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26
febbraio - marzo 2012
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Le insolite
note |
| Di che cosa parliamo quando
parliamo di musica (2ª
parte) di Augusto Q. Bruni |
(Paginauno n. 14, ottobre - novembre 2009) QUI la prima parte dell'articolo |
| Critica
a Il buio, il fuoco, il desiderio di Gino Castaldo |
|
Riprendiamo la dissertazione
sul testo di Gino Castaldo, Il buio, il fuoco, il desiderio,
iniziata nel numero precedente (1). La scomparsa della biodiversità musicale
e linguistica va di pari passo con quella di piante e animali. Contadini
inurbati e forzatamente divenuti operai di fabbrica dimenticano in
fretta l’abitudine di cantare in gruppo durante il lavoro: le
registrazioni fatte nelle campagne d’Italia da Carpitella e
Lomax alla fine degli anni ’50 sono preziose, proprio perché
nella maggioranza dei casi nessuno degli esecutori ha trasmesso integralmente
la propria conoscenza a figli, parenti o amici – e dunque siamo
in piena archeologia musicale e a nulla servono i vari folk revival
di volta in volta risorgenti. Le famose ‘villanelle’ di
De Simone e la NCCP sono pallide versioni settecentesche degli originali
del ’400 (con in più il 'la' rigorosamente fisso a 440
Hz) e il tanto sbandierato neo-tarantismo meridionale – utile
certamente a rimpinguare i magri bilanci delle Pro loco locali –
ha quasi nulla a che fare, musicalmente e soprattutto socialmente,
con ciò che di esso sopravviveva fino agli anni ’50 di
Sud e Magia di De Martino (peraltro assai discutibile come
impostazione di ricerca). In più, la radio è servita da alibi
democratico: pur non potendo presenziare all’evento dal
vivo, dai quattro angoli del mondo chiunque può godere dei
benefici dell’evento stesso; che si tratti della benedizione
Urbi et orbi del papa o del concerto di apertura della Scala. Tuttavia la vera e propria quadratura del cerchio si avrà solo con la favorevole congiuntura demografica postbellica: la rinascita economica dell’Occidente (tutto) porta con sé anche il boom delle nascite e l’impennata dei salari. Esiste dunque a partire già dall’immediata fine del conflitto un’enorme massa di potenziali consumatori, possessori di una maggiore quantità di denaro da spendere in abbigliamento, prodotti di bellezza e musica. Tutti i grandi musicisti pop e rock inglesi della generazione bellica e immediatamente postbellica come Lennon (1940), McCartney (1942), Waters, Jagger e Richards (1943), Beck e Page (1944), Townshend e Clapton (1945), Gilmour (1946) hanno avuto le porte dell’industria dell’intrattenimento aperte e anzi spalancate, perché c’era – fuori – un mercato bello e pronto da conquistare. Negli Usa, qualche anno prima, il fatto che perfetti sconosciuti come Elvis Presley, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash fossero diventati delle star e dei miliardari nel giro di due anni dalla loro apparizione, aveva convinto gli industriali che non solo il mercato dei consumatori c’era, ma che la musica era il settore merceologico in cui investire, con tutti i prodotti che si portava al traino. In altri termini, più crudi ma veri: sino ad allora un adolescente digiuno di teoria musicale non poteva diventare famoso e miliardario grazie a due canzonette al top della classifica; l’industria lo rende possibile. A sua volta, in risposta alla necessità di
permeare il mercato in termini di concentrazione e fusione di potere,
l’industria musicale conosce progressivamente forme spaventosamente
grandi di integrazione economica verticale tra prodotto finito (CD),
macchina per leggerlo (lettore CD), autori (in esclusiva per l’etichetta:
esecutore musicale/arrangiatore/tecnico del suono ecc.), rete distributiva:
Universal, EMI, Warner Music, Sony Music e BMG si dividono attualmente
il 75% del mercato mondiale della musica. Ma – appunto –
tutto ciò non è nato oggi: durante i favolosi anni del
‘furore creativo’, tra il 1965 e il 1970 – anni
citati e amati da Castaldo e a malapena apprezzabili, salvo rari casi,
ancora oggi – l’autoproduzione da parte dei musicisti
è un fenomeno assolutamente trascurabile. Sono quelli infatti
gli anni in cui il settore discografico si afferma come realtà
industriale tout court e nascono le professioni specializzate: il
tecnico di sala d’incisione, il tour manager, l’accordatore
di chitarre da palco, il roadie tuttofare... Se ciò è vero come è vero,
è solo e soltanto il jazz che più di ogni altra musica
ha scardinato gli universi conoscitivi aprendosi all’universo
dei suoni, non solo quelli codificati. Ed è proprio per una
sostanziale ignoranza di questo che Castaldo si ostina a trattare
Luglio agosto settembre (nero) degli Area come un brano rock
quando esso non fornisce neanche la percezione del rock: non ne ha
la scala (è una vecchia canzone greco-macedone chiamata Yerakina),
non ne ha la ritmica (un falso 4/4 in realtà andante verso
i 5/4) e semmai il tutto ha il trattamento di un brano di free-jazz
ibridato con una base melodica balcanica. È il jazz che ha volato concettualmente e
compositivamente alto in quegli anni, non il rock e men che mai il
pop. È però interessante constatare come i risultati
economici siano esattamente invertiti tra le due aree musicali: chi
produce musica veramente innovativa paga con incassi irrisori, chi
apparentemente è all’avanguardia e in realtà al
massimo riassembla con altre vesti cose musicalmente già dette,
fa affari d’oro. Certo sono pochi quelli che escono dalla forma-canzone,
sia come struttura che come armonie. Insomma, l’“ode in morte della musica” di Castaldo equivale a dire che Babbo Natale non esiste. Se ne faccia una ragione. La musica, in Occidente, è merce di scambio, è oggetto di mercato da un bel pezzo. Tanto per non andare troppo indietro nel tempo e nello spazio, basti pensare all’operosa borghesia meneghina rappresentata, per la musica, da Giovanni Ricordi, che già nel 1808 fonda la propria stamperia musicale, nel 1814 pubblica il primo catalogo e in pochi anni acquista la proprietà di tutto l’archivio musicale della Scala, con nomi come Verdi e Rossini. Ma già i musici di corte due secoli addietro, in tutta Europa, eseguivano musica che ben pochi comprendevano appieno, e che veniva valutata per la sua funzione di intrattenimento durante feste e banchetti più che per il suo intrinseco valore musicale; e i suonatori di musica non-liturgica – come quella per matrimoni, dai Balcani all’India – erano pagati non da chi organizzava l’evento ma dai partecipanti all’evento stesso – sempre che l’esecuzione fosse apprezzata. Il che mostra da un lato il disconoscimento del valore intrinseco di quella musica, dall’altro la sua riduzione storica, sociale e culturale a merce da intrattenimento. Ancora pochi anni fa ho visto alcuni membri di sublimi
gruppi di musica rom come i Taraf de Haïdouks e la Kocani Orchestra
passare tra il pubblico per la questua dopo il concerto – regolarmente
pagato dagli organizzatori – tanto era radicata in loro la memoria
della natura e forma del rapporto con chi ascolta. Dietro al successo
dei Beatles non c’è il genio creativo di Lennon e McCartney:
piuttosto c’è lo straordinario fiuto – che oso
chiamare olistico – di Brian Epstein, che intuisce che l’universo
Beatles può, e anzi deve, essere venduto. Innanzitutto
arrangiamenti e tecniche di incisione, poi abbigliamento, auto, comportamenti,
persino il cibo. I Beatles sono catalizzatori e catalizzati, ma non
inventano che assemblaggi di ciò che già esiste e che
la tecnica mette loro a disposizione; Epstein, dietro di loro, inventa.
Il fatto che certe sonorità incise su disco non fossero eseguibili
dal vivo dimostra al di là di ogni dubbio lo spostamento della
creatività su un piano che non era quello strettamente creativo. Le categorie del buio e del fuoco, con cui Castaldo gioca come giocherebbe un dj che s’inventi un pretesto per una conduzione radiofonica, riuscendo anche a venderla a una emittente, sono giochi di compilazione orizzontale triti e straconosciuti – la musica che parla della notte a partire dai titoli, dalle copertine... E se provassimo invece a capire come si fa a esprimere la notte musicalmente, con scale accordi dissonanze silenzi? Perché i critici musicali nazional-popolari come i due Dioscuri di Repubblica, Castaldo e Assante, non ci spiegano – spartiti alla mano – chi si è sforzato di farci percepire il sapore della notte e come ci è riuscito, così come un critico letterario parla della combinazione delle parole e dei silenzi di un poeta? È – troppo facile nascondersi dietro il dito – tutto strumentale e ideologico – della eccessiva tecnicità di tale spiegazione, che escluderebbe dalla comprensione masse consistenti di lettori. Per non essere meramente estetica, e dunque fuori
contesto visto che parliamo di orecchio e di udito, la critica musicale
deve parlare della musica per come viene scritta ed eseguita. Ma questo,
evidentemente, non paga. E il critico musicale di turno può
cavarsela mettendo assieme tutti i titoli rock, pop, jazz e classica
che parlano di notte e di buio. Così il lettore medio (è
a lui che ci si rivolge, no? E alla sua ignoranza, evidentemente,
per blandirla e farsela amica) altro non deve fare che acquistare
la collana di CD o di libri e si trova il lavoro già fatto.
Dopo averla mandata a memoria potrà dire di conoscere tanta
bella musica che parla di notte, ma non riuscirà mai a spiegare
perché un accordo sia più notturno di un altro: al massimo
potrà dire che il critico tale dice che una tale musica parla
della notte, ma non avrà mai fatto né l’esperienza
intellettiva né tanto meno quella esecutiva di una musica suonata
per e dentro la notte. C’è un bellissimo gioco-esercizio della
scuola teatrale di Michail Cechov (erede eretico di Stanislavskij)
e più o meno si chiama “il dono prezioso”. Ci si
mette in circolo e colui che inizia passa al suo vicino un oggetto,
dalla forma più neutra possibile: un cubo, un parallelepipedo,
una sfera, senza differenziazione di colori, ornamenti e quant’altro
valga a qualificarlo. Ora: quante sono le soluzioni armoniche possibili nella musica temperata data una certa successione di accordi? Un numero grande ma definito. E nel rock? Molte di meno. E nel blues? Moltissime meno, veramente pochissime. E allora che cosa si vuole? Cavar sangue dalle classiche rape? Il rock e il blues sono morti da un pezzo perché ogni loro pretesa innovazione non è legata a soluzioni armoniche ardite o aperture armoniche verso mondi nuovi, quanto al potere combinatorio di ciò che già esiste oltre a timbriche, distorsioni, coloriture... insomma a tutta una serie di fattori che sconfinano nel non-musicale come, per esempio, nel visivo. Non va meglio nel pop, specie in Italia dove esiste un bel patrimonio di melodie tenacemente affondate nelle romanze d’opera: un numero grande, ma finito. Da cui gli innumerevoli plagi neanche tanto celati, come ha dimostrato Elio durante un memorabile contro-Sanremo: e non è solo una faccenda che riguarda noi italiani. Se si riduce il numero delle soluzioni armoniche in un brano, e dunque le soluzioni possibili, può essere che Michael Jackson abbia copiato I cigni di Balaka di Al Bano (non lo affermo io ma Roman Vlad, incaricato dal tribunale). Per tornare al rock, i Led Zeppelin non hanno certo inventato nulla quando ri-suonano Dazed and confused: la novità sta nel modo di eseguirla, negli strumenti usati e nell’amplificazione del suono, infine nella fisicità dei musicisti stessi non meno che nel loro abbigliamento. Il contributo strettamente musicale è quasi pari a zero. Eppure è paradossalmente grazie alla gente
come loro (parole di B.B. King) che i musicisti blues di colore hanno
potuto ricominciare a suonare in pubblico negli USA: i padri dei baby
boomer, figli consumatori dei Led, avevano obliato il blues da un
pezzo, e adesso erano i figli a riportargli in casa quella musicaccia
fatta di dolore. A me però interessa la loro voglia di sporcarsi
facendo musica, urticandosi i polmoni, spellandosi le dita
e le mani con corde di strumenti e pelli di tamburi, magari anche
slogandosi i polsi a furia di scratchare un piatto da dj e un cursore
di mixer. È a questo desiderio FISICO che credo, quando mi
interrogo sul futuro della musica; ed è la stessa soddisfazione
che provo quando vedo mio nipote diventare paonazzo per tentare di
tirare fuori una nota da un oboe – dunque non è il genere
di musica quello che mi interessa.
QUI
la prima parte dell'articolo
(1) Di che cosa parliamo quando parliamo di musica, Augusto Q. Bruni, PaginaUno n. 13/2009 |