Se c’è una cosa che mi manda in bestia ogniqualvolta
mi si ripropone, è l’utilizzo improprio che da sempre
viene fatto del termine ‘anarchia’, erroneamente associato
al caos, alla situazione pericolosamente senza controllo. È
per questo che quando un conoscente, parlandomi delle poesie di Fosco
Maraini (che io ancora non conoscevo), le definì una caotica
sequenza di lettere e parole, un insensato e anarchico susseguirsi
di fonemi, scattò in me una forte curiosità nei confronti
di quell’oggetto misterioso. E ben feci, ad approfondire la
questione, perché le liriche del poeta toscano hanno dato conferma
a ciò che in cuor mio già sapevo: l’anarchia,
sia essa espressa come concetto ideale, politico o, come nel caso
di Maraini, poetico non è il caos, bensì al contrario,
è l’ordine supremo delle cose. Supremo perché
non necessita di un pre-ordine, di un’istituzione che detti
e imponga regole per il perfetto funzionamento del meccanismo, sociale
o letterario che sia.
L’anarchia è il puzzle dove ogni tassello sa autonomamente
dove andare con estrema precisione a collocarsi, perché sa
di avere diritto a uno spazio tutto suo, nel rispetto irrinunciabile
dello spazio destinato a chi gli sta attorno.
Per le poesie di Fosco Maraini vige lo stesso principio. Ogni frase,
ogni parola, ogni singola lettera è situata al posto giusto,
semplicemente perché quello è l’unico posto dove
quella frase, quella parola, quella singola lettera potrebbe stare.
Tutto ciò, senza che un solo termine non sia stato inventato
di sana pianta dall’autore. Le parole di Maraini non sono vere
– nel senso che pur cercandole con cura in un vocabolario, non
le si troverebbe – ma verosimili; sono inventate, dunque esistono
pur non essendo riconosciute e riconoscibili, ciò nonostante
sembra di percepirne chiaramente il significato, perché la
perfezione di quei suoni messi sapientemente in rima, evoca inconsce
emozioni anche se la parte razionale del cervello non comprende. Perché
non può comprendere in quanto non c’è nulla da
comprendere, solo ‘sentire’.
Fosco Maraini definisce, il suo, linguaggio metasemantico. Egli propone
suoni e attende che il lettore, con il suo patrimonio di esperienze
interiori, magari con il suo subconscio, dia a quei suoni significati,
valori emotivi, profondità e bellezza. Il lettore, dunque,
non visto come passivo fruitore ma come attore del gioco, protagonista
che deve contribuire alla sua riuscita con un imprescindibile e massiccio
intervento personale.
Il poeta, con le sue “fanfole” ha un approccio visionario
alla parola, egli parla “di valori cromatici e tattili, dei
sapori e degli umori, della pelle e dei baci, dell’ombra e del
profumo delle parole”, vede “parole tonde e gialle, lunghe
e calde, voluttuose e lisce, oppure polverose e bigie, sfilacciate
e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre,
indigeste, angosciose”.
E per meglio cogliere ogni più piccola sfumatura, l’autore
fornisce un vero e proprio libretto di istruzioni, dal quale si coglie
che “la poesia metasemantica va piuttosto recitata o letta ad
alta voce, che scorsa con gli occhi in silenzio come si fa normalmente
con i versi tradizionali. È legata al suono, al corpo, alla
fisiologia, alle passioni della parola. Per questo, anche, va letta
con una certa lentezza”.
Come ogni altro rivoluzionario nella storia dell’umanità,
Fosco Maraini verrà probabilmente ricordato come un genio da
alcuni, come un folle nemmeno particolarmente interessante da altri.
Così le sue poesie verranno tramandate ai posteri come fresca
sorgente di emozioni o come balbettio disarticolato di un vecchio
mai diventato adulto.
“Ci son dei giorni smègi e lombidiosi / col cielo dagro
e un fònzero gongruto / ci son meriggi gualidi e budriosi /
che plodigan sul mondo infrangelluto.”
Mi rendo conto, a onor del vero, della difficoltà che può
incontrare il cittadino medio, col cervello infarcito di ‘aiutini’,
‘attimini’ e ‘assolutamente’ dai mortiferi
e omogeneizzanti mass media, nel riconoscere la smegità e la
lombidiosità di alcune giornate, nel capire quanto può
essere gualido e budrioso un pomeriggio, nel riflettere sul destino
di un mondo sempre più irrimediabilmente infrangelluto. Perché
la poesia metasemantica di Fosco Maraini sta al componimento classico
come Picasso sta a Michelangelo, come Charlie Parker sta a Mozart.
Guernica, Bloomdido, Il giorno a urlapicchio.
E ogni cosa che toglie, o sposta punti di riferimento sicuri e assimilati,
spaventa. Ecco che cosa accadde quando il quintetto di Dizzy Gillespie
e Oscar Pettiford calcarono per la prima volta le tavole del Teatro
Onyx per suonare be bop, un jazz nuovo, mai ascoltato prima. Le parole
di uno dei musicisti di Woody Herman, presente a quell’incredibile
spettacolo, testimoniano chiaramente lo sbigottimento che quelle note
non catalogabili provocarono a orecchie peraltro ben allenate alla
musica. “Appena fummo entrati, quei tipi afferrarono i loro
strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva
improvvisamente, un altro cominciava a suonare senza una ragione al
mondo. Noi non avremmo mai saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto
cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco
di suonare e se ne andarono dal podio. Ci spaventarono”.
Lo spavento. È sempre questa l’atavica e prima reazione
di fronte a ciò che è nuovo e cancella certezze ormai
metabolizzate.
Mi immagino parimenti la faccia del primo lettore e poi del critico
che per primo fu chiamato a dare una spiegazione al verso dantesco:
“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”.
Forse il sommo poeta non ha fatto che anticipare di qualche secolo
il giocoso linguaggio di Fosco Maraini e avrà pensato: oggi
mi vengono solo rime banali e ritrite. Perché non usare allora
dei suoni piacevoli all’orecchio e che, pur senza significare
nulla, ben s’inseriscono per metrica e ritmo nella composizione?
Potrebbe essere andata davvero così, perché no?
Probabilmente la verità non la conosceremo mai. Per fortuna,
però, ci resterà sempre l’immutata bellezza di
quel misterioso, incomprensibile, Pape Satàn, pape Satàn
aleppe!