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dicembre 2011- gennaio 2012
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Inchiesta |
| La banda del buco: il fallimento
della Zincar di Giovanna Baer |
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Come
il denaro pubblico scompare in tasche private |
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Sommersa da almeno 20 milioni di euro di debiti, la Zincar è
affondata. Vincenzo Giudice è nato a Salerno nel 1957 ma, come si legge nel curriculum vitae pubblicato sul sito del comune di Milano, è milanese di adozione. Che cosa abbia fatto prima di arrivare a palazzo Marino con Albertini nel 1997 non è molto chiaro: il documento sostiene sia stato dal 1978 (da quando aveva solo 21 anni, dunque) “dirigente della direzione sanitaria del Pio Albergo Trivulzio”, il più importante istituto geriatrico cittadino, finito spesso sotto la luce della ribalta giudiziaria. Ma che tipo di dirigente? Direttore sanitario non poteva esserlo, dal momento che nel suo curriculum non c’è traccia di un titolo di studio, e tanto meno della laurea in medicina che la legge giudica necessaria per ricoprire il prestigioso ruolo. Qual era dunque la sua funzione all’interno del celebre gerontocomio? Le cronache milanesi aiutano a colmare il vuoto. Un articolo del Corsera del febbraio 2001 titola Appalti e concorsi, ombre sulla Baggina: l’ennesimo caso di assunzioni effettuate senza seguire l’iter e di appalti esterni assegnati con trattativa privata. Vincenzo Giudice, “consigliere di Forza Italia e contemporaneamente dipendente dell’istituto, con un passato ultradecennale di sindacalista Uil”, chiama in causa il presidente del consiglio di amministrazione dell’istituto e chiede polemicamente, in aperto riferimento a Mario Chiesa: “Davvero un manager onesto ma incapace è meglio di uno disonesto ma in gamba?”. Forse a questa affermazione, col senno di poi, non è stato dato il giusto peso, ma almeno l’articolo chiarisce quale fosse la posizione di Giudice alla Baggina: infermiere. Tuttavia se era infermiere nel 2001 pare difficile fosse dirigente nel 1978. Le accuse lanciate all’epoca gli costarono addirittura una denuncia per danni d’immagine da parte dei suoi datori di lavoro, che andava ad aggiungersi all’altro contenzioso aperto con il Pio Albergo Trivulzio e riguardante il recupero di duemila ore di lavoro (pari a 250 giorni) per il periodo precedente il suo ruolo di consigliere comunale. Pare dunque che Vincenzo Giudice sia l’ennesimo sindacalista
con poca voglia di lavorare che ha scoperto negli anni ’90,
grazie alla discesa in campo di Berlusconi & company, la sua
vera vocazione, ossia la politica. E i fatti gli hanno dato ragione:
dal 1997 ha sempre occupato una poltrona in consiglio comunale,
ha presieduto per tre anni il gruppo di Forza Italia a palazzo Marino
e attualmente è componente delle commissioni consiliari Bilancio,
Arredo urbano, Sviluppo del territorio, Sport e giovani, Casa e
demanio ed è presidente della commissione Infrastrutture
e lavori pubblici. Su delega di Gabriele Albertini è stato,
dal 1999 al 2002, vicepresidente del Parco agricolo sud Milano.
Dal 2002 al 2007 è stato vicepresidente del Cimep (Consorzio
intercomunale milanese edilizia economica popolare), e nel 2007,
su spinta di Letizia Moratti, ha fatto finalmente il grande salto:
presidente del consiglio di amministrazione della Zincar. La Zincar (acronimo di Zero Impatto Non Carbonio) nasce nel 1999 come joint venture fra Edison Termoelettrica e Aem, azienda energetica municipalizzata del comune di Milano con un passato non limpidissimo (1), ora diventata A2A e quotata in borsa. Lo scopo della joint venture era quello di “sperimentare la tecnologia delle celle a combustibile solido dette zinco-aria su una flotta di cento furgoni elettrici per il trasporto merci”. Due anni dopo, Aem assorbiva le quote di Edison diventando socio unico, e decideva di riposizionare la mission aziendale nel campo della mobilità urbana sostenibile. Nel 2005 il comune di Milano entrava direttamente nel consiglio di amministrazione con il pacchetto di maggioranza delle quote. Perché la giunta Albertini, di certo non nota per le sue simpatie ambientaliste, abbia considerato necessario investire nella Zincar è questione non approfondita dalle cronache, ma meriterebbe maggiore attenzione se è vero che, come in molti sostengono oggi, già al momento del passaggio delle azioni l’azienda presentava “passività di bilancio mascherate”. Forse palazzo Marino considerava la mobilità sostenibile di importanza strategica per i suoi obiettivi politici? O forse la decisione di acquistare aveva l’obiettivo di mitigare le sofferenze di bilancio di Aem (di proprietà del Comune) in vista della sua quotazione in borsa? Fatto sta che le perdite della Zincar in pochi anni, sotto la presidenza di Antonio Bardeschi prima (ex dirigente del settore informatico di Atm) e di Vincenzo Giudice poi, diventano un buco spaventoso, fatto di fatture pagate due volte, conti correnti a profusione, risorse dirottate da un progetto all’altro, forniture inutili che la ragioneria del Comune pagava senza contestazioni né verifiche. Nei contratti della Zincar visionati dai liquidatori risultano voci come “sviluppo e coordinamento marketing” (120.000 euro) e “spese di comunicazione” (100.000 euro), queste ultime pagate alla società Ap&B che ha come socio Massimo Bernardo, fratello del deputato del Pdl Maurizio Bernardo: cifre folli per far conoscere una società di cui nessun cittadino milanese ha mai sentito parlare. Nel bilancio 2007 (l’ultimo depositato e che la società di revisione Ernst & Young si è a suo tempo rifiutata di certificare), a fronte di ricavi poco inferiori ai 5 milioni di euro, i costi di produzione erano pari a 5,3 milioni, di cui ben 3,4 destinati ai servizi. Tra le passività figuravano 16,4 milioni di euro di anticipi ricevuti dalla controllante (il Comune), debiti verso fornitori per 2,2 milioni e verso le banche (la Popolare di Sondrio e dell’Emilia) per altri 1,7 milioni. Le perdite di esercizio, 400.000 euro, sei mesi dopo, cioè a giugno 2008, erano già salite a 700.000 euro, in un’esplosione di consulenze gestite a dir poco in modo non molto cristallino (460.000 euro), e di costi che hanno del surreale: per gli stipendi (due dirigenti e dieci dipendenti) 1,011 milioni di euro; per gli affitti degli uffici in via Albricci 189.000 euro all’anno, più 18.000 di spese condominiali; e ancora, costi che non dispongono di una documentazione idonea per essere considerati riferibili all’oggetto sociale e all’attività aziendale, come l’Apologia di Galileo (Verbania), l’interpretariato in lingua greca per visita alla municipalità di Thermi (Grecia), l’evento Momo e il Principe (Pallanza), o il concorso Valorizzazione delle pietre tradizionali del Verbano-Cusio-Ossola. A questo proposito, bisogna notare che le manifestazioni finanziate
sulla sponda grassa del lago Maggiore sono davvero tante, dalla
mostra Arnaldo Ferraguti al museo del Paesaggio di Verbania,
allo spettacolo teatrale Io, Caravaggio, luce nelle tenebre
a Pallanza: forse perché fra i soci in affari della Zincar
c’è la Tai di Mario Grippa, dipendente (con conflitto
d’interessi?) della direzione Mobilità e ambiente del
comune di Milano e che abita, guarda caso, proprio a Verbania. La gestione della Zincar è costellata di buchi neri e carenze
gestionali. Secondo i liquidatori la società “non aveva
attivato i più elementari strumenti di programmazione e controllo
della produzione”, “mancava una stima puntuale dei costi
totali previsti in fase di sottoscrizione dei disciplinari e di
partitura delle commesse”, “veniva omesso l’aggiornamento
periodico dei preventivi, l’attività negoziale risultava
approssimativa e l’oggetto delle commesse veniva descritto
in modo generico”. Accanto a molte voci di spesa, revisori
e liquidatori annotano i commenti “nessuna evidenza di servizio
reso” e “non inerenti nessuna commessa”. Gli archivi
della Zincar “non contengono carte che ricostruiscano l’evoluzione
degli accordi sulle commesse sia nei contenuti tecnici sia nei costi
che nei corrispettivi”, e l’analisi svolta “ha
posto in luce comportamenti che non paiono informati al rispetto
degli interessi e degli obiettivi della società”. Per conto del Comune la società stava realizzando alla periferia di Quarto Oggiaro “un centro di informazione e formazione per i cittadini sui temi della sicurezza”: per questo centro, di cui tutti i milanesi sentivano l’imprescindibile necessità ma che a quanto pare non esiste, l’Unione europea ha stanziato 3,5 milioni di euro e il ministero dei Trasporti addirittura 4,3 milioni di euro, già approvati dalla Corte dei Conti. Lo stesso ministero ha pronti altri 6 milioni per il completamento di un progetto, egualmente fondamentale ed egualmente virtuale, che analizzi “i microrischi relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano”. Per non parlare della manutenzione degli scooter elettrici della polizia (qualcuno a Milano ha mai visto un poliziotto in sella al suo ecomezzo?) per cui non si trova a bilancio nessuna commessa. Viene da chiedersi che ruolo possa avere avuto la Zincar nella costruzione del nuovo centro direzionale dell’università Bocconi, da cui ha ottenuto una commessa pari a quasi 2 milioni di euro. Fatto sta che è proprio all’amico Angelo Provasoli, rettore della Bocconi dal 2004 al 2008, e al super commercialista Angelo Casò, anche lui bocconiano, che Letizia Moratti si rivolge per salvare il salvabile, o quanto meno per evitare il peggio. Ovviamente dietro giusto compenso, niente meno che 452.000 euro. Più che un’azienda dedita ad attività ecologiche,
la Zincar appare un grande pozzo in cui entrano finanziamenti ed
escono (a non voler pensare troppo male) regali e sovvenzioni ai
sostenitori e ai compagni di partito.
(1) i vertici di Aem sono stati citati in giudizio per un brutto affare che riguarda i contatori di vecchia generazione fino a pochi mesi fa ancora in funzione nelle case di molti milanesi. È dato per certo dai pm che indagarono sul caso (il processo è tuttora in corso) che il top management di Aem, pur consapevole del fatto che queste macchine sopravvalutavano i consumi energetici gonfiando le bollette degli ignari cittadini, decise di far finta di nulla e di approfittare del ‘fortunato’ problema tecnico, truffando consapevolmente i propri clienti
Leggi anche: La Lega
degli affari: il federalismo all'italiana, Giovanna
Baer, Paginauno n. 19/2010 Debito
pubblico, fra tangenti e privatizzazioni
di Giovanna Cracco, ottobre 2009
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