| “Corruzione e indifferenza
politica: sono braccio e mente l’una dell’altra”.
Honoré de Balzac (1842)
La fretta di agire e l’accordo totale tra le
parti politiche non sono mai un segno di salute per una democrazia.
È quanto sta accadendo con la ‘riforma della giustizia’
sulle cui note da mesi i politici si strusciano tra loro in uno strano
balletto da casa di tolleranza.
È da un po’ che in Parlamento se ne parla; da qualche anno.
Dalla grande paura di Tangentopoli. Con l’ansia di chi sta per
perdere il controllo di qualcosa di importante.
Difficile comprendere, quindi, la serenità di molti editorialisti
nell’accogliere i proclami di rinnovamento da parte del guardasigilli.
La loro coscienza appare fin troppo selettiva nell’accettare,
sic et simpliciter, tutte le argomentazioni provenienti dal
Parlamento, quali ‘la riforma dell’assetto costituzionale
della magistratura’ o ‘la velocizzazione del processo’,
come se l’attuale quadro politico italiano non presentasse alcuna
anomalia. Al contrario, alcuni giornali, Corsera in testa, si prestano
volentieri a fare da cassa di risonanza ai proclami riformisti (più
che ai programmi, ancora piuttosto evanescenti) che il governo, con
l’appoggio dell’opposizione, dice di volere attuare quanto
prima.
Viene da chiedersi quale percezione abbiano Battista, Panebianco, Romano,
Galli della Loggia della società italiana, e se abbiano mai sentito
parlare del profondo stato di corruzione in cui versano economia e politica;
o se siano a conoscenza dell’esistenza di quella diffusa realtà
nazionale che risponde al nome di criminalità organizzata, e
di quella componente sociale, oggi preponderante nel mondo degli affari,
definita borghesia mafiosa.
Non tutto il mondo è paese. Occorre sapere che quando si parla
di corruzione in Italia ci si confronta con una realtà che non
trova eguali nel resto d’Europa. Al punto che gli stessi cittadini
italiani non hanno più alcuna percezione del problema. Come se,
al termine delle inchieste di Mani Pulite, e dopo la mancata pulizia,
fosse stata definitivamente assorbita e metabolizzata a livello di società
civile; quasi che il codice morale degli italiani avesse accettato la
corruzione come si accetta una normale prassi del sistema. Eppure chiunque
in Italia sa che oggi, nel 2008, si paga per tutto, per avere un posto
letto in corsia, per superare un esame universitario, per diventare
notaio, per saltare la fila. L’unica cosa che si può dire,
per giustificare un simile stato di passività, è che in
effetti, rispetto ai tempi di Tangentopoli, corrotti e corruttori si
sono fatti più attenti. Ciò non toglie che la quantità
di denaro nero che circola per il Paese sia impressionante, una buona
parte del quale rientra nell’economia in chiaro attraverso operazioni
di riciclaggio al Nord come al Sud (1). Non di meno, non desta sospetto
a questi analisti della politica il fiorire di centri commerciali sempre
più grandi, in reciproca concorrenza spaziale ancor prima che
commerciale.
Corrompere, a livello di amministrazioni locali, è diventata
la regola; in molte città e paesi italiani non viene assegnato
un appalto senza passare per la criminalità organizzata, e la
collusione di professionisti e colletti bianchi con le attività
mafiose è diventata una prassi sempre più diffusa.
Un quadro cui va aggiunta tutta una serie di altri reati che spaziano
dall’abuso d’ufficio, ormai depenalizzato da accorte rimodulazioni
della legge, alla sottrazione di fondi pubblici.
È probabile che la scarsa percezione del fenomeno da parte degli
italiani sia dovuta al silenzio tombale dei media. Non ne parlano proprio,
malgrado studi in materia dicano, senza possibilità di fraintendimento,
che esiste in Italia una vera e propria economia della corruzione, con
le proprie logiche e le proprie regole, di entità difficile da
accertare, ma che con certezza si assesta su valori ingenti.
E mentre nel contesto internazionale si sviluppa un clima di particolare
interesse per la lotta alla corruzione, mentre aumentano le convenzioni
in materia, attivate per garantire una parità di condizioni che
consenta una reale concorrenza delle imprese sul mercato globale, in
Italia il governo, per tutta risposta, sopprime (25 agosto 2008) –
davanti alla sorpresa di Drago Kos, presidente del GRECO (Group of States
against corruption) – l’istituto dell’Alto commissariato
per la prevenzione ed il contrasto della corruzione e delle altre forme
di illecito nella pubblica amministrazione. Una dimostrazione del
disinteresse (o di un interesse di tipo doloso) dei governanti riguardo
al problema.
Sapere che le funzioni dell’Alto commissario, dopo la chiusura
di una struttura che cominciava a dare i primi frutti a livello di analisi
e di monitoraggio nazionale del fenomeno, siano passate al ministro
delle attività pubbliche Brunetta, non induce all’ottimismo.
È questi, infatti, un uomo dalla cui bocca non è mai uscito
un sospiro che denunciasse, adesso che il compito della repressione
è nelle sue mani, i costi che la corruzione comporta per lo Stato
italiano e, quindi, per i contribuenti. Gli verrà un colpo, al
termine della guerra ai ‘suoi’ dipendenti, ai writers e
ai medici ospedalieri, quando leggerà l’ultimo rapporto
annuale dell’anticorruzione e apprenderà che, rispetto
ai costi economici, culturali e sociali dovuti alla vasta corruzione
in auge tra i suoi colleghi, gli sprechi della pubblica amministrazione
sono una piuma. O forse lo sa bene, ma sa altrettanto bene che il governo,
a braccetto con l’opposizione (escluso Di Pietro), ha una più
diretta convenienza a combattere quella parte di magistratura sana che
persegue con ostinazione il diffuso mercato di ‘scambi e favori’
economici.
Alla luce dello stato della macrocorruzione e della microcorruzione
in Italia, il canone interpretativo del fenomeno da porre in cima al
cahiers de doléances non può che essere l’analisi
economica della situazione italiana, senza la quale non è possibile
comprendere come e quanto il forte interesse privato – che pratica
la corruzione (sotto la protezione politica) per limitare la libera
concorrenza – oggi orienti e condizioni l’operato politico.
In Italia la parola Giustizia è un concetto
flessibile che oscilla tra l’atto arbitrario dei primi capitribù
e la moderna giurisprudenza. Alla voce arbitrario, il vocabolario dà
queste due definizioni: che dipende dalla volontà, dall’opinione
del singolo – senza cioè riscontri oggettivi – e
illegittimo, abusivo. Un atto di usurpazione delle cui origini la memoria
collettiva ha perso le tracce. Quasi che Giustizia e Legge avessero
una genesi metafisica o divina. Berlusconi, in tal senso, riporta gli
italiani ai tempi delle prime comunità e rivela loro quanto l’architettura
legale sia implicata nella difesa di un sistema e di interessi privati.
Nel suo doppio ruolo di imprenditore e di politico, il Cavaliere rappresenta
una curiosa anomalia, non solo perché legittima il conflitto
d’interessi, ma, e soprattutto, perché, al di là
di una specifica volontà personale, restituisce con ogni sua
azione una verità negata sulla sostanza della pratica del potere
tout cour.
Per questo motivo sarebbe sbagliato pensare alla riforma della giustizia
promossa dal suo uomo Angelino Alfano (una creatura di Marcello Dell’Utri,
in verità), come una questione personale con la giustizia. Anche,
ma non solo. La riforma della giustizia, così come verrà
concepita, salvaguardando Berlusconi dai suoi guai, asfalterà
la via di salvezza a un intero sistema politico ed economico retto da
un regime di corruzione degno del Terzo mondo. Per cui è normale
che, dopo centocinquant’anni di un potere che ha elevato l’illegalità
a sistema di controllo del mercato, i capitani d’industria e le
varie lobby degli affari – accortisi di quanto la situazione dell’illegalità
rischi di esplodere loro tra le mani – abbiano deciso di catturare
lo Stato per controllare la magistratura, ovvero, l’unica realtà
in grado di creare loro problemi. Perché, in un momento in cui
il capitalismo rischia di implodere, va da sé che gli effetti
globali della crisi in Italia risultino accentuati, in un Paese in cui,
oltre al ‘normale’ sfruttamento dei lavoratori, è
stata usata la corruzione come arma di dominio del mercato in stretto
abbraccio con una politica fortemente protezionistica. Sta tutta qui
l’anomalia italiana. Oggi è solo più evidente grazie
all’affermazione di Berlusconi il quale, se da un lato ha tolta
dall’ombra questa verità, per altri versi ha contribuito
a garantire all’Impresa il diretto condizionamento dei più
alti livelli istituzionali, al punto di permettere a banche, finanzieri,
industriali e professionisti, di prendere decisioni e garantirsi, senza
ulteriori mediazioni, situazioni di monopolio e vantaggi fiscali; di
crearsi rendite di posizione; di allocare risorse economiche in territori
a concentrazione mafiosa; di decidere degli investimenti pubblici, che
privilegiassero, come sempre nei Paesi ad alto tasso di corruzione,
la realizzazione di nuove opere. In poche parole di erigere a forma
di potere il sistema mafioso.
Non è un caso che l’economia italiana ristagni ormai da
qualche anno, segnando tutta una serie di effetti di cui la vasta diffusione
della corruzione è direttamente responsabile. E cioè:
alterazione dei prezzi sul sistema dei mercati, impedimento di una libera
concorrenza, alterazione del mercato dell’offerta del lavoro con
la prospettazione di facili guadagni, chiusura delle imprese sane, inibizione
dell’avvio e dello sviluppo di nuove attività, inquinamento
degli appalti pubblici, distorsione delle allocazioni delle risorse
finanziarie. Ragion per cui, come sottolinea l’ultima relazione
redatta dall’Alto commissario: “Il costante sviluppo di
questi raffronti evidenzia una significativa correlazione tra la corruzione
e i fattori indicatori della crescita economica, nel senso che ad alti
livelli di corruzione corrisponde un basso livello di Prodotto Nazionale
Lordo, un basso tasso di crescita del Pil, un alto fattore di rischio
per gli investimenti, un alto costo del denaro e un complessivo effetto
di scoraggiamento degli investimenti esteri” (2).
Contro un fenomeno tanto invasivo la legislazione non ha mai opposto
un contrappeso. Negli ultimi quindici anni la normativa italiana anticorruzione,
al contrario, si è molto addolcita, lasciando cadere verso il
basso un forte incentivo a delinquere che contraddice la favola della
predisposizione degli italiani a eludere la legge. Teoria buona a giustificare
l’operato della loro classe politica. Vero semmai è il
contrario. Senza scomodare le complesse teorie marxiane su struttura
e sovrastruttura, nel caso dell’Italia è sufficiente ricorrere
a un vecchio adagio popolare secondo cui il pesce puzza sempre dalla
testa.
Per paradosso, oggi il nuovo pericolo per la classe
dirigente italiana arriva dall’Unione europea, da quando questa
ha adottato un sistema di norme che favoriscono la lotta alla criminalità
e che l’Italia è costretta, seppure già con notevole
ritardo, a recepire nel proprio ordinamento penale, per una questione
di credibilità e di immagine di fronte ai consessi internazionali
ed europei. Queste riguardano, neanche a farlo apposta, proprio la corruzione
e non prospettano alcunché di buono per i gruppi di potere del
Paese.
Dai tempi di Tangentopoli, il quadro economico italiano è molto
mutato. Privatizzare è il nuovo dogma a cui anche lo Stato si
è adeguato. Ne è seguita una riorganizzazione del sistema
pubblico, grazie alla quale sono state trasferite diverse competenze
a enti privati o a società, come tali vincolate alle regole del
diritto privato. Da allora gli appalti per le grandi opere pubbliche
possono venire assegnati con procedure di tipo privatistico, anche attraverso
la diffusione di nuove figure economiche, quali il general contractor
(Impregilo è uno di questi). All’interno del processo di
rinnovamento, la corruzione ha prodotto i propri anticorpi e si è
evoluta come un perfetto organismo mutante, rendendosi ancora più
invisibile dal momento che le logiche interne delle nuove realtà
sono insondabili e avvolte dal mistero. Se a ciò si aggiunge
che ai manager di queste società, non avendo la qualifica di
pubblici ufficiali, non possono venire imputati i reati di corruzione
e di concussione, si fa presto a capire quali agevolazioni siano state
assicurate alla pratica dell’illegalità. Una specie di
saturnale che la Ue e l’Onu puntano a debellare, chiedendo all’Italia
proprio di eliminare la differenza tra corruzione e concussione, di
estendere il reato al settore privato e di adottare il provvedimento
della confisca dei beni e dei proventi per chi corrompe, già
in vigore nel caso dei condannati per mafia.
Non è una richiesta che l’Italia possa
rifiutare, e infatti fino a ora ha tergiversato non poco, beccandosi
parecchie tirate d’orecchie. È per questo motivo che adesso
la riforma della giustizia viene contrabbandata come un’urgenza
nazionale. Niccolo’ Ghedini, meglio noto come l’avvocato
di Berlusconi, si è già messo duramente al lavoro. Forgiato
da anni e anni di studi e applicazioni che permettessero al suo datore
di lavoro di sfuggire ai tanti processi, rappresenta l’uomo giusto
al posto giusto. E come contraltare si è proposto Luciano Violante.
Perfettamente bipartisan. Anche perché nessuno vuole che qualche
magistrato si ponga di traverso alla tanto decantata governabilità,
proprio adesso che è stata raggiunta e ogni forma di opposizione
parlamentare è stata debellata, magari aprendo nuovi filoni d’inchiesta
sul modello di Mani Pulite. Cosa ne sarebbe dell’Italia! Per questo
motivo il Parlamento varerà la riforma della giustizia con un
atto arbitrario. E pur non dimenticando la parte demagogica da servire
a pranzo e a cena agli italiani parlando di giusta durata del processo,
di responsabilità civile del magistrato, di macchina della giustizia
più efficiente, di separazione delle carriere, di revisione dell’obbligatorietà
dell’azione penale, di privacy, e accanendosi contro un’intera
popolazione di indifesi e senza voce, di carcerati, prostitute, extracomunitari;
pur non dimenticando questo, brigherà nell’ombra i propri
interessi per introdurre un pacchetto di soluzioni a protezione della
macrocriminalità di politici, mafiosi e affaristi di ogni sorta
e grado. Verranno spostati i paletti in sede d’inchiesta per impedire
che qualche pezzo grosso possa venire processato, negando magari l’uso
di importanti strumenti di investigazione quali le intercettazioni telefoniche.
E potrebbe anche proporre di consegnare la direzione delle indagini
alla polizia giudiziaria, sottomettendo la Giustizia all’arbitrio
del governo per toglierla al pubblico ministero. Ma tutto questo riguarda
l’aspetto tecnico del come, quello dell’azione. E conterà
ben poco a quel punto, quando si sa bene che sono costretti a farla
e che quindi la faranno.
In fondo lo Stato anche in passato si è sempre mosso per garantire
le esigenze di stabilità.
È vero che prima di oggi la posta in gioco è stata la
preservazione del sistema di produzione e dello sfruttamento del lavoratore,
mentre adesso si tenta di salvare l’illegalità. Ma forse
non c’è nemmeno tutta questa differenza. Alla fine il come
sarà sicuramente il meglio possibile per politici e affaristi.
Resterà sotto gli occhi di tutti la Riforma della giustizia,
simile – magra consolazione – a una silenziosa ammissione
di colpa.
Walter G. Pozzi
(1) vedi Belpaese
Connection di Giovanna Baer, PaginaUno n. 9/2008
(2) Il Fenomeno della corruzione in Italia 2007, Relazione
dell’Alto commissario anticorruzione |