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febbraio - marzo 2012
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Le insolite
note |
| Di che cosa parliamo quando
parliamo di musica (1ª
parte) di Augusto Q. Bruni |
(Paginauno n. 13, giugno - settembre 2009) QUI la seconda parte dell'articolo |
| Critica
a Il buio, il fuoco, il desiderio di Gino Castaldo |
|
“I critici
musicali sono persone che non sanno scrivere che intervistano persone
che non sanno parlare per un pubblico che non sa leggere”. Scritta anni fa questa frase – a ben leggerla – ha in sé qualcosa che va al di là della semplice provocazione, a cui peraltro il mai abbastanza rimpianto Duca di Prugne ci aveva abituato. Un buon esempio è dato dalla lettura di questo ultimo lavoro di Gino Castaldo, Il buio, il fuoco, il desiderio (Einaudi). Fascinoso il titolo, agile il formato, intrigante il sottotitolo: “Ode in morte della musica”. Dopo attenta lettura e meditazione, la frase di Frank Zappa andrebbe così riscritta: “I critici musicali sono persone che in larghissima maggioranza non sanno né leggere né scrivere la musica né tanto meno eseguirla, e dunque quando scrivono di essa andrebbero evangelicamente perdonati, perché non sanno quello che fanno, a patto non traggano da tale scrittura illegittimo guadagno. In tal caso la pena è raddoppiata, perché oltre all’illecito guadagno c’è anche la diffusione di notizie false, tendenziose e atte a procrastinare all’infinito l’ignoranza di chi legge”. Conosco abbastanza bene i critici di jazz, e posso affermare che tra loro il tasso di alfabetizzazione è sufficientemente alto da ritenere che in genere essi sappiano di che cosa parlano. Non conosco così bene i critici di musica classica, ma sono portato a credere per una serie di ragioni (specie per la lirica) che almeno un fondo di conoscenza della teoria musicale e della storia della musica (occidentale) essi la possiedano, e che dunque parlino con un poco di coscienza in più dei critici di pop e rock. Quest’ultima categoria è realmente il refugium peccatorum di tutti quelli che di null’altro hanno trovato occasione di scrivere e, spesso e volentieri, riescono anche a farsi pagare per ciò che scrivono. Affermo inoltre (vedremo tra un attimo perché) che a ciò che in generale i critici scrivono bisognerebbe fare la tara, per estrarne concetti che in qualche caso, applicati cum grano salis, hanno senso. Prima tara Seconda tara Ho un ricordo straziante della mia adolescenza quando, in pieno periodo ideologico folk-revival e senza sapere quasi nulla di musica, andavo a fare ricerca musicale sul campo da contadinie artigiani: l’attuale strazio deriva dall’ignoranza con cui mi incaponivo a tentare di accordare la chitarra in modo da accompagnarli, senza riuscire ad accettare che il loro ‘la’ non era a 440 Hz come il mio, che essi cantavano in re bemolle (accordati semmai con l’organetto a due bassi, accordato in re bemolle, appunto) e che avevano il canto pieno di melismi e variazioni irriproducibili dalla mia ugola, mai andata a lezione da loro, e infine – cosa veramente terribile e straordinaria – essi spesso non cantavano secondo la scala temperata, ma in scala naturale: insomma, quasi dei fossili viventi in termini musicali. Per cominciare a capirci qualcosa dovetti attendere una memorabile lezioneconcerto di Giorgio Gaslini durata tre giorni intitolata (credo) “Dal canto popolare al free-jazz”, in cui Gaslini ripercorreva a furia di esempi pratici il lungo cammino di quella musica, che dagli schiavi deportati nei campi di cotone portava dritto alle prigioni e alle fabbriche e alle sale da concerto, ai bordelli e ai palcoscenici. Tempo dopo, quando raccontai il mio travaglio a Márta Sebestyén, stella e gloria mondiale del folklore ungherese, ella disse che mi capiva perfettamente. Anche lei era nata in città, come me, ma per fortuna aveva avuto una maestra d’eccezione, cioè sua nonna che abitava in campagna fuori Budapest, che le aveva trasmesso intatto un immenso e vivo patrimonio orale: ai critici musicali locali (tutto il mondo è paese) che osservavano come ella cantasse “come le vecchie contadine” rispondeva sorridendo: «Appunto: così si canta» (problema che fu a suo tempo ben presente, per rimanere in Ungheria, a Béla Bartók). Insomma: credete davvero a Castaldo che pensa che le esecuzioni ‘vere’ delle musiche oggi definite ‘etniche’ siano quelle della Real World, piallate e arrotondate a uso delle orecchie occidentali? Credete davvero che un qawwali eseguito in grazia di Dio (letteralmente) nelle feste e nei luoghi comandati stia dentro i 65-80 minuti di un cd? Oltre all’accettazione dell’inevitabilità
del lignaggio da acquisire, per non parlare a vanvera, ci sono un
altro paio di cosette, a mo’ di corollario della seconda tara,
da tener presenti. Senza strapparsi i capelli a tutti costi, come fa
Castaldo, e come a suo tempo faceva Mircea Eliade (che giudicava il
jazz una musica demoniaca in quanto appunto desacralizzata), varrebbe
invece la pena osservare come la semplice consapevolezza di ciò
che si fa, e soprattutto del QUI e ORA, produca ancora oggi cose straordinarie,
o quantomeno in sintonia e in armonia macro e micro-cosmica, con il
suddetto QUI e ORA. Quante persone, quanti critici musicali, hanno notato
questa ‘appropriatezza’, questa armonia, Castaldo compreso?
Non mi risultano in numero dispari inferiore a tre. Mi risulta invece
che Castaldo s’incaponisca a voler attribuire ‘valore
illuminante’ a uno sguardo fisso di Hendrix durante la famosa
esecuzione, a Woodstock, dell’inno statunitense. È un’opinione
del tutto soggettiva e sviante, un bel pretesto: mi sono rivisto il
filmato e sono piuttosto portato a pensare che Hendrix stesse ascoltando
dentro di sé l’ispirazione, per tirare fuori quello che
tirò fuori, più che essere intento a ‘vedere il
futuro della musica’. In realtà non ha importanza che gli occidentali abbiano capito che cosa stesse facendo Shankar al di là dell’esecuzione di quel raga (peraltro, a detta dei puristi indiani, un poco scialba [2]), ma è fondamentale che l’abbia compreso il musicista, perché la sua cultura possa rimanere viva e avere sempre, per lui, un senso, (micro e macrocosmico); cosa che manca del tutto a chi vive in una cultura desacralizzata. Forse, azzardo, John Coltrane l’aveva capito e per questo negli ultimi dischi (quelli in cui molla il quartetto con Garrison e Tyner e suona con la moglie Alice e Rashied Ali) c’è un vero salto quantico verso l’universo, interrotto solo dalla sua precoce dipartita. Secondo: la musica è un fatto mitico. La categoria del mito è un tentativo di spiegare la complessità del mondo, per come è fatto, sin dalle origini. Dunque il mito si sforza di dare senso al mondo: i miti cosmogonici e le culture che da essi nascono, laddove i fili della tradizione non si sono interrotti e sono (talvolta miracolosamente) arrivati sino a noi, descrivono “l’ordine naturale delle cose”, così come lo chiama il Taoismo. In tale cultura anche l’altezza dei suoni delle scale pentatoniche cinesi ha un senso di adeguatezza alla descrizione del mondo, che è - in primis - cosmica, riferita dunque all’astrologia/astronomia (proporzioni tra orbite dei pianeti e suoni... qualcuno ricorda l’harmonices mundi e un certo Pitagora?). E non è un caso che il termine ‘Tao’, di per sé intraducibile a meno di non operare forzature tra culture incomunicabili, trovi collocazione semantica grazie a Richard Wilhelm, il quale usa una categoria meta-concettuale e lo traduce sic et simpliciter in ‘senso’. Terza tara Per andare più a fondo, dunque, si può – anzi in certi casi si deve – partire dai presupposti teorici della propria cultura. Si deve, soprattutto, se i postulati conoscitivi di altre culture sono radicalmente diversi dai nostri. Essi non possono essere approcciati se non si ‘vuota la tazza’, secondo un modo di dire del buddhismo zen, cioè se non si svuota la testa dai paradigmi conoscitivi che anche solo a livello inconscio abbiamo assorbito. Per farlo – e aggiungo, per essere dei critici musicali onesti e non vendere l’aria o la fontana di Trevi come Totò – c’è una via semplice, nella quale (curiosamente) la fisica e lo zen s’incontrano: bisogna andare alla radice delle cose. Il fisico sa perfettamente che il suono (e dunque la musica) non esiste se non grazie all’interazione di più fattori: un corpo che collide con un altro, la messa in moto conseguente di un’onda attraverso un mezzo come l’aria o l’acqua, la differenza di pressione sul timpano, la trasmissione di tale differenza di pressione al cervello tramite i meccanismi dell’orecchio; il meditatore zen sa altrettanto bene che, come tutte le cose, anche il suono di per sé non esiste. La cultura zen afferma che i fenomeni sorgono in modo condizionato, cioè presuppone un’interdipendenza costante – in termini causali – di tutto ciò che esiste. Il maestro dice all’allievo: «Portami il suono di una mano sola». La meditazione analitica porta alla comprensione del sorgere interdipendente del fenomeno ‘suono’, e alla comprensione conseguente del fatto che una mano sola non basta per produrre suono. Né basta un dito: ne servono due oppure un dito più una superficie su cui batterlo, per produrre suono. Ancora: se non si capisce quantomeno la natura fisica
della musica, il suo miracolo, si continua a percepire e valutare
e chiacchierare l’epifenomeno e non la causa (parlare, parlare,
parlare... mai fare musica: esattamente come per il calcio,
il nostro è un Paese di critici). La dimensione vera della
musica non sta nel fatto che essa è viva nel tempo, che essa
vive nel suo farsi – cioè in una successione di attimi
temporalmente successivi – quanto nel fatto che la sua scaturigine
è il silenzio, l’assenza di produzione interdipendente
e condizionata di un’onda sonora... e di una minima differenza
di pressione sul timpano. La teoria dei cinque elementi così come conosciuta
dalla Cina all’India agli amerindiani vede infatti sempre presente
a fianco di acqua, terra, fuoco, aria, lo spazio come antecedente
a tutto, anche agli elementi citati. È nello spazio tra il
suono e il non-suono che si può cominciare a intuire qualcosa
della magia della musica: ma tale spazio – per essere prima
di tutto percepito e poi, eventualmente, conosciuto intellettivamente
– è connaturato al silenzio; non come semplice assenza
di musica, ma come dimensione reale di un pezzo della vita. È
lì che il tempo, come dice il premio Nobel Ilya Prigogine,
diventa creazione continua. È lì, dunque, dall’educazione
al silenzio, prima che di quella al tempo, che bisognerebbe ri-partire
in un’ideale ipotesi di azzeramento della nostra civiltà
per ricostruire una nuova dimensione del vivere la musica.
QUI la seconda parte dell'articolo
(1) The ragas of northern indian
music, Alain Danielou |