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dicembre 2011- gennaio 2012
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Vocabolario storico |
| Grandi opere di Nicola Loda |
|
Il ponte
sullo stretto di Messina come il canale di Panama? |
|
Con ‘grandi opere’
si intende qualsiasi progetto infrastrutturale di grande entità.
Quasi quotidianamente le cronache politiche di giornali e televisioni
enfatizzano l’importanza di tali progetti, presentandoli come
la pre-condizione indispensabile per un decisivo passo in avanti verso
la modernità, lo sviluppo, la competitività e soprattutto
la crescita del Paese, un po’ come il mulino a vento della Fattoria
degli animali di Orwell. Opere delle quali lo Stato si fa
carico in nome dell’esclusivo benessere dei suoi cittadini.
Fulgido esempio e ‘madre di tutte le grandi opere’ è
il ponte sullo stretto di Messina. Tutto inizia nel 1879, quando Ferdinand de Lesseps, il costruttore del canale di Suez, diede vita alla Compagnia universale del canale interoceanico. Ottenuta una concessione dal governo colombiano (di cui Panama era una provincia) iniziò i lavori. Purtroppo furono sottovalutate le difficoltà di quel che significava aprire un canale nella giungla e il progetto fallì miseramente nel 1889, quando de Lesseps dichiarò bancarotta e finì in carcere con l’illustre socio Eiffel, mandando sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori. Una nuova società, la Compagnie nouvelle du canal de Panama, acquisì i beni dell’impresa fallita (poche draghe arrugginite insieme alla preziosa concessione colombiana) e cercò di ottenere capitali per rilanciare il progetto bussando alla porta dell’unico investitore che poteva concederli: gli Stati Uniti. Da molto tempo gli Usa erano interessati alla costruzione di un canale, per poter agevolmente trasportare truppe e merci da un oceano all’altro, ma l’opinione pubblica americana appoggiava una soluzione passante per i laghi del Nicaragua, soprattutto alla luce dell’avvenuto fallimento francese. Il Nicaragua era anche un paese maggiormente vicino e politicamente più stabile della Colombia, e forniva 160 km di laghi e canali navigabili. Una forte lobby presieduta dal senatore democratico Morgan difendeva questa soluzione e spingeva per approvare una legge che la finanziasse; anche il presidente McKinley era favorevole. Per vincere le resistenze la Compagnie nouvelle, nel gennaio del 1896, chiese i servigi di William Cromwell, noto avvocato di Wall Street. Cromwell, uomo eccezionalmente astuto e ambizioso, prese a cuore il progetto. Cercò di trattare con il senatore Morgan ma ricevette un rabbioso rifiuto; a quel punto, la vittoria della ‘via di Panama’ divenne una questione personale. Cromwell sfruttò i propri agganci politici e per assicurarsi l’appoggio del Partito repubblicano elargì, a nome della Compagnie nouvelle, una donazione di 60.000 dollari, divenendo il maggior sostenitore del partito. La legge sulla ‘via nicaraguense’ fu prontamente bloccata in parlamento dai repubblicani e venne creata una nuova commissione per discutere tutte le possibili soluzioni, Panama compresa. In tal modo Cromwell ebbe il tempo di organizzare
la mossa successiva: la creazione di una società americana
che avrebbe rilevato la Compagnie nouvelle per poi rivenderne i beni
e la concessione agli Stati Uniti. Coinvolse nell’impresa le
vecchie conoscenze incarcerate per frode, de Lesseps, Eiffel e l’ex
ingegnere capo Varilla, alcune eminenti personalità di Wall
Street come J.P.Morgan, e personaggi vicini alla politica come il
cognato di Theodore Roosevelt e il fratello del ministro Taft. Con
questi soci creò, nel dicembre del 1899, la Panama canal company
of America. Roosevelt, diversamente dal predecessore, era un presidente energico e decisionista; su consiglio di Mark Hanna, capo dei repubblicani, intervenne direttamente nella questione del canale rovesciando la decisione della commissione e spingendo per una legge che scegliesse l’impervio istmo di Panama. L’opinione pubblica e la stampa insorsero e si appellarono al Senato perché non approvasse la proposta. Nell’aspro dibattito che ne seguì, Cromwell e Varilla fornirono tutti i mezzi per permettere ad Hanna di vincere la battaglia in parlamento; fondamentale si rivelò distribuire ai senatori francobolli nicaraguensi rappresentanti un vulcano in eruzione, sostenendo che se il Paese usava come simbolo un vulcano dovevano necessariamente esserci molti vulcani attivi. L’espediente dirottò verso Panama il favore dei senatori indecisi e il 19 giugno 1902 il disegno di legge passò: il canale sarebbe stato costruito a Panama, a patto che il governo riuscisse a sottoscrivere con la Colombia un trattato soddisfacente. La Colombia dell’epoca era uno stato diviso
da cinquant’anni di guerra civile. Panama aveva tentato più
volte la via dell’indipendenza senza mai riuscirci, anche a
causa dell’intervento delle truppe statunitensi che, in accordo
con Bogotà e in ottemperanza a un trattato del 1846, difendevano
la ferrovia americana che attraversava l’istmo. Nel 1902 i ribelli
panamensi avevano quasi conquistato l’intera provincia. Il presidente
colombiano Marroquín, con la mediazione di Cromwell, si accordò
con gli Usa per la cessione della terra in cambio di 10 milioni di
dollari, una rendita annua di 600mila dollari, e l’intervento
diretto del governo americano per sedare la rivolta. Il 16 settembre
i marines attaccarono Colon e sconfissero i ribelli. Nel gennaio 1903
il trattato venne firmato e immediatamente ratificato dal senato statunitense. Cromwell non cedette e il parlamento colombiano
non ratificò il trattato. A questo punto Cromwell optò
per una decisione drastica: scelse due dirigenti panamensi della società
ferroviaria americana, Amador e Arango, e li mise a capo della rivolta
che rese Panama uno Stato sovrano. Nessuno rimase ucciso in questa
rivoluzione: le guarnigioni colombiane, corrotte con fondi
elargiti da J.P. Morgan, non spararono un colpo e il nuovo Stato venne
immediatamente riconosciuto da Washington. In cambio, i patrioti panamensi
dovettero accettare di nominare Varilla come plenipotenziario per
la firma del trattato sul canale.
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