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febbraio - marzo 2012
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Restituzione
prospettica |
| Giustizia: la riforma salvacorrotti di Walter G. Pozzi |
18 febbraio 2010 |
| L'estremo
tentativo di salvare un sistema nazionale retto dalla corruzione,
per difendersi dagli attacchi della magistratura |
|
“Corruzione
e indifferenza politica: sono braccio e mente l’una dell’altra”. Parlare di corruzione in Italia significa confrontarsi con una realtà che non trova eguali nel resto d’Europa. Gli stessi cittadini ne sono talmente assuefatti da non avere più alcuna percezione del problema. Come se, al termine delle inchieste di Mani Pulite, e dopo la mancata pulizia, fosse stata definitivamente assorbita e metabolizzata a livello di società civile; quasi che il codice morale degli italiani avesse accettato la corruzione come si accetta una normale prassi del sistema. Eppure chiunque in Italia sa che oggi si paga per tutto, per avere un posto letto in corsia, per superare un esame universitario, per diventare notaio, per saltare la fila. L’unica cosa che si può dire, per giustificare un simile stato di passività, è che in effetti, rispetto ai tempi di Tangentopoli, corrotti e corruttori si sono fatti più attenti. Ciò non toglie che la quantità di denaro nero che circola per il Paese sia impressionante, una buona parte del quale rientra nell’economia in chiaro attraverso operazioni di riciclaggio al nord come al sud (1). Non di meno, non desta sospetto all'opionione pubblica il fiorire di centri commerciali sempre più grandi, in reciproca concorrenza spaziale ancor prima che commerciale. Corrompere, a livello di amministrazioni locali,
è diventata la regola; in molte città e paesi italiani
non viene assegnato un appalto senza passare per la criminalità
organizzata, e la collusione di professionisti e colletti bianchi
con le attività mafiose è diventata una prassi sempre
più diffusa. E mentre nel contesto internazionale si sviluppa un clima di particolare interesse per la lotta alla corruzione, mentre aumentano le convenzioni in materia, attivate per garantire una parità di condizioni che consenta una reale concorrenza delle imprese sul mercato globale, in Italia il governo, per tutta risposta, sopprime (25 agosto 2008) – davanti alla sorpresa di Drago Kos, presidente del GRECO (Group of States against corruption) – l’istituto dell’Alto commissariato per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella pubblica amministrazione. Una dimostrazione del disinteresse (o di un interesse di tipo doloso) dei governanti riguardo al problema. Sapere che le funzioni dell’Alto commissario,
dopo la chiusura di una struttura che cominciava a dare i primi frutti
a livello di analisi e di monitoraggio nazionale del fenomeno, siano
passate al ministro delle attività pubbliche Brunetta, non
induce all’ottimismo. È questi, infatti, un uomo dalla
cui bocca non è mai uscito un sospiro che denunciasse, adesso
che il compito della repressione è nelle sue mani, i costi
che la corruzione comporta per lo Stato italiano e, quindi, per i
contribuenti. Gli verrà un colpo, al termine della guerra ai
‘suoi’ dipendenti, ai writers e ai medici ospedalieri,
quando leggerà l’ultimo rapporto annuale dell’anticorruzione
e apprenderà che, rispetto ai costi economici, culturali e
sociali dovuti alla vasta corruzione in auge tra i suoi colleghi,
gli sprechi della pubblica amministrazione sono una piuma. O forse
lo sa bene, ma sa altrettanto bene che il governo, a braccetto con
l’opposizione (escluso Di Pietro), ha una più diretta
convenienza a combattere quella parte di magistratura sana che persegue
con ostinazione il diffuso mercato di ‘scambi e favori’
economici. In Italia la parola Giustizia è un concetto flessibile che oscilla tra l’atto arbitrario dei primi capitribù e la moderna giurisprudenza. Alla voce arbitrario, il vocabolario dà queste due definizioni: che dipende dalla volontà, dall’opinione del singolo – senza cioè riscontri oggettivi – e illegittimo, abusivo. Un atto di usurpazione delle cui origini la memoria collettiva ha perso le tracce. Quasi che Giustizia e Legge avessero una genesi metafisica o divina. Berlusconi, in tal senso, riporta gli italiani ai tempi delle prime comunità e rivela loro quanto l’architettura legale sia implicata nella difesa di un sistema e di interessi privati. Nel suo doppio ruolo di imprenditore e di politico, il Cavaliere rappresenta una curiosa anomalia, non solo perché legittima il conflitto d’interessi, ma, e soprattutto, perché, al di là di una specifica volontà personale, restituisce con ogni sua azione una verità negata sulla sostanza della pratica del potere tout court. Per questo motivo sarebbe sbagliato pensare alla riforma della giustizia promossa dal suo uomo Angelino Alfano, come una questione personale con la giustizia. Anche, ma non solo. La riforma della giustizia, così come verrà concepita, salvaguardando Berlusconi dai suoi guai, asfalterà la via di salvezza a un intero sistema politico ed economico retto da un regime di corruzione degno del terzo mondo. Per cui è normale che, dopo centocinquant’anni di un potere che ha elevato l’illegalità a sistema di controllo del mercato, i capitani d’industria e le varie lobby degli affari – accortisi di quanto la situazione dell’illegalità rischi di esplodere loro tra le mani – abbiano deciso di catturare lo Stato per controllare la magistratura, ovvero, l’unica realtà in grado di creare loro problemi. Perché, in un momento in cui il capitalismo rischia di implodere, va da sé che gli effetti globali della crisi in Italia risultino accentuati, in un Paese in cui, oltre al ‘normale’ sfruttamento dei lavoratori, è stata usata la corruzione come arma di dominio del mercato in stretto abbraccio con una politica fortemente protezionistica. Sta tutta qui l’anomalia italiana. Oggi è solo più evidente grazie all’affermazione di Berlusconi il quale, se da un lato ha tolta dall’ombra questa verità, per altri versi ha contribuito a garantire all’Impresa il diretto condizionamento dei più alti livelli istituzionali, al punto di permettere a banche, finanzieri, industriali e professionisti, di prendere decisioni e garantirsi, senza ulteriori mediazioni, situazioni di monopolio e vantaggi fiscali; di crearsi rendite di posizione; di allocare risorse economiche in territori a concentrazione mafiosa; di decidere degli investimenti pubblici, che privilegiassero, come sempre nei Paesi ad alto tasso di corruzione, la realizzazione di nuove opere. In poche parole di erigere a forma di potere il sistema mafioso. Non è un caso che l’economia italiana
ristagni ormai da qualche anno, segnando tutta una serie di effetti
di cui la vasta diffusione della corruzione è direttamente
responsabile. E cioè: alterazione dei prezzi sul sistema dei
mercati, impedimento di una libera concorrenza, alterazione del mercato
dell’offerta del lavoro con la prospettiva di facili guadagni,
chiusura delle imprese sane, inibizione dell’avvio e dello sviluppo
di nuove attività, inquinamento degli appalti pubblici, distorsione
delle allocazioni delle risorse finanziarie. Ragion per cui, come
sottolinea l’ultima relazione redatta dall’Alto commissario:
“Il costante sviluppo di questi raffronti evidenzia una significativa
correlazione tra la corruzione e i fattori indicatori della crescita
economica, nel senso che ad alti livelli di corruzione corrisponde
un basso livello di prodotto nazionale lordo, un basso tasso di crescita
del pil, un alto fattore di rischio per gli investimenti, un alto
costo del denaro e un complessivo effetto di scoraggiamento degli
investimenti esteri” (2). Per paradosso, oggi il nuovo pericolo per la classe
dirigente italiana arriva dall’Unione europea, da quando questa
ha adottato un sistema di norme che favoriscono la lotta alla criminalità
e che l’Italia è costretta, seppure già con notevole
ritardo, a recepire nel proprio ordinamento penale, per una questione
di credibilità e di immagine di fronte ai consessi internazionali
ed europei. Queste riguardano, neanche a farlo apposta, proprio la
corruzione e non prospettano alcunché di buono per i gruppi
di potere del Paese. Non è una richiesta che l’Italia possa rifiutare, e infatti fino a ora ha tergiversato non poco, beccandosi parecchie tirate d’orecchie. È per questo motivo che adesso la riforma della giustizia viene contrabbandata come un’urgenza nazionale. Niccolo’ Ghedini, meglio noto come l’avvocato di Berlusconi, si è già messo duramente al lavoro. Forgiato da anni e anni di studi e applicazioni che permettessero al suo datore di lavoro di sfuggire ai tanti processi, rappresenta l’uomo giusto al posto giusto. E come contraltare si è proposto Luciano Violante. Perfettamente bipartisan. Anche perché nessuno vuole che qualche magistrato si ponga di traverso alla tanto decantata governabilità, proprio adesso che è stata raggiunta e ogni forma di opposizione parlamentare è stata debellata, magari aprendo nuovi filoni d’inchiesta sul modello di Mani Pulite. Cosa ne sarebbe dell’Italia! Per questo motivo il Parlamento varerà la riforma della giustizia con un atto arbitrario. E pur non dimenticando la parte demagogica da servire a pranzo e a cena agli italiani parlando di giusta durata del processo, di responsabilità civile del magistrato, di macchina della giustizia più efficiente, di separazione delle carriere, di revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale, di privacy, e accanendosi contro un’intera popolazione di indifesi e senza voce, di carcerati, prostitute, extracomunitari; pur non dimenticando questo, brigherà nell’ombra i propri interessi per introdurre un pacchetto di soluzioni a protezione della macrocriminalità di politici, mafiosi e affaristi di ogni sorta e grado. Verranno spostati i paletti in sede d’inchiesta per impedire che qualche pezzo grosso possa venire processato, negando magari l’uso di importanti strumenti di investigazione quali le intercettazioni telefoniche. E potrebbe anche proporre di consegnare la direzione delle indagini alla polizia giudiziaria, sottomettendo la Giustizia all’arbitrio del governo per toglierla al pubblico ministero. Ma tutto questo riguarda l’aspetto tecnico del come, quello dell’azione. E conterà ben poco a quel punto, quando si sa bene che sono costretti a farla e che quindi la faranno. In fondo lo Stato anche in passato si è sempre
mosso per garantire le esigenze di stabilità. È vero
che prima di oggi la posta in gioco è stata la preservazione
del sistema di produzione e dello sfruttamento del lavoratore, mentre
adesso si tenta di salvare l’illegalità. Ma forse non
c’è nemmeno tutta questa differenza. Alla fine il come
sarà sicuramente il meglio possibile per politici e affaristi.
(1) vedi Belpaese
Connection di Giovanna
Baer, PaginaUno n. 9/2008
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