| Con ‘grandi opere’
si intende qualsiasi progetto infrastrutturale di grande entità.
Quasi quotidianamente le cronache politiche di giornali e televisioni
enfatizzano l’importanza di tali progetti, presentandoli come
la pre-condizione indispensabile per un decisivo passo in avanti verso
la modernità, lo sviluppo, la competitività e soprattutto
la crescita del Paese, un po’ come il mulino a vento della Fattoria
degli animali di Orwell. Opere delle quali lo Stato si fa carico
in nome dell’esclusivo benessere dei suoi cittadini. Fulgido esempio
e ‘madre di tutte le grandi opere’ è il ponte sullo
stretto di Messina.
Ma si sa, grandi opere comportano grandi costi, sia in termini di capitali
che di intraprendenza e capacità progettuale, e non sempre lo
Stato può sobbarcarsi tali oneri. È quindi indispensabile
che il settore privato faccia la propria parte e contribuisca a dimezzare
i costi, facendosi carico delle difficoltà progettuali e lasciando
allo Stato… il conto da pagare. Ed è proprio per questo
motivo che parleremo della storia del canale di Panama, indissolubilmente
intrecciata alla nascita stessa del Paese centroamericano.
Tutto inizia nel 1879, quando Ferdinand de Lesseps,
il costruttore del canale di Suez, diede vita alla Compagnia universale
del canale interoceanico. Ottenuta una concessione dal governo colombiano
(di cui Panama era una provincia) iniziò i lavori. Purtroppo
furono sottovalutate le difficoltà di quel che significava aprire
un canale nella giungla e il progetto fallì miseramente nel 1889,
quando de Lesseps dichiarò bancarotta e finì in carcere
con l’illustre socio Eiffel, mandando sul lastrico migliaia di
piccoli risparmiatori. Una nuova società, la Compagnie nouvelle
du canal de Panama, acquisì i beni dell’impresa fallita
(poche draghe arrugginite insieme alla preziosa concessione colombiana)
e cercò di ottenere capitali per rilanciare il progetto bussando
alla porta dell’unico investitore che poteva concederli: gli Stati
Uniti.
Da molto tempo gli Usa erano interessati alla costruzione di un canale,
per poter agevolmente trasportare truppe e merci da un oceano all’altro,
ma l’opinione pubblica americana appoggiava una soluzione passante
per i laghi del Nicaragua, soprattutto alla luce dell’avvenuto
fallimento francese. Il Nicaragua era anche un paese maggiormente vicino
e politicamente più stabile della Colombia, e forniva 160 km
di laghi e canali navigabili. Una forte lobby presieduta dal senatore
democratico Morgan difendeva questa soluzione e spingeva per approvare
una legge che la finanziasse; anche il presidente McKinley era favorevole.
Per vincere le resistenze la Compagnie nouvelle, nel gennaio del 1896,
chiese i servigi di William Cromwell, noto avvocato di Wall Street.
Cromwell, uomo eccezionalmente astuto e ambizioso, prese a cuore il
progetto. Cercò di trattare con il senatore Morgan ma ricevette
un rabbioso rifiuto; a quel punto, la vittoria della ‘via di Panama’
divenne una questione personale. Cromwell sfruttò i propri agganci
politici e per assicurarsi l’appoggio del Partito repubblicano
elargì, a nome della Compagnie nouvelle, una donazione di 60.000
dollari, divenendo il maggior sostenitore del partito. La legge sulla
‘via nicaraguense’ fu prontamente bloccata in parlamento
dai repubblicani e venne creata una nuova commissione per discutere
tutte le possibili soluzioni, Panama compresa.
In tal modo Cromwell ebbe il tempo di organizzare la mossa successiva:
la creazione di una società americana che avrebbe rilevato la
Compagnie nouvelle per poi rivenderne i beni e la concessione agli Stati
Uniti. Coinvolse nell’impresa le vecchie conoscenze incarcerate
per frode, de Lesseps, Eiffel e l’ex ingegnere capo Varilla, alcune
eminenti personalità di Wall Street come J.P.Morgan, e personaggi
vicini alla politica come il cognato di Theodore Roosevelt e il fratello
del ministro Taft. Con questi soci creò, nel dicembre del 1899,
la Panama canal company of America.
Assieme alle banche francesi la nuova società convinse facilmente
i piccoli azionisti a sbarazzarsi dei titoli ormai senza valore della
Compagnie nouvelle e completò l’operazione spendendo solo
3,5 milioni di dollari. Il passo successivo era convincere gli Stati
Uniti ad acquistare la Panama canal company per 40 milioni di dollari.
Nel frattempo però, sia la commissione che la Camera avevano
approvato una legge per la costruzione del canale in Nicaragua e presto
anche il Senato avrebbe dato la sua approvazione. La ‘via panamense’
sembrava accantonata, quando l’uccisione del presidente McKinley
e l’ascesa del suo vice Theodore Roosevelt mischiarono di nuovo
le carte.
Roosevelt, diversamente dal predecessore, era un presidente energico
e decisionista; su consiglio di Mark Hanna, capo dei repubblicani, intervenne
direttamente nella questione del canale rovesciando la decisione della
commissione e spingendo per una legge che scegliesse l’impervio
istmo di Panama. L’opinione pubblica e la stampa insorsero e si
appellarono al Senato perché non approvasse la proposta. Nell’aspro
dibattito che ne seguì, Cromwell e Varilla fornirono tutti i
mezzi per permettere ad Hanna di vincere la battaglia in parlamento;
fondamentale si rivelò distribuire ai senatori francobolli nicaraguensi
rappresentanti un vulcano in eruzione, sostenendo che se il Paese usava
come simbolo un vulcano dovevano necessariamente esserci molti vulcani
attivi. L’espediente dirottò verso Panama il favore dei
senatori indecisi e il 19 giugno 1902 il disegno di legge passò:
il canale sarebbe stato costruito a Panama, a patto che il governo riuscisse
a sottoscrivere con la Colombia un trattato soddisfacente.
La Colombia dell’epoca era uno stato diviso da cinquant’anni
di guerra civile. Panama aveva tentato più volte la via dell’indipendenza
senza mai riuscirci, anche a causa dell’intervento delle truppe
statunitensi che, in accordo con Bogotà e in ottemperanza a un
trattato del 1846, difendevano la ferrovia americana che attraversava
l’istmo. Nel 1902 i ribelli panamensi avevano quasi conquistato
l’intera provincia. Il presidente colombiano Marroquín,
con la mediazione di Cromwell, si accordò con gli Usa per la
cessione della terra in cambio di 10 milioni di dollari, una rendita
annua di 600mila dollari, e l’intervento diretto del governo americano
per sedare la rivolta. Il 16 settembre i marines attaccarono Colon e
sconfissero i ribelli. Nel gennaio 1903 il trattato venne firmato e
immediatamente ratificato dal senato statunitense.
Ma sul più bello Marroquín fece marcia indietro e tentò
di ricattare la Panama canal company: richiese 15 dei 40 milioni che
il governo Usa aveva promesso alla società per l’acquisto
della concessione. Se si fosse rifiutata, Bogotà avrebbe temporeggiato
fino allo scadere di quest’ultima, nel 1904, per riprendersi i
diritti e trattare direttamente con gli americani.
Cromwell non cedette e il parlamento colombiano non ratificò
il trattato. A questo punto Cromwell optò per una decisione drastica:
scelse due dirigenti panamensi della società ferroviaria americana,
Amador e Arango, e li mise a capo della rivolta che rese Panama uno
Stato sovrano. Nessuno rimase ucciso in questa rivoluzione:
le guarnigioni colombiane, corrotte con fondi elargiti da J.P. Morgan,
non spararono un colpo e il nuovo Stato venne immediatamente riconosciuto
da Washington. In cambio, i patrioti panamensi dovettero accettare di
nominare Varilla come plenipotenziario per la firma del trattato sul
canale.
Dopo diciotto giorni dalla sua nascita, Panama cedeva la totale sovranità
sul territorio del canale in modo perpetuo in cambio di 10 milioni di
dollari. Successivamente, il governo Usa pagò i 40 milioni promessi
a Cromwell e soci, che realizzarono una speculazione pari a circa un
miliardo di dollari attuali.
La grande opera era compiuta.
Nicola Loda
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