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giugno - settembre 2017

 


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I racconti

 

Il cassonetto
di Fabiana Bussola

 

La tessera per la raccolta punti era quasi ultimata. Un paio di pacchetti di biscotti e avrebbe potuto spedire la busta. L’attesa per il nuovo tegame stava per trovare soddisfazione e un futuro di omelette perfette si stagliava nella sua fantasia. La signora Fernanda finì di bere il secondo caffé del mattino mentre fuori un cielo incolore si distendeva sulla città risvegliata, raccolse la zuccheriera e la latta dei frollini per riporle nella credenza, cambiò l’acqua nella ciotola del gatto e si diresse alla porta d’ingresso.
Imbozzolata in un grigio accappatoio che pareva un sarcofago, aprì di poco l’uscio e lanciò uno sguardo verso lo zerbino. Quello che vide le suscitò un fastidio imprevisto: il sacchetto della spazzatura se ne stava ancora lì, sotto gli occhi di chiunque del vicinato fosse passato davanti al suo appartamento. “Eh no, non si fa così. Devo dire due paroline a quel Goran, che se continuiamo così mica siamo d’accordo!”
Raccolse tutta la sua stizza, accostò l’uscio per non far uscire Nerone e si diresse alla porta di fronte. Bussò ritmicamente tre volte, un modo distintivo per farsi riconoscere dall’inquilino, dato che il campanello era fuori uso da un decennio. Non provenne però nessun rumore dall’interno del monolocale, così Fernanda rientrò ancora più irritata di prima, scavalcando la sporta con i rifiuti. “Se pensa di farmi fessa quello lì, non sa con chi ha a che fare”.
Il pensiero fisso dell’anziana divenne il sottofondo di tutte le sue poche mansioni: cucinare, telefonare all’ambulatorio per prenotare la visita oculistica, rassettare le tre stanze, pulire la lettiera del micio, cambiare canale, ogni cosa quel giorno ruotava nella mente intorno a un chiodo fisso. Dopo l’ultimo telegiornale della notte andò a coricarsi, ma fu inamovibile con il suo senso del decoro e decise che la spazzatura sarebbe rimasta sullo zerbino, che quello slavo doveva imparare come si rispettano gli accordi e non si sognasse di prenderla in giro.
Quella notte non riuscì a dormire a lungo: se ne restò in allerta per decifrare i rumori che provenivano dall’androne, tre piani sotto. Sapeva riconoscere i condomini dal tintinnare delle chiavi o dallo sbattere della porta, di ciascuno conosceva abitudini e tacchi delle scarpe. Anche di Goran aveva imparato a distinguere i segnali, tanto da capire persino da quale lavoro stesse rientrando. Quando lo sentiva trascinare gli scarponi sapeva che stava tornando dal cantiere, mentre all’impiego di imbianchino associava lo stridio delle scarpe da ginnastica logore sul pavimento. Dall’alloggio di fronte non giunse però nessun suono per tutta la nottata.
La vecchia si sollevò all’alba dal letto con una specie di oppressione al petto, si infilò il molle scafandro e quasi corse alla porta per vedere se il pattume fosse stato portato nel cassonetto. Girò le quattro mandate, aprì uno spiraglio e gettò uno sguardo avido ai suoi piedi. L’immondizia troneggiava come il giorno prima, anzi, a Fernanda sembrò che una mano precisa l’avesse ricollocata al centro del tappeto con la chiara intenzione di indispettirla. In pochi istanti la donna si proiettò alla porta di fronte e cominciò a tamburellare le nocche ossute con la chiara intenzione di far scendere dal letto quell’affittuario indisponente. “Prima ti fanno mille storie perché non possono pagare, non hanno i documenti, ti raccontano le loro storie pietose. Tu gli fai un favore e gli fai pagare un prezzo basso in cambio di qualche lavoretto, ed ecco che dopo poco se ne approfittano. Pensano che sia una vecchia scema, ma si sbagliano”.
Nonostante questi pensieri e la foga con cui percuoteva la porta, Fernanda si trovò da sola per dieci minuti in quel corridoio buio, senza ricevere alcun segnale dal tugurio. Tornò in casa, ma quella giornata trascorse in perenne tensione. Solo il mattino seguente alla radio sentì del ritrovamento in una discarica del corpo di un giovane, Goran Krstic, clandestino di nazionalità kosovara, la cui morte sarebbe stata causata da un litigio in un cantiere.
La donna intinse l’ultimo biscotto nel caffè, sparecchiò la tavola e andò a vestirsi. Raccolse i capelli con le forcine, spazzolò la gonna beige e l’impermeabile, si sistemò il cappello di feltro e uscì. Scese lentamente le scale per non lasciare che l’odore acre dell’immondizia impregnasse l’interno del piccolo ascensore e finalmente fu fuori. La città di sempre, con il suo respiro umido e metallico le permeò narici e rughe mentre in pochi gestì gettava il sacchetto di rifiuti nel cassonetto. Stava per dirigersi verso il discount dell’isolato vicino, quando si accorse di una giovane africana, che stazionava davanti all’ingresso del palazzo con un biglietto in mano.
«Scusa, qui fita partamento?» le chiese in un italiano stentato.
Il suo sguardo mite e le spalle forti offuscarono la diffidenza della vecchia, che aggiustandosi il soprabito si avvicinò alla ragazza.
«Aiutami a fare la spesa. Poi vieni su da me, vedrai che ci mettiamo d’accordo».

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