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Le fondazioni bancarie: il furto pubblico
del no profit privato

di Giovanna Baer
Struttura e percorso legislativo di un potere finanziario che la politica ha assoggettato, per mettere nelle mani degli enti locali i lauti profitti delle banche che la norma originaria destinava al no profit privato

22 settembre 2010. Alessandro Profumo, amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unicredit, la prima banca italiana per capitalizzazione e la quattordicesima al mondo per attivo patrimoniale (decima in Europa), rassegna le dimissioni. Il più carismatico e abile manager nostrano, soprannominato Mr. Arrogance per aver avuto l’ardire di sbattere la porta in faccia a più riprese a soggetti del calibro di Telecom e RCS, autore della “più bella operazione del sistema bancario italiano degli ultimi anni” (1), la fusione fra Unicredit e Capitalia, alla fine non ce l’ha fatta e ha dovuto cedere lo scettro a Dieter Rampl, presidente tedesco del colosso bancario. Le motivazioni della sua uscita di scena (costate alla banca – cioè agli azionisti – la cifra record di 40 milioni di euro) non sono chiare: nonostante l’appoggio del ministro Tremonti, che si è dichiarato contrario ai ribaltoni in un clima di già elevata instabilità del sistema finanziario, il Cda è stato irremovibile nel togliergli la fiducia. Per colpa del suo penchant per la Bank of Lybia, si dice, ma pare che quel che bolle in pentola sia ben altro, se uno come Cesare Geronzi, il punto di contatto fra la grande finanza e il Palazzo, sostiene che la causa sia da ricercare nella volontà dei politici di allungare le mani sulle banche. La Lega usa le fondazioni per costruire le sue roccaforti locali, Unicredit è il primo esempio, ma ce ne potrebbero essere altri, afferma Geronzi senza mezzi termini. E uno come Profumo – deciso e capace, ma poco propenso a prendere ordini – senza dubbio disturba.

La legge Amato-Carli
In realtà, l’obiettivo iniziale delle fondazioni era esattamente l’opposto, cioè sottrarre le banche al controllo dello Stato. All’inizio degli anni Novanta, quando l’Italia dovette affronta re l’apertura dei propri mercati ai partner europei, più della metà degli enti creditizi italiani era di diritto pubblico. La necessità di adeguare il sistema bancario alla cosiddetta ‘unità economica europea’ spinse l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, a separare la funzione di diritto pubblico dalla funzione imprenditoriale: la legge delega Amato-Carli n. 218/1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni sotto il controllo delle fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato.
Le fondazioni bancarie costituivano una sorta di holding pubblica che, pur gestendo il pacchetto di controllo della banca partecipata, non poteva esercitare attività bancaria: i dividendi percepiti venivano intesi come reddito strumentale a un’attività istituzionale (indicata nello statuto), che doveva perseguire “fini di interesse pubblico e di utilità sociale”.

Un compromesso tipicamente all’italiana per cedere formalmente il controllo operativo senza in sostanza cedere alcunché, simile a quello escogitato per risolvere il conflitto di interessi berlusconiano: il legislatore sosteneva che, se chi è proprietario di un’azienda si disinteressa della sua gestione, limitandosi a percepirne gli utili, il rischio di sue interferenze indebite nell’amministrazione risulta annullato. Va sottolineato che questa ambiguità di fondo nella definizione dei nuovi soggetti era probabilmente necessaria per far digerire ai politici quello che doveva sembrare un eccesso di emancipazione dei banchieri italiani: le banche facevano un primo passo verso un sistema di mercato autentico, come volevano sia la Comunità europea che Bankitalia, e nello stesso tempo il Palazzo poteva consolarsi nella consapevolezza che si cambiava tutto per non cambiare nulla, secondo il celebre adagio. Questo conflitto irrisolto fra i desiderata delle banche e quelli della politica era evidentemente destinato a far sentire la sua influenza nelle riforme successive, ed è testimoniato dai numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale sollevati dalle fondazioni nel tentativo di escludere il più possibile l’influenza della politica dalla loro attività.

La direttiva Dini e la legge Ciampi
Fino al 1994 le fondazioni, dette ‘enti conferenti’, avevano l’obbligo di mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale delle Casse di Risparmio (dette ‘banche conferitarie’).
Con l’entrata in vigore della legge n. 474/94 (cosiddetta direttiva Dini) tale obbligo fu eliminato e furono introdotti incentivi fiscali per la dismissione delle partecipazioni detenute dalle fondazioni.
Nel 1998, con l’approvazione della legge delega 23 dicembre 1998, n. 461 (cosiddetta legge Ciampi), e con il successivo decreto applicativo n. 153/99, il Parlamento ha provveduto, da un lato, a creare i presupposti per un completamento del processo di ristrutturazione bancaria avviato con la legge Amato e, dall’altro, a realizzare una revisione della disciplina civilistica e fiscale delle fondazioni: per effetto della riforma attuata dalla legge Ciampi, la cui prima fase si concluse con l’approvazione degli statuti da parte dell’Autorità di vigilanza, “le fondazioni sono persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale” (art. 2 d.lgs 17 maggio 1999, n. 153).

Il decreto, nel testo vigente, individua i settori ammessi (famiglia e valori connessi; crescita e formazione giovanile; educazione, istruzione e formazione, incluso l’acquisto di prodotti editoriali per la scuola; volontariato, filantropia e beneficenza; religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti civili; prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica; sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale ed edilizia popolare locale; protezione dei consumatori; protezione civile; salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; attività sportiva; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologie e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica e tecnologica; protezione e qualità ambientale; arte, attività e beni culturali), nell’ambito dei quali le fondazioni scelgono, ogni tre anni, non più di cinque settori rilevanti.
Le fondazioni bancarie possono così assumere la struttura di ‘fondazioni grant-making’ (erogare denaro a organizzazioni no profit che operano nei settori individuati) oppure possono scegliere quella di ‘fondazioni operative’, svolgendo direttamente attività d’impresa nei suddetti settori, intendendola come attività strumentale al raggiungimento dello scopo di utilità sociale.

Con la legge Ciampi, inoltre, l’iniziale obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche, già eliminato dalla direttiva Dini, è stato sostituito da un obbligo opposto: la perdita da parte delle fondazioni del controllo delle società stesse. Per incentivare la perdita del controllo fu previsto un regime di neutralità fiscale per le plusvalenze realizzate nella dismissione. Questa disciplina fiscale, la cui durata temporale era stata dapprima limitata ai quattro anni successivi all’entrata in vigore del decreto applicativo, è scaduta il 31 dicembre 2005. In base all’ultimo bilancio di sistema (relativo al 2008), su 88 fondazioni, 18 non hanno più partecipazioni dirette nelle rispettive banche conferitarie; 55 ne detengono una quota minoritaria; le altre 15 – che nel loro complesso rappresentano il 4,4% del totale dei patrimoni delle fondazioni – posseggono più del 50% del capitale sociale (peraltro nel pieno rispetto della normativa vigente, in quanto l’originario obbligo di perdere il controllo delle conferitarie è stato eliminato, tramite il dl n. 143/2003, convertito nella legge n. 212/2003, per le fondazioni con patrimonio netto contabile non superiore a 200 milioni di euro, oppure operanti prevalentemente in regioni a statuto speciale).

La legge Tremonti
A fine 2001 il governo, con la legge finanziaria per il 2002, (art. 11, legge n. 448/01, cosiddetta legge Tremonti), apportò profonde modifiche alla riforma Ciampi, intaccando l’essenza rappresentata, da un lato, dalla natura privatistica delle fondazioni, dall’altro, dalla loro autonomia gestionale; e stabilendo che quasi il 90% delle risorse economiche delle fondazioni dovesse essere destinato a iniziative di carattere locale, cioè nell’ambito della regione di appartenenza.
Le fondazioni in più occasioni espressero contrarietà in merito all’intervento del legislatore, godendo dell’appoggio di buona parte del mondo della cultura, del volontariato, delle organizzazioni internazionali e dello stesso mondo politico. Il mondo del volontariato redasse un manifesto chiedendo di confermare per le fondazioni il ruolo sussidiario e non sostitutivo banca di quello pubblico e di continuare a valorizzare l’apporto della società civile all’operato di queste organizzazioni. L’articolo 11 subì un radicale ridimensionamento da parte della magistratura cui si erano rivolte le fondazioni. A seguito del ricorso, il Tar del Lazio ravvisò la sussistenza di profili di illegittimità costituzionale e, con l’ordinanza n. 803/2003, dispose la remissione degli atti alla Corte Costituzionale per verificarne la coerenza con il dettato costituzionale.

Il ruolo delle fondazioni secondo la Consulta
La Corte Costituzionale si è pronunciata con le sentenze 300 e 301 del 29 settembre 2003, con le quali ha fatto chiarezza sul ruolo e sull’identità delle fondazioni di origine bancaria, che sono state definitivamente consacrate come “persone giuridiche private dotate di piena autonomia statutaria e gestionale” e collocate a pieno titolo “tra i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali”. In sintesi, la Corte Costituzionale ha affermato che l’evoluzione legislativa intervenuta dal 1990 ha spezzato quel “vincolo genetico e funzionale”, “vincolo che in origine legava l’ente pubblico conferente e la società bancaria”, e ha trasformato la natura giuridica del primo in quella di persona giuridica privata senza fine di lucro, “della cui natura il controllo della società bancaria, o anche solo la partecipazione al suo capitale, non è più elemento caratterizzante”; ha sancito definitivamente la natura privata delle fondazioni di origine bancaria, ribadendo che sono collocate nell’ordinamento civile e che, quindi, la competenza legislativa sulle stesse compete allo Stato; ha dichiarato incostituzionale la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni dei rappresentanti di regioni, province, comuni, città metropolitane; ha stabilito al contrario che la prevalenza deve essere assegnata a una qualificata rappresentanza di enti, pubblici e privati, espressivi della realtà locale; ha valutato incostituzionale l’utilizzo di atti amministrativi da parte dell’Autorità di vigilanza (ad interim il ministero del Tesoro e delle Finanze, in attesa della creazione di un nuovo soggetto), che comprimano indebitamente l’autonomia delle fondazioni, cioè gli atti di indirizzo di carattere generale o i regolamenti intesi a modificare l’elenco dei settori di utilità sociale; ha definito il concetto di controllo congiunto da parte di più fondazioni presenti contemporaneamente nell’azionariato di una banca, evidenziando che esso sussiste solo se fra di esse c’è un patto di sindacato accertabile; e ha ridimensionato gli spazi delle incompatibilità delle cariche per i membri degli organi delle fondazioni, stabilendo che vale solo per la presenza in società che siano in rapporto di partecipazione o di controllo con la banca conferitaria.

I pronunciamenti della Corte Costituzionale, intesi a configurare in maniera risolutiva l’identità delle fondazioni di origine bancaria appartenenti ai “soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali”, privati e autonomi, sono stati ripresi dal regolamento attuativo (d.m. 18 maggio 2004, n. 150) della legge Tremonti, concludendo così il lungo periodo di incertezza che ha condizionato l’operatività delle fondazioni.
Parrebbe proprio che le esigenze del sistema bancario italiano (il mercato), abbiano alla fine prevalso sulle ingerenze della classe politica. “In salvo il bottino delle fondazioni”, titola il 30 settembre 2003 La Repubblica, riferendosi ai 36 miliardi di euro sottratti al controllo del ministro del Tesoro di turno. Del resto gli autori dell’impianto legislativo principale sulle fondazioni sono stati tutti alti esponenti di Bankitalia (Carli e Ciampi ne sono stati governatori e Dini direttore), e il tentativo di Tremonti di ricondurre i nuovi soggetti a più morbide posizioni nei confronti del controllo politico è naufragato sugli scogli della Consulta. Ma se quella del 2003 fosse stata solo una piccola vittoria all’interno di una guerra i cui esiti erano tutt’altro che scontati?

Il cavallo di Troia
Ai politici in generale e, ahimè, a quelli italiani in particolare – come si può facilmente immaginare – non piace affatto rinunciare ai propri poteri, soprattutto quando riguardano il controllo di un tesoro di ben 36 miliardi. Figuriamoci se un personaggio determinato e creativo come il ministro Tremonti poteva ritirarsi in buon ordine, accettando passivamente le sentenze della Corte Costituzionale. Se non posso controllare direttamente le fondazioni – deve aver pensato il nostro – nulla mi impedisce però di usarle indirettamente per i miei obiettivi. E quali fossero questi obiettivi era già all’epoca, almeno per chi volesse vedere, abbastanza chiaro.
Le esigenze di contrazione della spesa pubblica imposte dalla Comunità europea obbligavano tagli sostanziali in settori vitali per il Paese (infrastrutture, sanità, scuola e cultura, politiche sociali).

Le fondazioni, grazie ai loro statuti, si prestavano egregiamente allo scopo di sostituire il ruolo dello Stato centrale e degli enti locali in queste aree di investimento. La pronuncia della Consulta, che non a caso ribadisce la piena autonomia delle fondazioni circa i settori di investimento e la ridotta rappresentanza nei loro Cda degli enti locali, non poteva tuttavia condizionare il processo legislativo dello Stato. Tremonti aveva previsto, o almeno considerato, la possibilità che la sentenza di settembre della Consulta non fosse in suo favore, tanto che, giocando d’anticipo, il primo agosto venne approvata una legge (la 166/2002) intitolata “Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti” (ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Roberto Maroni, ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Pietro Lunardi), in cui all’art. 7 si inserisce “la realizzazione di lavori pubblici o di pubblica utilità” fra i settori di intervento delle fondazioni. Ma non basta.
Dal momento che le fondazioni sono vincolate nelle loro aree di investimento alla regione di appartenenza, serve un soggetto con ampia autonomia d’azione in cui le fondazioni potessero confluire per finanziare quella parte di spesa per investimenti non riconducibile agli enti locali: Tremonti aveva ben chiaro quale potesse essere questo soggetto, e da tempo sognava di metterci mano: la Cassa depositi e prestiti.

La Cdp nasce a Torino nel 1850 con una funzione strettamente bancaria – raccogliere depositi da privati cittadini quale luogo di fede pubblica – a cui sette anni dopo si aggiunge quella di finanziare l’attività degli enti pubblici. In effetti, poco o nulla è cambiato da allora. La Cdp mantiene ancora oggi due rami di attività: la ‘gestione separata’, che opera nel finanziamento degli investimenti statali e di altri enti pubblici, quali regioni, altri enti locali e comunque strutture afferenti allo Stato, utilizzando come fonte principale di provvista la raccolta del risparmio postale; e la ‘gestione ordinaria’, che si occupa del finanziamento di opere, impianti, reti e dotazioni destinate alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche. A questo ramo di attività la Cdp provvede attraverso l’assunzione di finanziamenti e l’emissione di titoli (in particolare obbligazioni) che, contrariamente al risparmio postale, non sono garantiti da parte dello Stato. Il progetto del ministro è semplice e geniale: favorire il restyling dei conti dello Stato attraverso la privatizzazione della Cdp, trasformandola in s.p.a.; e nel contempo partecipare al tesoro delle fondazioni bancarie, vendendo loro il 30% del capitale della nuova società sotto forma di azioni privilegiate, convertibili nel 2010 in azioni ordinarie.

Benché gli alleati di governo (il solito Fini e Follini), non vedano ragione per cui si debba privatizzare un ente pubblico che ha sempre funzionato bene, il progetto è vitale e Tremonti, sostenuto dall’asse Berlusconi-Bossi, non si arrende: il super decreto passerà col ricorso alla fiducia, e il 30 dicembre 2003 le azioni della Cdp vengono girate alle 65 fondazioni banc rie che ne hanno fatto richiesta. Come si legge nel comunicato stampa del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’operazione ha fruttato 1.050 milioni di euro, a cui si deve aggiungere il corrispettivo “per la cessione alla Cdp s.p.a. del 10,35% di Enel, del 10% di Eni e del 35% di Poste italiane, pari complessivamente a poco meno di 11 miliardi di euro”. A dicembre 2003, la Cassa vantava 57 miliardi di euro di crediti verso i clienti (Stato, enti locali), e una raccolta di oltre 200 miliardi di euro (in continua crescita) nel risparmio postale: nel 2008 sarebbero stati 99 i miliardi di euro disponibili per investimenti strutturali, un patrimonio che fa gola a tutti.

Da grande voglio fare l’Iri
L’enorme liquidità della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentavano (e rappresentano) una formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra o di sinistra: poter far leva sul proprio ruolo di azionista della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire le partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano e in base alla visione politica che più aggrada – il tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp, in quanto azienda privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente bipartisan.
Tant’è che alla presidenza della neonata società viene nominato Franco Bassanini, già ministro nei governi Prodi, D’Alema e Amato: uomo da sempre vicino alle fondazioni (che salutano con entusiasmo la sua nomina), ci si aspetta che giochi un ruolo determinante nella partita della conversione delle azioni.

“Con l’elezione di Bassanini alla presidenza si rafforza il ruolo delle fondazioni nella Cdp” commenta il presidente della Fondazione Monte dei Paschi, Gabriello Mancini, “un ente che ora può davvero incidere nel campo della realizzazione di infrastrutture di cui il Paese ha bisogno” (2). Gli fa eco Fabrizio Palenzona, vicepresidente Unicredit e uomo di riferimento delle fondazioni: “La Cdp, avendo risorse fuori dal bilancio dello Stato, è lo strumento giusto per migliorare il sistema economico in un momento di difficoltà come questo” (3). Come super amministratore delegato viene nominato Massimo Varazzani (il delfino di Giulio Tremonti), ex funzionario Bankitalia, una lunga permanenza nel gruppo Sanpaolo Imi e incarichi di vertice in Ferrovie dello Stato e Enav: toccherà a lui muovere gli oltre 90 miliardi di euro di raccolta postale parcheggiati nel conto corrente di tesoreria (il gigante addormentato, lo chiama il ministro), per investimenti diretti in progetti infrastrutturali.

Ovvio, qualcuno si rende conto che possono nascere dei problemi: “Una società che ha così importanti partecipazioni e che capitalizza le piccole e medie imprese (dal 2009 la Cdp ha messo a disposizione delle piccole/medie imprese un fondo pari a 3 miliardi di euro, aumentato a 8 nel 2010, n.d.a.), ha in astratto una componente di rischio”, avverte il senatore Giovanni Legnini, membro della Commissione parlamentare di vigilanza; mentre la Corte dei Conti, nella relazione del 2008 sull’attività di gestione della Cassa, ricorda che “ci si deve guardare da ogni rischio di devianza verso forme di surrettizio ritorno a modelli superati di presenza dello Stato nell’economia”. Ma Tremonti da quell’orecchio ci sente poco: lui da grande vuole fare l’Iri.

La Lega in cantiere
Come è stato ricordato, dal 2003 le fondazioni bancarie possono avere fra le proprie finalità istituzionali la realizzazione di lavori pubblici nelle regioni di appartenenza. Gli obiettivi dei legislatori (leghisti ed ex democristiani) sono chiari: restituire agli enti locali con la mano sinistra quel che gli si è tolto con la destra (i vincoli del Patto di stabilità). Come si legge su Il Sole 24Ore del 3 ottobre 2010: “Nel nord, segnato dai vincoli della spesa pubblica, i nuovi equilibri di potere sull’asse carroccio e post Dc spingono le fondazioni ad aumentare il pressing sulle banche perché sostengano con maggiore intensità la costruzione di strade, poli logistici e snodi intermodali. Con una tendenza che, al di là dell’attuale friabilità del quadro politico nazionale, segnerà i prossimi anni. E in più l’incognita sul futuro di Unicredit, che rispetto al passato potrebbe avere un ruolo più da protagonista, accanto a Intesa Sanpaolo, pivot incontrastato – come azionista e finanziatrice – delle grandi opere settentrionali” (4).

Ed ecco che l’estromissione dello scomodo Mr. Arrogance da Unicredit assume un senso: i progetti di Profumo per la sua ‘grande banca’ avevano probabilmente un respiro un po’ più vasto di quelli che gli volevano imporre gli enti locali. E le pressioni sulle fondazioni devono aver raggiunto livelli davvero preoccupanti, se Giancarlo Galan, ministro delle Politiche agricole ed ex governatore del Veneto, si sente di affermare: “Assisto con angoscia alla prepotenza di una certa politica che si vuole impossessare di tutto. I banchieri hanno il dovere di amministrare gli istituti nell’esclusivo interesse dell’economia, mentre i politici debbono dettare le regole senza intromissioni nella gestione dei Cda” (5). Perché, sebbene la Consulta abbia dichiarato incostituzionale la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni dei rappresentanti di regioni, province, comuni e città metropolitane, aggirare il divieto non è difficile: è sufficiente che nel Cda di qualche associazione locale (che sieda in Consiglio di una data fondazione) si inseriscano gli uomini giusti e il gioco è fatto, con buona pace di no profit e volontariato.

Come nota Massimo Giannini su La Repubblica, siamo passati da “le banche sono nostre” di Andreotti e Craxi, all’“abbiamo una banca” di Fassino e D’Alema, al “ci prendiamo le banche” di Bossi e Zaia. Afferma candidamente Luca Galli, rappresentante del Carroccio in Cariplo: “Lo so bene io che faccio l’assessore al bilancio del comune di Castellanza. Il ruolo delle fondazioni è diventato essenziale: non solo diretto, come in Cdp, ma anche attraverso una pressione virtuosa sulle banche” (6).

Se la pressione sia davvero virtuosa è dubbio, ma è un fatto che gli investimenti in infrastrutture al nord siano in una fase di stallo: secondo un’analisi di Finlombarda, da giugno 2009 a giugno 2010 sono partite grandi opere per 96 milioni contro quelle per 2,1 miliardi dell’anno precedente. Mario Ciaccia, numero uno di Intesa infrastrutture e sviluppo, dice che “servono garanzie, e diversi miliardi di euro, non bruscolini” (7). Lo strumento del project financing – presentato a suo tempo come l’Eldorado delle grandi opere a costo zero – non decolla, e gli enti locali pensano a dismettere più che a investire, mentre ci sono scadenze sempre più ravvicinate: la Pedemontana va completata entro il 2013; la Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano) l’anno successivo; e, nel 2015, la seconda tangenziale esterna di Milano.

Per la Brebemi servono capitali per 1,6 miliardi, che verranno erogati per metà da Cdp e per l’altra metà da un consorzio formato da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Centrobanca (gruppo Ubi). Per la Pedemontana invece i soldi necessari sono molti di più e la situazione è meno definita: il costo è di 5 miliardi, di cui 3,2 circa da finanziare. Il dominus del progetto è la provincia di Milano, che attraverso Asam controlla il 68% della società, ma nel capitale ricompaiono i soliti noti: Ubi con il 6% e Intesa Sanpaolo con il 26%. Nelle prossime settimane Intesa, Unicredit, Ubi, Mps e Popolare di Milano dovrebbero aprire i cordoni della borsa ed erogare i finanziamenti mancanti.

Conclusioni
Investire i lauti profitti delle banche in opere a sostegno della società civile può sembrare a prima vista un progetto meritorio in cui le fondazioni assumono un ruolo di Robin Hood moderno.
Ma, tolto il velo dell’apparenza, la situazione si rivela di un’ambiguità spaventosa. Per quanto riguarda la Cdp, al di là del giudizio (positivo o negativo) che si possa avere circa l’intervento dello Stato nell’economia, lasciare decidere la strategia industriale di un Paese a una società privata, libera di perseguire i propri interessi di profitto, qualunque essi siano, nei settori che appaiono più interessanti, e senza vincoli di alcun tipo, è tutt’altro che rassicurante. Per chi vuole l’intervento della mano pubblica, perché le priorità non vengono concertate nelle sedi deputate (il Parlamento) e i mezzi per perseguirle escono dal controllo dello Stato; per i fautori del laissez faire, perché la Cassa viene utilizzata dalla politica per bypassare dettati comunitari e dinamiche di mercato, nazionalizzando in sostanza – come ha sottolineato qualcuno – quel che si era detto di voler privatizzare.

Per quanto riguarda invece il ruolo delle fondazioni voluto dagli enti locali, cioè quello di super investitori in infrastrutture, la questione è doppiamente grave: in primo luogo perché storna una gran parte delle risorse da settori – come la cultura, la scuola, le politiche sociali – in cui si sente davvero bisogno di finanziamenti alternativi a quelli dello Stato (benché il conflitto fra responsabilità pubblica e privata rimanga irrisolto, trasferendosi a livello locale). In secondo luogo perché l’obbligo per le fondazioni di investire il 90% dei proventi nella regione di appartenenza privilegia il nord rispetto al sud del Paese (l’interesse della Lega non è casuale), contribuendo a enfatizzare una differenza di disponibilità che ha ormai ampiamente superato il livello di guardia.
Ma se le sedi delle grandi fondazioni e delle relative grandi banche sono concentrate al nord, lo stesso non si può dire dei loro correntisti, o in generale della loro attività operativa: queste banche hanno interessi nazionali e, nel caso esemplare di Unicredit, addirittura internazionali. Perché mai dovrebbero beneficiarne solo i residenti di Piemonte, Lombardia e Veneto?

Giovanna Baer

 

(1) Geronzi: la Spectre non sono io, intervista a Cesare Geronzi di Massimo Giannini, La Repubblica, 23 settembre 2010
(2) Ansa, 13 novembre 2008
(3) Ibidem
(4) Lega e fondazioni bancarie in pressing per le infrastrutture al Nord, Paolo Bricco e Cheo Condina
(5) Galan: la Lega è senza lealtà e metta giù le mani dalle banche, La Repubblica, 11 settembre 2010
(6) Paolo Bricco e Cheo Condina, art. cit.
(7) Paolo Bricco e Cheo Condina, art. cit.

 

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