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Sotto i ri(f)lettori

 

Nei panni dell’orco
di Sabrina Campolongo
Recensione de Il demone a Beslan, Andrea Tarabbia

“Ci restituirete un intero esercito di giovani con il destino segnato e idee aberranti”, scrivono le madri cecene dei loro figli ‘rastrellati’ e incarcerati per lo più senza uno straccio di prova nelle carceri russe, sottoposti a discriminazioni per la loro origine e a inenarrabili violenze per anni, quelli che tornano. Anche se è fuggito prima di essere catturato, Marat Bazarev è uno di questi figli, ed è il protagonista del romanzo di Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan.
Marat è il Terrorista. È l’assassino di bambini (lo è, per quanto non ne abbia ucciso nessuno direttamente), è uno degli uomini mascherati e armati che hanno fatto irruzione nella scuola n. 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, prendendo in ostaggio un numero ancora imprecisato (i numeri lo sono sempre, nella Russia di Putin) di madri, bambini, padri e insegnanti, durante un giorno di festa che si trasformerà in un bagno di sangue.
Marat Bazarev è anche un personaggio di fantasia, occorre ricordarlo, perché se è vero che uno soltanto dei terroristi di Beslan è sopravvissuto (non si sa per quanto, non si sa se ancora stia chiuso in un carcere, oppure se abbia già trovato la morte lontano dai riflettori), questi non è Marat, non ha la sua storia, anche se è presumibile ne abbia una molto simile se non uguale, in ogni caso non l’ha scritta, nessuno gli ha passato sotto la porta della sua cella dei fogli perché la scrivesse, come accade invece a Marat.

Ma è questa, in fondo, la sfida di ogni scrittore, passare dei fogli bianchi sotto alla soglia del suo personaggio e aspettare, e sperare, che decida di raccontarsi.
In questo caso specifico, c’è sicuramente voluto del coraggio, e anche un’innegabile spregiudicatezza, per scegliere di ascoltare la voce del demone.
Il richiamo è naturalmente al romanzo di Dostoevskij, ma non solo, dato che è così che Kadyrov, l’attuale presidente della Cecenia e degno vassallo di Putin, chiama i 70/80 – a suo dire – ribelli indipendentisti della regione: demoni, da anni “sul punto di essere annientati nel giro di poche settimane”, sempre secondo Kadyrov.
Ma la verità è che i demoni non diminuiscono e il sangue continua a scorrere, non solo in Cecenia, ma anche – e soprattutto negli ultimi tempi – nelle regioni confinanti, fino a colpire il cuore dell’impero, Mosca, come è accaduto al teatro Dubrovka nel 2002, due anni prima della scuola di Beslan.

“Dobbiamo domandarci”, scrive Anna Politkovskaja in uno dei suoi articoli per la Novaja Gazeta, all’indomani dell’ennesimo massacro in Inguscezia, ai confini con la Cecenia “perché nel 2004 una persona decida di imbracciare un’arma per andare a combattere”.
C’è una risposta consolante, a questa domanda, naturalmente: pensare che siano bestie assetate di sangue, che siano selvaggi, che non abbiano mai amato una madre o un fratello, che non abbiano amici ma solo complici, che godano nell’infliggere dolore, che non siano come noi, i terroristi.
Ma si fa fatica, poi, a spiegare come le file della lotta armata continuino a ingrossarsi in tutto il mondo, di vedove e di orfani, di studenti e di medici, di persone capaci di portare la spesa a un’anziana vicina di casa un giorno e farsi esplodere con una cintura di tritolo in un autobus affollato, il giorno dopo.

E allora forse abbiamo bisogno dell’audacia di Tarabbia, che ci porta a marcia indietro, dentro gli scomodissimi passi di Marat Bazarev, dalla palestra della scuola n. 1 di Beslan alle rovine di un anfiteatro romano, poco lontano dal villaggio natale di un ragazzo che sta per scoprire che la sua famiglia è stata deportata assieme a tutte le persone del suo villaggio, sua sorella stuprata, il suo gatto sventrato e crocefisso sull’uscio della sua casa devastata.
Un inizio della storia non molto diverso da quello di mille film d’azione centrati sulla vendetta. Solo che in quei film l’eroe immancabilmente vendica i suoi cari uccidendo i cattivi, Marat invece finirà con il kalashnikov – e la testa di forca trovata quel giorno e mai più abbandonata – puntato contro ragazzini e madri inermi.
Bambini, come Petja, lo spettro che lo verrà a trovare – alternandosi con quello del vecchio con il volto deforme che dice di essere stato seduto quel giorno davanti alla scuola n. 1 – nell’eterna notte della sua cella senza finestre, per raccontargli una diversa versione della storia, un altro lato dell’inferno, quello delle vittime di un torto commesso da altri, vittime anche di questi stessi altri, perché il maggior numero di morti, è bene ricordarlo, a Beslan, si avrà nel momento dell’irruzione delle forze armate e dei corpi speciali russi.

Ma torniamo a Marat, un ragazzo che ha studiato all’università, un bambino che non amava le armi (ma imparerà a sparare, perché un ceceno senza un’arma è un ceceno morto senza l’onore virile di avere difeso la patria, dicono i ceceni stessi), un uomo che non è sordo alla pietà e all’empatia, ma che il primo settembre del 2004, nella palestra della scuola di Beslan, non si blocca davanti alla richiesta di scegliere nel mucchio terrorizzato di civili innocenti, per lo più donne e bambini, quindici candidati da mandare a morte.
È una cieca vendetta, allora, che muove i suoi fili?
Non propriamente, perché c’è un’altra differenza tra l’eroe di un qualsiasi film americano che, trovata la famiglia sterminata, si mette alla caccia dei cattivi, e il nostro demone: mentre l’eroe di quei film viene colto di sorpresa, quando l’orrore fa irruzione nella sua vita banalmente felice, Marat sa benissimo che cosa è accaduto, non appena vede il fumo levarsi in direzione del suo villaggio, sa cosa troverà perché sa cosa accade, è cresciuto sapendo cosa accade, in ogni villaggio di quella che Anna Politkovskaja ha chiamato “un piccolo angolo d’inferno”, perché in quell’angolo di inferno ci è nato.

La vendetta è il suo peccato originale, la guerra il suo pane, l’ingiustizia e la violenza riempiono i suoi polmoni a ogni respiro, nello spazio abitato prima del pensiero cosciente.
E anche quando Marat si unisce ai ribelli delle montagne, e al commando che farà irruzione nella scuola n. 1 di Beslan, lo fa senza enfasi, intanto, sembrerebbe, perché non sa dove altro andare.
Tarabbia non ammanta di fratellanza o di eroismo la comunità dei ribelli, uomini e donne riuniti dal fatto di avere un motivo per combattere e nessuno più da proteggere, orfani e vedove e – non c’è una parola per dirlo – madri e padri che hanno perso i figli, un destino che, con poche varianti, è lo stesso per tutti: non c’è altro da fare, se nasci uomo o donna in Cecenia, che essere vittima o diventare un carnefice.
“Sono colui che ha fatto loro quello che l’impero ha fatto a me” dice Marat al sacerdote che cerca il suo pentimento. Eppure, i fantasmi delle sue vittime lo torturano. Certo, non dimentichiamo che si tratta di un personaggio letterario, e che i suoi chiaroscuri sono necessari alla storia, ma non deve essere stato facile, comunque, attribuire una coscienza e una consapevolezza al demone di Beslan. Troppo forte è il grido delle sue vittime innocenti – per quanto l’autore regali loro due voci, quella di Petja e del vecchio – perché un terrorista possa permettersi una coscienza, sembra quasi uno schiaffo alla memoria.

Di certo Tarabbia deve averci pensato, e ci ho pensato anch’io, affrontando questo romanzo non facile, un romanzo che mi ha costretto a intraprendere un viaggio all’inferno, a leggere altri libri, a visionare filmati, leggere cronache, per scoprire che la storia di Marat non ha niente di eccessivo o di romanzato, che anzi è la storia – almeno fino al momento di fare irruzione nella scuola di Beslan – di un numero impressionante di giovani ceceni, tanto da incarnarne il grido.
Già questo ne farebbe un buon romanzo, ma Il demone a Beslan è più che buono. Il resto lo fa la lingua, che si mantiene asciutta, quasi senza inciampare, per tutte le tesissime trecentocinquanta pagine e non cede mai a quel lirismo che sarebbe stato tanto facile quanto fuori luogo, dovendo maneggiare una storia così grondante di dolore.

Considero peccati veniali il desiderio di salvare l’anima di Marat che traspare in alcune pagine, e la tentazione non respinta – ma nemmeno enfatizzata – di fare dei distinguo tra i ‘cattivi’, da un lato le donne che si rifiutano di scegliere quindici vittime e pagano questo rifiuto con la vita, dall’altro il ragazzino esaltato dal sangue, in mezzo il gelido Ruslan, e lo stesso Marat, che fa quello che deve fare, senza odio e senza trasporto, ma in fondo non si può escludere che tali differenze ci fossero davvero state.
Non ho potuto non notare che non si fa mai riferimento alla jihad, o al fatto che molti dei guerriglieri fossero musulmani, la questione religiosa è ridotta all’ateismo di Marat contro la fede del cappellano del carcere, come se l’autore avesse voluto epurare la storia dai suoi aspetti di fanatismo, e anche che mancano riferimenti ai finanziatori dell’operazione, per quanto sia innegabile che qualcuno deve avere rifornito quegli uomini di armi e droga, e aver fornito il denaro necessario a corrompere la polizia che li ha lasciati passare, come è riferito anche nel romanzo.

Questi sono forse i punti in cui la frattura tra romanzo e cronaca si avverte di più, un romanziere può scegliere cosa mostrare e cosa invece non gli interessa, ai fini della storia, quando la narrazione è così ferocemente legata alla cronaca?
Confesso di non avere ancora trovato una risposta inattaccabile a questa domanda.
Per il resto, devo dire che le inevitabili aggiunte narrative alla storia mi sono sembrate rispettose e coerenti, tenute con il guinzaglio corto, con grande consapevolezza.

Rimangono, dopo la lettura, come un pungolo, alcune questioni che volano più alto di Beslan e della Russia intera, che parlano di ogni essere umano oppresso che si ribella. Si possono quantificare, il male ricevuto e il male inflitto, si può fare un bilancio e ritenersi assolti, se il primo supera il secondo? Le colpe pesano tutte allo stesso modo, oppure il torto è di chi colpisce per primo?
Si possono ignorare le motivazioni che hanno spinto diversi uomini e donne a un gesto dichiaratamente suicida (né gli uomini che hanno occupato la scuola di Beslan né quelli del teatro Dubrovka hanno mai chiesto un mezzo per fuggire, tra le condizioni vi era ‘solo’ il ritiro delle truppe russe in Cecenia), solo perché il gesto stesso ci risulta aberrante?
“Meno sai, meglio dormi”, mi dicono sia un detto russo. Il demone a Beslan è uno di quei libri che non ti lasciano dormire sonni tranquilli.

 

Sabrina Campolongo


 

Il demone a Beslan, Andrea Tarabbia, Mondadori, 2011

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