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Riprendiamo la dissertazione
sul testo di Gino Castaldo, Il buio, il fuoco, il desiderio,
iniziata nel numero precedente (1).
Mi trovo davanti ancora un problema di metodo: non è intellettualmente
né scientificamente corretto, ed è soprattutto mistificatorio,
confondere fenomeni tra loro intrinsecamente diversi e inassimilabili,
soprattutto dal punto di vista causativo, come il contenuto musicale
di un brano e il modo in cui esso viene fruito. È vero, bisogna
dar atto a Castaldo che la separazione tra esecutore e fruitore della
musica spezza drammaticamente secoli di comunanza e rende possibile,
assieme ad altri fattori, la mercificazione completa della musica. Ma,
appunto, ci sono altri fattori. E soprattutto ancora una volta si vede
l’epifenomeno, non la causa del fatto. La soglia temporale, la
nascita della riproducibilità musicale, data alla fine del XIX
secolo, con l’invenzione del fonografo (1877). Ma, per l’appunto,
si comincia a separare l’esecutore dal fruitore, e solo
in Occidente e solo per ristretti strati sociali. Nello stesso Occidente
la vera divisione, cioè la separazione tra esecutore e fruitore,
si ha solo quando la civiltà industriale taglia alla radice le
linee di trasmissione familiari e amicali della comunicazione orale
popolare, nella quale il patrimonio musicale è condiviso e continuamente
in evoluzione (e quindi vivo) grazie al fatto che tutti lo
eseguono: l’ultimo contadino capace di parlare e scrivere il runico
scompare nella Dalecarlia svedese nel 1865 e pochi anni dopo muore anche
l’ultimo bardo capace di cantare l’Edda poetica
a memoria.
La scomparsa della biodiversità musicale e linguistica va di
pari passo con quella di piante e animali. Contadini inurbati e forzatamente
divenuti operai di fabbrica dimenticano in fretta l’abitudine
di cantare in gruppo durante il lavoro: le registrazioni fatte nelle
campagne d’Italia da Carpitella e Lomax alla fine degli anni ’50
sono preziose, proprio perché nella maggioranza dei casi nessuno
degli esecutori ha trasmesso integralmente la propria conoscenza a figli,
parenti o amici – e dunque siamo in piena archeologia musicale
e a nulla servono i vari folk revival di volta in volta risorgenti.
Le famose ‘villanelle’ di De Simone e la NCCP sono pallide
versioni settecentesche degli originali del ’400 (con in più
il 'la' rigorosamente fisso a 440 Hz) e il tanto sbandierato neo-tarantismo
meridionale – utile certamente a rimpinguare i magri bilanci delle
Pro loco locali – ha quasi nulla a che fare, musicalmente e soprattutto
socialmente, con ciò che di esso sopravviveva fino agli anni
’50 di Sud e Magia di De Martino (peraltro assai discutibile
come impostazione di ricerca).
C’è inoltre un altro fattore decisivo su cui Castaldo non
riflette: la mercificazione della musica è possibile non quando
esiste lo strumento di riproduzione, ma quando esistono i consumatori
che acquistano e usano quello strumento di riproduzione. Da questo punto
di vista non è l’industria del disco ad aver creato il
mercato (e dunque, direbbe Castaldo, la separazione definitiva tra esecutore
e fruitore), quanto piuttosto la radio. Prova ne è la sinergia
straordinaria che la radio intrattiene sin dalla sua nascita col potere
politico e religioso: se Marconi in persona sta dietro alla costruzione
della debordante potenza di trasmissione di Radio Vaticana, i gerarchi
nazisti utilizzano perfettamente l’enorme potere della radio per
manipolare l’opinione pubblica e costruire il consenso intorno
ai propri progetti politici.
In più, la radio è servita da alibi democratico:
pur non potendo presenziare all’evento dal vivo, dai quattro angoli
del mondo chiunque può godere dei benefici dell’evento
stesso; che si tratti della benedizione Urbi et orbi del papa
o del concerto di apertura della Scala.
A questo proposito si ricordi il rapporto del tutto straordinario intercorso
tra la NBC e Arturo Toscanini, esule negli Stati Uniti durante il periodo
fascista. Fino a tutta la Grande depressione i dischi a 78 giri avevano
un mercato piuttosto limitato, dovuto agli alti costi dell’apparecchio
fonografico e dei dischi stessi. Soprattutto, il fatto che la nascente
industria si rivolgesse a nicchie di mercato su base razziale (per esempio
i race records destinati al pubblico di colore) limitava enormemente
la nascita di un prodotto di massa. Nel 1937 David Sarnoff – il
presidente della RCA che sin dal 1916 aveva proposto la radio come contenitore
attraverso il quale poter trasmettere diversi contenuti, dalla lettura
di libri al concerto – passa all’offensiva e inventa letteralmente
il personaggio Arturo Toscanini: già famoso e in più
esule dalla parte giusta, il pubblico lo avrebbe emotivamente accolto
a braccia aperte per la gioia dei profitti della RCA. In poco tempo
negli studi della NBC radio viene creato ex novo un intero studio di
registrazione e formata un’intera orchestra. Dal 1937 al 1954
Toscanini e la NBC Symphony Orchestra non sono solo ascoltati per radio
ma anche visti ai quattro angoli del Paese, grazie a una straordinaria
tournèe effettuata con un treno affittato e attrezzato ad hoc
per gli artisti. Questo è il vero inizio della costruzione di
un mercato di perfetti consumatori, che in seguito non avranno più
la necessità di vedere dal vivo il proprio beniamino –
tant’è che arriverà di lì a poco la televisione
a eliminare questo bisogno – e che potranno usufruire, già
alla metà degli anni ’50, di apparecchi e dischi a prezzi
più contenuti.
Tuttavia la vera e propria quadratura del cerchio si avrà solo
con la favorevole congiuntura demografica postbellica: la rinascita
economica dell’Occidente (tutto) porta con sé anche il
boom delle nascite e l’impennata dei salari. Esiste dunque a partire
già dall’immediata fine del conflitto un’enorme massa
di potenziali consumatori, possessori di una maggiore quantità
di denaro da spendere in abbigliamento, prodotti di bellezza e musica.
Tutti i grandi musicisti pop e rock inglesi della generazione bellica
e immediatamente postbellica come Lennon (1940), McCartney (1942), Waters,
Jagger e Richards (1943), Beck e Page (1944), Townshend e Clapton (1945),
Gilmour (1946) hanno avuto le porte dell’industria dell’intrattenimento
aperte e anzi spalancate, perché c’era – fuori –
un mercato bello e pronto da conquistare. Negli Usa, qualche anno prima,
il fatto che perfetti sconosciuti come Elvis Presley, Roy Orbison, Jerry
Lee Lewis e Johnny Cash fossero diventati delle star e dei miliardari
nel giro di due anni dalla loro apparizione, aveva convinto gli industriali
che non solo il mercato dei consumatori c’era, ma che la musica
era il settore merceologico in cui investire, con tutti i prodotti che
si portava al traino. In altri termini, più crudi ma veri: sino
ad allora un adolescente digiuno di teoria musicale non poteva diventare
famoso e miliardario grazie a due canzonette al top della classifica;
l’industria lo rende possibile.
A sua volta, in risposta alla necessità di permeare il mercato
in termini di concentrazione e fusione di potere, l’industria
musicale conosce progressivamente forme spaventosamente grandi di integrazione
economica verticale tra prodotto finito (CD), macchina per leggerlo
(lettore CD), autori (in esclusiva per l’etichetta: esecutore
musicale/arrangiatore/tecnico del suono ecc.), rete distributiva: Universal,
EMI, Warner Music, Sony Music e BMG si dividono attualmente il 75% del
mercato mondiale della musica. Ma – appunto – tutto ciò
non è nato oggi: durante i favolosi anni del ‘furore creativo’,
tra il 1965 e il 1970 – anni citati e amati da Castaldo e a malapena
apprezzabili, salvo rari casi, ancora oggi – l’autoproduzione
da parte dei musicisti è un fenomeno assolutamente trascurabile.
Sono quelli infatti gli anni in cui il settore discografico si afferma
come realtà industriale tout court e nascono le professioni specializzate:
il tecnico di sala d’incisione, il tour manager, l’accordatore
di chitarre da palco, il roadie tuttofare...
Semmai se c’è, in quel periodo e in quello immediatamente
successivo, qualcosa di grande è la capacità del jazz
di aprire strade nuove e inusitate alla musica, a tutta la musica: del
suo contributo si arricchiscono l’Oriente e le scale modali (che
sono anche occidentali), l’Africa, lo svincolamento dallo schema
del be bop e delle scale blues con la flatted fifth... ma già
nel 1946, ne La città del jazz di Lubin, il buon Armstrong
nei panni (quasi) di se stesso pronunciava una battuta memorabile: a
un musicista classico che tentava di suonare il piano a quattro mani
insieme a lui e che indispettito lo riprendeva perché stava suonando
«una nota tra il fa e il fa diesis che non esiste!»,
Armstrong rispose, aprendo un intero universo: «Non importa se
esiste o non esiste, per me funziona!»
Se ciò è vero come è vero, è solo e soltanto
il jazz che più di ogni altra musica ha scardinato gli universi
conoscitivi aprendosi all’universo dei suoni, non solo quelli
codificati. Ed è proprio per una sostanziale ignoranza di questo
che Castaldo si ostina a trattare Luglio agosto settembre (nero)
degli Area come un brano rock quando esso non fornisce neanche la percezione
del rock: non ne ha la scala (è una vecchia canzone greco-macedone
chiamata Yerakina), non ne ha la ritmica (un falso 4/4 in realtà
andante verso i 5/4) e semmai il tutto ha il trattamento di un brano
di free-jazz ibridato con una base melodica balcanica.
E che dire di tutta l’esperienza inglese di gruppi come Soft Machine
e buona parte dei canterburyani, che i critici si ostinano a classificare
come jazz-rock quando al massimo sono strutturati sulla rilettura jazzistica
di un modulocanzone e del rock non hanno né la ritmica né
le scale?
È il jazz che ha volato concettualmente e compositivamente alto
in quegli anni, non il rock e men che mai il pop. È però
interessante constatare come i risultati economici siano esattamente
invertiti tra le due aree musicali: chi produce musica veramente innovativa
paga con incassi irrisori, chi apparentemente è all’avanguardia
e in realtà al massimo riassembla con altre vesti cose musicalmente
già dette, fa affari d’oro. Certo sono pochi quelli che
escono dalla forma-canzone, sia come struttura che come armonie.
Proprio un album di quegli anni, ritenuto una pietra miliare del rock,
è Rock Bottom di Robert Wyatt: a riascoltarlo adesso,
ancora mi domando dove sia andato a finire il rock, dato che ogni volta
sono sempre più convinto di trovarmi di fronte a un album non
solo inclassificabile, ma sicuramente frutto di un doppio rilassamento
(fisico e mentale) che consentì al Wyatt post-incidente di uscire
da ogni schema conosciuto per approdare a una sorta di musica trascendente,
diremmo quasi post-rock ma anche post-jazz: «Il dottore era stupefatto.
Mi disse: “Doveva essere proprio ubriaco per rimanere così
rilassato mentre cadeva dal quarto piano”. Se fossi stato appena
un po’ più sobrio, probabilmente oggi non sarei qui: avrei
teso tutto il corpo per la paura e quindi mi sarei fracassato».
Anche quell’album, acclamato dai critici, non vendette un granché.
E il rock e il pop non sono radicalmente cambiati come se quell’album
fosse stata la lectio magistralis di una nuova era, anzi; bisognava
anche saper suonare e comporre, per andare con quella corrente e oltre
essa. Il che evidentemente non era né nelle corde dei musicisti
né tanto meno in quelle dei produttori discografici. Volendo,
il rock era (già) morto lì, né sarebbe mai più
risorto.
Insomma, l’“ode in morte della musica”
di Castaldo equivale a dire che Babbo Natale non esiste. Se ne faccia
una ragione. La musica, in Occidente, è merce di scambio, è
oggetto di mercato da un bel pezzo. Tanto per non andare troppo indietro
nel tempo e nello spazio, basti pensare all’operosa borghesia
meneghina rappresentata, per la musica, da Giovanni Ricordi, che già
nel 1808 fonda la propria stamperia musicale, nel 1814 pubblica il primo
catalogo e in pochi anni acquista la proprietà di tutto l’archivio
musicale della Scala, con nomi come Verdi e Rossini. Ma già i
musici di corte due secoli addietro, in tutta Europa, eseguivano musica
che ben pochi comprendevano appieno, e che veniva valutata per la sua
funzione di intrattenimento durante feste e banchetti più che
per il suo intrinseco valore musicale; e i suonatori di musica non-liturgica
– come quella per matrimoni, dai Balcani all’India –
erano pagati non da chi organizzava l’evento ma dai partecipanti
all’evento stesso – sempre che l’esecuzione fosse
apprezzata. Il che mostra da un lato il disconoscimento del valore intrinseco
di quella musica, dall’altro la sua riduzione storica, sociale
e culturale a merce da intrattenimento.
Ancora pochi anni fa ho visto alcuni membri di sublimi gruppi di musica
rom come i Taraf de Haïdouks e la Kocani Orchestra passare tra
il pubblico per la questua dopo il concerto – regolarmente pagato
dagli organizzatori – tanto era radicata in loro la memoria della
natura e forma del rapporto con chi ascolta. Dietro al successo dei
Beatles non c’è il genio creativo di Lennon e McCartney:
piuttosto c’è lo straordinario fiuto – che oso chiamare
olistico – di Brian Epstein, che intuisce che l’universo
Beatles può, e anzi deve, essere venduto. Innanzitutto arrangiamenti
e tecniche di incisione, poi abbigliamento, auto, comportamenti, persino
il cibo. I Beatles sono catalizzatori e catalizzati, ma non inventano
che assemblaggi di ciò che già esiste e che la tecnica
mette loro a disposizione; Epstein, dietro di loro, inventa. Il fatto
che certe sonorità incise su disco non fossero eseguibili dal
vivo dimostra al di là di ogni dubbio lo spostamento della creatività
su un piano che non era quello strettamente creativo.
E d’altronde, se dovessimo giudicare un gruppo anche dalla sua
capacità di innovare la forma espressiva rispetto a ciò
che già esiste, i quattro di Liverpool non si discostano mai
dalla forma-canzone, non arrischiano mai non dico un’intera opera
ma financo una suite. E dunque, di nuovo: di cosa parliamo, se e quando
parliamo di musica?
Le categorie del buio e del fuoco, con cui Castaldo
gioca come giocherebbe un dj che s’inventi un pretesto per una
conduzione radiofonica, riuscendo anche a venderla a una emittente,
sono giochi di compilazione orizzontale triti e straconosciuti –
la musica che parla della notte a partire dai titoli, dalle copertine...
E se provassimo invece a capire come si fa a esprimere la notte musicalmente,
con scale accordi dissonanze silenzi? Perché i critici musicali
nazional-popolari come i due Dioscuri di Repubblica, Castaldo e Assante,
non ci spiegano – spartiti alla mano – chi si è sforzato
di farci percepire il sapore della notte e come ci è riuscito,
così come un critico letterario parla della combinazione delle
parole e dei silenzi di un poeta? È – troppo facile nascondersi
dietro il dito – tutto strumentale e ideologico – della
eccessiva tecnicità di tale spiegazione, che escluderebbe dalla
comprensione masse consistenti di lettori.
Per non essere meramente estetica, e dunque fuori contesto visto che
parliamo di orecchio e di udito, la critica musicale deve parlare della
musica per come viene scritta ed eseguita. Ma questo, evidentemente,
non paga. E il critico musicale di turno può cavarsela mettendo
assieme tutti i titoli rock, pop, jazz e classica che parlano di notte
e di buio. Così il lettore medio (è a lui che ci si rivolge,
no? E alla sua ignoranza, evidentemente, per blandirla e farsela amica)
altro non deve fare che acquistare la collana di CD o di libri e si
trova il lavoro già fatto. Dopo averla mandata a memoria potrà
dire di conoscere tanta bella musica che parla di notte, ma non riuscirà
mai a spiegare perché un accordo sia più notturno di un
altro: al massimo potrà dire che il critico tale dice che una
tale musica parla della notte, ma non avrà mai fatto né
l’esperienza intellettiva né tanto meno quella esecutiva
di una musica suonata per e dentro la notte.
È questo il punto più dolente di tutto il libro. A Castaldo
sfugge del tutto un’idea della musica che non sia meramente delega
e/o semplice aspettativa e immaginazione. Posso baloccarmi anni, fidandomi
di ciò che egli invita a fare alla fine del libro, provando a
immaginare Uto Ughi che va a pesca con Giovanni Allevi e finiscono nella
casa di Hilde a giocare a tressette con Orietta Berti (non è
un horror!) mentre Aretha Franklin cucina frittelle. La musica –
tutta la musica – in Occidente, e a maggior ragione in tutti i
Paesi in cui l’Occidente è penetrato come progetto e modello
di vita, per sfuggire alla propria riduzione a merce ha una e una sola
alternativa: occorre che chi ascolta, chi meramente ascolta, prenda
in mano la sua vita e i suoi piaceri e decida di ri-costruirseli da
sé.
C’è un bellissimo gioco-esercizio della
scuola teatrale di Michail Cechov (erede eretico di Stanislavskij) e
più o meno si chiama “il dono prezioso”. Ci si mette
in circolo e colui che inizia passa al suo vicino un oggetto, dalla
forma più neutra possibile: un cubo, un parallelepipedo, una
sfera, senza differenziazione di colori, ornamenti e quant’altro
valga a qualificarlo.
Questo primo partecipante deve sforzarsi di vedere – e quindi
di investire emozionalmente in quell’oggetto – qualcosa
di veramente prezioso, un dono che egli vorrebbe consegnare al suo vicino
con tutto l’affetto possibile. L’oggetto passa di mano in
mano, e ogni volta assume come per magia le connotazioni più
svariate, a seconda della personalità e soprattutto della capacità
di proiezione emozionale di chi lo consegna in quel momento. Esso diviene
vasca per ippopotami nani dello Zimbabwe e cassetta di sicurezza della
banca dei Nani e dei Troll. Ma non è mai lo stesso per nessuno,
e il caleidoscopio di immagini scaturite da quell’oggetto apparentemente
così banale danno il senso del potenziale creativo che si cela
in ognuno. I bambini, questo gioco, lo fanno da sempre; io stesso l’ho
fatto con i mattoncini del Lego; bambini meno fortunati di me giocano
ancora oggi con pezzetti di legno, sassi, rami, foglie e creano universi
che nessun programmatore di computer né gioco di simulazione
potrà mai ricostruire. Ognuno degli oggetti usati per giocare
contiene in sé un numero di possibili combinazioni e variabili
assolutamente imponderabile: dunque, è imputabile di genocidio
della fantasia chiunque fornisca all’infanzia giochi già
belli e pronti in cui bisogna dare la risposta ‘giusta’
per poter crescere bene e in fretta come perfetti cittadini, lavoratori,
consumatori, elettori. Risposte che atrofizzano il potere creativo e
spianano il terreno per la coltivazione in serie di intelletti da catena
di montaggio, qualunque sia l’ideologia retrostante: “Produci
consuma crepa sbattiti fatti crepa cotonati i capelli riempiti di borchie
rompiti le palle rasati i capelli crepa crepa crepa crepa crepa...”
(Morire - CCCP). Lo stimolo alla creatività costruisce
al contrario intelletti capaci di trovare risposte imprevedibili e fresche,
talvolta anche decisamente ironiche e spiazzanti, a situazioni di blocco
apparentemente irresolvibili. Per citare di nuovo lo Zen: il maestro
dice all’allievo, seduto immobile davanti a lui in perfetta posizione
meditativa: «Se ti muovi ti picchio, se non ti muovi ti picchio».
Parrebbe una situazione di blocco assoluto e irresolvibile. E invece
una soluzione possibile (solo una delle) è che l’allievo
strappi il bastone dalle mani del maestro e lo picchi di santa ragione.
Ergo: per superare un ostacolo bisogna moltiplicare i mondi possibili,
oltre quelli dati, così come Dedalo uscì dal labirinto
grazie alla percezione che esisteva anche la dimensione della profondità
oltre a quelle date (imprigionanti) della larghezza e della lunghezza.
Ora: quante sono le soluzioni armoniche possibili nella
musica temperata data una certa successione di accordi? Un numero grande
ma definito. E nel rock? Molte di meno. E nel blues? Moltissime meno,
veramente pochissime. E allora che cosa si vuole? Cavar sangue dalle
classiche rape? Il rock e il blues sono morti da un pezzo perché
ogni loro pretesa innovazione non è legata a soluzioni armoniche
ardite o aperture armoniche verso mondi nuovi, quanto al potere combinatorio
di ciò che già esiste oltre a timbriche, distorsioni,
coloriture... insomma a tutta una serie di fattori che sconfinano nel
non-musicale come, per esempio, nel visivo. Non va meglio nel pop, specie
in Italia dove esiste un bel patrimonio di melodie tenacemente affondate
nelle romanze d’opera: un numero grande, ma finito. Da cui gli
innumerevoli plagi neanche tanto celati, come ha dimostrato Elio durante
un memorabile contro-Sanremo: e non è solo una faccenda che riguarda
noi italiani. Se si riduce il numero delle soluzioni armoniche in un
brano, e dunque le soluzioni possibili, può essere che Michael
Jackson abbia copiato I cigni di Balaka di Al Bano (non lo
affermo io ma Roman Vlad, incaricato dal tribunale). Per tornare al
rock, i Led Zeppelin non hanno certo inventato nulla quando ri-suonano
Dazed and confused: la novità sta nel modo di eseguirla,
negli strumenti usati e nell’amplificazione del suono, infine
nella fisicità dei musicisti stessi non meno che nel loro abbigliamento.
Il contributo strettamente musicale è quasi pari a zero.
Eppure è paradossalmente grazie alla gente come loro (parole
di B.B. King) che i musicisti blues di colore hanno potuto ricominciare
a suonare in pubblico negli USA: i padri dei baby boomer, figli consumatori
dei Led, avevano obliato il blues da un pezzo, e adesso erano i figli
a riportargli in casa quella musicaccia fatta di dolore.
Altro caso: che cosa differenzia veramente un brano come You really
got me oppure Louie Louie da un successo clamoroso come
Smell like teen spirit? Sono sempre gli stessi tre accordi
– variamente combinati – con voce, strumenti e contesti
assolutamente diversi. Quarant’anni di storia del rock per non
fare un solo passo avanti. Ma se fate tanto di osservare che la pappa
musicale è sempre quella, e dunque sarebbe auspicabile un po’
d’aria nuova, si leveranno alti gli scudi di chi vuole vedere
differenze a ogni costo. Ripeto: il valore musicale aggiunto, cioè
nuovo, del 99,9% del rock attuale rispetto a quello di sessant’anni
fa è pari a zero. Ho provato a spiegare ai ragazzini di una scuola
media di Bologna che i rapper di oggi non hanno inventato un bel nulla,
che le sfide di insulti ritmati di Eminem e soci esistevano già
cent’anni fa e le strofe si chiamavano Dirty Dozen, che quelle
parole così significative rappate da una sconosciuta donna su
una base di scratch – costruita in precedenza – non erano
state scritte e cantate dalla Pina o da Meg ma dalla nostra santa nonna
Giovanna Marini ne I treni per Reggio Calabria. E dunque, prima
di scimmiottare gesti movenze e rime fuori dalla loro cultura nazionale,
forse era il caso si studiassero la musica del passato per evitare di
ripetere all’infinito le stesse cose e anche per tentare di dare
loro stessi un contributo originale. Hanno dovuto ammettere che non
avevo tutti i torti, ma hanno replicato che a loro la musica interessava
FARLA, non studiarla. Il problema è che dietro quella risposta
ho letto la voglia di competere e arrivare a essere famosi e riconosciuti;
nulla a che vedere con il gioco innocente. Erano già indirizzati
verso la produttività richiesta dall’industria.
A me però interessa la loro voglia di sporcarsi
facendo musica, urticandosi i polmoni, spellandosi le dita
e le mani con corde di strumenti e pelli di tamburi, magari anche slogandosi
i polsi a furia di scratchare un piatto da dj e un cursore di mixer.
È a questo desiderio FISICO che credo, quando mi interrogo sul
futuro della musica; ed è la stessa soddisfazione che provo quando
vedo mio nipote diventare paonazzo per tentare di tirare fuori una nota
da un oboe – dunque non è il genere di musica quello che
mi interessa.
C’è un’evidente stonatura e sproporzione –
insomma qualcosa di serio non va – in un Paese in cui esistono
quaranta milioni di possibili commissari tecnici e commentatori calcistici
e un numero assai più piccolo di persone che realmente si sporca
di fango tirando calci a una palla; la cosa diventa ancora più
evidente quando si pensa ai milioni di spettatori inchiodati davanti
alla televisione dalle imprese del Moro di Venezia prima e da Luna Rossa
poi, come se di colpo tutti fossimo diventati marinai e – di nuovo!
– navigatori, come nel Ventennio. La situazione diventa infine
drammatica se pensiamo ai milioni che ascoltano e consumano musica ogni
giorno rispetto ai quattro gatti (in proporzione) che la musica la fanno
sul serio. È a questi che credo quando penso al futuro della
musica, non ai critici musicali e alle loro classifiche dei cento dischi
imperdibili. Non mi importa che usino mandolini a pizzico piuttosto
che un campionatore o una scatola di fiammiferi: il suono è destinato
a cessare in ogni caso quando chi può controllare il proprio
strumento lo zittisce e torna al silenzio, allo spazio primigenio da
cui tutto può nascere, musica inclusa. E il suo desiderio di
creare sarà tanto più forte quanto più egli saprà
slegarsi dalla necessità di essere ascoltato da altri, visto
da altri, infine pagato da altri per ciò che fa. Se questo non
avviene bisogna rassegnarsi: la musica è già morta dentro
di noi prima che fuori, nel mondo, e a nulla – men che mai oggi,
visto che la morte di certa musica è già avvenuta da un
bel pezzo –serviranno gli accorati lai dei bei nomi della critica
musicale a comporre odi in morte della musica, rimpiangendo a oltranza
i bei tempi passati quando la musica era vera e viva e loro stessi erano
giovani e ribaldi e belli (mutatis mutandis, è esattamente
come Oriana Fallaci che ripensa al Vietnam dei suoi vent’anni).
È un film già visto attraverso i secoli: il padre del
padre del padre del padre del padre di mio padre, e magari ancora più
indietro, si lamenterebbe allo stesso modo della musica di oggi mentre
ai tempi suoi, quella, davvero era musica, ragazzi!
Come diceva il dàimon a Socrate: dovresti fare più
musica.
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