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Governabilità!
La lenta costruzione dell’Unipolarismo
di Walter G. Pozzi
Confindustria taglia i fili ai burattini della politica e decide di agire direttamente; da Montezemolo a Marchionne, la storia di una guerra tra poteri economici

Per sedici anni le élite economiche hanno raccontato sui loro quotidiani che il vero ostacolo sulla strada della famigerata governabilità era il conflitto sociale. Caduta la prima Repubblica, con l’Italia in fase di restauro, pur di garantire continuità con il passato, il vero Potere ha accettato che un parvenu della politica, un affarista arricchito dal passato ‘misterioso’ come Berlusconi, diventasse presidente del Consiglio. In fondo era uno di loro, che, come loro, aveva affrontato la tempesta Tangentopoli e perciò consapevole del pericolo rappresentato da una magistratura troppo libera. Otre a essere l’uomo più ‘motivato’ a realizzare la cosiddetta riforma della giustizia. E, comunque, in quel momento, sembrava sempre meglio di D’Alema ed ex compagni.

Dal canto suo, facendo proprio il concetto di governabilità, il centro-sinistra ha brigato per sopprimere ogni realtà politica che si muoveva alla propria sinistra. Salito finalmente al governo, nel quinquennio dal 1996 al 2001 si è impegnato al massimo per compiacere Confindustria: con Treu ha reso legge il precariato, con Bassanini ha iniziato il federalismo privatizzando il lavoro pubblico e con D’Alema, in un momento in cui la crisi economica avrebbe potuto creare pesanti problemi sociali, ha tenuto a bada i sindacati. Malgrado ciò, Berlusconi è riuscito a impostare una campagna elettorale contro i comunisti e a farsi rieleggere, costringendo la sua opposizione a diventare più realista del re per compiacere il potere economico. Così, nel 2008, Veltroni ha sganciato definitivamente il Pd da Rifondazione facendola scomparire dal Parlamento.

Sembrava veramente la fine di un lungo percorso. E adesso che in politica non esiste più una sola ombra di sinistra; adesso che nessuno in Parlamento solleva questioni sul mondo del lavoro; adesso che i lavoratori sono soli in balia del mercato; adesso che i motori sono caldi per partire sull’Unipolare, la nave della governabilità… al momento del varo, la bottiglia di champagne buca la scafo e il vero Potere si accorge che il problema non consisteva nel 6% di sinistra radicale, bensì stava a destra, in quel 23% rappresentato da Silvio Berlusconi.

L’attuale stallo politico, pietrificato dalla sconfitta della mozione di sfiducia del 14 dicembre scorso, lascia intendere che la mosca cieca andrà avanti per un bel pezzo. È come se il veleno iniettato da Marchionne nel terreno di Pomigliano e Mirafiori, non avesse tagliato soltanto le gambe degli operai, bensì anche quelle dell’intera politica.
La diagnosi del vero Potere, quello economico, oggi individua il focolaio maligno nel connubio crisi economica/SilvioBerlusconi. Ma non per le ovvie ragioni, quelle che il comune buon senso indicherebbe. No. In gioco non c’è la soluzione della crisi in senso stretto, bensì la possibilità da parte del potere economico di sfruttarla appieno, prima che la crisi in qualche modo passi.

Il vero Potere sa che una crisi economica – lungi dal colpire chi i soldi li custodisce in paradisi fiscali e li fa girare attraverso scatole cinesi – rappresenta l’occasione per votare leggi e riforme più restrittive per i lavoratori (la richiesta di sacrifici per il bene del Paese) e che rendano più agevole la vita delle aziende (meno tasse). È questo che non è ancora avvenuto; o, meglio, non nella misura che l’Industria auspica.
Ciò spiega perché il problema non sia tanto Berlusconi in sé, i sospetti di corruzione di cui si sarebbero macchiati, secondo la magistratura, lui e alcuni suoi uomini; non i collegamenti con la mafia, le notti brave con minorenni; e, men che meno, il conflitto d’interesse – vera cifra della politica postmoderna. Il problema, per il vero Potere, in fregola da riforme, è un Parlamento bloccato da mesi per risolvere i guai giudiziari del premier.

La difficoltà, tuttavia, non sta nella rimozione di Berlusconi. Cosa che Confindustria era già riuscita a fare nel 2006, salvo poi accorgersi che il rimedio Prodi, con quel 10% di sinistra radicale emerso dalle urne, era peggiore del male. Il problema di oggi è: chi mettere al suo posto?
In assenza di qualcuno, il vero Potere a giugno scorso deve essersi risposto che tanto per cominciare sarebbe stato utile un po’ di caos. Ne sono derivate, in sequenza:
1) l’operazione ‘Ci arrangiamo da noi’ di Marchionne, orchestrata così da mostrare il potere economico come unica possibilità di salvezza per l’Italia; 2) il massiccio attacco sferrato a Berlusconi, a suon di scandali sessuali, da parte di giornali, Repubblica in testa, di proprietà del gotha finanziario e industriale, gli stessi che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a costruire, nell’immaginario degli italiani, il mito del self-made man; 3) l’improvviso rigurgito di coscienza di Fini, dopo un’alleanza di sedici anni, e i siluri sparati in seguito sul vecchio socio.

Da tanto fumo è emersa una manovra ad ampio respiro, priva di una solida strategia, caratterizzata da finte e controfinte, acquisti di politici, giochi di specchi, ordita da guantate manine misteriose che passano dossier, foto osé; spettacolarizzata da escort che parlano e scrivono libri, e da direttori di giornali che scampano a finti attentati; vivacizzata da scontri di giornali di opposte fazioni e da politici in crisi di coscienza. Una strategia che non è giunta a una soluzione definitiva. Tutti questi coiti clandestini consumati nel letto matrimoniale che economia e politica condividono hanno partorito un bambino prematuro e sottopeso – definito Terzo polo – che, alla sua prima uscita, ha fallito la missione di sfiduciare Berlusconi.

La sconfitta del Terzo polo, datata 14 dicembre 2010, spiega quanto le difficoltà in cui è incappato il potere economico, e la conseguente impasse politica, siano rintracciabili nella complessità della figura stessa del nemico.
Berlusconi non è un politico qualunque (lo ha ampiamente dimostrato) ma un uomo d’affari – prestato alla politica – privo di scrupoli che risponde solo a se stesso. Una sorta di colonnello Kurtz immerso nella giungla parlamentare, attorniato da uno stuolo di devoti che lo credono una divinità, disposti a qualunque sacrificio, in termini di dignità, per restare nelle sue grazie ed esserne premiati. Le sue armate sono i media, con i quali ha stravolto l’immaginario della popolazione entrandole in casa, insinuandosi nei suoi discorsi, nelle sue battute e nelle sue passioni; e la ricchezza, con la quale ha creato una fitta ramificazione d’affari, tale da costringere gli italiani, compresi coloro che lo odiano, a dargli soldi, senza accorgersi di farlo, ogni volta che estraggono il portafoglio.

Grazie a questa complessa macchina da guerra, Berlusconi ha imposto se stesso sotto forma di antitesi (sì/no) all’elettorato e alla politica (con/contro), imponendo il berlusconismo e l’antiberlusconismo, consacrando in questo modo l’antipolitica e dando l’estrema unzione al pensiero politico. E diventando la colonna portante del bipolarismo e dell’intero sistema di potere. Un po’ come il Diavolo per la Chiesa.
Ciò spiega perché, senza di lui, è impossibile sia formare un governo che organizzare un’opposizione. A quest’ultimo proposito, la traiettoria politica del centrosinistra, dalla fine del Pci a oggi, vale come esempio. Come avrebbe potuto, infatti, buttare a mare migliaia di lavoratori, abiurare l’antifascismo – e così eliminare dalla propria storia ogni riferimento al conflitto sociale – abbracciare il neoliberismo e spostarsi sempre più a destra, senza un Berlusconi al quale opporsi come antitesi etica e morale?

Ora: dato che un Terzo polo, in un sistema bipolare, è l’esatto contrario della governabilità, si può dedurre che la sua nascita altro non sia che una specie di parcheggio temporaneo; uno sbaglio nella tempistica di una qualche strategia (o la situazione creata da un’improvvisa contromossa di Berlusconi), una presa a tenaglia o, al più, un disordinato tentativo di assedio organizzato da tribù diverse, ognuna con il proprio capo e animata dalla preoccupazione di portare a casa la propria parte di bottino.
Il clima seguito alla débâcle del voto di sfiducia ricorda, sotto forma di farsa, il 25 luglio 1943. Come allora il movente consiste in un doppio piano: cacciare il tiranno e garantire la conservazione del sistema. Per dedurlo, basta leggere i nomi dei gruppi e dei rispettivi capi che, indossato il tricolore, si sono assegnati la nobile missione di salvare l’Italia: Casini, Buttiglione, Cesa, Pezzotta, D’Onofrio per l’Udc; Fini, Bocchino, Urso, Viespoli per Futuro e Libertà; Rutelli e Tabacci per l’Api; Raffaele Lombardo per l’Mpa. Tutti raccolti sotto un unico ombrello dall’impegnativo nome di Polo della Nazione, al fine di cambiare la forma e conservare intatta la sostanza politica ed economica. Non sfugge, infatti, di trovarsi di fronte a personaggi che, negli ultimi sedici anni, si sono fatti in quattro per sostenere e corazzare Berlusconi, contribuendo a renderlo il colonnello Kurtz e a creare lo sfascio che oggi denunciano come se non ne avessero responsabilità alcuna.

Visto il disastro della prima uscita, non è azzardato pronosticare che il futuro di questo nugolo di eroi è destinato a ridursi alla semplice difesa della posizione – essendo l’avversario invincibile – fino a che non sarà il momento anche per Luca Cordero di Montezemolo di entrare in politica: vero iniziatore della Vandea in questo scontro tra destre.
È buffo pensare che se oggi anch’egli può entrare in politica senza sconvolgere le coscienze degli elettori, possa farlo in debito a Berlusconi e alla sua discesa in campo. È stato lui a dimostrare, nel 1994, che gli italiani non vedono nulla di male nell’insediamento ai vertici del potere politico di un individuo che, per ruolo e carriera, è un puro rappresentante della classe sociale che storicamente li sfrutta e li spolpa da sempre.
L’associazione fondata da Montezemolo, Italia Futura, per il momento si pone come statuto l’obiettivo di entrare nel dibattito politico organizzando convegni, commissionando studi, affidandosi alla collaborazione di imprenditori che lo circondavano durante la sua presidenza di Confindustria. Rientra in questa logica l’invito agli italiani di astenersi dal voto alle regionali del marzo 2010. I temi proposto sono il cibo di sempre: privatizzazioni, riduzione delle tasse, flessibilità lavorativa, opportunità per i giovani, per quanto condite con retorica varia.

Montezemolo è l’aristocrazia industriale che si fa politica, il Berlusconi dalla faccia pulita. Ma la sua impresa, come richiede la prassi mai confessata, nasce anche da moventi a forti tinte personali. Da qualche tempo sta perdendo potere. Marcegaglia gli ha tolto la presidenza della Luiss, Marchionne lo ha sostituito come uomo immagine della Fiat, e John Elkann gli ha sottratto lo scettro dell’azienda di famiglia. Gioco forza, quindi, per lui, garantirsi un ruolo di peso per continuare a tessere relazioni e aumentare il capitale sociale conquistato in anni di duro ‘lavoro’, in particolar modo nel periodo al vertice di Confindustria. Quando, insieme ai fratelli Abete, ha contribuito alla crescita di un salotto romano di supervip del capitalismo italiano di cui fanno parte anche Della Valle, Vittorio Merloni, Maccaferri e Lettieri. Una sorta di contrapposizione al salotto milanese, più filo berlusconiano, che gravita intorno a Mediobanca, con fuoriclasse del calibro di Geronzi, Benetton, i fratelli Moratti, Salvatore Ligresti e Tronchetti Provera.

Da quando Montezemolo ha cominciato a tessere la sua rete di alleanze, la politica ha cominciato a entrare in fermento. Prima Casini ha mollato la Casa delle Libertà, quindi Fini è piombato in una irreversibile crisi di coscienza. Nel frattempo, Rutelli si è sganciato dal Pd per fondare l’Api; considerando, evidentemente, più facile salire al governo con un partitino di centro sostenuto da protettori danarosi e spregiudicate alleanze, che non con il Pd, impossibilitato dal suo stesso elettorato ad allearsi con la destra. Uno di questi ricchi protettori è Luigi Abete, da Rutelli aiutato a rimanere presidente della Bnl all’epoca della scalata Unipol guidata da Giovanni Consorte.

Berlusconi conosce bene i lineamenti dei volti nemici. Ne distingue rughe e ghigni. Soprattutto di quelli che si nascondono nell’ombra. E di sicuro ha le sue ragioni per dare a Fini del traditore. Chi non crede alle redenzioni improvvise – e Berlusconi sicuramente è uno di questi – probabilmente immagina ragioni più pragmatiche del desiderio di salvare l’Italia. È probabile che fino a due anni fa Fini credesse alla possibilità di prendere un giorno il posto di Berlusconi. Ma poi, un po’ per l’importanza assunta dalla Lega Nord nelle considerazioni del Cavaliere; un po’ per l’ascesa di Tremonti – capace di sfruttare, lui sì, la crisi economica per passare all’incasso un domani, grazie a uomini di fiducia (Scaroni) messi al posto giusto (presidenza di Confindustria), che gli renderanno più agevole la successione alla guida del Pdl – Fini deve aver pensato che la sua parabola politica rischiava di intraprendere la fase discendente. E così, dopo anni di appoggio, mettendoci faccia e nome, alle azioni di Berlusconi e Bossi, ha deciso che per la sua sopravvivenza politica era fondamentale ripercorrere le tracce di Casini (anch’egli autoassolto e lavato da ogni colpa) e rifarsi una verginità sotto l’ala di nuovi protettori. Sicuro che i media, esclusi quelli berlusconiani, e i nuovi alleati, lo avrebbero aiutato.

Eppure, malgrado questo caos, decifrare il futuro non è complicato. Le elezioni non convengono a Confindustria nell’attuale congiuntura economica; non convengono a Fini che ha bisogno di tempo per recuperare una quota elettorale dignitosa; non convengono a Montezemolo, alla ricerca di alleanze e nomi a cui promettere poltrone se e quando entrerà in politica con il partito degli imprenditori; non convengono a Berlusconi che certo non ha bisogno di regalare tempo ai magistrati che lo braccano; e non convengono ai dirigenti del Pd, un partito di fatto completamente inutile, non essendo più di sinistra e avendo perduto il monopolio dell’antiberlusconismo. Se vuole evitare la frattura definitiva con il proprio elettorato, deve dare alcune risposte a chi in questi anni lo ha votato malgrado tutto. In particolare deve chiarire la propria posizione riguardo il mercato del lavoro.

Escludendo dunque il volo nel burrone delle elezioni, alla politica non rimangono che due strade. Un governo tecnico, che Berlusconi non accetterà mai, a meno che gli uomini del Polo della Nazione non gli assicurino l’impunità, oppure un rimpasto di governo, ma senza Berlusconi premier e Tremonti come uomo di garanzia – altra opzione che il Cavaliere non può accettare, senza la certezza dell’impunità. Ancor meno adesso che ha capito di potere andare avanti a governare facendo a meno dei finiani e che è riuscito a titillare il raziocinio opportunista di Casini.
Esiste anche una terza strada, comoda comoda, molto italiana, e che proprio per questo è la via più praticabile: un laissez faire concordato, buono per tutti, fino al 2013, quando il ‘mostro’ potrà finalmente essere spedito al Quirinale. L’approvazione della riforma universitaria firmata Gelmini (i veri committenti sono Confindustria e Vaticano [1]) è il primo manto di questa strada, un perfetto esempio di recita democratica. Lo spettacolo si è svolto come da antologia: l’Udc e l’Api si sono astenuti, Futuro e Libertà ha votato a favore e il Pd ha espresso parere contrario. Ruoli e proclami rispettati, numeri garantiti e facce salvate di fronte a una società civile sempre più ingenua e impotente. Il tutto, proprio mentre il presidente Napolitano placava gli studenti, ricevendoli per un the con biscotti al Quirinale.

Questi giochini potrebbero proseguire fino al 2013, allorquando l’Unipolarismo sarà maturo per diventare un dato di fatto; e allora, salvo sorprese, scenderà la bonaccia. Tremonti, a quel punto, potrebbe sedersi sulla poltrona ancora calda di Berlusconi. Questo aprirà le porte a un’ampia coalizione di centro-destra, senza litigi né intoppi nel rispetto delle reciproche differenze ideologiche, a cui, in un modo o nell’altro, finirà per affiancarsi la Lega Nord. Tanto il federalismo ormai piace a tutti e quel che conta è il Dna comune: l’accordo sul neoliberismo. Sarà governabilità.

All’interno di questo contesto sciasciano, al Pd non rimarrà che un ruolo da comprimario. Allearsi con Fini, in termini di voti sarebbe un favore a Vendola, quindi non gli resterà altro da fare che portare avanti il compito svolto negli ultimi anni: contribuire a mantenere credibilmente in piedi il bipolarismo. Con un Parlamento nelle mani della destra e un mercato squisitamente selvaggio, saranno inevitabili le tensioni sociali, e qualcuno dovrà pur provvedere a tranquillizzare la piazza. Come in un gioco di ruolo, il Pd, insieme a Sinistra e Libertà, avrà convenienza a continuare a fingere un’opposizione, accontentando così sia il vero Potere che il proprio elettorato, felice di avere ancora qualcuno da votare. In questo modo sarà garantita una sopravvivenza ‘dignitosa’ anche ai dirigenti, quelli vecchi e i giovani rampanti. Niente di male, tutto sommato. Da che mondo è mondo, i Parlamenti funzionano così.

 

Walter G. Pozzi

 

(1) Cfr. L’azienda-università di Confindustria di Giovanna Baer, Paginauno n. 21/2011

 

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