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La tessera per la raccolta
punti era quasi ultimata. Un paio di pacchetti di biscotti e avrebbe
potuto spedire la busta. L’attesa per il nuovo tegame stava
per trovare soddisfazione e un futuro di omelette perfette si stagliava
nella sua fantasia. La signora Fernanda finì di bere il secondo
caffé del mattino mentre fuori un cielo incolore si distendeva
sulla città risvegliata, raccolse la zuccheriera e la latta
dei frollini per riporle nella credenza, cambiò l’acqua
nella ciotola del gatto e si diresse alla porta d’ingresso.
Imbozzolata in un grigio accappatoio che pareva un sarcofago, aprì
di poco l’uscio e lanciò uno sguardo verso lo zerbino.
Quello che vide le suscitò un fastidio imprevisto: il sacchetto
della spazzatura se ne stava ancora lì, sotto gli occhi di
chiunque del vicinato fosse passato davanti al suo appartamento. “Eh
no, non si fa così. Devo dire due paroline a quel Goran, che
se continuiamo così mica siamo d’accordo!”
Raccolse tutta la sua stizza, accostò l’uscio per non
far uscire Nerone e si diresse alla porta di fronte. Bussò
ritmicamente tre volte, un modo distintivo per farsi riconoscere dall’inquilino,
dato che il campanello era fuori uso da un decennio. Non provenne
però nessun rumore dall’interno del monolocale, così
Fernanda rientrò ancora più irritata di prima, scavalcando
la sporta con i rifiuti. “Se pensa di farmi fessa quello lì,
non sa con chi ha a che fare”.
Il pensiero fisso dell’anziana divenne il sottofondo di tutte
le sue poche mansioni: cucinare, telefonare all’ambulatorio
per prenotare la visita oculistica, rassettare le tre stanze, pulire
la lettiera del micio, cambiare canale, ogni cosa quel giorno ruotava
nella mente intorno a un chiodo fisso. Dopo l’ultimo telegiornale
della notte andò a coricarsi, ma fu inamovibile con il suo
senso del decoro e decise che la spazzatura sarebbe rimasta sullo
zerbino, che quello slavo doveva imparare come si rispettano gli accordi
e non si sognasse di prenderla in giro.
Quella notte non riuscì a dormire a lungo: se ne restò
in allerta per decifrare i rumori che provenivano dall’androne,
tre piani sotto. Sapeva riconoscere i condomini dal tintinnare delle
chiavi o dallo sbattere della porta, di ciascuno conosceva abitudini
e tacchi delle scarpe. Anche di Goran aveva imparato a distinguere
i segnali, tanto da capire persino da quale lavoro stesse rientrando.
Quando lo sentiva trascinare gli scarponi sapeva che stava tornando
dal cantiere, mentre all’impiego di imbianchino associava lo
stridio delle scarpe da ginnastica logore sul pavimento. Dall’alloggio
di fronte non giunse però nessun suono per tutta la nottata.
La vecchia si sollevò all’alba dal letto con una specie
di oppressione al petto, si infilò il molle scafandro e quasi
corse alla porta per vedere se il pattume fosse stato portato nel
cassonetto. Girò le quattro mandate, aprì uno spiraglio
e gettò uno sguardo avido ai suoi piedi. L’immondizia
troneggiava come il giorno prima, anzi, a Fernanda sembrò che
una mano precisa l’avesse ricollocata al centro del tappeto
con la chiara intenzione di indispettirla. In pochi istanti la donna
si proiettò alla porta di fronte e cominciò a tamburellare
le nocche ossute con la chiara intenzione di far scendere dal letto
quell’affittuario indisponente. “Prima ti fanno mille
storie perché non possono pagare, non hanno i documenti, ti
raccontano le loro storie pietose. Tu gli fai un favore e gli fai
pagare un prezzo basso in cambio di qualche lavoretto, ed ecco che
dopo poco se ne approfittano. Pensano che sia una vecchia scema, ma
si sbagliano”.
Nonostante questi pensieri e la foga con cui percuoteva la porta,
Fernanda si trovò da sola per dieci minuti in quel corridoio
buio, senza ricevere alcun segnale dal tugurio. Tornò in casa,
ma quella giornata trascorse in perenne tensione. Solo il mattino
seguente alla radio sentì del ritrovamento in una discarica
del corpo di un giovane, Goran Krstic, clandestino di nazionalità
kosovara, la cui morte sarebbe stata causata da un litigio in un cantiere.
La donna intinse l’ultimo biscotto nel caffè, sparecchiò
la tavola e andò a vestirsi. Raccolse i capelli con le forcine,
spazzolò la gonna beige e l’impermeabile, si sistemò
il cappello di feltro e uscì. Scese lentamente le scale per
non lasciare che l’odore acre dell’immondizia impregnasse
l’interno del piccolo ascensore e finalmente fu fuori. La città
di sempre, con il suo respiro umido e metallico le permeò narici
e rughe mentre in pochi gestì gettava il sacchetto di rifiuti
nel cassonetto. Stava per dirigersi verso il discount dell’isolato
vicino, quando si accorse di una giovane africana, che stazionava
davanti all’ingresso del palazzo con un biglietto in mano.
«Scusa, qui fita partamento?» le chiese in un italiano
stentato.
Il suo sguardo mite e le spalle forti offuscarono la diffidenza della
vecchia, che aggiustandosi il soprabito si avvicinò alla ragazza.
«Aiutami a fare la spesa. Poi vieni su da me, vedrai che ci
mettiamo d’accordo».
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