È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Intervista |
| Fulvio Abbate. Quando (non)
è la rivoluzione intervista di Giuseppe Ciarallo |
| Molti dei tuoi lavori sono ambientati in quel periodo, gli anni ’70, che ancor oggi a distanza di tre decenni rappresentano per molti una ferita mai rimarginata, e coi quali l’attuale società non sembra avere alcuna intenzione di ‘chiudere i conti’, avviando una discussione necessaria, anzi indispensabile alla tanto sbandierata voglia di pacificazione. Partiamo dalla tua prima opera narrativa, Zero maggio a Palermo. Che aria tirava in quegli anni nel capoluogo siciliano e qual era l’intento del tuo romanzo? In realtà, nessuna ferita. Gli anni Settanta
che ho raccontato nel mio libro d’esordio del 1990 sono i primissimi,
il 1970, il 1971, il 1972, il tempo che precede il golpe di Pinochet
in Cile. Anni luminosi, di scoperta del mondo, dove l’unico
punto di buio era rappresentato dalle bombe di piazza Fontana. Palermo,
almeno allora, era una città vivace, presente alle cose della
cultura e della politica, così come attenta al teatro, un luogo
ricettivo. Dove non avevi la sensazione della sua marginalità.
In che senso, scusa, si pensava che la mafia
potesse essere tenuta in un angolo? Storicamente la mafia svolge in
Sicilia il ruolo di braccio armato dei proprietari terrieri e della
borghesia contro le lotte contadine prima e operaie dopo. No, che non l’ha mai allentata. Ciononostante l’impressione che i ragazzi di sinistra ebbero nei primi anni Settanta fu di una sostanziale indifferenza della mafia nei confronti del movimento degli studenti. Quasi fossero cose che riguardavano la borghesia cittadina, in ogni caso non in grado di collidere con gli interessi e i traffici del quotidiano criminale. La percezione del problema mafioso in modo netto verrà in seguito, sul finire del decennio. Durante una carica, nel ’77, in molti si rifugiarono alla Vucciria, popolare mercato del centro storico di Palermo; bene, furono presi e consegnati alla polizia dagli indigeni. Il segnale era chiaro: la mafia non vi vuole qui. Un’importante esperienza, all’interno della storia della sinistra extraparlamentare, è rappresentata dal movimento femminista. Quali difficoltà ha incontrato questo movimento per affermarsi nella Sicilia di quegli anni? Nessuna, cortei del Mld solcarono le strade cittadine
come in contemporanea avveniva, metti, a Roma a Campo de’ Fiori.
Il contributo principale, l’avanguardia di quel movimento, venne,
come per altre cose, dai ceti medi-medio alti. Avvenne anche lo scontro
all’interno delle organizzazioni ‘maschili’ o maschiliste,
ma da lì a poco sarebbe arrivata la fine di tutto, d’ogni
movimento. Palermo, come tu ci racconti, è senz’altro
una città socialmente avanzata quanto e forse più delle
altre realtà nazionali, ma leggendo in proposito, mi pare di
capire che la situazione delle donne, magari nelle realtà più
piccole, non sia la stessa del capoluogo. Il film su Peppino Impastato, forse per ragioni di sceneggiatura, forza una realtà, mostra i personaggi come fossero ‘urbani’ o ‘urbanizzati’; così non era, quelli di Cinisi erano ‘contadini di mare’, forse sarebbe il caso che qualcuno lo dicesse, senza razzismo, è solo un dato socio-antropologico. Lo so bene perché il mio liceo (scientifico) recepiva per ragioni territoriali proprio loro. Negli anni Settanta, arrivavano con la corriera alle sette del mattino e fumavano ‘Stop’ in attesa che aprissero i cancelli. Che splendore ripensarli con i loro capelli crespi vinti dalla spazzola e i giacconi a quadrettoni nel vapore del mattino. Che impatto ha sull’isola, la comparsa sulla scena nazionale dei gruppi che predicano e attuano la lotta armata? Ricordo a Milano le lunghissime discussioni, durante i collettivi, sull’uso della violenza, sull’autodifesa, sui ‘compagni che sbagliano’, sul ‘né con lo Stato, né con le bierre’ e via dicendo, mentre giorno per giorno si stringe la vite della repressione e si deve fare i conti con le aggressioni, con i Brasili, gli Amoroso, i Varalli e Zibecchi… Credo che l’interrogativo si sia posto solo dopo il 1976, con l’arrivo dell’Autonomia organizzata. Credo che nessuno abbia mai pensato praticabile la lotta armata in Sicilia. Se non rammento male, ci fu soltanto un attentato a un ufficio della locale Confindustria. Che giorno è stato il 9 maggio del 1978 per il movimento siciliano, con l’assassinio di Peppino Impastato e il contemporaneo ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani a Roma? Un giorno come tanti altri. Nei miei ricordi c’è soltanto che grazie all’assassinio di Moro la Dc prese a farsi chiamare il partito della Democrazia cristiana. Una ulteriore legittimazione politica, alla faccia del suo ruolo di corruttore istituzionale, almeno in Sicilia.
I maoisti di Servire il popolo lo erano per definizione, volevano punire il coito orale e il coito anale. E quanto a Berlinguer nel 1950 indicava santa Maria Goretti come esempio morale insieme alla martire partigiana bolognese Irma Bandiera. Se a destra e al centro, cosa naturale, ma anche a sinistra c’è una visione sempre più di tipo ‘religioso’ dell’esistenza dell’uomo, possiamo dire che la laicità dello Stato è diventata pura utopia? Peraltro le vicende politiche di questi ultimi anni sembrano confermare questa ipotesi, con una sinistra sempre più appiattita sulle posizioni dell’agenda dettata dal Vaticano… È un problema italiano, fuori di qui del Vaticano se ne sbattono bellamente. È vero che l’Italia patisce più di altre nazioni la presenza ‘fisica’ del Vaticano sul proprio suolo. Ma in Spagna, per esempio, che è sempre stata considerata una riserva inesauribile di fedeli, la sinistra è laica e battagliera, capace anche di sostenere duri scontri con un cattolicesimo forse ancor più bigotto e conservatore che da noi… In Spagna hanno perfino dato fuoco alle chiese e ai conventi, in Italia, nel 1950, il comunista Enrico Berlinguer, come ho già detto, proponeva Maria Goretti come modello alle ragazze comuniste. Saltando di palo in frasca, è di qualche
tempo fa la polemica legata a uno scrittore di sinistra, nel caso
particolare Paolo Nori, che ha cominciato a collaborare a un giornale
non solo di destra, ma beceramente fazioso come Libero. Se ti consentono d’essere ciò che sei, assodato che esiste comunque l’autocensura, non vedo il problema. Si può collaborare a qualsiasi foglio. E sempre a proposito del dibattito in corso, c’è stata secondo te dal dopoguerra agli anni ’90 una supremazia culturale della sinistra, e allo stesso modo oggi possiamo parlare di egemonia culturale della destra, anche alla luce delle nuove dinamiche legate all’industria e al mercato della cultura? La destra tendenzialmente non è interessata alla cultura, molto di più ammira i tappeti persiani, i suv, le ville al mare. Per concludere, una domanda di prammatica: a cosa stai lavorando in questo momento e quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Tornerai sugli anni ’70 o è un argomento che hai esaurito con i già citati Zero maggio a Palermo e Quando è la rivoluzione? Palermo non è più nei miei sogni da molto tempo, e se c’è si tratta di un luogo fantasmatico, della memoria. Sono io, la mia storia, e non Palermo come entità propria. Forse è normale che accada così. Forse.
Fulvio Abbate è nato
a Palermo il 20 dicembre del 1956 e vive a Roma. Scrittore, ha pubblicato
i romanzi Zero maggio a Palermo (Theoria, 1990 – Baldini &
Castoldi, 2003), Oggi è un secolo (Theoria, 1992), Dopo l’estate
(Bompiani, 1995), La peste bis (Bompiani, 1997), Teledurruti (Baldini
& Castoldi, 2002), Il ministro anarchico, con postfazione di Fernando
Arrabal (Baldini Castoldi Dalai, 2004), Quando è la rivoluzione
(Baldini Castoldi Dalai, 2008).
Leggi altri articoli sul tema rapporto tra cultura, informazione e potere |