della disoccupazione infoltisce i clan camorristici. Ponticelli è il classico quartiere dormitorio, un’enclave per la criminalità organizzata che nulla ha da invidiare a Scampia, con la sua famiglia egemone e i potenti Sarno e i suoi traffici di droga”?
Si muove quel che, en passant, la lettera aperta degli esponenti del Pd ha indicato: il Piano di recupero urbano di Ponticelli e, a lato, un po’ in disparte, come sanno spesso tenersi i grossi affari e gli italici maneggi, il Piano regolatore generale di Napoli.

Il primo ha un passato travagliato: negli anni scorsi, ben due successivi bandi sono andati deserti. È probabile che i progetti che prevedevano la realizzazione di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata e convenzionata, non fossero sufficientemente appetibili e forieri di guadagni per le imprese edili locali in odore di Camorra. Il comune ha dunque provveduto a una rivisitazione progettuale del Pru inserendo quote di edilizia residenziale privata e quote di attività commerciali, e orientando le proposte sulla base dei tre poli attrattivi in fase di realizzazione nella zona, stabiliti dal Prg: cultura, sport e sanità. La rivisitazione ha prodotto i risultati sperati e in risposta all’ultimo bando sono arrivati i progetti preliminari. Nel febbraio del 2008 la giunta comunale li ha approvati e sono stati stanziati i fondi dell’accordo di programma tra ministero delle Infrastrutture, regione Campania e comune di Napoli, per complessivi 67 milioni di euro: condicio sine qua non, l’apertura dei cantieri fissata al più tardi al 4 agosto 2008. In caso contrario, addio fondi.
I campi nomadi occupavano parte di quelle zone destinate al Pru; difficile aprire i cantieri tra le baracche e le famiglie. Impegnativo evacuarli – stiamo parlando di una presenza di circa 700 persone – con ruspe e forze dell’ordine, senza offrire loro l’alternativa di un altro posto dove vivere. Soprattutto, molto più semplice, economico, popolare e populista, fare in modo che gli stessi abitanti di Ponticelli si ritrovassero a cacciarli, in un delirio collettivo di rabbia e violenza.
Qualcuno potrebbe obiettare che i campi nomadi erano abusivi e che, massa aizzata a parte, il comune aveva tutto il diritto di bonificare la zona per fare spazio all’edilizia pubblica – e privata – prevista dal Pru la quale, senza ombra di dubbio, può trasformare Ponticelli in un quartiere più vivibile, almeno dal punto di vista architettonico. Tuttavia, dietro la realizzazione del Pru – e i suoi anni di tentativi falliti – vi è il Prg; vi sono quei “tre poli attrattivi in fase di realizzazione”. Senza di essi, l’ennesimo bando sarebbe andato deserto. È particolarmente interessante il progetto culturale e sportivo.

Si legge nella Relazione istruttoria del progetto preliminare riguardante la realizzazione di un’attrezzatura su scala urbana e territoriale per la musica e i grandi eventi con annesse strutture complementari di servizi in località Ponticelli, presentata al comune di Napoli nel maggio 2006, che il 2 gennaio dello stesso anno la società Palaponticelli srl, società interamente privata, “presentava al servizio Sportello unico per le attività produttive del comune di Napoli domanda di avvio del procedimento per la realizzazione di un centro commerciale per la grande distribuzione in località Ponticelli”. Il 20 febbraio 2006 il servizio Pianificazione esecutiva rilevava che, in merito alle destinazioni d’uso e alle utilizzazioni proposte, occorreva apportare al progetto “alcune modifiche e integrazioni al fine del rispetto delle caratteristiche funzionali e tecniche previste dalle norme di settore per l’attrezzatura del Palaponticelli e per le strutture commerciali”.
L’area interessata, infatti, secondo il Prg, era stata destinata alla realizzazione di attrezzature pubbliche o di uso pubblico e, di conseguenza, insediamenti commerciali privati potevano essere ammessi solo se subordinati e sussidiari a esse. La società Palaponticelli presenta dunque il 20 marzo 2006 un nuovo progetto, riguardante la realizzazione di una “attrezzatura a scala urbana e territoriale per la musica e i grandi eventi con annesse strutture complementari di servizio”. L’area interessata è pari a 84.434 mq dei quali 78.751 di proprietà della stessa società e i rimanenti di proprietà comunale e, si sottolinea nella relazione, è interamente destinata all’uso pubblico. La peculiarità sociale della destinazione appare dunque pienamente soddisfatta.
Eppure…

Leggendo con attenzione il progetto, si scopre che la “superficie lorda di solaio complessiva è di mq 192.730 destinata per mq 85.420 pari al 44,3% al Palaponticelli, attrezzature di quartiere, parcheggi pubblici e spazi pubblici; per mq 62.710 pari al 32,5% agli spazi privati a uso pubblico (gallerie e parcheggi pertinenziali a uso pubblico), e per mq 44.600 pari al 23,2% alle attività commerciali e di servizio”.
Anche la subordinazione degli insediamenti commerciali appare pienamente rispettata.
Eppure…

Continuando nella proficua lettura, si comprende che: degli 85.420 mq l’impianto per la musica e i grandi eventi occupa 11.500 mq, i restanti sono parcheggi (41.300 mq) e zone pedonali (5.000 mq); i 62.710 mq altro non sono che la galleria commerciale – su due piani – e i parcheggi “pertinenziali alle attività di vendita”, anch’essi su due livelli; i restanti 44.600 mq, loro sì, sono quanto con chiarezza dichiarato: attività commerciali. Ora, mettendo da parte le aree destinate a parcheggio, le percentuali tanto orgogliosamente esibite assumono sembianze da farsa: 11.500 mq di spazio pubblico contro 44.600 mq di centro commerciale.
Ma la cosa forse più bizzarra è leggere, sempre nella stessa relazione, che nella medesima area è prevista dal Pru una “realizzazione che ha la seguente denominazione: servizi per lo spettacolo (palazz. Musica). Non si ritiene tuttavia, d’intesa con il servizio di edilizia pubblica, che le due iniziative possano essere in conflitto tra di loro, anzi esse possono stabilire tra di loro un’integrazione e influenza reciproche che le valorizzerebbe entrambe”. Non solo. Si legge anche che “un’analoga iniziativa (commerciale, n.d.a.) è prevista su un’area adiacente, sulla quale è stata presentata una proposta di parco con centro commerciale per la grande distribuzione” e che tale proposta “ha già ricevuto parere favorevole dalla conferenza dei servizi” ma che “in definitiva, non sembra a questo ufficio che siano emersi contrasti, allo stato attuale, tra le due iniziative commerciali, quanto piuttosto la necessità di un coordinamento in fase attuativa”.

Una conclusione più approfondita, che vada oltre il Pru, a questo punto si può trarre: gli abitanti del quartiere avranno l’imbarazzo della scelta nel decidere dove fare i propri acquisti (con quali soldi, sarà un problema loro) e si divertiranno tantissimo tra concerti rock ed eventi sportivi; a contorno di tutto questo, avranno anche qualche casa nuova. Qualcuna di edilizia pubblica, tante se le dovranno comprare o affittare (con quali soldi, sarà ancora un problema loro).
Eppure, non sembra esserci alternativa: “i proponenti affermano che la sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento proposto, con risorse interamente private, esiste e viene mantenuta solo se le superfici e le cubature degli spazi privati commerciali e di servizio sono della dimensione proposta. Con tale dimensione i flussi positivi di progetto da esse chiamati riescono a bilanciare la realizzazione e la gestione deficitaria nel tempo delle attrezzature e degli spazi pubblici”. Ma chi sono questi ‘proponenti’?
Si tratta di vecchie conoscenze.

Il consigliere comunale Federico Alvino, eletto nel 2006 nelle liste dell’Udeur, afferma il 22 marzo 2008, in un comunicato stampa ripreso dalle pagine di Casertanews.it, che ciò che lo lascia più turbato in tale vicenda è che “né gli esponenti del Pd né del Pdl sembrano avere interesse a sottolineare la natura e il ruolo delle scatole cinesi societarie che dovrebbero realizzare il progetto […] e che nessuno si domandi perché la società presieduta da Faraone Mennella (la Palaponticelli, n.d.a.) sia nelle mani di anonimi investitori con sede in Paesi stranieri. Chi possiede veramente la società DM e chi guadagnerà dall’affare?”
Il consigliere comunale Andrea Santoro, eletto nelle liste di Alleanza nazionale, in una conferenza stampa del 23 aprile 2008 va oltre e afferma che “Marilù Faraone Mennella è uno dei principali attori, oggi amministratrice della società che aveva presentato il progetto, la Palaponticelli srl. Una società creata ad hoc, con un capitale sociale di appena 2.500 euro […] per far fronte a un progetto d’investimenti per 140 milioni di euro”. Sostiene che “la Palaponticelli srl è al 100% proprietà della Armonia srl di Reggio Emilia, 10.000 euro di capitale sociale versato, amministratori Faraone Mennella e Silvio De Simone […] quest’ultimo amministratore della Palaponticelli srl alla data di presentazione del progetto. La società emiliana è a sua volta di proprietà della DM spa di Roma, sempre amministrata da Faraone Mennella, con capitale versato di 1,5 milioni di euro. Ma il gioco delle scatole cinesi non finisce qui. Perché la spa romana è a sua volta una proprietà di un gruppo di società outdoor: F1Napier, F2Napier, Hakon. Società lussemburghesi, anonime, soggette a una giurisdizione che rende impossibile risalire ai soci”.

Maria Luisa, detta Marilù, Faraone Mennella, compagna di vita dell’ex presidente di Confindustria Antonio Amato, è appunto una vecchia conoscenza. Napoli ha già avuto modo di relazionarsi con lei nelle vicende che hanno riguardato la privatizzazione dell’acqua a opera della società Icar spa. Quest’ultima si muove agevolmente negli interessi edili del napoletano fin dai tempi della ricostruzione del post terremoto del 1980; nel decennio successivo, saldamente ancorata, sembra, al buon Paolo Cirino Pomicino, è coinvolta in alcuni tra i progetti meno cristallini della regione – dalla bonifica e canalizzazione dei Regi Lagni alla costruzione del Cis, la Città degli affari realizzata su un’area di 1 milione di mq a ridosso dell’interporto di Nola; opere che contemplano lauti – e crescenti a dismisura – finanziamenti pubblici. Ha, per così dire, un blocco di produzione causa Tangentopoli negli anni ’90, che la precipita in una conclamata crisi finanziaria. Viene quindi rilevata nel 2001 dalla società DM spa di Roma (proprio quella…). Rinvigorita dalla nuova proprietà, si aggiudica preziosi appalti per la gestione privata dell’acqua, ma i precedenti progetti proseguono malamente quando non si bloccano del tutto – il palazzo di giustizia di Torre Annunziata, per esempio, 11 milioni di euro di finanziamento pubblico – portando la società sull’orlo del fallimento. L’impresa è oggetto di un’interrogazione parlamentare presso il Senato il 7 luglio 2005 durante la quale Tommaso Sodano e Luigi Malabarba, entrambi eletti nelle fila di Rifondazione comunista, chiedono lumi sulla mancata corresponsione dei salari ai dipendenti nei precedenti sette mesi, sul mancato versamento dei contributi allo Stato per due anni, sull’ipotesi di appropriazione indebita del trattamento di cassa integrazione straordinaria, richiesto, ottenuto, ma non percepito dai dipendenti e, dulcis in fundo, sulla scomparsa dell’amministratore societario. Il 4 gennaio 2006 il tribunale di Napoli dichiara fallita la Icar spa.
Senza dubbio, Marilù Faraone Mennella, la DM spa e tutte le società nelle quali Lady Confindustria - come viene con affetto chiamata - ha lo zampino (salvo finire in Lussemburgo e lì prendere le impronte digitali agli zampini non è così semplice come prenderle ai rom), sono i soggetti ideali, seri e onesti ai quali, in tutta tranquillità, il comune di Napoli può affidare la costruzione di una struttura pubblica con annesso, ma subordinato e sussidiario (!), centro commerciale. Squadra vincente non si cambia.

Una squadra che sembra avere potenti supporter (quanto interessati, non si sa…).
Il 6 luglio 2008 Il Mattino di Napoli, quotidiano di proprietà della Caltagirone Editore – altra vecchia conoscenza della zona con forti interessi nell’edilizia oltre a essere, Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Pier Ferdinando Casini – titola sulla pagina locale: “I rom tornano nelle baracche incendiate”. Trenta persone in tutto, afferma l’articolo, di cui la metà bambini, sono rientrate a Ponticelli, in un campo adiacente a quello bonificato a maggio con il fuoco. La sera stessa, le fiamme tornano a divampare negli insediamenti nomadi del quartiere. Sono passate poche ore dall’avvertimento pubblicato sul quotidiano alla nuova pulizia a opera, si può supporre, di quegli stessi facinorosi che già avevano gratificato la massa aizzata del 13 maggio: il fuoco, “il mezzo di distruzione più impressionante di tutti” scriveva Canetti; “lo si vede da lontano e attira altra gente. Distrugge in maniera irrevocabile. La massa che appicca il fuoco si considera irresistibile. Tutti si uniranno a lei mentre il fuoco divampa”.
Il giorno seguente, sullo stesso quotidiano, un altro articolo titola: “Tornano i rom, tensione e fiamme a Ponticelli”. “La tensione nel quartiere è alta, si teme una nuova ondata di violenza contro i nomadi”, vi si legge. Per la seconda volta, nessuna vittima, “anche se sono occorse diverse ore prima che i pompieri riuscissero a domare l’incendio”.
Una volta creatasi, la massa aizzata non ha più bisogno di riformarsi: la memoria della sua passata presenza è una minaccia sempre viva, e garantisce copertura alle azioni di quei facinorosi che, per odio o per interesse, come cani da guardia rispondono agli ultrasuoni. Mentre gli abitanti di Ponticelli divengono, loro malgrado, la prima linea di una misera guerra, mossa da generali che vivono in ben altri e alti quartieri, dai quali controllano i propri criminali interessi economici. Interessi a cui la politica ha offerto, colpevolmente, una legittimità morale: la riqualificazione di un quartiere degradato.

 

Gli ultimi sviluppi...
Il 13 marzo 2009 il giudice Andrea Rovida rinvia a giudizio Silvio De Simone, ex amministratore della Palaponticelli srl, e alcuni tecnici e consiglieri comunali di Napoli, con l’accusa di aver tentato di far innalzare gli indici di fabbricabilità di particolari aree poste di fronte alla zona interessata dal progetto del Palaponticelli.

Il 23 aprile 2009 la Commissione edilizia del comune di Napoli si esprime in merito al progetto Palaponticelli dando parere “contrario in quanto la struttura commerciale prevista in progetto non ha il requisito della sussidiarietà rispetto alla struttura pubblica, in relazione alla quale si pone in autonomia funzionale e priva di qualsiasi requisito prestazionale con riferimento alla prevista funzione pubblica dell’area in questione, con evidente sottrazione di spazi e volumi alle finalità pubbliche previste dall’art. 50 della Variante al PRG”.

Il 18 agosto 2009 la procura di Napoli acquisisce le delibere comunali e interroga consiglieri comunali e regionali in qualità di persone informate sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta – al momento solo conoscitiva – sul Palaponticelli; un altro filone dell’indagine, di cui è titolare la Dda, segue invece la pista di presunti condizionamenti nel progetto da parte del clan Sarno, di casa a Ponticelli.

Il 17 maggio 2010 Antonio Amato – ex presidente di Confindustria e compagno di vita di Maria Luisa Faraone Mennella – annuncia il lancio di NaplEST: una cordata di imprenditori privati che porterà avanti una serie di progetti di riqualifica e costruzione nei quartieri Ponticelli, Barra, Poggioreale e San Giovanni, pari a un terzo di Napoli città. Il 10 giugno viene ufficialmente inaugurato il progetto: alla presentazione intervengono il cardinale Crescenzio Sepe, che apre l’evento con una benedizione, Bruno Vespa, il direttore de Il Mattino, quello del Corriere del Mezzogiorno, il capo redazione di Repubblica Napoli, il presidente della Camera di Commercio di Napoli, il ministro Roberto Maroni e il viceministro Adolfo Urso, il sindaco Rosa Russo Iervolino, il presidente della Provincia Luigi Cesaro e il governatore Stefano Caldoro; chiude l’evento un concerto nel Teatro Grande di Pompei diretto dal Maestro Riccardo Muti.
2,3 i miliardi che saranno spesi – capitale interamente privato – per opere che rappresentano il 30% circa dei progetti in gestazione nell’area; appena il 23% delle aeree oggetto del progetto sarà destinato all’edilizia residenziale.
Un’opera è già stata ultimata: il centro commerciale Auchan, 38.000 mq di superficie totale con ipermercato e galleria commerciale. Un’altra è in corso di realizzazione, e vede l’impegno del gruppo Decathlon che realizzerà il più grande negozio d’Italia (circa 7.000 mq) e del gruppo Accor, con un hotel del marchio All seasons di 150 camere. Non manca il Palaponticelli, che sarà costruito sempre dalla società Palaponticelli srl, occuperà gli stessi 85.000 mq e prevederà ancora attività di supporto con “funzioni di ristoro e gallerie commerciali”; non manca Lady Confindustria, Maria Luisa Faraone Mennella, che è anche presidente del comitato promotore di NaplEST.


Giovanna Cracco

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