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Intervista

 

Giulio Cavalli
Il teatro partigiano, la politica e la lotta alla mafia
intervista di Daniela Bettera e Lara Peviani

 

 

 

Giulio Cavalli nasce come artista di teatro. I suoi spettacoli si ispirano a fatti realmente accaduti, al presente civile, sociale e politico dell’Italia. Da Linate 8 ottobre 2001: la strage (2007) sull’incidente aereo, a Bambini a dondolo (2007), sul turismo sessuale infantile, a Primo L. 174517 (2008), uno spettacolo ispirato al romanzo Se questo è un uomo di Primo Levi, agli spettacoli sul tema della mafia: Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi (2008), A cento Passi dal Duomo (2009), Nomi, cognomi e infami (2009) e L’innocenza di Giulio - Andreotti non è stato assolto (2011). Nell’aprile 2010 all’impegno teatrale ha affiancato quello politico, ed è stato eletto come consigliere regionale indipendente nella lista dell’Italia dei Valori in Lombardia; successivamente ha aderito al gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà, che oggi rappresenta nel consiglio regionale lombardo.

Partiamo dal tuo impegno teatrale. Hai affermato che per te il teatro deve essere un “mezzo per mantenere vive pagine importanti della nostra storia” e soprattutto ne rivendichi un ruolo ‘partigiano’ e non semplicemente ‘civile’: il teatro, dici, deve avere l’obbligo morale di prendere una posizione netta in merito agli avvenimenti. Un teatro di controinformazione, se così possiamo definirlo, contro la normalizzazione di un pensiero unico ufficiale e falso che narcotizza la coscienza delle persone. Credi che il teatro possa avere la forza di influire sulla coscienza civile di un Paese, considerato il numero ristretto di persone che raggiunge?

Io credo che il teatro possa svolgere la sua funzione di teatro. Ma non è controinformazione, è informazione, perché molto spesso parto da atti giudiziari. Penso che il teatro sia ‘partigiano’ perché non credo nell’aggettivo ‘civile’, che in realtà legittima tutto ciò che è ‘incivile’. Il teatro incivile non esiste, esiste la televisione incivile, la politica incivile, ma il teatro incivile al massimo si chiama varietà, e non c’entra nulla con il teatro. ‘Partigiano’ perché nel momento in cui porto in scena una storia decido esattamente da che parte stare in quella storia. Quindi non faccio spettacoli sulla mafia, ma spettacoli contro la mafia. Non faccio spettacoli su Andreotti, perché non mi interessa, non sono uno storico, faccio uno spettacolo per raccontare la piccolezza politica, morale ed etica che contraddistingue, secondo me, Andreotti.
Personalmente mi fanno paura quelli che pensano che con un libro o con uno spettacolo si possa essere più civili, o quelli che pensano che la politica possa essere la panacea di tutti i mali. Io credo che ognuno, nelle funzioni che si ritrova a fare nella vita, possa decidere di essere partigiano. L’articolo 4 della Costituzione dice chiaramente che il cittadino italiano, con la propria funzione o professione, deve contribuire alla crescita materiale e spirituale del proprio Paese; quindi non è una scelta. Io ho la fortuna di riuscire a muovermi in più campi, perché vado in scena, scrivo un libro e faccio attività politica, ma tutto questo senza mai cadere nella tentazione di ritenermi salvifico per quegli spazi che non mi competono.

Alcuni tuoi spettacoli, come A cento passi dal duomo, nascono da sentenze giudiziarie, e hai dichiarato che “il teatro è un luogo in cui la memoria non va mai in prescrizione”. Come avviene il processo di trasformazione di una sentenza in un’opera teatrale? Come convivono il giudice e l’arlecchino?

Dario Fo, con cui ogni tanto ho la fortuna di lavorare, dice che in teatro, tutti noi, abbiamo la fortuna di fare il lavoro che avremmo voluto fare nella vita. Infatti lui è un pittore prestato al teatro, solo che si è dedicato troppo al suo hobby e poco alla sua professione. Io probabilmente avrei fatto altro, il cronista d’inchiesta per esempio. Credo che gli atti giudiziari siano un elemento fondamentale, ciò che non si può non sapere per poi costruire tesi e confrontarsi. Il nostro è un Paese che ha completamente dimenticato gli atti giudiziari, dove si possono trovare fatti che sono riscontrabili, reali e riconosciuti dagli imputati. A me fa paura l’analisi senza l’informazione, senza la consapevolezza, perché in realtà sogno un Paese che ricominci a leggere le sentenze e non solo i libri di ipotesi sulle sentenze. Penso che il palcoscenico possa essere un’ottima cosa: negli anni Settanta c’erano dei movimenti teatrali che facevano una sorta di cinegiornale dal vivo e quindi un teatro giornale. C’è stato il teatro documento, una realtà che è conosciuta da pochi ma che ha avuto un suo percorso artistico importante. Con A cento passi dal Duomo, diciotto mesi prima dell’operazione ‘Infinito’ della procura di Milano contro la ‘ndrangheta, avevamo già fatto alcuni nomi delle persone coinvolte nell’inchiesta, semplicemente perché si sapevano già: e siamo stati querelati per avere dato dei mafiosi a personaggi che oggi sono al 416bis. Paradossalmente le querele sono ancora attive, mentre all’epoca ci avevano anche definito allarmisti; quando poi c’è stata l’operazione ‘Infinito’, hanno detto che eravamo amici delle procure e che avevamo avuto le informazioni in anticipo.
La verità è che in Italia le famiglie criminali sono sempre le stesse, i metodi sono sempre gli stessi e molto spesso i gruppi di potere sono sempre gli stessi.

Il procuratore di Palermo Roberto Scarpinato ha detto che l’Italia è un Paese la cui Storia, quella con la S maiuscola, è spesso scritta nelle sentenze, evidenziando in questo modo l’anomalia di una nazione che vede la propria storia inestricabilmente intrecciata con la criminalità organizzata. Non ti fa paura un Paese in cui la magistratura si ritrova ad avere questo grande potere, storico, politico, culturale e non solo giudiziario?

No, perché all’interno della magistratura ci sono due piani. Uno è quello dei fatti, e la magistratura spesso riesce a raccontare quali sono stati, ed è questo il punto da cui dobbiamo partire. Poi c’è l’aspetto giudiziario, che a me interessa molto poco. È l’opportunità che mi interessa, ciò che è opportuno e inopportuno secondo i fatti che vengono ricostruiti sulla base all’attività giudiziaria. L’opportunità in questo Paese è sempre stato un valore importante ed è un valore profondamente intellettuale e culturale. Oggi l’opportunità è strettamente vincolata a quelli che sono i confini giudiziari, quindi quel che sì può dire o non dire di una persona finché questa non viene condannata al terzo grado di giudizio. Però siamo nel Paese che ha avuto grandi giornalisti e pensatori che sono riusciti a prevedere ciò che era inopportuno, e gli effetti che questo avrebbe potuto avere nel futuro.
Questo mi fa paura, pur con tutta la vicinanza che posso sentire con alcuni uomini della magistratura, perché dobbiamo decidere di raccontare che il problema mafia è un problema istituzionale, e istituzionale non significa solo l’assessore ma anche il procuratore, l’uomo delle forze dell’ordine; le maggiori difficoltà io le ho avute con alti rappresentanti delle istituzioni.
Mi fa paura un Paese che ha delegato il ruolo di intellettuale ai magistrati, però non penso, come dicono in molti, che sia colpa della magistratura, penso che sia proprio una latitanza degli intellettuali e della politica, che in questo gioco delle parti è riuscita a ritagliarsi una sorta di condono culturale.
In realtà la politica è sempre stata promotrice di una riforma culturale e invece oggi per noi politica è uguale ad amministrazione, e questo crea un vuoto in cui poi molti miei colleghi scrittori, teatranti, dimostrano spesso di essere morbidi nei loro giudizi. Finisce che la magistratura si ritrova a riempire questo vuoto, perché per sostenere una sentenza giudiziaria ne deve sostenere anche tutta l’architettura culturale. Però non credo in una magistratura che possa essere ispiratrice di politica, credo in una magistratura che non abbia bisogno di contrattaccare in termini culturali per doversi difendere. Una magistratura che dovrebbe essere protetta e alla quale si dovrebbe concedere di rimanere silente.

Nel 2010 sei passato anche all’impegno diretto in politica, candidandoti alle elezioni regionali della Lombardia come indipendente nella lista dell’Idv. Come mai la decisione di affrontare anche questo tipo di impegno, hai pensato che l’approccio solo culturale non potesse essere sufficiente a cambiare le cose, mancasse di immediatezza, risultati diretti, che la politica può invece raggiungere? E come mai, una volta eletto, hai aderito al gruppo di Sel?

Penso che ognuno debba fare quello in cui si riconosce e quello in cui crede di poter essere intellettualmente onesto. È lo stesso discorso del teatro: non penso che la politica sia la salvezza, ma penso che ci sia bisogno dell’impegno ordinario di tutti e non dell’impegno straordinario di pochi, come diceva Falcone. Non per questo bisogna però fare tutti i lavori del mondo, anzi il fanatismo antimafia, il vippismo antimafia è secondo me uno dei danni culturali più grossi vissuto in questi ultimi anni in Italia. Questo voyeurismo per i minacciati, questi eroismi sempre abbastanza patinati. Io faccio un lavoro che è profondamente politico, che è molto diverso dal lavoro partitico. Non mi interessa, e non sono capace, di disegnare equilibri di fazioni, però mi interessa che un bisogno trovi una sua sintesi e diventi il prima possibile collettivo. Nel momento in cui chiedo alla mia Regione di rendersi conto quanto prima di un allarme criminalità organizzata, di studiarlo, analizzarlo, di proporre analisi e studi e anche diversi modi di narrazione, sto facendo politica.
Plutarco diceva che la politica è la più alta forma d’arte, e secondo me aveva ragione. È quella che più di tutte ha una drammaturgia impattante sulla quotidianità della gente.
Nel 2009 ero in scena con A cento passi dal duomo, ma non è uno spettacolo teatrale. In realtà è stato messo in piedi per legittima difesa. Mi sono ritrovato a dover raccontare la mafia al nord per non essere considerato un mitomane e per dover accreditare le mie minacce, e questo racconta un po’ qual è la desolazione generale. Quando ero in scena, Letizia Moratti, a un giornalista che le chiedeva come mai uno spettacolo teatrale sulla mafia in Lombardia, dove la mafia non esiste, riempisse i teatri, rispose che la politica non ha l’obbligo di rispondere agli attori. Questo mostra come il fossato che spesso la classe politica e le istituzioni scavano nei confronti dei cittadini li renda non tanto intoccabili, ma lontani. Alla fine siamo un Paese dove molto spesso il giullare ha chiesto di entrare nel cuore dell’amministrazione, ed è quello che è successo con Peppino Impastato, Pippo Fava.

La scelta di entrare in politica è stata abbastanza provocatoria e voluta, anche se assolutamente pensata. Credo che la politica abbia l’obbligo di alfabetizzare su alcuni problemi e abbia quindi un grande ruolo culturale. La candidatura con Idv è avvenuta per amicizia con Luigi De Magistris e Sonia Alfano, e Antonio Di Pietro mi ha dato la sua piena disponibilità e il suo appoggio. Ovviamente all’interno dell’attività politica ci sono dei sensi di appartenenza, e io sono sempre stato profondamente di sinistra, ho sempre odiato le post ideologie antimafiose, e soprattutto politiche. Inevitabilmente a un certo punto ci siamo scontrati, con degli equilibri che non potevano funzionare. Sono molto contento e penso di essere tra le poche persone che ha deciso consensualmente di continuare per la propria strada, che non era quella del gruppo in cui mi ritrovavo, e ci si è lasciati senza alcuna polemica e anzi con molta stima. Fortunatamente la legge elettorale regionale prevede le preferenze, e questo fa sì che chi è eletto risponde ai proprio elettori, e io con i miei elettori ho un rapporto molto stretto, ci incontriamo, e insieme abbiamo ritenuto che passare dall’Idv a Sel fosse la cosa migliore.
Ogni tanto qualcuno giustamente mi fa notare che il mio mandato era con il partito Idv, ma chi mi ha chiesto di non dimettermi è stato proprio l’Idv.

La situazione della Lombardia la conosciamo: governata da Pdl e Lega Nord, con il ciellino Formigoni a capo di tutto. Sempre più consiglieri in odor di mafia o perlomeno indagati per favori e appalti pilotati – che quasi sempre in Lombardia significano ‘ndrangheta – finiscono nelle maglie della magistratura: Ponzoni e Nicoli Cristiani del Pdl, e prima Penati del Pd. Quali istanze e proposte riesci a portare avanti in un simile consiglio regionale, e chi ti ostacola e chi ti appoggia nella lotta alla mafia?

Cerco di farmi condizionare il meno possibile. Continuare a parlare di antimafia in Lombardia significa fare un enorme piacere ai mafiosi, perché in Lombardia il fenomeno mafioso, la corruzione, il riciclaggio sono la stessa cosa, molto più che in tutte le altre regioni d’Italia. Hanno infatti gli stessi ispiratori, molto spesso gli stessi protagonisti; hanno un indice di eleganza medio alto e quindi difficilmente li accomuniamo alla criminalità organizzata.
Quello che è successo nel consiglio regionale della Lombardia dimostra che c’è un sistema che è formato da tre o più persone che arricchisce il proprio bene ai danni del bene pubblico, che tra l’altro è il manifesto elettorale di questa regione. L’articolo 416, senza cadere per forza nel bis, rischia di essere un passo di vangelo piuttosto che qualcosa da evitare.
Il problema vero è che siamo in una regione dove il centro sinistra non è mai riuscito a proporre un altro modello, e la gente, quando vota e segue un politico, ha bisogno di ascoltare delle ipotesi e dei progetti che siano inaspettati. Il centro sinistra ha cercato di creare sistemi sulla falsa riga del centro destra, perché non c’è nulla di diverso dal sistema Penati a quello Cristiani. La visione è la stessa, riuscire a creare qualcosa che esuli da quelli che sono gli organismi trasparenti e democratici e che si basi su vincoli che possono essere di amicizia, di interesse, che permettano di gestire un territorio, controllare e fare profitto.
La difficoltà più grossa non è tanto sulla questione mafia o antimafia; noi siamo una nazione che ciclicamente diventa antimafiosa. Negli anni Novanta, con i maxi processi, eravamo antimafiosi. Poi dopo un po’ ci passa, si guarisce, e alla prossima ondata di arresti ridiventiamo tutti per un po’ più preoccupati sull’argomento. La consapevolezza dell’emergenza non porta molto lontano. In Lombardia si può raccontare un’altra storia decidendo esattamente da che parte stare, dalla parte delle infrastrutture sociali e non più cementizie, dalla parte dei modelli di sviluppo che si basino sulla convivenza, sul ripensare il mondo del lavoro. Certo c’è poca gente in Lombardia che ci segue, perché il più grosso partito di minoranza è quello a cui più di tutti si è applicato il modello formigoniano, anche se declinato più eticamente, con valori decisamente diversi. Io penso che in questi diciotto mesi, dalle elezioni regionali del 2010, tra la Lombardia e la gente è passata un’era geologica e i consiglieri regionali non se ne sono ancora accorti.

Dopo aver passato anni a negarne l’esistenza, dopo che il comune di Desio è stato sciolto per mafia a fine 2010, si può dire che oggi, finalmente, almeno a livello di classe dirigente, la presenza della mafia in Lombardia sia riconosciuta? E qual è la situazione attuale in regione, con l’Expo che avanza con i suoi appalti, quanto controlla la ‘ndrangheta?

La ‘ndrangheta controlla tutto. Ciccio Valle, della famiglia della ‘ndrangheta di Cisliano, in un’intercettazione ambientale dice: “Abbiamo preso quel terreno nella zona del pavese perché abbiamo deciso di aprirci un ristorante o un albergo e qui vicino ci verrà l’Expo”. Noi del consiglio regionale dovremmo essere i primi a conoscere i confini dell’Expo, e invece a tutt’oggi nessuno li conosce; quindi, se la criminalità organizzata sa le cose prima della politica, o ha delle informazioni di prima mano che arrivano molto prima che a noi o, nella peggiore delle ipotesi, è direttamente l’ispiratrice e la suggeritrice della politica. La vicenda della discarica di Cappella Cantone, per cui Nicoli Cristiani è stato arrestato, dimostra che l’Expo è già iniziato, perché è la discarica che serve per dismettere l’amianto delle zone Expo.
Questo significa che il mondo dell’imprenditoria, sia legale che illegale, ha già iniziato a lavorare per l’Expo, e se si fa credere a un’intera regione che si è ancora in fase progettuale mentre altri sono già passati all’incasso, un problema di democrazia c’è. Però siamo anche una regione che ha cittadini molto più credibili, appuntiti, dei loro rappresentanti politici. In questi diciotto mesi da consigliere ho visto comitati di persone che nella vita fanno tutt’altro imparare a passare dalle analisi volumetriche ai ciclostilati e riuscire a bloccare i grossi cantieri. Penso che la vera commissione antimafia sia molto di più la signora che nota i camion che passano mentre stende il tappeto.

Qual è quindi la percezione della diffusione della mafia nei cittadini, le persone sanno, comprendono, quanto la criminalità organizzata incida sulla loro quotidianità? Il 9 febbraio, in un post sul tuo sito intitolato “No, non mi fermo”, scrivi: “Pochi anni fa sarebbe stato impensabile vedere una Lombardia così ricca di fremiti, comitati ed energie sul tema delle mafie: prima erano inesistenti, poi infiltrati e ora convergenti, finalmente”. Da chi provengono questi fremiti e quali sono le energie concrete, in campo politico e culturale che si stanno attivando? Hanno un reale potere contro chi nega l’evidenza per interesse e collusione?

Nel 2004-2005 facevo un incontro al mese nelle scuole, ed era una cosa rarissima. Oggi invece il tema è dibattuto, anche se in modo molto sensazionalistico. Credo che la criminalità organizzata vada studiata, mentre qualcuno dell’antimafia vuole far credere che sia cosa per tutti. Gli argini però si sono rotti, oggi la Moratti non potrebbe più dire che la mafia non esiste, ed è passato solo un anno e mezzo da quella frase. Nel programma del centro sinistra del 2010, alla mafia erano riservate quattro righe; in questo periodo sto seguendo le amministrative e devo dire che il problema viene affrontato da qualsiasi comune e parte politica.
Oggi chi non parla di mafia è colluso. La mia generazione, un po’ per superficialità e un po’ per ignoranza, dà per scontate alcune cose che invece si dovrebbero rimettere in discussione.
L’arresto di Ponzoni, per esempio, pone un tema che nessuno ha mai sollevato, ossia che la corruzione si basa su una legge semplicissima che è quella del cambio di destinazione d’uso dei terreni: esiste corruzione dove un terreno agricolo diventa terreno commerciale, industriale, ecc. Se quel terreno vale 10 e se la politica, che rappresenta tutti i cittadini, decide che lì deve essere impiantata un’attività, e lo decide perché quello spazio deve portare benefici a tutti, la variazione di valore di quel terreno è del proprietario o è di tutti? Se noi riusciamo a fare in modo che la gente si appassioni a questi temi, abbiamo già vinto. Questa è una riflessione che in Europa sta avvenendo, e la fanno gli intellettuali.

Quando ne parlo con quelli della mia generazione diventa scontato che il proprietario di quel terreno è il proprietario anche del suo plusvalore. Ci attacchiamo ai simboli, come al bene comune dell’acqua e del nucleare – che vanno benissimo – però manca il bene comune primo che è quello di stare insieme e provare a raccontare mondi diversi. Il consumo di suolo, che adesso finalmente comincia a diventare un tema, non è la novità di qualche giovane politico. Un proverbio Sioux diceva che il territorio non è tuo ma ti è dato in prestito per lasciarlo ai tuoi figli. Questo significa che gli indiani erano molto più illuminati politicamente di noi.
I cittadini devono capire che ‘ndrangheta e politica sono molto simili, se tu non ti occupi di loro, loro comunque si occupano di te. La criminalità organizzata si combatte dal punto di vista finanziario, giudiziario, ma si combatte soprattutto nel momento in cui si svela. Scarpinato diceva che la criminalità organizzata – e secondo me anche la mala politica – per esistere, ha bisogno di essere oscena, cioè fuori scena. Il problema è che in una Lombardia dove la maggioranza dei cittadini è onesta, Comunione e liberazione, Compagnia delle opere, ‘ndrangheta, che sono una
minoranza, hanno sempre eletto la classe dirigente. Avranno quindi avuto metodi non legali, ma anche gli onesti sono stati poco vivi, perché se in un comune di 50mila abitanti, un consigliere prende 30 voti e con questi 30 voti viene eletto dalla ‘ndrangheta, vuol dire che gli onesti non danno la preferenza, perché con soli 30 voti non si diventa consigliere comunale.

Poi c’è anche l’aspetto della classe dirigente non politica, a cui noi abbiamo completamente delegato per anni, e che rappresenta uno dei mali veri di questa regione. Ci sono dirigenti di uffici tecnici che molto spesso riescono a fare affari senza neanche interpellare il politico, che non ha la chiave di lettura per accorgersi di quello che accade sotto di lui.
E il fatto che Nicoli Cristiani riesca a far prendere all’Arpa una decisione che passa attraverso due assessorati diversi senza che gli assessori ne sappiano nulla (nella migliore delle ipotesi…) dimostra che le decisioni determinate dalla volontà popolare non hanno più un reale riscontro di potere, nel senso buono del termine.

È inevitabile una domanda finale sulla tua sicurezza. Per lo spettacolo Do ut Des, nel 2008, hai subìto delle intimidazioni mafiose, per le quali ti è stata assegnata la scorta. Immaginavi che il tuo spettacolo potesse provocare un effetto simile, perché l’ha provocato e quali sono state in concreto le minacce ricevute?

Quello che si legge su questa vicenda è tutto falso. Non c’è niente di più banale del parlare di scorta, perché in Italia sono scortati tutti e non ci sono gradi di pericolosità mortale, anche se è comodo raccontarli, anche se è comodo andare in televisione a farlo credere. A me è capitato di mangiare tranquillamente all’aperto con Ingroia e Caselli; siamo il Paese dove il presidente degli Stati Uniti, Obama, cammina tranquillamente in centro a Roma mangiando un gelato con i suoi figli. Lo dico con tutta l’amicizia che ho per Roberto Saviano, e con tutto il disprezzo per il mondadorismo che Roberto ha cavalcato. La questione delle minacce in realtà non è importante,
perché uno Stato ha l’obbligo di fare in modo che ognuno prosegua a fare il proprio lavoro. La Costituzione italiana dice che Giulio Cavalli ha il diritto di andare a fare i suoi spettacoli teatrali, e ti mette in condizioni di farlo.
Le minacce non arrivano mai all’improvviso, in casi molto rari la scorta arriva di colpo; le persone vengono minacciate, c’è un’indagine, ci sono dei riscontri, cominciano a essere tutelate, poi la tutela comincia a essere mano a mano più stretta. Quindi non è che io sono uscito dal teatro e ho pensato che mi volessero ammazzare. Che davamo fastidio, a chi davamo fastidio e perché davamo fastidio lo sapevamo già nel 2003, perché in realtà il nostro primo lavoro iniziato su Gela era un lavoro che dava molto fastidio a Emanuele Rinzivillo, ed è un lavoro in cui l’amministrazione comunale con Rosario Crocetta è molto impegnata, perché far ridere in Sicilia di mafia è sicuramente una cosa ancora difficile. Io ci parlo con le persone che mi vogliono ammazzare, quindi togliamo questo mito, io so esattamente chi sono.
Il problema vero, ed è la cosa che mi fa arrabbiare, è che la mia è una vicenda come quella di altre circa 700 persone in Italia, e si parla invece solo di tre o quattro. Tra queste persone tutelate ci siamo noi artisti, che siamo i più fortunati perché abbiamo tutte le riviste patinate, ma ci sono i testimoni di giustizia, gente che perde il nome e che deve cancellarsi per cercare di sopravvivere.
Poi mi dicono che è incredibile che minaccino un attore. Questo è falso, perché noi siamo in un Paese dove cinquecento anni fa ammazzavano i giullari. Pippo Fava faceva il mio lavoro. Siamo un Paese che ha ammazzato i preti dentro le chiese: don Peppe Diana non è stato ucciso perché Dio è antimafioso, ma perché tramite l’esercizio della fede faceva cultura antimafiosa. Questo è un argomento di cui io non amo assolutamente parlare, perché è veramente molto banalizzato. La criminalità organizzata minaccia per metterti sotto pressione e per mascariare, delegittimare. Ma le delegittimazioni non le han fatte i mafiosi, le hanno fatte i cittadini.
A me e alla mia famiglia creano molto più danno i milanesi rispetto ai calabresi, perché la sovraesposizione porta a una sorta di cannibalizzazione.
Io non sono un testimone di giustizia che ha visto un omicidio, io ho scelto un percorso. E tanto per dire, prima di quelle mafiose ho ricevuto minacce dalle associazioni parapedofile, poi pesanti querele sulla questione di Linate, da Enac, Enav, Sea e queste sono solo forme diverse di intimidazione.

 

Daniela Bettera e Lara Peviani

 

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