È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Restituzione prospettica |
| Confindustria
taglia i fili ai burattini della politica e decide di agire direttamente;
da Montezemolo a Marchionne, la storia di una guerra tra poteri economici |
|
Per sedici anni le élite economiche hanno raccontato sui loro quotidiani che il vero ostacolo sulla strada della famigerata governabilità era il conflitto sociale. Caduta la prima Repubblica, con l’Italia in fase di restauro, pur di garantire continuità con il passato, il vero Potere ha accettato che un parvenu della politica, un affarista arricchito dal passato ‘misterioso’ come Berlusconi, diventasse presidente del Consiglio. In fondo era uno di loro, che, come loro, aveva affrontato la tempesta Tangentopoli e perciò consapevole del pericolo rappresentato da una magistratura troppo libera. Otre a essere l’uomo più ‘motivato’ a realizzare la cosiddetta riforma della giustizia. E, comunque, in quel momento, sembrava sempre meglio di D’Alema ed ex compagni. Dal canto suo, facendo proprio il concetto di governabilità, il centro-sinistra ha brigato per sopprimere ogni realtà politica che si muoveva alla propria sinistra. Salito finalmente al governo, nel quinquennio dal 1996 al 2001 si è impegnato al massimo per compiacere Confindustria: con Treu ha reso legge il precariato, con Bassanini ha iniziato il federalismo privatizzando il lavoro pubblico e con D’Alema, in un momento in cui la crisi economica avrebbe potuto creare pesanti problemi sociali, ha tenuto a bada i sindacati. Malgrado ciò, Berlusconi è riuscito a impostare una campagna elettorale contro i comunisti e a farsi rieleggere, costringendo la sua opposizione a diventare più realista del re per compiacere il potere economico. Così, nel 2008, Veltroni ha sganciato definitivamente il Pd da Rifondazione facendola scomparire dal Parlamento. Sembrava veramente la fine di un lungo percorso. E adesso che in politica non esiste più una sola ombra di sinistra; adesso che nessuno in Parlamento solleva questioni sul mondo del lavoro; adesso che i lavoratori sono soli in balia del mercato; adesso che i motori sono caldi per partire sull’Unipolare, la nave della governabilità… al momento del varo, la bottiglia di champagne buca la scafo e il vero Potere si accorge che il problema non consisteva nel 6% di sinistra radicale, bensì stava a destra, in quel 23% rappresentato da Silvio Berlusconi. L’attuale stallo politico, pietrificato dalla
sconfitta della mozione di sfiducia del 14 dicembre scorso, lascia
intendere che la mosca cieca andrà avanti per un bel
pezzo. È come se il veleno iniettato da Marchionne nel terreno
di Pomigliano e Mirafiori, non avesse tagliato soltanto le gambe degli
operai, bensì anche quelle dell’intera politica. Il vero Potere sa che una crisi economica –
lungi dal colpire chi i soldi li custodisce in paradisi fiscali e
li fa girare attraverso scatole cinesi – rappresenta l’occasione
per votare leggi e riforme più restrittive per i lavoratori
(la richiesta di sacrifici per il bene del Paese) e che rendano più
agevole la vita delle aziende (meno tasse). È questo che non
è ancora avvenuto; o, meglio, non nella misura che l’Industria
auspica. La difficoltà, tuttavia, non sta nella rimozione
di Berlusconi. Cosa che Confindustria era già riuscita a fare
nel 2006, salvo poi accorgersi che il rimedio Prodi, con quel 10%
di sinistra radicale emerso dalle urne, era peggiore del male. Il
problema di oggi è: chi mettere al suo posto? Da tanto fumo è emersa una manovra ad ampio respiro, priva di una solida strategia, caratterizzata da finte e controfinte, acquisti di politici, giochi di specchi, ordita da guantate manine misteriose che passano dossier, foto osé; spettacolarizzata da escort che parlano e scrivono libri, e da direttori di giornali che scampano a finti attentati; vivacizzata da scontri di giornali di opposte fazioni e da politici in crisi di coscienza. Una strategia che non è giunta a una soluzione definitiva. Tutti questi coiti clandestini consumati nel letto matrimoniale che economia e politica condividono hanno partorito un bambino prematuro e sottopeso – definito Terzo polo – che, alla sua prima uscita, ha fallito la missione di sfiduciare Berlusconi. La sconfitta del Terzo polo, datata 14 dicembre 2010,
spiega quanto le difficoltà in cui è incappato il potere
economico, e la conseguente impasse politica, siano rintracciabili
nella complessità della figura stessa del nemico. Grazie a questa complessa macchina da guerra, Berlusconi
ha imposto se stesso sotto forma di antitesi (sì/no) all’elettorato
e alla politica (con/contro), imponendo il berlusconismo e l’antiberlusconismo,
consacrando in questo modo l’antipolitica e dando l’estrema
unzione al pensiero politico. E diventando la colonna portante del
bipolarismo e dell’intero sistema di potere. Un po’ come
il Diavolo per la Chiesa. Ora: dato che un Terzo polo, in un sistema bipolare,
è l’esatto contrario della governabilità, si può
dedurre che la sua nascita altro non sia che una specie di parcheggio
temporaneo; uno sbaglio nella tempistica di una qualche strategia
(o la situazione creata da un’improvvisa contromossa di Berlusconi),
una presa a tenaglia o, al più, un disordinato tentativo di
assedio organizzato da tribù diverse, ognuna con il proprio
capo e animata dalla preoccupazione di portare a casa la propria parte
di bottino. Visto il disastro della prima uscita, non è
azzardato pronosticare che il futuro di questo nugolo di eroi è
destinato a ridursi alla semplice difesa della posizione – essendo
l’avversario invincibile – fino a che non sarà
il momento anche per Luca Cordero di Montezemolo di entrare in politica:
vero iniziatore della Vandea in questo scontro tra destre. Montezemolo è l’aristocrazia industriale che si fa politica, il Berlusconi dalla faccia pulita. Ma la sua impresa, come richiede la prassi mai confessata, nasce anche da moventi a forti tinte personali. Da qualche tempo sta perdendo potere. Marcegaglia gli ha tolto la presidenza della Luiss, Marchionne lo ha sostituito come uomo immagine della Fiat, e John Elkann gli ha sottratto lo scettro dell’azienda di famiglia. Gioco forza, quindi, per lui, garantirsi un ruolo di peso per continuare a tessere relazioni e aumentare il capitale sociale conquistato in anni di duro ‘lavoro’, in particolar modo nel periodo al vertice di Confindustria. Quando, insieme ai fratelli Abete, ha contribuito alla crescita di un salotto romano di supervip del capitalismo italiano di cui fanno parte anche Della Valle, Vittorio Merloni, Maccaferri e Lettieri. Una sorta di contrapposizione al salotto milanese, più filo berlusconiano, che gravita intorno a Mediobanca, con fuoriclasse del calibro di Geronzi, Benetton, i fratelli Moratti, Salvatore Ligresti e Tronchetti Provera. Da quando Montezemolo ha cominciato a tessere la sua rete di alleanze, la politica ha cominciato a entrare in fermento. Prima Casini ha mollato la Casa delle Libertà, quindi Fini è piombato in una irreversibile crisi di coscienza. Nel frattempo, Rutelli si è sganciato dal Pd per fondare l’Api; considerando, evidentemente, più facile salire al governo con un partitino di centro sostenuto da protettori danarosi e spregiudicate alleanze, che non con il Pd, impossibilitato dal suo stesso elettorato ad allearsi con la destra. Uno di questi ricchi protettori è Luigi Abete, da Rutelli aiutato a rimanere presidente della Bnl all’epoca della scalata Unipol guidata da Giovanni Consorte. Berlusconi conosce bene i lineamenti dei volti nemici. Ne distingue rughe e ghigni. Soprattutto di quelli che si nascondono nell’ombra. E di sicuro ha le sue ragioni per dare a Fini del traditore. Chi non crede alle redenzioni improvvise – e Berlusconi sicuramente è uno di questi – probabilmente immagina ragioni più pragmatiche del desiderio di salvare l’Italia. È probabile che fino a due anni fa Fini credesse alla possibilità di prendere un giorno il posto di Berlusconi. Ma poi, un po’ per l’importanza assunta dalla Lega Nord nelle considerazioni del Cavaliere; un po’ per l’ascesa di Tremonti – capace di sfruttare, lui sì, la crisi economica per passare all’incasso un domani, grazie a uomini di fiducia (Scaroni) messi al posto giusto (presidenza di Confindustria), che gli renderanno più agevole la successione alla guida del Pdl – Fini deve aver pensato che la sua parabola politica rischiava di intraprendere la fase discendente. E così, dopo anni di appoggio, mettendoci faccia e nome, alle azioni di Berlusconi e Bossi, ha deciso che per la sua sopravvivenza politica era fondamentale ripercorrere le tracce di Casini (anch’egli autoassolto e lavato da ogni colpa) e rifarsi una verginità sotto l’ala di nuovi protettori. Sicuro che i media, esclusi quelli berlusconiani, e i nuovi alleati, lo avrebbero aiutato. Eppure, malgrado questo caos, decifrare il futuro non è complicato. Le elezioni non convengono a Confindustria nell’attuale congiuntura economica; non convengono a Fini che ha bisogno di tempo per recuperare una quota elettorale dignitosa; non convengono a Montezemolo, alla ricerca di alleanze e nomi a cui promettere poltrone se e quando entrerà in politica con il partito degli imprenditori; non convengono a Berlusconi che certo non ha bisogno di regalare tempo ai magistrati che lo braccano; e non convengono ai dirigenti del Pd, un partito di fatto completamente inutile, non essendo più di sinistra e avendo perduto il monopolio dell’antiberlusconismo. Se vuole evitare la frattura definitiva con il proprio elettorato, deve dare alcune risposte a chi in questi anni lo ha votato malgrado tutto. In particolare deve chiarire la propria posizione riguardo il mercato del lavoro. Escludendo dunque il volo nel burrone delle elezioni,
alla politica non rimangono che due strade. Un governo tecnico, che
Berlusconi non accetterà mai, a meno che gli uomini del Polo
della Nazione non gli assicurino l’impunità, oppure un
rimpasto di governo, ma senza Berlusconi premier e Tremonti come uomo
di garanzia – altra opzione che il Cavaliere non può
accettare, senza la certezza dell’impunità. Ancor meno
adesso che ha capito di potere andare avanti a governare facendo a
meno dei finiani e che è riuscito a titillare il raziocinio
opportunista di Casini. Questi giochini potrebbero proseguire fino al 2013, allorquando l’Unipolarismo sarà maturo per diventare un dato di fatto; e allora, salvo sorprese, scenderà la bonaccia. Tremonti, a quel punto, potrebbe sedersi sulla poltrona ancora calda di Berlusconi. Questo aprirà le porte a un’ampia coalizione di centro-destra, senza litigi né intoppi nel rispetto delle reciproche differenze ideologiche, a cui, in un modo o nell’altro, finirà per affiancarsi la Lega Nord. Tanto il federalismo ormai piace a tutti e quel che conta è il Dna comune: l’accordo sul neoliberismo. Sarà governabilità. All’interno di questo contesto sciasciano, al Pd non rimarrà che un ruolo da comprimario. Allearsi con Fini, in termini di voti sarebbe un favore a Vendola, quindi non gli resterà altro da fare che portare avanti il compito svolto negli ultimi anni: contribuire a mantenere credibilmente in piedi il bipolarismo. Con un Parlamento nelle mani della destra e un mercato squisitamente selvaggio, saranno inevitabili le tensioni sociali, e qualcuno dovrà pur provvedere a tranquillizzare la piazza. Come in un gioco di ruolo, il Pd, insieme a Sinistra e Libertà, avrà convenienza a continuare a fingere un’opposizione, accontentando così sia il vero Potere che il proprio elettorato, felice di avere ancora qualcuno da votare. In questo modo sarà garantita una sopravvivenza ‘dignitosa’ anche ai dirigenti, quelli vecchi e i giovani rampanti. Niente di male, tutto sommato. Da che mondo è mondo, i Parlamenti funzionano così.
(1) Cfr. L’azienda-università di Confindustria di Giovanna Baer, Paginauno n. 21/2011
Leggi anche: Le
ronde smascherano l'inutilità del Pd, Walter G.
Pozzi, Paginauno n. 14/2009 Lodo
Alfano, il primo atto della governabilità, Walter
G. Pozzi, Paginauno n. 9/2008 La questione dell'ingovernabilità,
Walter G. Pozzi, Paginauno n. 7/2008 Pdl-Pd:
bipolarismo targato P2, Giovanna Cracco, Paginauno n.
12/2009
Leggi altri articoli sui temi: |