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A Modena, che si ostina a non dimenticare
Ennio gli volta le spalle e con uno scatto si lancia
in una corsa tra i compagni che fuggono in ogni direzione; attraversa
via Ciro Menotti in diagonale, verso via Piave. Testardo! Ma non può
lasciarlo solo, è un compagno, è suo fratello. Lo segue.
Si allontanano dalla folla, ora sono allo scoperto, gli scelbini a
sessanta, settanta metri, li vede, dovremmo farcela, se raggiungiamo
via Piave è fatta e forse sì, forse riusciremo ad arrivare
in piazza Roma, anche se non ha più alcun senso ormai, hanno
iniziato a sparare ed è la fine di tutto. Con la coda dell’occhio
scorge un corpo a terra in una pozza di sangue. Il boato degli spari
è coperto dalle urla di rabbia e paura ma lui sa che stanno
ancora sparando; si fermeranno solo quando non ci sarà più
nessuno in strada, più nessuno in piedi. Ennio ha raggiunto
l’incrocio, ancora un passo ed è salvo, qualche metro
e sarò salvo anch’io. Poi lo vede cadere, faccia avanti,
nell’impeto della corsa ma privo dell’istinto di portare
le mani a proteggere il volto. Non riesce a fermarsi, inciampa sui
suoi piedi a terra e gli cade addosso. Si solleva sulle braccia e
vede la propria mano sporca di sangue. Del sangue di Ennio. È
dappertutto. Dalla nuca cola lentamente sul viso, sulla terra, sul
giubbotto. Suo fratello ha gli occhi aperti e la bocca socchiusa.
Non c’è stupore, in quell’espressione.
Gaetano aprì gli occhi sul buio della camera.
Voltò la testa sul cuscino e lentamente ruotò il corpo
su un fianco. Restò così qualche istante, le gambe leggermente
piegate, le braccia al petto. Era il 9 gennaio. Tutti gli anni, nel
sonno leggero che precede il risveglio, ciò che sua figlia
avrebbe chiamato inconscio lo portava indietro a quella mattina, e
lui sapeva che giorno fosse senza dover guardare il calendario; lui
che ormai, viveva ogni nuovo giorno come il precedente. Allungò
una mano e accese la lampada sul comodino. Chiuse gli occhi per il
fastidio della luce improvvisa poi li riaprì di nuovo, lentamente.
Scivolò con le gambe sul bordo del letto, fece forza sulle
braccia e si mise seduto. Ogni notte l’immobilità del
sonno si portava via quella poca elasticità guadagnata il giorno
prima, nelle passeggiate che si costringeva ancora a fare per non
perdere l’abitudine a camminare, come si ripeteva passo a passo,
e ogni mattina era un pezzo di ferro che il tempo aveva ossidato.
Il ferro… Per il calore, i pori della pelle si dilatavano. Non
serviva a nulla lavarsi la sera a casa; la camicia bianca dei giorni
di festa, dopo pochi minuti era sporca di ruggine. La terra, il carbone,
la ghisa, il ferro, la plastica, il cotone; il corpo finisce col diventare
la materia che le mani hanno lavorato per cinquant’anni. Si
chiese se fosse per quello che oggi gli uomini avessero perso di consistenza:
che uomo è mai, un uomo di carta?
Si alzò in un gesto lento, sollevò la tapparella e spalancò
la finestra; inspirò profondamente l’aria buia e gelida,
a occhi socchiusi, poi il solito brivido di freddo, la voce di sua
moglie, un’eco, ti prenderai un malanno!, possibile che tutte
le mattine devi spalancare la finestra?!, chiuse i vetri. Il malanno
se l’era preso lei, invece. Cinque anni prima. E lui ancora
lì, tutte le mattine, ad aprire la finestra. Abitudine!, le
rispondeva. A vegn dalla campagna, me, tòtt le mateine…
Tutte le mattine, con Ennio, dal letto dritti al cortile, a guardare
il cielo, piove, pioverà, c’è il sole, ghe
bèle la capa ed cheld a zinc’or, incò la tèra
la brusa. Quando ancora lavoravano la terra. Dopo, il sole, la
pioggia, la nebbia, il caldo, erano solo il sudore o l’acqua
che li avrebbe bagnati, in bicicletta, nei dieci chilometri per arrivare
alla fonderia. D’inverno il freddo gelava le mani, e allora,
quando si uccideva un coniglio, si metteva la pelle ad asciugare e
la si cuciva sul manubrio, per stare più caldi. E a loro andava
ancora bene; Franco si faceva trentacinque chilometri ad andare e
trentacinque a tornare, in salita, e quante volte si era fermato sotto
un albero a riposare svegliandosi all’alba ancora lì,
e allora rimontava sulla bicicletta e tornava a lavorare, senza aver
nemmeno visto casa. In montagna, quel che riservava loro la stagione
non era poi così importante, divorati com’erano dai pidocchi.
Si massaggiò i lombi, in una inutile speranza di sollievo;
quel dolore se lo sarebbe portato nella tomba. In cucina bevve un
bicchiere d’acqua, riempito sotto il rubinetto. Guardò
le bottiglie che sua figlia si ostinava a portargli, papà,
non puoi bere quell’acqua, è cattiva, è piena
di calcare. È acqua, rispondeva lui, da quando l’acqua
è buona o cattiva, fa bene o fa male? L’acqua è
acqua. Sollevò la tapparella della cucina, albeggiava. Sarebbe
stata una fredda giornata di sole, come quella.
“Non arriveremo mai in piazza Roma”.
“Dobbiamo arrivarci”.
Ennio. Aveva piantato gli occhi dritti dentro i suoi, con quel suo
modo di fissare muto di quando non ammetteva ragioni, per quanto sensate
e veritiere.
Svuotò in un pentolino il caffè rimasto dal giorno prima,
aggiunse un po’ d’acqua e lo mise sul fuoco, a scaldare.
Adesso lo avanzava sempre. Una moca da sei, metà la beveva
lui e metà Vittorina. Ora gli bastava per due giorni. Tre fette
di pane secco, avanzate dalla cena, e il latte.
Quella mattina non avevano nemmeno mangiato. La produttività
era aumentata da 1800 a 2500 quintali al mese ma i salari erano diminuiti;
tutti licenziati, più di cinquecento operai. Serrata e riapertura,
con meno della metà dei vecchi dipendenti, nessuno tra quelli
che diffondevano il giornale di fabbrica o che scioperavano; al loro
posto, altrettanti nuovi assunti, disperati che venivano dalla montagna
e che avrebbero venduto l’anima per un pezzo di pane da mangiare
tutti i giorni; qualche faccia del sud, arsa dal sole e dalla fatica,
facce che sembravano avere scolpita la rassegnazione d’esser
nati cafoni. Il padrone apriva e chiudeva quella dannata fonderia
quando voleva, protetto dagli scelbini.
Aveva afferrato Ennio per un braccio e trascinato a ridosso di una
casa: “Guardali!” gli aveva urlato addosso, chiedendosi
perché ancora provasse, quando faceva così, a cercare
inutilmente di far valere la propria autorità di fratello maggiore.
“Sono il doppio di noi e sono armati”.
“Anche in montagna lo erano, ma abbiamo vinto noi”.
“In montagna avevamo i fucili”.
Li avevamo ancora, i fucili. Ognuno di quei compagni ne aveva più
d’uno, pistole,munizioni, seppelliti da qualche parte, pronto
a dissotterrarli a un cenno del partito. Ma non quel giorno, non ancora.
Non è mai arrivato quel giorno. Quanto parlava Togliatti.
Squillò il telefono. Sua figlia lo chiamava tutte le mattine,
voleva assicurarsi che non fosse morto nel sonno. Si arrabbiava, quando
glielo diceva. Esiste qualcosa che si chiama amore, papà, gli
belava addosso, sensibilità, affetti, psiche… Psiche!
Per te uno sta male solo quando sanguina, tu sei incapace di amare!
E poi se ne andava sbattendo la porta, per non farsi vedere piangere.
L’amore… Quand’era in montagna, con Ennio e Carlo,
tremava ogni volta che pensava a Vittorina, a fare la staffetta tra
il paese e loro. Quante litigate. Devi startene a casa!, le urlava
quando arrivava, pieno di rabbia e di amore. Poi un giorno aveva capito:
lei aveva il diritto, come lo aveva lui, di morire per quello in cui
credeva. E aveva smesso di infuriarsi. Si teneva il tremore chiuso
nel petto e nascosto dietro un albero la osservava arrivare, ringraziando
qualcosa in cui non aveva fede che fosse ancora viva.
Ma quella mattina non le aveva permesso di venire al comizio. Nilde
era così piccola, ed Enrico, appena nato.
“Li lascio alla Maurizia”.
“È pericoloso. Non puoi”.
L’aveva guardato, con quegli occhi neri. Sapeva di non potere.
Forse era stato l’unico momento, in tutta la sua vita, in cui
Vittorina non avrebbe voluto essere madre. O forse ce n’erano
stati altri, tenuti ben nascosti, in fondo al cuore.
Quando era tornato, senza Ennio, non era riuscito a guardarla. Non
avevano parlato. Solo il giorno dopo, con Enrico attaccato al seno,
Nilde che giocava sul pavimento della cucina, Carlo che beveva il
caffè di fianco a loro, in piedi, stanco, le occhiaie viola
di quando faceva la notte sveglio in montagna, la rabbia di Vittorina
era esplosa in una frase: “Se aveste avuto i fucili non sarebbe
successo”.
Che cosa sarebbe successo, con i fucili?
«Pronto».
«Ciao papà, hai dormito bene?» la voce squillante.
«Sì, bene».
«Ti ricordi che giorno è oggi, vero?» era allegra.
«… Sì, me lo ricordo» rispose smorzando la
voce in gola, fissando Ennio, che nei suoi ventun anni lo guardava,
in piedi nel mezzo del corridoio.
«Mhm… non ci credo! Te lo dico io: oggi andiamo a rogito
per la casa al mare, vieni sabato a vederla? Ti passiamo a prendere».
La casa al mare. La casa al mare, l’auto nuova ogni due anni,
un frigorifero che straripava di ogni ben di dio, si doveva far attenzione
quando lo si apriva che non cadessero pacchetti di formaggi e salumi,
merendine, bottigliette di bibite. Come facevano tre persone a mangiare
così tanto? Quanto cibo butti via tutte le settimane?, le aveva
chiesto una volta. Non cominciare, era stata la risposta.
«Una casa non è sufficiente, per viverci?»
«Papà…» non cominciare, era il resto della
frase non pronunciata.
Ennio fumava una sigaretta, di quelle che sapeva rollarsi con una
mano mentre con l’altra teneva stretto il fucile, accovacciato
tra i mucchi di foglie rosse dell’autunno; sentiva l’odore
di quel tabacco da poco, spandersi nel corridoio.
«Di qui a sabato c’è tempo…»
Era un sollievo che la sua mente sapesse ricordarlo anche così,
senza tutto quel sangue a ricoprirlo. Anche se un sollievo disperante.
«Va bene, fa come vuoi» si era risentita, «ci sentiamo
domani, ciao».
«Ciao Nilde».
Riagganciò la cornetta.
Erano già le sette. Per arrivare doveva prendere due autobus,
avrebbe impiegato almeno un’ora. Ennio ora gli sedeva di fronte;
continuava a fumare, e Gaetano si chiedeva come fosse possibile che
gli occupanti dell’autobus non sentissero l’odore della
sigaretta accesa; una voluta di fumo avvolse una ragazza, due fili
le penzolavano a fianco del viso, da sotto il berretto di lana calato
sulle orecchie; auricolari, probabilmente; sempre a rintronarsi di
musica, come suo nipote, isolati dal mondo. Ora scaccia il fumo con
la mano, pensò; ora arriccia il naso e si guarda intorno, sorpresa.
E invece nulla. Ennio, per lei, non esisteva.
Avevano blindato il quartiere, ogni accesso un posto di blocco. Ma
le strade le avevano chiuse dopo averli fatti entrare.
“La fonderia è presidiata, hanno circondato il quartiere…
Ennio, rifletti: dovresti riconoscerla un’imboscata; sarà
un massacro” gli aveva detto, trattenendolo per la manica del
giubbotto.
Ennio aveva guardato il dispiegamento di scelbini.
E ancora: “Credi che non lo faranno? Che cosa dovrebbe trattenerli?”
Non aveva risposto.
Che cosa credevi, Ennio? Che non ci avrebbero sparato addosso?
Ennio lo scrutava, continuando a fumare, appoggiato allo schienale
del seggiolino.
Dopo Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso, credevi che qui non avrebbero
sparato?
Ennio volse lo sguardo oltre il finestrino, verso piazza Roma che
in quel momento stavano oltrepassando. Poi tornò ad appoggiare
gli occhi su di lui. Scesero.
Nessuno era riuscito ad arrivarci, in piazza Roma. La Camera del Lavoro
aveva indetto un comizio per le dieci, e più o meno alla stessa
ora, gli scelbini avevano iniziato a sparare.
Carlo era davanti al corteo, lui ed Ennio molto più indietro,
dentro il fiume di teste.
“Non c’è stato nessuno scontro, Gaetano, nessuna
provocazione. Hanno iniziato a sparare, senza motivo…”
gli aveva detto la mattina dopo, soffiando sul caffè amaro
e bollente.
Erano già le otto e mezza. Era stato stupido dargli retta e
scendere qui, in piazza, pensò. Ora lo attendeva una lunga
camminata, a passo rapido per di più, o non avrebbe fatto in
tempo.
Sollevò il bavero del cappotto e si strinse nella vecchia sciarpa;
questa, gli aveva detto Vittorina mettendogliela al collo, secondo
me la porti; quanto lo rimproverava per il suo uscir di casa in pieno
inverno vestito troppo leggero. Perché?, le aveva chiesto lui,
sa gàla ‘sta scierpa ed’divers da cl’eltra?
Era di Ennio, gli aveva risposto, con quei dolci occhi neri. S’incamminò.
In via Ciro Menotti prese fiato, fermandosi sotto il semaforo. Appoggiò
lo sguardo su quell’angolo di strada, asfaltato, nero, lucido.
Scattò il verde e attraversò, lasciandosi alle spalle
via Piave.
Faceva freddo. La vecchiaia. Quante sciarpe gli comprava sua figlia,
quando ti decidi a buttarla quella?, aspetti che abbia i buchi? Qualche
buco già l’aveva, che lui teneva nascosto; se Nilde li
avesse visti, l’avrebbe fatta scomparire quando veniva a fare
il cambio degli armadi. In primavera Gaetano la infilava in un cassetto
della scrivania, sotto una pila di carte, e in autunno la tirava fuori
celandola nella tasca del cappotto appeso all’attaccapanni.
Una volta gli aveva persino detto, trattandolo come un bambino: papà,
se guardi sempre indietro non andrai mai avanti. Il passato è
passato. Deciditi a buttarla via…
Sulle strisce pedonali, attraversò l’incrocio con via
Monte Grappa. Fuori dal bar, un uomo stretto in un cappotto, il nodo
della cravatta che s’intravedeva appena sotto, fumava, parlando
al cellulare: cifre, budget, vendite. Sembrava di sentire Enrico,
che non spegneva il telefono nemmeno a cena, nemmeno le rare volte
che lo invitavano (che Gaetano accettava l’invito, in verità);
suo figlio si alzava da tavola e andava nel salotto, e lui attraverso
la porta lo intravedeva, telefono all’orecchio, marcare a grandi
passi il perimetro della stanza, in quel che sembrava la danza rituale
e automatica di un assente; devi essere più carico!, più
deciso!, diceva, e la mano libera, stretta a pugno, tagliava l’aria
in un gesto aggressivo; una bella stretta di mano forte e poi subito
fuori l’offerta, così si fa! Guarda che siamo già
a metà mese e sei ancora sotto di un bel po’ dalla cifra…
La voce arrivava fino a loro, in cucina, a riempire la sedia vuota;
sua nuora teneva la schiena dritta e ben alto il mento, orgogliosa:
aveva un marito imprenditore.
Non c’era il bar; c’era la casa, ma era un’altra
casa. Davanti, un proiettile sparato da chissà dove aveva ucciso
Renzo Bersani.
Gaetano aveva conosciuto il fratello, in montagna, prima che fosse
fucilato dai fascisti.
“Hanno fatto il tiro al piccione” aveva aggiunto Carlo,
dopo il primo sorso di caffè. “I carabinieri erano appostati
sulla terrazza della fonderia, come cecchini”.
In sei, erano morti. Uccisi in luoghi e in momenti diversi. Arturo
Chiappelli stava attraversando da solo i binari, fuggiva dai lacrimogeni
e dalle raffiche sparate in aria; colpito alle spalle.
Ormai il cavalcavia era vicino. Arrivando da quel lato, la fonderia
non si vedeva. Un’altra fabbrica copriva la visuale. Automobili
sportive, il polo del lusso… Dove nascondevano l’entrata
degli operai? La fatica, il sudore, lo sporco? Oppure entravano tutti
lì, dall’ingresso principale, scintillante di vetri specchi
e cemento grigio, svuotati di orgoglio di classe, rincoglioniti dalla
menzogna a cui volevano credere, che tra padrone e operaio non vi
fossero più differenze? Come aveva detto alla televisione quello?
Dovete diventare imprenditori di voi stessi! Il popolo della partita
iva…
Roberto Rovatti l’avevano trovato dentro il fossato che costeggiava
la via, sul corpo i segni dei calci dei fucili e il foro di un colpo
d’arma da fuoco sparato a distanza ravvicinata. L’Emilia,
terra di motori; terra di lavoratori, terra di operai. La rossa
Emilia.
Ora Gaetano doveva solo superare il cavalcavia ed era arrivato. In
tempo. Tutti gli anni, la cerimonia di commemorazione iniziava alle
nove. L’Emilia, terra che non dimentica.
Non c’era ancora il cavalcavia, nel 1950. Arturo Malagoli era
stato freddato a sangue freddo davanti al passaggio a livello; era
stato anche lui con loro, in montagna. Terra di partigiani.
Voi siete stati uccisi!
Era stato l’urlo di Togliatti ai funerali, a cui aveva partecipato
un’immensa folla, la città intera, e non solo; trecentomila,
aveva scritto l’Unità. Forse, come si sarebbe potuto
contare tutte quelle teste? L’Italia si leva contro il nuovo
eccidio!, avevano titolato i quotidiani. L’Italia sembrava
davvero essersi fermata, da Torino a Palermo: manifestazioni, scioperi,
proteste. E la richiesta delle dimissioni di Scelba. Dimissioni?,
e per che cosa?, aveva risposto il ministro degli Interni: le forze
dell’ordine hanno sparato per difendersi dall’assalto
di una folla armata fino ai denti. Sei morti e duecentottanta
feriti, tra gli operai (e quanti si erano curati come potevano, senza
andare all’ospedale, per paura di essere incarcerati o licenziati),
e tre feriti tra scelbini e carabinieri, nessuno per arma da fuoco;
ma quelli armati fino ai denti eravamo noi.
È stato detto che questo stato di cose deve finire. È
stato detto: basta!
La folla era esplosa, di rabbia e di speranza, a quelle parole di
Togliatti: basta!
A Gaetano sfuggì un sorriso amaro. Il governo si era dimesso,
ma mica per i morti: De Gasperi aveva dichiarato necessario un chiarimento
per le reazioni ostili dei liberali sulla legge fondiaria della Sila.
E nel nuovo governo, insediato dopo pochi giorni, al ministero degli
Interni, ancora Scelba.
Non è sufficiente dire basta, dobbiamo impegnarci a qualche
cosa di più. Noi vogliamo la pace sociale e la pace tra i popoli.
Anche a questo governo e agli uomini che lo dirigono abbiamo offerto
e chiesto una politica di distensione e di pace.
La pace. Togliatti offriva e chiedeva la pace. Gli scelbini sparavano
su di noi e noi si porgeva l’altra guancia. E si parlava…
Si commemorava.
Arrivò in cima al cavalcavia, ansimante. Per tutta la salita
aveva tenuto lo sguardo sul fabbricato che pian piano compariva; pesante,
vecchio, avvilito. La desolazione dell’abbandono. Quanto aveva
odiato quella fabbrica, e quanto l’aveva amata. Quando alla
fine, dopo essersi arricchito, lasciando che i macchinari diventassero
obsoleti e ancora più pericolosi, il padrone l’aveva
venduta e il nuovo proprietario aveva deciso che il risanamento dovesse
passare attraverso l’ennesimo licenziamento in massa, gli operai
avevano occupato iniziando l’autogestione; era il 1966. Poi
era diventata una cooperativa. Gli impianti erano stati rinnovati
e la fonderia aveva resistito ancora qualche anno. Ora, solo lo scheletro
esterno resisteva, ma quei muri sembravano comprendere il proprio
essere fuori dal tempo e vergognarsene, come un vecchio che i parenti
tengono in casa aspettando che muoia. Ingombrante, il tempo ancora
non l’aveva distrutta ma il presente non sapeva che farsene.
Piante nate senza una semina e un progetto umano ne avevano invaso
l’interno, avevano trovato spazio in interstizi minuscoli di
terra e ora le cime legnose e aride (d’estate si sarebbero ricoperte
di foglie vive e verdeggianti, celando allo sguardo buona parte della
facciata) spuntavano dal tetto sventrato. I grandi finestroni, dov’erano
stati gli uffici, ora privi di vetri, sembravano enormi bocche buie
spalancate e afone; l’interno che s’intravedeva, da tempo
svuotato di tutti i macchinari, era divenuto rifugio per i piccioni,
che avevano ricoperto ogni superficie di guano; i mattoni rossicci,
scoloriti dal tempo e dal caldo, dal freddo, dal sole.
Dall’altro lato del cavalcavia, gran parte degli edifici della
fonderia erano stati abbattuti, e in mezzo alle macerie e ai detriti,
rimasti ammucchiati per mesi – i cittadini che si chiedevano
cosa volesse farne il comune di quell’area a ridosso della ferrovia,
voci parlavano di un progetto per un centro commerciale – era
rimasto, come un imbarazzante monumento che non si riusciva ad abbattere,
la base di uno dei forni di fusione; Gaetano si volse a cercarlo,
non c’era più.
“Guardalo, al resést, com’nueter!”
gli aveva detto Carlo, due anni prima; che battaglia aveva ingaggiato
con la morte, che pian piano rosicchiava e domava il suo corpo, ma
non il viso, su cui aveva resistito quell’espressione, forte
e determinata, che gli era sempre appartenuta; non possiamo morire,
Gaetano… gli diceva. E alla fine, la morte gli aveva reso l’onore
delle armi, non trasfigurandogli il volto.
Superate le rotaie, il cavalcavia iniziava a discendere. In un gesto
quasi distratto, Gaetano tornò a volgere lo sguardo sotto di
sé, aspettando di vedere la piccola folla radunata davanti
al cippo. Un mese dopo il 9 gennaio, un gruppo di operai aveva fatto,
a fianco dell’entrata principale, con la terra della fonderia,
un monumento rialzato con i nomi dei morti; era arrivata la polizia
e li aveva portati tutti in questura.
«An càpis menga… duv’jen
tòtt quant?»
«An so brisa…».
Si guardavano l’uno l’altro, smarriti. Qualcuno, per dar
riposo alle braccia, stanche di tenere alta la bandiera rossa, aveva
appoggiato quest’ultima a terra, da un lato. Ma non l’aveva
arrotolata. E con le mani affondate nelle tasche, se ne stava dritto
davanti al cippo, in attesa.
Qualcuno taceva, impigliato nella ragnatela del tempo, lo sguardo
opaco sulla fabbrica vuota e silenziosa che stentava a riconoscere.
Eppure era così anche l’anno scorso, si diceva. E il
dolore di quella volta che si era bruciato i piedi riaffiorava intatto
dalla memoria, quando nel rovesciare la ghisa ne era arrivata un po’
sulle scarpe e non aveva fatto in tempo a toglierle. Qualcuno stava
spiegando al compagno accanto la ragione per la quale quest’anno
era venuto solo: Agostino, il suo amico, il fratello di lavoro e di
lotte, che l’aveva salvato il 9 gennaio, costringendolo a stare
rintanato in un cortile quando avevano iniziato a sparare, Agostino,
poco prima di Natale, era morto.
Qualcuno iniziava ad alzare la voce.
«Duv’el el sindachet? Dove sono le istituzioni?»
Dov’erano? Le corone d’alloro, le fasce con il tricolore,
le bandiere del sindacato, lì fino all’anno prima? Un
po’ annoiati, forse, ma presenti. D’altra parte, quanti
anni avevano? Troppo pochi per avere memoria di quella Storia.
Qualcuno era indignato per la sporcizia che circondava il cippo. Bottigliette
vuote di birra appoggiate sui gradini, cartacce, pacchetti di sigarette
appallottolati e buttati lì; e cicche, dappertutto, come se
quel piccolo quadrato di terra rialzata fosse una discarica, un angolo
buio in cui svuotare i posacenere delle auto. E silenzioso, osservando
quell’erba lasciata inaridire, non osava parlare all’amico
affianco, dirgli che, probabilmente, gli abitanti del quartiere ci
portavano anche i cani a pisciare e a cagare, accanto al loro cippo.
Qualcuno non riusciva a togliere gli occhi dal disegno fallico fatto
con la vernice nera accanto alle foto, sui mattoni rossi, gli stessi
mattoni di cui era fatta la fonderia. Ammutolito, si chiedeva che
cosa fosse successo, in quell’ultimo anno.
Gaetano era ormai disceso lungo il cavalcavia, a passo lento, lo sguardo
appoggiato su quella piccola folla composta. Anche questa volta non
sarebbe stato in grado di dire quante fossero quelle teste. Un centinaio?
Forse. Un centinaio di vecchi.
Quante persone aveva contenuto piazzale Loreto?
Aveva visto quelle immagini in bianco e nero, mandate in onda sulla
Rai dopo le ultime elezioni, con tanto di lancio pubblicitario iniziato
giorni e giorni in anticipo.
Il corpo trascinato tra la folla che inveiva, tirava calci e sputava.
La foto di lui appeso per i piedi, come un pollo, tutti l’avevano
vista almeno una volta. Ma quelle immagini, trasmesse solo ora, tirate
fuori da chissà quale archivio, proprio ora. La crudeltà
dei partigiani. La violenza dei partigiani. Gli eccidi dei partigiani.
I morti sono tutti uguali, e tutti vanno onorati. Partigiani e fascisti.
Operai e scelbini. Legittimo e legale. Nessuna differenza.
Si trattenne sul marciapiede. Non gli era mai riuscito di insegnarlo
a Ennio, troppo giovane e impetuoso: per capire quel che succede,
gli diceva, fermati, fai un passo indietro, e da una visuale più
ampia, osserva. Andò con lo sguardo alla foto. Vittorina l’aveva
scelta, tra le poche. Questa, aveva detto porgendogliela. Era stata
fatta qualche giorno dopo che erano tornati dalla montagna. Ennio
aveva quell’espressione seria, cocciuta e determinata, forse
era solo troppo stanco per essere anche felice. Ennio non si è
mai fatto illusioni, aveva aggiunto Vittorina, in risposta al suo
silenzio. E subito dopo: non fartene nemmeno tu, Gaetano, su quel
cippo; la Storia la scrivono i vincitori, e noi non abbiamo vinto.
Accanto alla foto, vide il disegno in vernice nera. Nemmeno un simbolo
nazista, solo un disegno volgare.
Una giovane donna gli passò accanto, accompagnava il figlio
all’asilo di fronte. Si fermò a osservare quell’assembramento
curioso.
«È una manifestazione?» gli chiese, scambiandolo
per un passante occasionale, forse arrestatosi anche lui per quella
strana folla, dopo essere uscito dalla farmacia alle spalle per l’usuale
spesa di medicine. «Protestano per le pensioni?»
Gaetano la guardò a lungo, prima di rispondere. Era una sua
concittadina, una giovane concittadina, nata dopo il 1950.
«È la commemorazione dell’eccidio delle fonderie»
disse indicando il cippo e ritirando subito la mano, quando si rese
conto, voltando lo sguardo, di avere involontariamente puntato il
dito su quel disegno idiota.
«Fonderie? Quali fonderie?»
Non c’erano targhe, insegne, nessuna scritta sul fabbricato.
Cos’era stato, per quella donna, quell’edificio muto?
Lo vedeva? Lo aveva mai visto?
«Le Fonderie Riunite».
«Ah, è vero che qui c’era una fonderia…»
ma non avrebbe saputo dire dove.
Davanti a quel cancello oltre il cippo, in fondo, quel cancello arrugginito
senza nome, Angelo Appiani era stato ucciso, da un carabiniere o da
uno scelbino – non si era mai saputo – uscito dalla fonderia
con il fucile spianato.
«Hanno ucciso sei uomini, durante uno sciopero».
«Oh mio Dio!» la donna si voltò verso di lui, lo
sguardo carico d’incredulità. «E quando?»
«Nel 1950».
«Ah…» rilassò le spalle, che aveva irrigidito
in una reazione istintiva, e tirò un sospiro.
«Mamma…» il bambino, annoiato, la strattonava; all’asilo
lo attendevano i giochi con gli amichetti. «Andiamo…?»
Lei gli sorrise: «Sì, andiamo… Arrivederci»
salutò distratta il vecchietto gentile.
Gaetano guardò madre e figlio allontanarsi; quelle spalle gli
parvero un triste monito. Faceva freddo, si aggiustò la sciarpa
intorno al collo voltandosi verso i compagni. Qualcuno, caparbio,
resisteva a tenere stretta l’asta di una vecchia bandiera scolorita,
deciso a non cedere al formicolio delle braccia stanche e al freddo
delle mani; anche i guanti erano vecchi e scoloriti, e non tenevano
più tanto caldo. Morti noi… pensava.
Morti noi… pensò Gaetano.
Giovanna Cracco
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