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febbraio - marzo 2012
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Nel Traité
du monde, Cartesio sviluppa tutta la sua teoria circa i meccanismi
animali. Visto quel che n’era stato di Galileo – condannato
nel 1633 – e come testimonianza di un buon istinto di conservazione,
il libro né verrà dato alle stampe, né tramandato
ai posteri. Tanto è stato sufficiente, tuttavia, in aggiunta
alle sue modellizzazioni della circolazione sanguigna servendosi dei
circuiti idraulici delle fontane luminose, per individuare in Cartesio
un padre nobile di quella cibernetica che Ampère e Wiener,
con diversa fortuna (o sfortuna), codificheranno rispettivamente come
“scienza del governo” (per l’etimo greco, già
in Platone come “arte del pilotaggio”) e “scienza
del controllo e della comunicazione negli animali e nelle macchine”.
Tale opposizione di vedute costituisce i termini fondamentali entro i quali si articolerà l’opposizione moderna fra dualismo e materialismo. Da una parte, chi cercherà il punto d’incontro della res cogitans con la res extensa, o della mente con il corpo – dalla ghiandola pineale di Cartesio agli psiconi di Eccles; dall’altra, chi si affaccenderà sul cervello alla ricerca di qualcosa di fisico da isolare come responsabile delle sue migliori prestazioni – come il percepire, il vedere, l’udire, il categorizzare, il parlare, il significare, etc. Mentre il programma dualista come programma scientifico si squalifica da solo – o richiedendo l’intervento di Dio o autocontraddicendosi, perché definirebbe il mentale che cerca come il fisico cui sia stata tolta la fisicità – sembra più arduo rendersi conto dell’insufficienza del programma materialista, almeno nelle versioni fino a oggi più comunemente formulate. Se ne lamentava già un materialista storico
convinto come Rossi-Landi, nel 1967 (2). Salutando l’incontro
tra neurologia e ingegneria elettronica e dicendosi ben lieto di quanto
il dominio dell’uomo sulla natura si andasse estendendo “fino
al punto di ricostruirla al livello della vita e dell’intelligenza”,
faceva notare, però, che “chi si occupa del funzionamento
del cervello e della sua riproduzione tende a ignorare [...] le ricerche
di chi ne studia invece i prodotti”. Da ciò
la consapevolezza che il materialismo degli scienziati mai si è
affrancato del tutto dalla sua versione ingenuamente meccanicistica
– versione in merito alla quale “tutto il comportamento
umano sarebbe riducibile a quanto avviene nella materia del cervello”.
Da ciò, anche, la consapevolezza di quanto fosse parziale e
fuorviante il programma della prima cibernetica. Così abbiamo avuto e abbiamo tuttora cercatori
di “coscienza”, di “io” e di tracce mnestiche,
o gente che studia il computer – cui, peraltro, attribuisce
una misteriosa perché indefinita “intelligenza”
(3) – sperando di capire qualcosa, a un tempo, sul cervello
e sulla mente. Alla stessa stregua, se si schiaccia l’apposito
pulsante del giocatore di scacchi di Torrès y Quevedo –
grazie al quale la macchina eseguirà cinque mosse più
o meno ‘stupide’ – non si è affatto legittimati
a considerarne lo stato interno come l’equivalente di un trauma
o di una malattia neurologica. Il fatto che la mia calcolatrice tascabile
registri il risultato di un’operazione per poi restituirmelo
al momento da me considerato opportuno, non mi autorizza a indagare
sui suoi organi nella convinzione di acquisire preziose informazioni
sul meccanismo della memoria. E ancora: l’analisi accurata dei
costituenti e del comportamento di Elsie, la tartaruga meccanica di
Grey Walter, non mi dirà alcunché, sui costituenti e
sul comportamento delle sue colleghe naturali, che già non
sappia. Qualora le attività umane prese a modello siano quelle individuate come processi di pensiero e linguaggio, questa seconda alternativa ne offre immediatamente un’altra – quella fra l’imitazione del cervello così come ce lo configura il sapere naturalistico a disposizione, e quella di un’imitazione del cervello, soltanto dopo che un modello di funzione (ovverossia di ‘mente’) abbia guidato all’osservazione del cervello stesso. Lo sviluppo della prima alternativa, nonostante fosse chiaramente suggerito da McCulloch e Pitts (e nonostante, come ricorda Somenzi (5), lo stesso Wiener avesse già osato pensare all’inserimento di neuroni estratti da organismi viventi negli organi artificiali di un calcolatore), è rimasto a lungo frenato e oggi se ne può individuare qualche sintomo nel tentativo di approccio “biologico” alla “coscienza” di Edelman e nelle varie realizzazioni di reti neurali – simulazione di catene di neuroni da cui emergerebbero apprendimento e generalizzazione, come nel caso del ‘riconoscimento’ di visi (per esempio, il Facenet) o di caratteri alfabetici. Prodromi della seconda alternativa possono esser considerati L’Adamo II, presentato da Ceccato nel 1956 – un modellino di alcune fra le più usate categorie mentali – nonché tutti i lavori analitici della Scuola Operativa Italiana e i progetti a essi correlati (inclusi quindi il progetto di una macchina che passi dall’osservazione alla descrizione di quanto osservato, il progetto di una macchina che traduca da una lingua a un’altra, la semantica di Vaccarino e il sistema di comunicazione uomo-scimpanzè tramite computer realizzato da Ernst von Glasersfeld e da Pier Paolo Pisani nell’ambito del Lana Project) (6). Senza il superamento dell’opposizione sterile fra dualismo e materialismo – lasciando da parte, dunque, le descrizioni della mente in termini di entità, statiche per definizione, o il presupposto di una mente inanalizzabile, o la contraddittoria considerazione del mentale in termini fisici – questa base di risultati pionieristici non avrebbe potuto formarsi. Se certi programmi cibernetici, ottenendo successi di ordine pratico, hanno potuto mascherare le carenze di metodo – come quando, per un programma di traduzione automatica da una lingua a un’altra, si decide di passare da controparte fisica a controparte fisica, ignorando, deliberatamente o meno, ciò che i designanti in quanto designanti designano, ma andando incontro anche ai numerosi problemi della polivocità e della funzione semantica delle soluzioni sintattiche – altri si sono imbattuti in difficoltà teoriche insormontabili conseguenti sia, come dice Vaccarino, alla “rinuncia all’analisi delle operazioni mentali” in ossequio all’ideologia fisicalista della “scatola nera” (7), e sia, come dice Ceccato, per aver confuso “ciò che spetta alla funzione di un organo con ciò che spetta al funzionamento di un organo”, perché quando la funzione è mentale, cioè corrisponde a un’attività costitutiva, come il percepire o i cento modi di considerare, non può mai essere identificata con ciò che l’osservazione rivela sull’organo o nell’organo; mentre il funzionamento è sempre fisico, osservato sull’organo fisico, individuato nello spazio e seguito nel tempo” (8). Questo – molto in breve – il quadro storico all’interno del quale è stato legittimato il dibattito sulle ‘macchine intelligenti’: poco importa se la cibernetica ha lasciato il passo, prima, agli studi che sono andati sotto il nome di ‘intelligenza artificiale’ e, poi, in parte, a quelli che si sono riuniti nell’ampio alveo della ‘scienza cognitiva’, perché, sotto l’etichetta diversa, i problemi – se vogliamo, quelli ereditati dalle formulazioni contrapposte di Cartesio e di La Mettrie – sono rimasti rigorosamente gli stessi. Ammettendo, dunque, di poter sfuggire al dualismo
e al materialismo (almeno a quello in versione panfisicalistica),
si può delineare una scienza dell’artificiale dotata
convenientemente per attraversare il mentale e, quindi, occuparsi
di attività inclusive del linguaggio e del pensiero. Si tratta,
più che altro, di un’affascinante ipotesi per il futuro.
Per il cinema – e per le forme di narrativa con le quali è
associabile –le cose stanno in termini ben diversi. Dal servomeccanismo
più rudimentale si è passati, piuttosto rapidamente,
a rappresentare il replicante perfetto, l’automa che parla,
ragiona e si muove esattamente come l’essere umano che l’ha
costruito. Forse, la sbrigatività della soluzione non è
del tutto casuale. a) Quella, morfogeneticamente grezza, che non può prescindere da un algoritmo ‘di sicurezza’, cui, cioè, è stato ordinato un intero sistema di ubbidienza al padrone tranne l’eventualità d’interrompere definitivamente il vivente. A modello può venir considerato il robot servizievole de Il pianeta proibito, di Fred Mc Leod Wilcox. Si tratta di una macchina etica con tutte le contraddizioni del caso: nulla si esplicita, infatti, sui confini fra vita e non vita, o fra umano e non umano – si accetta, e si impone, implicitamente una tassonomia del ‘creato’ ove ‘uomo’ e ‘vivente‘ sono differenziati di per sé. b) Quella rivoltosa o degenerativa cui, alla faccia degli algoritmi che la costituiscono, emerge il programma imprevisto e dannoso, spesso letale, per il suo costruttore. Sul modello ideologico del Frankenstein della Shelley, i riferimenti d’obbligo toccano al computer di bordo in 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, e ai replicanti da annientare in Blade runner di Ridley Scott. Che il primo di antropomorfico non abbia nulla e che i secondi, invece, di antropomorfico abbiano tutto tranne alcune reazioni psicofisiologiche, poco importa (poco importa a noi. Di più al personaggio protagonista che mai sarebbe partito per una vita serena e spensierata con il computer di 2001, mentre, di fatto, parte, per una vita serena e spensierata, con una replicante sopravvissuta in Blade runner). L’impresa scientifica, si sa, è invece ancora alle prese con il riconoscimento della voce che, nonostante i programmi-scorciatoia alla portata di tutti i possessori di personal computer, costituisce ancora, in assenza di una modellizzazione efficace dei processi di significazione, un ostacolo non indifferente (9). c) Quella teleologica, assassina, programmata per eliminare l’intera classe cui appartiene il proprio artefice. Il modello è quello di Hardware, di Richard Stanley, dove da residuato e suppellettile, la macchina si rigenera per conseguire il proprio scopo. Anche qui, perché non attacchi il basilico o gli scarafaggi non è esplicitato, ma concettualmente riconduce a esemplari ben noti nella storia della cibernetica – come al Miso di Albert Ducrocq che aggrediva oggetti elettrici, o a quel ‘cane elettronico’ che, a quanto narrano le cronache americane del 1939, a causa della propria sensibilità al calore, si schiantò contro un’automobile dai fari incautamente accesi (10). d) Quella che ha raggiunto la coscienza di sé e della propria finitezza, nonché le conseguenti angosce che la tradizione spiritualistica assegna a queste e a consimili consapevolezze. Automi kierkegaardiani, sul versante dell’esistenzialismo cristiano. Non a caso dovuto al medesimo Ridley Scott, il modello è quello dei replicanti di Blade Runner e del cyber di Alien. e) Quella che ha raggiunto tanta coscienza di sé e della propria finitezza da volerla far finita quando capita l’occasione. Automi sartriani, sul versante dell’esistenzialismo ateo. Il modello è quello di Alien 3, di Fincher, ove al sacrificio dell’eroina, fa riscontro l’eutanasia di un cyber in avanzato stato di rottame biochimico. f) Quella che realizza l’ipotesi di Wiener sull’ibridazione tra naturale e artificiale. Il modello – non privo di inquietanti risvolti sociali – è quello del Robocop di Paul Verhoven. Rimanendo in tema, nella modestia dell’oggi, si potrebbe intervenire a favore di coloro che professionalmente abbiano a dover riconoscere bene e prontamente le facce ‘espandendo la loro memoria’ in un Facenet portatile. g) Quella il cui cervello artificiale è una macchina chimica. Il cui modello, almeno a giudicare da bave verdastre e altre eiezioni, si trova in Alien di Ridley Scott. Sembrerebbe la risposta positiva all’invito, rivolto da Somenzi (11), “agli specialisti di bionica, biofisica e biochimica” a riprodurre artificialmente, imitando e strutture e funzioni, gli organismi naturali a partire “dagli stessi elementi chimici dai quali essi si sono formati a loro tempo” (che poi il cervello non possa esser ricostruito con elementi chimici diversi, dal cui insieme risultino quelle bave verdastre e quelle eiezioni di cui l’umano sembrerebbe carente, ovviamente, non è da escludersi: il fisico non conosce univocità di strade). h) Quella automanutentiva e autoriparativa, anche se non ancora autopoietica. A modello può richiamarsi il Terminator di James Cameron, che, nelle rare pause che il suo viaggio nel Tempo gli concede, rimedia come può ai guasti e alle ingiurie degli umani. Grossomodo, riflettendo la teorizzazione di Walter Cannon circa la facoltà, per un organismo vivente, di mantenere relativamente costante un certo stato di equilibrio, si può dire che appartenga alla linea evolutiva dell’omeostato di William Ross Ashby (12). i) Quella dotata di scopo e aderente a un programma ideologico. Macchina particolarmente ingenua, può identificarsi con i robottini simpatici e petulanti di Guerre stellari di Steven Spielberg, i quali – per quanto vilipesi e conculcati – protraggono indefessamente le proprie ‘elaborazioni’ dalla parte del Bene e contro il Male. Sono figli di un manicheismo prestabilito il cui ruolo consolatorio, nelle forme della narrativa popolare, non accenna a venir meno. l) Quella quasi integralmente sfisicizzata, ridotta a mero programma. Come quella che opera nell’agenzia di turismo mentale di Total recall, di Paul Verhoven. Praticamente, un floppy disk o un cd rom in forma di iniezione. A dimostrazione ulteriore della continuità fra hardware e software. m) Quella puramente teorica, perfetta, risultato di un’analisi esauriente della mente umana, ma vanificata da un elemento irriducibile, il subconscio. Il trionfo di Freud su Wiener. La si deduce da Il pianeta proibito, dove la civiltà della consapevolezza e della padronanza della tecnologia nulla ha potuto contro la bestia ancestrale che ringhia dentro ciascuno dei suoi membri. Una sorta di riedizione ammodernata della biblica Torre di Babele, ove presunzione e trasgressione del tabù vanno castigate. Dicevo che, forse, la sbrigatività con cui
le narrazioni cinematografiche sono passate dal
(1) G. Preti, Prefazione a J. O.
de La Mettrie, L’uomo macchina; Milano, 1973
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