| Che la storia venga immancabilmente
scritta dai vincitori, è cosa ormai assodata e ampiamente condivisa
(confuso sembra però essere il concetto di vincitori e vinti,
in un’epoca in cui gli sconfitti di ieri tornano a reclamare uno
spazio e una dignità già negati loro dalla storia).
Poco chiare appaiono invece le logiche che portano il potere a rimuovere,
quando non addirittura a cancellare, alcuni episodi piuttosto che altri.
Ad esempio i moti del 1898, scoppiati in tutta la penisola e culminati
nelle cannonate di Bava Beccaris a Milano – repressione che lasciò
sul selciato un centinaio di morti e quattrocento feriti – pur
raccontati quasi esclusivamente da fonti filogovernative, sono fatti
noti e documentati. Lo stesso dicasi per gli attentati di quegli anni,
a sovrani e capi di Stato, a opera di giovani anarchici mossi unicamente
da spirito vendicatore e da ideali di libertà e giustizia sociale.
Altri episodi, invece, sono stati taciuti e col passare del tempo, gettati
nel dimenticatoio. Uno per tutti, il tentativo di un gruppo di rivoluzionari
– messo in atto nel 1877 tra i monti del Matese – di far
scoccare la scintilla della rivolta tra i contadini della zona, fondando
una repubblica anarchica.
I fatti, narrati in modo preciso e dettagliato da Pier Carlo Masini
nel suo appassionante libro Gli internazionalisti,
edito nel 1958 dalle Edizioni L’Avanti e mai più ristampato,
sono i seguenti: l’8 aprile del 1877, un gruppo di 26 anarchici
capeggiati da Carlo Cafiero e Errico Malatesta, giunsero a Letino, paesino
sperduto sui monti tra Molise e Campania. Il luogo apparentemente inespugnabile,
dove il brigantaggio aveva a lungo spadroneggiato, era stato ritenuto
ideale per quella che doveva essere una vera e propria azione di guerriglia.
I ribelli occuparono il palazzo municipale, poi, nella piazza antistante
fecero un gran falò di tutti gli atti di proprietà, carte
comunali e catastali. Proclamarono, quindi, decaduta la monarchia e
invitarono i contadini a riprendersi la terra che, essendo un bene comune
come l’aria e l’acqua, non poteva e non doveva diventare
proprietà privata. La folla era entusiasta e le parole di Cafiero
conquistarono persino il parroco il quale, nella foga del momento, pare
che inneggiò alla rivoluzione sociale, paragonò il Vangelo
al socialismo e definì gli internazionalisti, apostoli della
parola di Cristo. Nel paese di Gallo, gli anarchici ripeterono l’azione
e anche qui vennero accolti come liberatori.
Ma la reazione delle forze governative era pronta a scattare. Traditi
dalla guida che avrebbe dovuto condurli in salvo attraverso i luoghi
impervi del Matese, gli anarchici vagarono nella neve per tre giorni,
senza viveri e munizioni, con i paesi del circondario ormai occupati
dai soldati del regio esercito. La mattina dell’11 aprile, vennero
alfine individuati, accerchiati e catturati da un battaglione di bersaglieri.
Si chiude in questo modo il sogno di una rivoluzione sociale capace
di restituire al popolo orgoglio, dignità e soprattutto terra
per poter lavorare e vivere.
C’è più di un pregio, nell’opera
di Pier Carlo Masini, il quale non si limita a ripescare un episodio
importante della storia del movimento operaio, ma lo rivisita criticamente
anche in aperto contrasto con gli storici del dopoguerra, unanimemente
allineati alle direttive del Pci. Togliatti aveva così dipinto,
in maniera sprezzante, i moti del Matese: “In Italia il bakunismo
(sic!) aveva avuto occasione di dare solo qualche prova di
sé, e la prova fu miserevole: disordinati, irresponsabili tentativi
di rivolta di contadini e di braccianti, condannati a finire nel nulla,
capaci soltanto di mostrare la vanità della tattica anarchica
dei colpi di mano”.
Questa impietosa analisi non fa che evidenziare quella che sarà
sempre alla base della distanza teorica e pratica tra comunisti e anarchici.
I primi, graniticamente legati all’idea del Partito come fulcro
di qualsiasi azione di lotta, i secondi invece inclini al totale rifiuto
di qualsiasi tipo di organizzazione rigida, di gerarchia e quindi di
potere.
Queste due visioni contrapposte esploderanno in tutta la loro drammaticità
nel disastro della Guerra civile spagnola, momento storico spartiacque
che il movimento operaio internazionale vivrà come la fine di
una speranza: la liberazione dell’uomo attraverso una rivoluzione
proletaria.
Ma tornando alla Banda del Matese, dopo l’intervento di Togliatti
alcuni degli storici che si occuparono della questione liquidarono il
moto rivoluzionario come “prodotto dell’esasperazione contadina
e riflesso della crisi della vecchia nobiltà borbonica”
e come “atto di infantilismo anarchico ed espressione del grado
arretrato di sviluppo di questo movimento”. Altri, invece, indicarono
l’episodio come ottimo pretesto, offerto dagli Internazionalisti
su un piatto d’argento alla reazione, per perseguitare anche quelle
correnti socialiste contrarie alla tattica insurrezionale. Quest’ultima
tesi, come sappiamo, è da sempre utilizzata dagli ‘immobilisti’
di ogni tempo, luogo e schieramento, i quali vedono (temono) ogni azione
come motivo di controffensiva da parte dell’avversario (da qualche
anno, più di un buontempone è arrivato ad affermare che
persino le stragi nazifasciste siano state la naturale reazione agli
attacchi del movimento partigiano!).
Masini, invece, vede in quel gruppo di uomini, in quel movimento seppur
‘arretrato’ e confuso, un’avanguardia coraggiosa e
illuminata capace di indicare al popolo la via della riscossa e del
socialismo. Non solo, nella prefazione l’autore denuncia anche
l’equivoco innescato da certa critica di matrice comunista, che
imputava i fatti del ’77 a Bakunin e alle idee da lui propagandate.
Masini molto acutamente osserva che azioni come i moti del Matese sono
invece insite nella tradizione tutta italiana delle imprese risorgimentali
di stampo mazziniano, e che Bakunin polemizzò apertamente contro
queste tattiche esortando sempre i propri seguaci ad azioni di massa
anziché a piccole congiure o a iniziative individuali e settarie.
Il libro Gli internazionalisti, dunque, ha due grandi meriti: l’aver
riportato alla luce un importante episodio della nostra storia e averlo
fatto con una voce fuori dal coro, libera dagli interessi di bottega
e dalla storiografia ufficiale, quest’ultima sempre un po’
ingessata e ammuffita quando deve sottostare all’uniformante pressa
del pragmatismo politico.
Gli internazionalisti, Pier Carlo
Masini, Edizioni L’Avanti!, 1958 |