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Filo-logico |
| Anarchia metasemantica di Giuseppe Ciarallo |
| Recensione
de Gnòsi delle fànfole, Fosco Maraini |
|
L’anarchia è il puzzle dove ogni tassello sa autonomamente
dove andare con estrema precisione a collocarsi, perché sa
di avere diritto a uno spazio tutto suo, nel rispetto irrinunciabile
dello spazio destinato a chi gli sta attorno. Fosco Maraini definisce, il suo, linguaggio metasemantico. Egli
propone suoni e attende che il lettore, con il suo patrimonio di
esperienze interiori, magari con il suo subconscio, dia a quei suoni
significati, valori emotivi, profondità e bellezza. Il lettore,
dunque, non visto come passivo fruitore ma come attore del gioco,
protagonista che deve contribuire alla sua riuscita con un imprescindibile
e massiccio intervento personale. E per meglio cogliere ogni più piccola sfumatura, l’autore fornisce un vero e proprio libretto di istruzioni, dal quale si coglie che “la poesia metasemantica va piuttosto recitata o letta ad alta voce, che scorsa con gli occhi in silenzio come si fa normalmente con i versi tradizionali. È legata al suono, al corpo, alla fisiologia, alle passioni della parola. Per questo, anche, va letta con una certa lentezza”. Come ogni altro rivoluzionario nella storia dell’umanità,
Fosco Maraini verrà probabilmente ricordato come un genio
da alcuni, come un folle nemmeno particolarmente interessante da
altri. Così le sue poesie verranno tramandate ai posteri
come fresca sorgente di emozioni o come balbettio disarticolato
di un vecchio mai diventato adulto. Mi rendo conto, a onor del vero, della difficoltà che può incontrare il cittadino medio, col cervello infarcito di ‘aiutini’, ‘attimini’ e ‘assolutamente’ dai mortiferi e omogeneizzanti mass media, nel riconoscere la smegità e la lombidiosità di alcune giornate, nel capire quanto può essere gualido e budrioso un pomeriggio, nel riflettere sul destino di un mondo sempre più irrimediabilmente infrangelluto. Perché la poesia metasemantica di Fosco Maraini sta al componimento classico come Picasso sta a Michelangelo, come Charlie Parker sta a Mozart. Guernica, Bloomdido, Il giorno a urlapicchio. E ogni cosa che toglie, o sposta punti di riferimento
sicuri e assimilati, spaventa. Ecco che cosa accadde quando il quintetto
di Dizzy Gillespie e Oscar Pettiford calcarono per la prima volta
le tavole del Teatro Onyx per suonare be bop, un jazz nuovo, mai
ascoltato prima. Le parole di uno dei musicisti di Woody Herman,
presente a quell’incredibile spettacolo, testimoniano chiaramente
lo sbigottimento che quelle note non catalogabili provocarono a
orecchie peraltro ben allenate alla musica. “Appena fummo
entrati, quei tipi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare
quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un
altro cominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo
mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare.
Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono
dal podio. Ci spaventarono”. Mi immagino parimenti la faccia del primo lettore
e poi del critico che per primo fu chiamato a dare una spiegazione
al verso dantesco: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.
Gnòsi delle fànfole, Fosco Maraini, Baldini Castoldi Dalai, 2007 |