È uscito il numero
25
dicembre 2011- gennaio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Buone nuove |
| Nero come il cuore di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il Rapporto, Philippe Claudel |
|
È questa la versione che Brodeck nasconde ai sospettosi compaesani ma condivide con noi. E questa lunga ricostruzione, anziché un documento asettico e formale come quello richiestogli, diviene un’affabulazione immaginifica di ingannevole semplicità e di grande forza evocativa, che ci afferra le spalle e ci spinge, rapiti, verso quell’orrore il cui alito guasto abbiamo percepito fin dalla prima pagina, un orrore che siamo ormai abituati a elaborare come ‘esterno’, ma che ci diviene insopportabile se costretti a riconoscerlo come peculiare, come un tratto dell’umano al quale nessuno di noi può sottrarsi. Proprio questo ci obbliga a fare Brodeck, a prendere atto di come nessuno sia immune da questa tara: dalla ferocia e dalla vigliaccheria istintive che l’uomo riserva a tutto quanto si frapponga fra lui e la sua sopravvivenza; dal male che per quanto frenato e occultato dalle regole del vivere civile cova dentro di noi, pronto ad esplodere ogni qualvolta ci sentiamo, a torto o a ragione, minacciati. Ecco perché la memoria è spesso un
onere difficile da sopportare e va rielaborata, rivestita di retorica,
disinnescata del suo potenziale distruttivo, perché si possa
continuare a sopravviverle. La comunità non è altro
che un crogiolo nel quale i liquami individuali convogliano e potenziano
le loro capacità corrosive, corrompendo ulteriormente la coscienza
dei singoli qualora sorgano eventi esterni a causarne il cortocircuito.
La folla come moltiplicatore del male. Non è un caso che il
curato di questo piccolo villaggio incastonato tra le montagne sia
costretto a ubriacarsi, per dimenticare quanto gli viene riversato
nelle orecchie sotto il segreto della confessione. Il tutto nel silenzio
assordante di un Dio che non c’è. In una narrazione che volteggia intorno ai fatti
più atroci con la potente leggerezza delle immagini, persino
il paesaggio in taluni momenti capace di “dolcezza e tinte bionde”,
pulsante di erba nuova, di bocche di leone e nuvole frettolose spinte
dal vento – si fa più aspro, complementare all’umanità
dura e difficile che raccoglie, coi suoi boschi assediati dalla nebbia
e chiusi tra i picchi altissimi delle montagne, flagellato da eventi
meteorologici estremi come nevicate epocali o estati di fornace in
cui anche la comunità diviene un’enorme bestia sfinita
dall’afa e dalla sete di sangue. Non fa nulla l’Anderer, se non passeggiare
silenzioso e sorridente per il paese, con un calepino nel quale annotare
frasi, appuntarsi particolari e abbozzare schizzi; azzimato e cortese
in un contesto assediato dalla brutalità e dall’ottusità
che cementano come malta dura la vita montana. Anche lui, come l’Anderer, è
sensibile e possiede una ricchezza interiore che agli altri risulta
molesta. I suoi silenzi, esattamente come quelli dell’Anderer,
sono oscuri e minacciosi per una comunità che vuole solo dimenticare
e riprendere a vivere, seppellendo definitivamente le colpe. Sarà
proprio questa necessità a ‘giustificare’ il crimine
collettivo. Con un magistrale gioco prospettico, quanto più
si amplia lo scorcio sulla Storia, tanto più ci si addentra
nella storia personale del narratore e si fa via via più distinta
la percezione di quanto l’abisso non sia solo quello nel quale
il mondo è precipitato, ma anche quello che Brodeck –
e con lui ogni essere umano – si porta dentro, vittima e carnefice
insieme. Nel momento cruciale della decisione, Brodeck guarda
le sue donne: “Una dormiva come se non fosse ancora nata, la
seconda cantava con aria assente, la terza mi parlava come se non
ci fosse già più”. È la prima, Poupchette,
più ancora che la dolce Emélia sopraffatta da un peso
impossibile da sopportare e la vecchia Fédorine ormai logorata
dalla vita, a rappresentare, testimone ignara, le ferite inferte dalla
Storia, e a dimostrare che se è possibile evitare di divenire
carnefici, non si può invece sfuggire al proprio destino di
vittime. La memoria è un pericolo, la rimozione è la chiave di pacificazione che molti scelgono, ma al termine della sua narrazione, in un epilogo struggente, Brodeck sostiene che la macchina per scrivere non gli serve più. Adesso scrive nel suo cervello. Non c’è libro più intimo e non dovrà più nasconderlo. Perché Brodeck, a differenza degli altri, non vuole dimenticare. E se c’è un cenno di speranza in questo romanzo di cuori neri è proprio nella decisione finale di Brodeck, nel desiderio di non rimuovere e di riuscire, dopo aver fissato le tenebre, a intravedere la luce e riprendere il cammino.
Il Rapporto, Philippe Claudel, Ponte alle Grazie, 2008 |