Sommersa da almeno 20 milioni di euro di debiti, la Zincar è
affondata.
“È la prima volta che una società partecipata
dal Comune viene dichiarata fallita” afferma Basilio Rizzo,
consigliere comunale della lista Fo; “le responsabilità
sono da ricercare all’interno della maggioranza, che da sempre
la gestisce”.
Solo i soci, a cominciare dal comune di Milano che detiene la maggioranza
delle azioni, ma anche la A2A che ne possiede il 27%, avrebbero potuto
evitare il peggio, ma la giunta cittadina, che aveva cercato di salvarla
in extremis con una liquidazione in bonis, si è disimpegnata
a sorpresa. Spiazzata dalla decisione dei liquidatori di inviare un
esposto in procura, non ha ritenuto conveniente ricapitalizzare con
la spada di Damocle dell’inchiesta che pende sul capo: è
stata appena sanzionata dalla Corte dei Conti per le consulenze d’oro
distribuite dal sindaco Moratti, e ora con la Zincar rischia di ritornare
sul banco degli imputati. A novembre 2008 la giunta aveva affidato
ad Angelo Provasoli e Angelo Casò il compito di evitare il
fallimento, trovando un accordo fra le parti entro il 16 giugno scorso,
giorno in cui scadeva la possibilità legale di esercitare azioni
revocatorie e recuperare i beni societari; ma a fine maggio un’istanza
presentata dalla Edilt, un fornitore che non veniva pagato da mesi
e che reclamava ben 3 milioni di euro, ha innescato il crack.
Secondo la ricostruzione fatta in commissione Bilancio dai due liquidatori,
i debiti della Zincar non sono calcolabili allo stato attuale, e sarà
compito del giudice verificare se siano stati commessi reati. Provasoli
è convinto che di reati ce ne siano stati eccome, anche di
natura non fallimentare, compiuti con l’intento specifico in
parte di occultare le reali condizioni finanziarie e patrimoniali
della società, e in parte di danneggiarla direttamente. Per
Vincenzo Giudice, l’esponente del Pdl che presiede il consiglio
di amministrazione della Zincar dal 2007, portare i libri in tribunale
“è stata una pazzia”.
Vincenzo Giudice è nato a Salerno nel 1957 ma, come si legge
nel curriculum vitae pubblicato sul sito del comune di Milano, è
milanese di adozione. Che cosa abbia fatto prima di arrivare a palazzo
Marino con Albertini nel 1997 non è molto chiaro: il documento
sostiene sia stato dal 1978 (da quando aveva solo 21 anni, dunque),
“dirigente della direzione sanitaria del Pio Albergo Trivulzio”,
il più importante istituto geriatrico cittadino, finito spesso
sotto la luce della ribalta giudiziaria. Ma che tipo di dirigente?
Direttore sanitario non poteva esserlo, dal momento che nel suo curriculum
non c’è traccia di un titolo di studio, e tanto meno
della laurea in medicina che la legge giudica necessaria per ricoprire
il prestigioso ruolo.
Qual era dunque la sua funzione all’interno del celebre gerontocomio?
Le cronache milanesi aiutano a colmare il vuoto. Un articolo del Corsera
del febbraio 2001 titola Appalti e concorsi, ombre sulla Baggina:
l’ennesimo caso di assunzioni effettuate senza seguire l’iter
e di appalti esterni assegnati con trattativa privata. Vincenzo Giudice,
“consigliere di Forza Italia e contemporaneamente dipendente
dell’istituto, con un passato ultradecennale di sindacalista
Uil”, chiama in causa il presidente del consiglio di amministrazione
dell’istituto e chiede polemicamente, in aperto riferimento
a Mario Chiesa: “Davvero un manager onesto ma incapace è
meglio di uno disonesto ma in gamba?”. Forse a questa affermazione,
col senno di poi, non è stato dato il giusto peso, ma almeno
l’articolo chiarisce quale fosse la posizione di Giudice alla
Baggina: infermiere. Tuttavia se era infermiere nel 2001 pare difficile
fosse dirigente nel 1978. Le accuse lanciate all’epoca gli costarono
addirittura una denuncia per danni d’immagine da parte dei suoi
datori di lavoro, che andava ad aggiungersi all’altro contenzioso
aperto con il Pio Albergo Trivulzio e riguardante il recupero di duemila
ore di lavoro (pari a 250 giorni) per il periodo precedente il suo
ruolo di consigliere comunale.
Pare dunque che Vincenzo Giudice sia l’ennesimo sindacalista
con poca voglia di lavorare che ha scoperto negli anni ’90,
grazie alla discesa in campo di Berlusconi & company, la sua vera
vocazione, ossia la politica. E i fatti gli hanno dato ragione: dal
1997 ha sempre occupato una poltrona in consiglio comunale, ha presieduto
per tre anni il gruppo di Forza Italia a palazzo Marino e attualmente
è componente delle commissioni consiliari Bilancio, Arredo
urbano, Sviluppo del territorio, Sport e giovani, Casa e demanio ed
è presidente della commissione Infrastrutture e lavori pubblici.
Su delega di Gabriele Albertini è stato, dal 1999 al 2002,
vicepresidente del Parco agricolo sud Milano. Dal 2002 al 2007 è
stato vicepresidente del Cimep (Consorzio intercomunale milanese edilizia
economica popolare), e nel 2007, su spinta di Letizia Moratti, ha
fatto finalmente il grande salto: presidente del consiglio di amministrazione
della Zincar.
Se dunque è lecito, considerando il curriculum vitae, interrogarsi
sulle competenze manageriali del soggetto, non ci sono dubbi sulla
sua innata capacità di cavalcare l’onda: anche oggi,
dopo il crack da 20 milioni, il sindaco continua a fare affidamento
sulle sue doti particolari, e l’ha collocato in tutta fretta
alla direzione della Metro Engeneering, una società del gruppo
Metropolitane milanesi. Con buona pace della mobilità sostenibile,
delle casse cittadine e del suo collega nella Zincar Giannicola Rocca,
che a quanto risulta dai verbali dell’ultima seduta del consiglio
di amministrazione lo definisce “una testa di cazzo”.
La Zincar (acronimo di Zero Impatto Non Carbonio) nasce nel 1999
come joint venture fra Edison Termoelettrica e Aem, azienda energetica
municipalizzata del comune di Milano con un passato non limpidissimo
(1), ora diventata A2A e quotata in borsa. Lo scopo della joint venture
era quello di “sperimentare la tecnologia delle celle a combustibile
solido dette zinco-aria su una flotta di cento furgoni elettrici per
il trasporto merci”. Due anni dopo, Aem assorbiva le quote di
Edison diventando socio unico, e decideva di riposizionare la mission
aziendale nel campo della mobilità urbana sostenibile. Nel
2005 il comune di Milano entrava direttamente nel consiglio di amministrazione
con il pacchetto di maggioranza delle quote. Perché la giunta
Albertini, di certo non nota per le sue simpatie ambientaliste, abbia
considerato necessario investire nella Zincar è questione non
approfondita dalle cronache, ma meriterebbe maggiore attenzione se
è vero che, come in molti sostengono oggi, già al momento
del passaggio delle azioni l’azienda presentava “passività
di bilancio mascherate”. Forse palazzo Marino considerava la
mobilità sostenibile di importanza strategica per i suoi obiettivi
politici? O forse la decisione di acquistare aveva l’obiettivo
di mitigare le sofferenze di bilancio di Aem (di proprietà
del Comune) in vista della sua quotazione in borsa? Fatto sta che
le perdite della Zincar in pochi anni, sotto la presidenza di Antonio
Bardeschi prima (ex dirigente del settore informatico di Atm) e di
Vincenzo Giudice poi, diventano un buco spaventoso, fatto di fatture
pagate due volte, conti correnti a profusione, risorse dirottate da
un progetto all’altro, forniture inutili che la ragioneria del
Comune pagava senza contestazioni né verifiche.
Nei contratti della Zincar visionati dai liquidatori risultano voci
come “sviluppo e coordinamento marketing” (120.000 euro)
e “spese di comunicazione” (100.000 euro), queste ultime
pagate alla società Ap&B che ha come socio Massimo Bernardo,
fratello del deputato del Pdl Maurizio Bernardo: cifre folli per far
conoscere una società di cui nessun cittadino milanese ha mai
sentito parlare. Nel bilancio 2007 (l’ultimo depositato e che
la società di revisione Ernst & Young si è a suo
tempo rifiutata di certificare), a fronte di ricavi poco inferiori
ai 5 milioni di euro, i costi di produzione erano pari a 5,3 milioni,
di cui ben 3,4 destinati ai servizi. Tra le passività figuravano
16,4 milioni di euro di anticipi ricevuti dalla controllante (il Comune),
debiti verso fornitori per 2,2 milioni e verso le banche (la Popolare
di Sondrio e dell’Emilia) per altri 1,7 milioni. Le perdite
di esercizio, 400.000 euro, sei mesi dopo, cioè a giugno 2008,
erano già salite a 700.000 euro, in un’esplosione di
consulenze gestite a dir poco in modo non molto cristallino (460.000
euro), e di costi che hanno del surreale: per gli stipendi (due dirigenti
e dieci dipendenti) 1,011 milioni di euro; per gli affitti degli uffici
in via Albricci 189.000 euro all’anno, più 18.000 di
spese condominiali; e ancora, costi che non dispongono di una documentazione
idonea per essere considerati riferibili all’oggetto sociale
e all’attività aziendale, come l’Apologia di
Galileo (Verbania), l’interpretariato in lingua greca per
visita alla municipalità di Thermi (Grecia), l’evento
Momo e il Principe (Pallanza), o il concorso Valorizzazione
delle pietre tradizionali del Verbano-Cusio-Ossola.
A questo proposito, bisogna notare che le manifestazioni finanziate
sulla sponda grassa del lago Maggiore sono davvero tante, dalla mostra
Arnaldo Ferraguti al museo del Paesaggio di Verbania, allo
spettacolo teatrale Io, Caravaggio, luce nelle tenebre a
Pallanza: forse perché fra i soci in affari della Zincar c’è
la Tai di Mario Grippa, dipendente (con conflitto d’interessi?)
della direzione Mobilità e ambiente del comune di Milano e
che abita, guarda caso, proprio a Verbania.
Ma c’è di più, e di peggio: tra la fine del 2007
e i primi mesi del 2008 la Zincar ha pagato interamente una mezza
dozzina di lussuose trasferte a Plovdiv, seconda città della
Bulgaria, al presidente Vincenzo Giudice e alla sua pattuglia di consulenti
o sedicenti tali, per un totale di decine di migliaia di euro, nonché
diverse controtrasferte di una delegazione bulgara a Milano, apparentemente
per la validazione di un progetto di costruzione di una centrale eolica,
di cui tuttavia non si trova riscontro in bilancio. Fra il gruppo
con cui Giudice prendeva abitualmente il volo c’è anche
un ottantenne sottufficiale dell’esercito in pensione, tale
Giuseppe Roselli, che ama presentarsi ai suoi interlocutori come un
generale. Roselli è una vecchia conoscenza di Domenico Scarcella,
anche lui consulente a libro paga Zincar, un ingegnere che vanta agganci
importanti con il ramo Pdl della politica milanese: siede infatti
nel consiglio di amministrazione di Amsa, l’azienda municipale
per la raccolta dei rifiuti, e in passato è stato amministratore
della Metropolitane milanesi. Scarcella, come il brindisino Calogero
Casilli, un altro socio Tai ed ex membro del dipartimento Trasporti
di Forza Italia, disponeva addirittura di un ufficio tutto suo presso
la sede della società milanese. E ancora: fra i consulenti
superpagati salta agli occhi il nome di Fabio Ghioni, l’hacker
a capo della famigerata security di Telecom ai tempi di Giuliano Tavaroli,
già arrestato un paio di volte e sotto inchiesta penale per
pirateria informatica. Sarà un caso che nel consiglio di amministrazione
della Zincar sieda anche Giannicola Rocca, avvocato casentino amico
e collaboratore di Marcello Gualtieri, il commercialista finito in
carcere tre anni fa con l’accusa di aver costruito la rete di
società ombra che servivano a nascondere i soldi della banda
di Tavaroli nei paradisi fiscali? Ma perché, tra tanti professionisti
qualificati e affidabili, Vincenzo Giudice sceglie proprio Ghioni,
un esperto di incursioni fuori legge e trasferimenti off-shore –
per risolvere, così dichiarano gli interessati, problemi relativi
alla legge sulla privacy e a quella sulla responsabilità penale
delle aziende? Le domande restano, e dei fondi spariti si è
persa ogni traccia.
La gestione della Zincar è costellata di buchi neri e carenze
gestionali. Secondo i liquidatori la società “non aveva
attivato i più elementari strumenti di programmazione e controllo
della produzione”, “mancava una stima puntuale dei costi
totali previsti in fase di sottoscrizione dei disciplinari e di partitura
delle commesse”, “veniva omesso l’aggiornamento
periodico dei preventivi, l’attività negoziale risultava
approssimativa e l’oggetto delle commesse veniva descritto in
modo generico”. Accanto a molte voci di spesa, revisori e liquidatori
annotano i commenti “nessuna evidenza di servizio reso”
e “non inerenti nessuna commessa”. Gli archivi della Zincar
“non contengono carte che ricostruiscano l’evoluzione
degli accordi sulle commesse sia nei contenuti tecnici sia nei costi
che nei corrispettivi”, e l’analisi svolta “ha posto
in luce comportamenti che non paiono informati al rispetto degli interessi
e degli obiettivi della società”. Ma se una società
non viene gestita per fare quello che, stando all’oggetto sociale,
dovrebbe fare, a che cosa serve? E chi, e per quali ragioni, troverebbe
convenienza nel rivolgersi alle dubbie competenze della Zincar? Per
conto del Comune la società stava realizzando alla periferia
di Quarto Oggiaro “un centro di informazione e formazione per
i cittadini sui temi della sicurezza”: per questo centro, di
cui tutti i milanesi sentivano l’imprescindibile necessità
ma che a quanto pare non esiste, l’Unione europea ha stanziato
3,5 milioni di euro e il ministero dei Trasporti addirittura 4,3 milioni
di euro, già approvati dalla Corte dei Conti. Lo stesso ministero
ha pronti altri 6 milioni per il completamento di un progetto, egualmente
fondamentale ed egualmente virtuale, che analizzi “i microrischi
relativi al trasporto di merci pericolose in ambito urbano”.
Per non parlare della manutenzione degli scooter elettrici della polizia
(qualcuno a Milano ha mai visto un poliziotto in sella al suo ecomezzo?)
per cui non si trova a bilancio nessuna commessa. Viene da chiedersi
che ruolo possa avere avuto la Zincar nella costruzione del nuovo
centro direzionale dell’università Bocconi, da cui ha
ottenuto una commessa pari a quasi 2 milioni di euro. Fatto sta che
è proprio all’amico Angelo Provasoli, rettore della Bocconi
dal 2004 al 2008, e al super commercialista Angelo Casò, anche
lui bocconiano, che Letizia Moratti si rivolge per salvare il salvabile,
o quanto meno per evitare il peggio. Ovviamente dietro giusto compenso,
niente meno che 452.000 euro.
Più che un’azienda dedita ad attività ecologiche,
la Zincar appare un grande pozzo in cui entrano finanziamenti ed escono
(a non voler pensare troppo male) regali e sovvenzioni ai sostenitori
e ai compagni di partito.
In altri termini, la mobilità sostenibile “rappresenta
una scusa per la distrazione di risorse pubbliche e per distribuire
fondi a società create ad hoc e riferibili a persone interne
all’amministrazione comunale”. A pronunciare questa frase
non è un pm, e nemmeno un consigliere dell’opposizione,
ma lo stesso Vincenzo Giudice all’indomani del fallimento e
dell’apertura di un’inchiesta per peculato. Forse per
chiamarsi fuori dagli impicci puntando il dito, come già aveva
fatto negli anni della Baggina, secondo il classico modello di disimpegno
berlusconiano che impone di negare sempre l’evidenza e, qualora
non sia proprio possibile, gridarsi vittima di un complotto.
Dimenticando che nell’agosto 2007, a soli tre mesi dalla sua
nomina a presidente della Zincar, si era personalmente precipitato
a Brindisi a fondare la Socit, di cui risulta amministratore unico,
il cui oggetto sociale, guarda caso, sono “i prodotti correlati
alla mobilità sostenibile”.
Chi ne sia il proprietario non è dato saperlo (il capitale
sociale fa capo a due fiduciarie), ma la Socit ha sede allo stesso
indirizzo in cui è domiciliato il Consorzio mobilità
sostenibile di cui è membro, sempre per caso, anche la Zincar.
Forse che lo stesso Giudice intendesse partecipare alla famigerata
distribuzione di risorse della collettività che tanto coraggiosamente
denuncia? E forse che il buon Ghioni servisse davvero, con le sue
indubbie capacità di prestigiatore informatico, per trasformare
fondi pubblici in ricchezze private? Alla magistratura il compito
di rispondere. Ai poveri milanesi, quello di assistere impotenti all’ennesimo
disastro della banda Moratti.
Giovanna Baer
(1) i vertici di Aem sono stati citati in giudizio
per un brutto affare che riguarda i contatori di vecchia generazione
fino a pochi mesi fa ancora in funzione nelle case di molti milanesi.
È dato per certo dai pm che indagarono sul caso (il processo
è tuttora in corso) che il top management di Aem, pur consapevole
del fatto che queste macchine sopravvalutavano i consumi energetici
gonfiando le bollette degli ignari cittadini, decise di far finta
di nulla e di approfittare del ‘fortunato’ problema tecnico,
truffando consapevolmente i propri clienti