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febbraio - marzo 2012
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|
Restituzione prospettica |
| Il giorno della memoria
per dimenticare di Walter G. Pozzi |
| La riduzione
degli orrori del Ventennio al solo episodio delle leggi razziali,
a copertura di una cultura fascista tuttora presente nelle logiche
economiche e politiche |
|
“L’intelligenza
non avrà mai peso mai, / nel giudizio di questa pubblica opinione.
/ Neppure sul sangue dei lager otterrai, / da una delle milioni d’anime
della nostra nazione, / un giudizio netto interamente indignato. /
Irreale è ogni idea, irreale è ogni passione / di questo
popolo ormai dissociato / da secoli, la cui soave saggezza / gli serve
a vivere. Non l’ha mai liberato. / Mostrare la mia faccia, la
mia magrezza. / Alzare la mia sola puerile voce / non ha più
senso. La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più
atroce / gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio,
e anche questo mi nuoce.” Mancano pochi giorni al 27 gennaio, giorno della
memoria. Come gli anni precedenti, sarà un tripudio di commemorazioni,
non senza danni per la verità storica, purtroppo. Come possono conciliarsi, nella coscienza di un
individuo, la commozione postuma o le lacrime tardive per le deportazioni
nei lager di ebrei, zingari, omosessuali e comunisti, e l’indifferenza
di fronte al razzismo grondante da ogni riga dell’ultimo pacchetto
sicurezza sfornato dal governo che ha votato? Quasi non ci fosse apparentamento
ideologico tra quelle deportazioni e queste leggi. E come può
una persona ritrovarsi tanto sensibile il 27 gennaio di ogni anno
e votare una coalizione che vince in allegra alleanza con partiti
come Forza nuova e Fiamma tricolore? Ci sono state in Italia situazioni politiche, questioni
di governabilità che persistono tutt’oggi, per le quali
era necessario impedire il radicamento di una memoria collettiva realmente
antifascista. Pure ammettendo le ambiguità che questo termine
reca con sé. Difficile pensare, in effetti, che si possa essere
antifascisti senza essere anche anticapitalisti. Ogni ricorrenza storica istituita dal potere rientra
in un sistema invisibile di comunicazione ideologica a tripla funzione:
fissare una data in memoria di un fatto storico, astrarre questo fatto
dal contesto politico ed economico della sua epoca e renderlo in tal
modo simbolo di un valore da considerarsi assoluto. Solamente un Paese con la coda di paglia avrebbe
potuto inventarsi un giorno della memoria sul solo episodio della
propria storia vergognosa, con il quale oltretutto era ormai divenuto
impensabile non fare i conti. Non fosse altro per l’inevitabile
confronto incrociato con la storia di un’altra nazione. Non
c’è alcuna nobiltà nell’istituire un giorno
della Shoah in Italia, quando sarebbe stato più logico istituire
un giorno in ricordo delle vittime del fascismo. Al contrario vi si
ritrova l’intera gamma di vizi di un potere le cui costanti
storiche sono la menzogna perpetuata e la verità negata nel
tempo e contro ogni evidenza. Ma non esiste speranza di istituire una ricorrenza
del genere, perché quel periodo storico è denso di significati
che si riflettono minacciosamente nelle odierne logiche economiche. Nel romanzo di Fred Uhlman, Niente resurrezioni,
per favore, trent’anni dopo la fuga da una Germania
in pieno delirio nazista e antisemita, Simon ritorna nella sua città
natale. Appena sbarcato dall’aereo, entra nel bar dove era solito
incontrare i compagni di studio e vi trova un vecchio amico. L’uomo che Uhlman presenta, lungi dall’essere una macchietta, è uno dei prodotti umani del dopoguerra, nato da uno Stato delegittimato dalla storia, nonché frutto sociale della ricostruzione. Del momento, cioè, in cui la Germania e i tedeschi sono diventati le ‘cavie’ di un esperimento politico ed economico, organizzato dagli Alleati, che avrebbe reso il libero mercato con le sue regole la colonna portante su cui fondare il futuro Stato tedesco. Obiettivo: introdurre in Europa i principi di quel neoliberismo i cui effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti. Ben inteso: che il dominio economico costruisca la politica non è una novità storica. È semmai una prassi. Ma nel caso della Germania, il vero esperimento consisteva nel trattarla alla stregua di una nazione priva di storia perché si sgravasse del peso della memoria. Una tabula rasa politica ed economica ideale per innestarvi, attraverso il quotidiano circuito lavorativo, un sistema di mercato che fosse totalmente libero, creatore di nuova storia e di nuova linfa vitale a uno stato già avanzato. Una dinamica in progress che avrebbe permesso di saltare la normale gradualità storica e di mettere in moto una libertà economica assoluta, sopra la quale ancorare una sovranità politica. Lo Stato sarebbe sorto in seguito, naturalmente nella forma di una democrazia cristiana. E sarebbe stata questa nuova libertà acquisita a creare il diritto pubblico tedesco, rendendo la nazione perdente il cuore pulsante di una sofisticata evoluzione del capitalismo. Un progetto facile da servire a una popolazione
uscita sconfitta dalla guerra senza possibilità di appello.
I partiti politici di destra e di sinistra, investitori, operai, padroni,
sindacati, come un’unica entità compatta accettavano
e si coinvolgevano nel nuovo gioco economico creando, inconsapevolmente
attraverso automatismi lavorativi, un consenso a circuito chiuso che
sarebbe diventato anche e soprattutto consenso politico. Una negazione
della memoria storica e del conflitto sociale a tutto vantaggio di
un’orgogliosa accettazione di massa della crescita economica
nazionale. Mentre la Germania – vinta e senza una guerra
di liberazione da presentare al tribunale della storia – negli
anni dal ’45 al ’48 si è vista guidata per mano
dagli Alleati verso la nuova forma di Stato democratico, l’Italia,
grazie alla Resistenza, si è ritrovata legittimata a uscire
dalla dittatura con le proprie forze. E il primo problema che il nuovo
potere borghese ha dovuto affrontare è stato il conflitto di
classe di cui erano portatori i partigiani rossi. In questo modo, la Resistenza, che aveva legittimato
l’Italia davanti alla storia, veniva spogliata di quella componente
conflittuale che ideologicamente si scontrava e contraddiceva il nuovo
potere borghese restauratore. Mantenuto in vita quando sarebbe dovuto morire,
il fascismo è stato dal ’45 a oggi utilizzato dal potere
(inteso nella commistione mafia, politica e industria) ogni qualvolta
la democrazia si dimostrava troppo debole nei confronti della piazza.
Fino a renderlo, tra progetti eversivi e tentativi di golpe, presenza
costante della vita sociale e politica del Paese, al punto di influenzarne
le scelte e di agire, in completa complicità con gli apparati
militari e i servizi segreti, in funzione di forza paramilitare nel
conflitto di classe contro gli operai, con stragi ed esecuzioni mirate. La massiccia rimozione ha mostrato i suoi frutti, coloriti e sani, nel 2008. I saettanti saluti romani che hanno accolto l’elezione a sindaco di Roma di Gianni Alemanno sono stati l’inizio, non di una resurrezione giacché solo chi muore può eventualmente risorgere, ma di una rivendicazione di spazio, chiesta a chi ha raccolto politicamente l’eredità dei massacratori del Ventennio. A un uomo che crede e sostiene essere la promulgazione delle leggi razziali l’unico errore di Mussolini; lo dicono anche calciatori, attori, lo si fa credere in programmi televisivi; lo sostiene La Russa, che ancora in una commemorazione è riuscito a celebrare la brigata Nembo. Salvo poi negare in maniera indiretta la stessa faticosa ammissione, chiedendo la repressione e la deportazione di extracomunitari ogni volta che qualcuno di loro viene coinvolto in un fatto di nera, e spingendo gli italiani all’odio, com’è strategia della Lega, facendo loro credere che la disoccupazione sia colpa dello straniero che gli porta via casa e lavoro. Tuttavia i paragoni con il 1921 e gli anni Settanta sono impropri. Mentre allora il fascismo è stato usato per prendere il potere o come strumento di difesa da parte delle classi dominanti, oggi i gruppi neofascisti, come quelli di Fiore, della Mussolini, di Tilgher, di Adinolfi o di Romagnoli, esigono una legittimazione politica. E il guaio è che dal loro punto di vista hanno persino ragione a chiederla. Perché oggi il fascismo, seppure nella sua forma più moderna realizzata nel programma della P2 di Licio Gelli, seppure riuscendo ad apparire più velato dalle maglie di fasulle maschere democratiche, c’è! Permane e affligge ancora gli italiani, compresi quelli che credono di volerlo. È qui, presente, tra le righe della riforma della giustizia, nel pacchetto sicurezza, nella militarizzazione delle città, nella distribuzione di telecamere a ogni angolo, nella social card per i poveri; c’è nel consumismo, nell’analfabetismo di ritorno, nel liberismo protetto dei capitani d’industria e nel precariato in cui essi costringono la vita dei lavoratori, nella sottocultura politica degli italiani, nelle tante celebrazioni e nelle ricorrenze che sotto sotto mirano a salvaguardarne il retroterra culturale. E quanto la rimozione sia stata conveniente alla
sinistra quanto alla destra è testimoniato dai fatti della
storia più recente. A Fini ha dato occasione di riciclare se
stesso e di trasformare Alleanza nazionale da partito fascista a partito
conservatore – ed essere così più presentabile
in Europa – al semplice prezzo di un’abiura molto ambigua
e un giorno della memoria; alla sinistra ha permesso di spennare la
Resistenza, per bocca di Violante, fino a denudarla completamente
di qualunque connotazione rivoluzionaria, occupare così uno
spazio politico di centro e vendersi definitivamente ai poteri forti
del capitale. Peccato, comunque. Sarebbe stata una bella sorpresa
per gli italiani scoprire che gli uomini del duce non hanno ucciso
solamente Giacomo Matteotti come per anni hanno fatto credere loro!
Che colpo accorgersi d’un tratto che la guerra civile –
che c’è stata, eccome – non l’hanno iniziata
i partigiani nel 1943, bensì gli industriali e gli agrari nel
’21 per difendersi dai moti del biennio rosso, durante i quali
i lavoratori, i proletari e i sottoproletari avevano rivendicato dei
diritti davanti ai capitalisti che si erano vergognosamente arricchiti
durante la grande guerra: sfruttando gli operai fino al midollo, producendo
scarpe di cartone e divise di cotone per “i coraggiosi soldati
italiani” (per dirla come La Russa) mandati a morire al fronte.
(1) La sottile linea nera, Mimmo Franzinelli, Rizzoli
Leggi anche: La
Resistenza nel Paese delle convergenze parallele, Walter
G. Pozzi, aprile 2010 Il
ruolo americano nella Resistenza italiana, Franco Giannantoni
Paginauno n. 18/2010 La memoria del calcio e il
fascismo, Paul Dietschy, Paginauno n. 20/2010 Ridere, obbedire, combattere!,
Giuseppe Ciarallo, Paginauno n. 20/2010
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