| Brodeck non è
uno scrittore. Semplicemente stila rapporti sull’ecosistema montano
delle sue valli per una non meglio precisata Amministrazione. Come capita
a molti scrittori, però, se da un lato gli riesce difficile e
doloroso portare alla luce i pensieri profondi attraverso la parola
detta, quando scrive gli sembra che le parole divengano docili e gli
mangino in mano come uccellini. Inoltre Brodeck possiede una vecchia
macchina per scrivere.
Sono queste le due condizioni che, ufficialmente, faranno di lui il
prescelto, colui che verrà, suo malgrado, investito
dell’onere di redigere il rapporto. Di tale documento
noi lettori non leggeremo neppure una singola parola poiché Brodeck,
insieme al compito che ha dovuto accettare, scrive parallelamente
una versione segreta e personale dell’Ereigniës
– ovvero “la cosa che è successa”. In questo
vocabolo arcano e pieno di nebbia, come in tutte le altre parole espresse
nel patois locale dalle forti assonanze tedesche, si concentra
l’ombra scura, di minaccia annunciata, che si allunga fin dalla
prima pagina su tutta la narrazione.
È questa la versione che Brodeck nasconde ai sospettosi compaesani
ma condivide con noi. E questa lunga ricostruzione, anziché un
documento asettico e formale come quello richiestogli, diviene un’affabulazione
immaginifica di ingannevole semplicità e di grande forza evocativa,
che ci afferra le spalle e ci spinge, rapiti, verso quell’orrore
il cui alito guasto abbiamo percepito fin dalla prima pagina, un orrore
che siamo ormai abituati a elaborare come ‘esterno’, ma
che ci diviene insopportabile se costretti a riconoscerlo come peculiare,
come un tratto dell’umano al quale nessuno di noi può sottrarsi.
Proprio questo ci obbliga a fare Brodeck, a prendere atto di come nessuno
sia immune da questa tara: dalla ferocia e dalla vigliaccheria istintive
che l’uomo riserva a tutto quanto si frapponga fra lui e la sua
sopravvivenza; dal male che per quanto frenato e occultato dalle regole
del vivere civile cova dentro di noi, pronto ad esplodere ogni qualvolta
ci sentiamo, a torto o a ragione, minacciati.
Ecco perché la memoria è spesso un onere difficile da
sopportare e va rielaborata, rivestita di retorica, disinnescata del
suo potenziale distruttivo, perché si possa continuare a sopravviverle.
La comunità non è altro che un crogiolo nel quale i liquami
individuali convogliano e potenziano le loro capacità corrosive,
corrompendo ulteriormente la coscienza dei singoli qualora sorgano eventi
esterni a causarne il cortocircuito. La folla come moltiplicatore del
male. Non è un caso che il curato di questo piccolo villaggio
incastonato tra le montagne sia costretto a ubriacarsi, per dimenticare
quanto gli viene riversato nelle orecchie sotto il segreto della confessione.
Il tutto nel silenzio assordante di un Dio che non c’è.
Sembra proprio non esserci spazio per la grazia e la bellezza in questo
potente romanzo di Philippe Claudel – Il Rapporto,
appunto, edito da Ponte alle Grazie – così come non sembra
esserci redenzione per un’umanità vittima e carnefice,
che tenta di sanare le proprie ferite infliggendone altre.
In una narrazione che volteggia intorno ai fatti più atroci con
la potente leggerezza delle immagini, persino il paesaggio in taluni
momenti capace di “dolcezza e tinte bionde”, pulsante di
erba nuova, di bocche di leone e nuvole frettolose spinte dal vento
– si fa più aspro, complementare all’umanità
dura e difficile che raccoglie, coi suoi boschi assediati dalla nebbia
e chiusi tra i picchi altissimi delle montagne, flagellato da eventi
meteorologici estremi come nevicate epocali o estati di fornace in cui
anche la comunità diviene un’enorme bestia sfinita dall’afa
e dalla sete di sangue.
Si è da poco spento il rombo dei cannoni e l’umanità
cerca disperatamente di rivivere dimenticando l’incubo e le atrocità,
quando nella piccola collettività montana giunge l’Anderer
– l’altro – del quale non si saprà mai il nome,
perché nessuno gliel’ha mai chiesto a parte il sindaco,
una volta, senza ottenere risposta. Non si sa da dove arrivi, questo
ricco uomo bizzarro e riccioluto, dal volto di biacca e dagli occhi
bistrati da teatrante, che è giunto al villaggio non per caso,
ma proprio cercando quel luogo, e vi approda in un tardo pomeriggio
di primavera, accompagnato da un mulo e un cavallo la cui docilità
e il cui sguardo umano solleciteranno brividi superstiziosi.
Il compito di Brodeck è farci sapere che è arrivato e
che, alla fine, ha pagato il suo crimine, quello di essere diverso,
silenzioso, carismatico.
Non fa nulla l’Anderer, se non passeggiare silenzioso
e sorridente per il paese, con un calepino nel quale annotare frasi,
appuntarsi particolari e abbozzare schizzi; azzimato e cortese in un
contesto assediato dalla brutalità e dall’ottusità
che cementano come malta dura la vita montana.
Non ha colpe l’Anderer, se non quella di restituire,
più e meglio di uno specchio, la vera personalità di chi
gli sta davanti. E gli specchi, si sa, finiscono per rompersi.
Governare la scrittura o possedere la vecchia macchina per scrivere,
sempre pronta a grippare e coi tasti rotti, non sono le sole ragioni
per le quali Brodeck viene chiamato a narrare l’accaduto. Dal
suo racconto spiraliforme, scopriremo che lui stesso è un ‘altro’,
diverso reso reietto dalla Storia, capace quindi di guardare agli eventi
con la prospettiva di chi è estraneo al gruppo, di chi ne ha
già subito il danno. Ha imparato a camminare rasente ai muri,
rendendosi invisibile agli occhi degli altri. Non è fiero di
questo, Brodeck, anzi, prova molto spesso un senso assai simile al disprezzo
per questa sua acquiescenza, ma non vede alternative: il desiderio di
sopravvivere sempre e comunque lo ha portato ad accettare situazioni
altrimenti inaccettabili.
Anche lui, come l’Anderer, è sensibile e possiede
una ricchezza interiore che agli altri risulta molesta. I suoi silenzi,
esattamente come quelli dell’Anderer, sono oscuri e minacciosi
per una comunità che vuole solo dimenticare e riprendere a vivere,
seppellendo definitivamente le colpe. Sarà proprio questa necessità
a ‘giustificare’ il crimine collettivo.
Da questo fatto di orrore, locale e circoscritto, che gli è imposto
di narrare “affinché colui che leggerà il Rapporto
capisca e perdoni”, Brodeck con un andirivieni continuo tra ricordi
remoti, presente e passato appena concluso, con un incedere caratterizzato
da partenze morbide e inversioni altrettanto delicate, riconduce il
lettore a un ‘prima’, all’orrore mondiale della guerra
e dei campi di concentramento. Ma dimenticate il già letto, la
retorica e la letteratura sull’Olocausto: in questo romanzo i
fatti hanno assunto una dimensione universale e senza tempo, nella quale
nulla viene etichettato con nomi consueti o proposto come una porzione
di cibo precotto scodellata dalla mensa ideologica. La scrittura di
Philippe Claudel, capace di appagare profondamente il lettore perché
così pacata e dolce, così musicale ed evocativa anche
quando dipinge l’atroce, compone un ritratto della bassezza umana,
netto e scarnificato come un teschio, e completamente slegato da qualunque
tipo di appartenenza, sia essa geografica, politica o religiosa.
Con un magistrale gioco prospettico, quanto più si amplia lo
scorcio sulla Storia, tanto più ci si addentra nella storia personale
del narratore e si fa via via più distinta la percezione di quanto
l’abisso non sia solo quello nel quale il mondo è precipitato,
ma anche quello che Brodeck – e con lui ogni essere umano –
si porta dentro, vittima e carnefice insieme.
Non mancano, nel romanzo, figure che inizialmente sembrano sfuggire
a questo paradigma, incarnando un’anomalia positiva della terribile
umanità che le circonda – e sono più spesso figure
femminili – come la figlia di Brodeck, la piccola Poupchette,
figura archetipica di grazia innocente; Emélia, la bellezza e
l’amore, depositaria di un futuro di speranza; Fédorine,
surrogato di madre e radice aerea di Brodeck, che lo ha raccolto bambino
dalle macerie fumanti di un altro conflitto e che rappresenta il nume
tutelare della sua casa. Ma chi lotta per non soggiacere allo stigma
di vigliaccheria e di crudeltà che segna l’essere umano
paga sempre un prezzo molto alto.
Nel momento cruciale della decisione, Brodeck guarda le sue donne: “Una
dormiva come se non fosse ancora nata, la seconda cantava con aria assente,
la terza mi parlava come se non ci fosse già più”.
È la prima, Poupchette, più ancora che la dolce Emélia
sopraffatta da un peso impossibile da sopportare e la vecchia Fédorine
ormai logorata dalla vita, a rappresentare, testimone ignara, le ferite
inferte dalla Storia, e a dimostrare che se è possibile evitare
di divenire carnefici, non si può invece sfuggire al proprio
destino di vittime.
In una sorta di metascrittura legata alla stesura del rapporto, e nel
destino che a quelle pagine verrà riservato, è possibile
ravvisare una riflessione sul ruolo della scrittura nei confronti della
Storia, proprio in quella figura di narratore che non sceglie spontaneamente
di raccontare ma che è obbligato a farlo, e che diviene
consapevole strada facendo dell’importanza del suo racconto –
non a caso ritroviamo un citazione di Primo Levi: “raccontare
è una medicina sicura”.
La memoria è un pericolo, la rimozione è la chiave di
pacificazione che molti scelgono, ma al termine della sua narrazione,
in un epilogo struggente, Brodeck sostiene che la macchina per scrivere
non gli serve più. Adesso scrive nel suo cervello. Non c’è
libro più intimo e non dovrà più nasconderlo. Perché
Brodeck, a differenza degli altri, non vuole dimenticare. E se c’è
un cenno di speranza in questo romanzo di cuori neri è proprio
nella decisione finale di Brodeck, nel desiderio di non rimuovere e
di riuscire, dopo aver fissato le tenebre, a intravedere la luce e riprendere
il cammino.
Il Rapporto, Philippe Claudel, Ponte
alle Grazie, 2008
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