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aprile - maggio 2012
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| Il cattivo selvaggio di Sabrina Campolongo |
| Recensione
de I cariolanti, Sacha
Naspini |
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A 9 anni, Bastiano sa già benissimo che cos’è
la fame. Il padre è il solo che provveda a procurare il cibo,
quando può allontanarsi dalla buca, quando ne trova. E se
non ne trova, si mangiano vermi o radici, e se un soldato viene
abbattuto proprio sopra la botola, si mangia anche lui, e se non
si trova davvero nulla, si può arrivare addirittura a cibarsi
di una fetta di se stessi. Come un animale, o come un bambino. Come Pinocchio che è
pronto a mentire, a tradire, a rubare per ottenere ciò che
vuole, senza riconoscere altro che l’oggetto della propria
fame, o il pericolo, o la curiosità, l’unico bisogno
non elementare capace di determinare le scelte del burattino, prima
della ‘redenzione’ finale. La curiosità che commoveva
Giorgio Manganelli, che, come racconta la figlia Lietta, “seduto
a terra, in calzoncini corti, sfogliava con avidità la pagine
di quel libro fantastico per poi sciogliersi in lacrime disperate
alla morte del burattino ‘maraviglioso’, che veniva
sacrificato per dar vita all’inutile e banale ‘bravo
ragazzo’, senza storia e senza nulla da raccontare”
(2). Il tratto meno lineare di questo esemplare di uomo è probabilmente il suo bisogno di raccontare, di raccontarsi. Narrando a voce, o addirittura scrivendo, nel caso di un solo, breve, sgrammaticato messaggio al mondo, Bastiano trasmette la propria storia a un interlocutore ogni volta diverso (umano o animale, vivo o cadavere, non sembra fare differenza), mescolando candida ingenuità e ferocia, stupore e rabbia, antichi saperi che vengono dalla terra e dall’osservazione del mondo animale e furbizia tutta umana, solo in parte appresa. Sebbene non spiegabile attraverso leggi biologiche, anche il bisogno di narrare sembra essere, per Bastiano, una necessità primaria, come quella di nutrirsi. Bisogno di confermare la propria esistenza nel racconto di sé, o bisogno di trasmettere un messaggio? Probabilmente entrambe le cose. E, se la prima esigenza interesserà
forse maggiormente lo scrittore, colui che vive il bisogno di narrare
come un istinto che non può spiegare, la seconda apre questioni
universali. Chiedendoci quale messaggio ci comunica Bastiano, con
la sua disgraziata esistenza, nata di traverso, si inciampa immediatamente
nella grande questione che ha precorso e percorso l’Illuminismo,
quella della natura dell’essere umano. Fondamentalmente buona
e quindi corrotta dalla civiltà, come ipotizzava Rousseau,
o invece crudele, lupigna, ‘addomesticata’ dalla civiltà,
come riteneva Hobbes? La vita di Bastiano sembrerebbe, a uno sguardo superficiale, dare ragione al sindaco Moratti. La propensione verso comportamenti antisociali appare in lui assolutamente ‘naturale’. Trovandoci di fronte la sua riflessione allorché, rinchiuso in un campo di concentramento, rifiuta di cedere la propria misera razione di cibo a un compagno in fin di vita, difficilmente potremo condividere la sua scelta dal punto di vista etico, ma, allo stesso tempo, non potremmo affermare che essa sia perversa o contronatura: “Perché se un lupo crepa di fame e si ritrova tra le mani un bell’agnello bianco se lo pappa in un momento, hai voglia che gli altri lupi gli vadano a dire che quel bocconcino serve di più a un altro. Il lupo se lo mangia e zitti tutti, sennò poi vedete che succede. Magari si rivolta e sbrana tutta la compagnia”. E, se questa affermazione così ferina può ferire
o turbare, una lettura adulta della favola di Collodi non può
che confermare che l’amato burattino, prima del finale ‘riscatto’
che faceva piangere di malinconia Manganelli, non è un personaggio
meno amorale. La sua coscienza è mai attraversata da preoccupazioni
che non riguardino la propria sopravvivenza e soddisfazione. Le
manifestazioni di pentimento e di dolore per l’incerto destino
del buon Geppetto sono sempre troppo ‘utili’ per non
apparire sospette. Del ‘povero babbo’, il burattino
si ricorda solo quando si trova in grave pericolo, mentre sta impiccato
a un albero, quando rischia di finire legna da ardere per cucinare
la cena del mancato orco Mangiafuoco, mentre cerca di ottenere la
benevolenza della Fata Turchina… Bastiano compie un viaggio al contrario, allontanandosi dagli
uomini e tornando dentro il ventre della terra, dove ritrova, come
Pinocchio nella pancia del pescecane, il padre. Fuori tempo massimo
perché qualcosa si possa spiegare o salvare – il genitore
è già cadavere – ma non troppo tardi per riconoscersi
figlio degno di quel padre che, trucidando, maltrattando, sfuggendo
alla legge, ha comunque protetto la sua famiglia, come poteva. Secondo Rousseau, la convivenza tra uomini all’interno di
una società fondata sulla proprietà privata e la divisione
del lavoro non può che generare dipendenza degli uni verso
gli altri, creando la diseguaglianza e alimentando la spaccatura
tra ricchi e poveri, con la conseguente morte della naturale pietas
del buon selvaggio; per Hobbes invece, la convivenza necessita
di un patto sociale in grado di garantire la sicurezza degli individui,
sebbene a prezzo del trasferimento del proprio diritto naturale
a qualcuno delegato a gestirlo. Bastiano, solo, isolato e senza più identità, costretto
a seppellirla da quella società violenta che ha imposto le
proprie regole al padre, non sembra trovare altra via se non quella
di chiudere nel modo più violento ogni rapporto con i suoi
simili, rinunciare al confronto, alla lotta e alla vicinanza. Cosa
può accadere, però, quando molti Bastiano, più
affamati che cattivi, più vessati che feroci, si ritrovano
insieme a subire l’ennesimo, spietato torto? Se l’immaginazione non riesce a spingersi abbastanza da
vederli, questi nuovi schiavi, da indovinarne i pensieri, le paure,
la rabbia – immaginare che situazioni così esistano
non è facile come sembra, credere che possano accadere da
qualche parte nel nostro Paese lo è ancora meno – può
venire in aiuto un saggio del 2008 di Alessandro Leogrande, dal
titolo Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle
campagne del Sud (Mondadori Strade blu). In modo coinvolgente
ma rigoroso, questo saggio svela i meccanismi della barbarie, a
partire da un’indagine portata a termine nel 2006 nella zona
del Tavoliere delle Puglie, tra i raccoglitori di pomodori, non
africani, in questo caso, ma polacchi. A questo punto non è male ricordare che, fino alla metà del secolo scorso, i braccianti sotto il bastone del caporale, del ‘soprastante’, erano italiani. Eppure, come ben ci spiega ancora Leogrande, i confini del caporalato erano leggermente diversi: ci si manteneva, ancora, attorno al ‘grado zero’ dell’umanità, quello in cui la sopravvivenza è difficile ma non in gioco ogni singolo giorno, quello in cui gli individui conservano delle radici, sono inseriti in una comunità, hanno un’idea di quello che è il proprio diritto naturale, per quanto bistrattato, hanno un futuro per il quale combattere. Proprio come è avvenuto di recente a Rosarno. I polacchi del Tavoliere non si sono rivoltati, nel 2006. Moltissimi hanno subìto e basta, pochi hanno cercato di fuggire, qualcuno ci è riuscito e tra questi solo pochissimi sono arrivati al consolato a chiedere aiuto. I polacchi non pensavano a un futuro, a una vita da costruire, avevano in mente solo un presente più o meno lungo, un inverno da passare, una casa e una famiglia a cui tornare. Gli africani di Rosarno, invece, molto probabilmente, sono fuggiti tagliando ogni ponte con il proprio Paese. Non potendo tornare indietro, hanno scelto di andare avanti, in un altro Stato, uno Stato democratico, uno Stato di diritto, e si sono ritrovati sprofondati in una giungla in cui il diritto è solo una parola spolpata e la parola giustizia vale, per loro, solo come minaccia; trattati come bestie, salvo poi riconoscere loro caratteristiche umane – devianza, crudeltà, sociopatia – nel momento in cui si ribellano a condizioni di vita più che inaccettabili, inimmaginabili. Non rispettano le nostre leggi, non rispettano la nostra proprietà,
queste le più moderate accuse. Chissà quale dose di
rispetto ci si può ragionevolmente attendere da essere umani
importati come merce viva, ammassati in un edificio fatiscente per
il quale devono anche pagare un affitto – sottratto metodicamente
ai loro ipotetici guadagni – portati nei campi a lavorare
come bestie dall’alba al tramonto e poi chiusi di nuovo nel
serraglio, appesi a promesse di un salario misero che non sempre
arriverà, terrorizzati a suon di botte e minacce.
I cariolanti, Sacha Naspini, Elliot edizioni, 2009
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