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Intervista

 

Fulvio Abbate. Quando (non) è la rivoluzione
intervista di Giuseppe Ciarallo

 

Molti dei tuoi lavori sono ambientati in quel periodo, gli anni ’70, che ancor oggi a distanza di tre decenni rappresentano per molti una ferita mai rimarginata, e coi quali l’attuale società non sembra avere alcuna intenzione di ‘chiudere i conti’, avviando una discussione necessaria, anzi indispensabile alla tanto sbandierata voglia di pacificazione. Partiamo dalla tua prima opera narrativa, Zero maggio a Palermo. Che aria tirava in quegli anni nel capoluogo siciliano e qual era l’intento del tuo romanzo?

In realtà, nessuna ferita. Gli anni Settanta che ho raccontato nel mio libro d’esordio del 1990 sono i primissimi, il 1970, il 1971, il 1972, il tempo che precede il golpe di Pinochet in Cile. Anni luminosi, di scoperta del mondo, dove l’unico punto di buio era rappresentato dalle bombe di piazza Fontana. Palermo, almeno allora, era una città vivace, presente alle cose della cultura e della politica, così come attenta al teatro, un luogo ricettivo. Dove non avevi la sensazione della sua marginalità.
A Palermo era possibile sentirsi maoista in quegli anni non meno che a Milano o a Pechino. Così come, se decidevi di mettere in scena Brecht, non eri costretto a pensare che quelli del Berliner Ensemble, cioè il teatro fondato dal drammaturgo a Berlino, avrebbero riso di te. Nello stesso tempo, volendo fra l’altro citare la presenza di un giornale d’opposizione come L’Ora avevi l’impressione di una vera prima linea. In molti venivano da fuori per incontrare Sciascia, ma c’era anche un presidio neoavanguardista rappresentato dallo scrittore Gaetano Testa. Insomma, Palermo era un luogo completo.

Avendo io vissuto ‘gli anni della contestazione’ a Milano, ho un ricordo molto netto di assemblee e cortei caratterizzati da interi spezzoni di operai nelle loro tute blu – questo, per noi studenti medi era al contempo motivo d’orgoglio e in un certo senso rappresentava una sorta di elemento rassicurante – e immagino che anche a Torino e nelle altre città ad alta concentrazione industriale fosse così. Non riesco invece a immaginare la quotidianità dei compagni siciliani, o del sud in generale, ‘costretti’ spesso a muoversi, come ben racconti nel tuo Zero maggio a Palermo, in un tessuto sociale completamente diverso, spesso costituito da un sottoproletariato ostile, da una destra fascista storicamente forte, e soprattutto da quell’elemento di massima conservazione economico sociale rappresentato dalla mafia, radicata sul territorio e infiltrata nelle istituzioni.


Innanzitutto, c’era la classe operaia, rappresentata dai lavoratori del Cantiere navale, così come dell’Aeronautica sicula. C’erano poi gli studenti, figli della buona borghesia o dei semplici ceti medi che avevano scelto di compiere un gesto di discontinuità rispetto all’appartenenza. In questo senso, va detto che Lotta continua era molto forte, così come il gruppo de Il manifesto. Il Pci viveva ancora nella memoria delle lotte contadine contro il latifondo, con l’occupazione delle terre.
Era un mondo che usciva dal bianco e nero per trovare il technicolor dei film di Elio Petri, di Francesco Rosi, di Damiano Damiani. Sembrava perfino che la mafia potesse essere sconfitta, o comunque tenuta in un angolo. Illusioni. Sogni.

In che senso, scusa, si pensava che la mafia potesse essere tenuta in un angolo? Storicamente la mafia svolge in Sicilia il ruolo di braccio armato dei proprietari terrieri e della borghesia contro le lotte contadine prima e operaie dopo.
Dagli anni del dopoguerra alla fine degli anni Sessanta si ha, oltre alla strage di Portella della Ginestra, una serie di omicidi di sindacalisti e uomini della sinistra: Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, Calogero Cangelosi, Giuseppe Spagnolo, Salvatore Carnevale, Paolo Bongiorno, Carmelo Battaglia e nel 1972 viene fatto fuori Giovanni Spampinato, giornalista de L’Ora, giornale che hai ricordato tu poc’anzi e che fu oggetto di numerosi attentati, mentre è impegnato in un’inchiesta sulle attività del neofascismo in Sicilia e sulle sue collusioni con la mafia. Fino ad arrivare, nel maggio del ’78, all’eliminazione di Peppino Impastato. Non sembra che la mafia abbia mai allentato la morsa…

No, che non l’ha mai allentata. Ciononostante l’impressione che i ragazzi di sinistra ebbero nei primi anni Settanta fu di una sostanziale indifferenza della mafia nei confronti del movimento degli studenti. Quasi fossero cose che riguardavano la borghesia cittadina, in ogni caso non in grado di collidere con gli interessi e i traffici del quotidiano criminale. La percezione del problema mafioso in modo netto verrà in seguito, sul finire del decennio. Durante una carica, nel ’77, in molti si rifugiarono alla Vucciria, popolare mercato del centro storico di Palermo; bene, furono presi e consegnati alla polizia dagli indigeni. Il segnale era chiaro: la mafia non vi vuole qui.

Un’importante esperienza, all’interno della storia della sinistra extraparlamentare, è rappresentata dal movimento femminista. Quali difficoltà ha incontrato questo movimento per affermarsi nella Sicilia di quegli anni?

Nessuna, cortei del Mld solcarono le strade cittadine come in contemporanea avveniva, metti, a Roma a Campo de’ Fiori. Il contributo principale, l’avanguardia di quel movimento, venne, come per altre cose, dai ceti medi-medio alti. Avvenne anche lo scontro all’interno delle organizzazioni ‘maschili’ o maschiliste, ma da lì a poco sarebbe arrivata la fine di tutto, d’ogni movimento.
Palermo, questo non va dimenticato, è fra i primi epicentri di lotta che virano nella direzione della festa continua, con un fiorire, già intorno al 1976, di ‘arancioni’, cioè i seguaci di Bhagwan, quello che oggi chiamiamo Osho.

Palermo, come tu ci racconti, è senz’altro una città socialmente avanzata quanto e forse più delle altre realtà nazionali, ma leggendo in proposito, mi pare di capire che la situazione delle donne, magari nelle realtà più piccole, non sia la stessa del capoluogo.
Riporto alcuni stralci pescati dal sito dedicato a Peppino Impastato: “[…] molte ragazze cominciarono ad avvertire l’esigenza di avere un loro spazio e di aprire momenti d’analisi sulla loro condizione sul ruolo della donna nella società mafiosa, e, più generalmente, nel sistema capitalistico […]. Era difficile e, per molti aspetti impensabile che una quindicina di ragazze, in un paese come Cinisi, si riunissero, si definissero ‘femministe’ o osassero addirittura esporsi con comizi in pubblica piazza. Il livello di repressione cominciò a esercitarsi attraverso la diffamazione: le componenti del collettivo erano ‘buttane’ o lesbiche o, in ogni caso, gente che avrebbe fatto meglio a starsene a casa per accudire ai lavori domestici […]. Nelle classi sociali inferiori il livello di subordinazione alle direttive maschili si presenta invece soffocante, viene scartata ogni possibilità di lavoro extradomestico, di impegno politico, di amicizie personali. In un saggio d’allora è scritto: altro mezzo d’imposizione di un ruolo è dato dalla repressione: l’autoritarismo maschile è ancora una costante del rapporto familiare. Normalmente il padre stabilisce ciò che la figlia deve fare, quando deve uscire, chi deve frequentare, chi deve sposare, come deve comportarsi, in che cosa credere: il matrimonio rappresenta l’atto formale con cui il padre affida la figlia a un altro uomo”.
Non proprio una situazione facile…

Il film su Peppino Impastato, forse per ragioni di sceneggiatura, forza una realtà, mostra i personaggi come fossero ‘urbani’ o ‘urbanizzati’; così non era, quelli di Cinisi erano ‘contadini di mare’, forse sarebbe il caso che qualcuno lo dicesse, senza razzismo, è solo un dato socio-antropologico. Lo so bene perché il mio liceo (scientifico) recepiva per ragioni territoriali proprio loro. Negli anni Settanta, arrivavano con la corriera alle sette del mattino e fumavano ‘Stop’ in attesa che aprissero i cancelli. Che splendore ripensarli con i loro capelli crespi vinti dalla spazzola e i giacconi a quadrettoni nel vapore del mattino.

Che impatto ha sull’isola, la comparsa sulla scena nazionale dei gruppi che predicano e attuano la lotta armata? Ricordo a Milano le lunghissime discussioni, durante i collettivi, sull’uso della violenza, sull’autodifesa, sui ‘compagni che sbagliano’, sul ‘né con lo Stato, né con le bierre’ e via dicendo, mentre giorno per giorno si stringe la vite della repressione e si deve fare i conti con le aggressioni, con i Brasili, gli Amoroso, i Varalli e Zibecchi…

Credo che l’interrogativo si sia posto solo dopo il 1976, con l’arrivo dell’Autonomia organizzata. Credo che nessuno abbia mai pensato praticabile la lotta armata in Sicilia. Se non rammento male, ci fu soltanto un attentato a un ufficio della locale Confindustria.

Che giorno è stato il 9 maggio del 1978 per il movimento siciliano, con l’assassinio di Peppino Impastato e il contemporaneo ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani a Roma?

Un giorno come tanti altri. Nei miei ricordi c’è soltanto che grazie all’assassinio di Moro la Dc prese a farsi chiamare il partito della Democrazia cristiana. Una ulteriore legittimazione politica, alla faccia del suo ruolo di corruttore istituzionale, almeno in Sicilia.

Ma veniamo all’altro tuo libro ambientato negli anni ’70. Quando è la rivoluzione è un romanzo pervaso di ironia nel quale hai immaginato che, per una serie di coincidenze astrali, un gruppo della sinistra extraparlamentare, e più precisamente i maoisti di Servire il popolo, prendessero il potere in Italia.
Ma l’aspetto più paradossale del racconto è che in questo nostrano Hellzapoppin, i rivoluzionari riescono a trovare un accordo, anzi una linea comune, nemmeno troppo forzata, addirittura col Vaticano. Come Bianciardi, anche tu pensi che molti militanti di partito non siano altro che dei pretacchioni, e che il comunismo, per alcuni abbia rappresentato anch’esso un ‘oppio dei popoli’, come qualsiasi altra religione?

I maoisti di Servire il popolo lo erano per definizione, volevano punire il coito orale e il coito anale. E quanto a Berlinguer nel 1950 indicava santa Maria Goretti come esempio morale insieme alla martire partigiana bolognese Irma Bandiera.

Se a destra e al centro, cosa naturale, ma anche a sinistra c’è una visione sempre più di tipo ‘religioso’ dell’esistenza dell’uomo, possiamo dire che la laicità dello Stato è diventata pura utopia? Peraltro le vicende politiche di questi ultimi anni sembrano confermare questa ipotesi, con una sinistra sempre più appiattita sulle posizioni dell’agenda dettata dal Vaticano…

È un problema italiano, fuori di qui del Vaticano se ne sbattono bellamente.

È vero che l’Italia patisce più di altre nazioni la presenza ‘fisica’ del Vaticano sul proprio suolo. Ma in Spagna, per esempio, che è sempre stata considerata una riserva inesauribile di fedeli, la sinistra è laica e battagliera, capace anche di sostenere duri scontri con un cattolicesimo forse ancor più bigotto e conservatore che da noi…

In Spagna hanno perfino dato fuoco alle chiese e ai conventi, in Italia, nel 1950, il comunista Enrico Berlinguer, come ho già detto, proponeva Maria Goretti come modello alle ragazze comuniste.

Saltando di palo in frasca, è di qualche tempo fa la polemica legata a uno scrittore di sinistra, nel caso particolare Paolo Nori, che ha cominciato a collaborare a un giornale non solo di destra, ma beceramente fazioso come Libero.
Come vedi tu la questione, anche dalla tua esperienza personale che ti ha visto scrivere per giornali e riviste di diversissima estrazione come l’Unità, il Riformista, il Foglio, A - Rivista anarchica? Non c’è il rischio di imporsi una sorta di autocensura, sapendo che non tutti gli spazi sono parimenti adatti a ospitare lo stesso pensiero?

Se ti consentono d’essere ciò che sei, assodato che esiste comunque l’autocensura, non vedo il problema. Si può collaborare a qualsiasi foglio.

E sempre a proposito del dibattito in corso, c’è stata secondo te dal dopoguerra agli anni ’90 una supremazia culturale della sinistra, e allo stesso modo oggi possiamo parlare di egemonia culturale della destra, anche alla luce delle nuove dinamiche legate all’industria e al mercato della cultura?

La destra tendenzialmente non è interessata alla cultura, molto di più ammira i tappeti persiani, i suv, le ville al mare.

Per concludere, una domanda di prammatica: a cosa stai lavorando in questo momento e quali sono i tuoi progetti letterari futuri? Tornerai sugli anni ’70 o è un argomento che hai esaurito con i già citati Zero maggio a Palermo e Quando è la rivoluzione?

Palermo non è più nei miei sogni da molto tempo, e se c’è si tratta di un luogo fantasmatico, della memoria. Sono io, la mia storia, e non Palermo come entità propria. Forse è normale che accada così. Forse.

 

Fulvio Abbate è nato a Palermo il 20 dicembre del 1956 e vive a Roma. Scrittore, ha pubblicato i romanzi Zero maggio a Palermo (Theoria, 1990 – Baldini & Castoldi, 2003), Oggi è un secolo (Theoria, 1992), Dopo l’estate (Bompiani, 1995), La peste bis (Bompiani, 1997), Teledurruti (Baldini & Castoldi, 2002), Il ministro anarchico, con postfazione di Fernando Arrabal (Baldini Castoldi Dalai, 2004), Quando è la rivoluzione (Baldini Castoldi Dalai, 2008).
Numerose le collaborazioni giornalistiche tra le quali quelle col quotidiano palermitano L’Ora, l’Unità, Il Foglio, il Fatto Quotidiano, Il Riformista. Ha scritto, inoltre, per Il Mattino, Il Messaggero, Reporter, Rinascita, La Stampa, Tuttolibri, Alfabeta, Nuovi Argomenti, Panta, A - Rivista anarchica, Cosmopolitan.
Nel dicembre del 2007 ha ridato vita, in rete, a Teledurruti, progetto televisivo già in onda dal 1998 al 2003 sull’emittente romana TeleAmbiente.

Giuseppe Ciarallo

 

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