È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Dura lex... |
|
Struttura
e percorso legislativo di un potere finanziario che la politica ha
assoggettato, per mettere nelle mani degli enti locali i lauti profitti
delle banche che la norma originaria destinava al no profit privato |
| 22 settembre 2010. Alessandro Profumo, amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unicredit, la prima banca italiana per capitalizzazione e la quattordicesima al mondo per attivo patrimoniale (decima in Europa), rassegna le dimissioni. Il più carismatico e abile manager nostrano, soprannominato Mr. Arrogance per aver avuto l’ardire di sbattere la porta in faccia a più riprese a soggetti del calibro di Telecom e RCS, autore della “più bella operazione del sistema bancario italiano degli ultimi anni” (1), la fusione fra Unicredit e Capitalia, alla fine non ce l’ha fatta e ha dovuto cedere lo scettro a Dieter Rampl, presidente tedesco del colosso bancario. Le motivazioni della sua uscita di scena (costate alla banca – cioè agli azionisti – la cifra record di 40 milioni di euro) non sono chiare: nonostante l’appoggio del ministro Tremonti, che si è dichiarato contrario ai ribaltoni in un clima di già elevata instabilità del sistema finanziario, il Cda è stato irremovibile nel togliergli la fiducia. Per colpa del suo penchant per la Bank of Lybia, si dice, ma pare che quel che bolle in pentola sia ben altro, se uno come Cesare Geronzi, il punto di contatto fra la grande finanza e il Palazzo, sostiene che la causa sia da ricercare nella volontà dei politici di allungare le mani sulle banche. La Lega usa le fondazioni per costruire le sue roccaforti locali, Unicredit è il primo esempio, ma ce ne potrebbero essere altri, afferma Geronzi senza mezzi termini. E uno come Profumo – deciso e capace, ma poco propenso a prendere ordini – senza dubbio disturba. La legge Amato-Carli Un compromesso tipicamente all’italiana per cedere formalmente il controllo operativo senza in sostanza cedere alcunché, simile a quello escogitato per risolvere il conflitto di interessi berlusconiano: il legislatore sosteneva che, se chi è proprietario di un’azienda si disinteressa della sua gestione, limitandosi a percepirne gli utili, il rischio di sue interferenze indebite nell’amministrazione risulta annullato. Va sottolineato che questa ambiguità di fondo nella definizione dei nuovi soggetti era probabilmente necessaria per far digerire ai politici quello che doveva sembrare un eccesso di emancipazione dei banchieri italiani: le banche facevano un primo passo verso un sistema di mercato autentico, come volevano sia la Comunità europea che Bankitalia, e nello stesso tempo il Palazzo poteva consolarsi nella consapevolezza che si cambiava tutto per non cambiare nulla, secondo il celebre adagio. Questo conflitto irrisolto fra i desiderata delle banche e quelli della politica era evidentemente destinato a far sentire la sua influenza nelle riforme successive, ed è testimoniato dai numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale sollevati dalle fondazioni nel tentativo di escludere il più possibile l’influenza della politica dalla loro attività. La direttiva Dini e la legge Ciampi Il decreto, nel testo vigente, individua i settori
ammessi (famiglia e valori connessi; crescita e formazione giovanile;
educazione, istruzione e formazione, incluso l’acquisto di prodotti
editoriali per la scuola; volontariato, filantropia e beneficenza;
religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti
civili; prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica;
sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale
ed edilizia popolare locale; protezione dei consumatori; protezione
civile; salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; attività
sportiva; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologie
e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica e tecnologica;
protezione e qualità ambientale; arte, attività e beni
culturali), nell’ambito dei quali le fondazioni scelgono, ogni
tre anni, non più di cinque settori rilevanti. Con la legge Ciampi, inoltre, l’iniziale obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche, già eliminato dalla direttiva Dini, è stato sostituito da un obbligo opposto: la perdita da parte delle fondazioni del controllo delle società stesse. Per incentivare la perdita del controllo fu previsto un regime di neutralità fiscale per le plusvalenze realizzate nella dismissione. Questa disciplina fiscale, la cui durata temporale era stata dapprima limitata ai quattro anni successivi all’entrata in vigore del decreto applicativo, è scaduta il 31 dicembre 2005. In base all’ultimo bilancio di sistema (relativo al 2008), su 88 fondazioni, 18 non hanno più partecipazioni dirette nelle rispettive banche conferitarie; 55 ne detengono una quota minoritaria; le altre 15 – che nel loro complesso rappresentano il 4,4% del totale dei patrimoni delle fondazioni – posseggono più del 50% del capitale sociale (peraltro nel pieno rispetto della normativa vigente, in quanto l’originario obbligo di perdere il controllo delle conferitarie è stato eliminato, tramite il dl n. 143/2003, convertito nella legge n. 212/2003, per le fondazioni con patrimonio netto contabile non superiore a 200 milioni di euro, oppure operanti prevalentemente in regioni a statuto speciale). La legge Tremonti Il ruolo delle fondazioni secondo la Consulta
I pronunciamenti della Corte Costituzionale, intesi
a configurare in maniera risolutiva l’identità delle
fondazioni di origine bancaria appartenenti ai “soggetti dell’organizzazione
delle libertà sociali”, privati e autonomi, sono stati
ripresi dal regolamento attuativo (d.m. 18 maggio 2004, n. 150) della
legge Tremonti, concludendo così il lungo periodo di incertezza
che ha condizionato l’operatività delle fondazioni. Il cavallo di Troia Le fondazioni, grazie ai loro statuti, si prestavano
egregiamente allo scopo di sostituire il ruolo dello Stato centrale
e degli enti locali in queste aree di investimento. La pronuncia della
Consulta, che non a caso ribadisce la piena autonomia delle fondazioni
circa i settori di investimento e la ridotta rappresentanza nei loro
Cda degli enti locali, non poteva tuttavia condizionare il processo
legislativo dello Stato. Tremonti aveva previsto, o almeno considerato,
la possibilità che la sentenza di settembre della Consulta
non fosse in suo favore, tanto che, giocando d’anticipo, il
primo agosto venne approvata una legge (la 166/2002) intitolata “Disposizioni
in materia di infrastrutture e trasporti” (ministro del Lavoro
e delle Politiche sociali Roberto Maroni, ministro per le Infrastrutture
e i Trasporti Pietro Lunardi), in cui all’art. 7 si inserisce
“la realizzazione di lavori pubblici o di pubblica utilità”
fra i settori di intervento delle fondazioni. Ma non basta. La Cdp nasce a Torino nel 1850 con una funzione strettamente bancaria – raccogliere depositi da privati cittadini quale luogo di fede pubblica – a cui sette anni dopo si aggiunge quella di finanziare l’attività degli enti pubblici. In effetti, poco o nulla è cambiato da allora. La Cdp mantiene ancora oggi due rami di attività: la ‘gestione separata’, che opera nel finanziamento degli investimenti statali e di altri enti pubblici, quali regioni, altri enti locali e comunque strutture afferenti allo Stato, utilizzando come fonte principale di provvista la raccolta del risparmio postale; e la ‘gestione ordinaria’, che si occupa del finanziamento di opere, impianti, reti e dotazioni destinate alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche. A questo ramo di attività la Cdp provvede attraverso l’assunzione di finanziamenti e l’emissione di titoli (in particolare obbligazioni) che, contrariamente al risparmio postale, non sono garantiti da parte dello Stato. Il progetto del ministro è semplice e geniale: favorire il restyling dei conti dello Stato attraverso la privatizzazione della Cdp, trasformandola in s.p.a.; e nel contempo partecipare al tesoro delle fondazioni bancarie, vendendo loro il 30% del capitale della nuova società sotto forma di azioni privilegiate, convertibili nel 2010 in azioni ordinarie. Benché gli alleati di governo (il solito Fini e Follini), non vedano ragione per cui si debba privatizzare un ente pubblico che ha sempre funzionato bene, il progetto è vitale e Tremonti, sostenuto dall’asse Berlusconi-Bossi, non si arrende: il super decreto passerà col ricorso alla fiducia, e il 30 dicembre 2003 le azioni della Cdp vengono girate alle 65 fondazioni banc rie che ne hanno fatto richiesta. Come si legge nel comunicato stampa del ministero dell’Economia e delle Finanze, l’operazione ha fruttato 1.050 milioni di euro, a cui si deve aggiungere il corrispettivo “per la cessione alla Cdp s.p.a. del 10,35% di Enel, del 10% di Eni e del 35% di Poste italiane, pari complessivamente a poco meno di 11 miliardi di euro”. A dicembre 2003, la Cassa vantava 57 miliardi di euro di crediti verso i clienti (Stato, enti locali), e una raccolta di oltre 200 miliardi di euro (in continua crescita) nel risparmio postale: nel 2008 sarebbero stati 99 i miliardi di euro disponibili per investimenti strutturali, un patrimonio che fa gola a tutti. Da grande voglio fare l’Iri “Con l’elezione di Bassanini alla presidenza si rafforza il ruolo delle fondazioni nella Cdp” commenta il presidente della Fondazione Monte dei Paschi, Gabriello Mancini, “un ente che ora può davvero incidere nel campo della realizzazione di infrastrutture di cui il Paese ha bisogno” (2). Gli fa eco Fabrizio Palenzona, vicepresidente Unicredit e uomo di riferimento delle fondazioni: “La Cdp, avendo risorse fuori dal bilancio dello Stato, è lo strumento giusto per migliorare il sistema economico in un momento di difficoltà come questo” (3). Come super amministratore delegato viene nominato Massimo Varazzani (il delfino di Giulio Tremonti), ex funzionario Bankitalia, una lunga permanenza nel gruppo Sanpaolo Imi e incarichi di vertice in Ferrovie dello Stato e Enav: toccherà a lui muovere gli oltre 90 miliardi di euro di raccolta postale parcheggiati nel conto corrente di tesoreria (il gigante addormentato, lo chiama il ministro), per investimenti diretti in progetti infrastrutturali. Ovvio, qualcuno si rende conto che possono nascere dei problemi: “Una società che ha così importanti partecipazioni e che capitalizza le piccole e medie imprese (dal 2009 la Cdp ha messo a disposizione delle piccole/medie imprese un fondo pari a 3 miliardi di euro, aumentato a 8 nel 2010, n.d.a.), ha in astratto una componente di rischio”, avverte il senatore Giovanni Legnini, membro della Commissione parlamentare di vigilanza; mentre la Corte dei Conti, nella relazione del 2008 sull’attività di gestione della Cassa, ricorda che “ci si deve guardare da ogni rischio di devianza verso forme di surrettizio ritorno a modelli superati di presenza dello Stato nell’economia”. Ma Tremonti da quell’orecchio ci sente poco: lui da grande vuole fare l’Iri. La Lega in cantiere Ed ecco che l’estromissione dello scomodo Mr. Arrogance da Unicredit assume un senso: i progetti di Profumo per la sua ‘grande banca’ avevano probabilmente un respiro un po’ più vasto di quelli che gli volevano imporre gli enti locali. E le pressioni sulle fondazioni devono aver raggiunto livelli davvero preoccupanti, se Giancarlo Galan, ministro delle Politiche agricole ed ex governatore del Veneto, si sente di affermare: “Assisto con angoscia alla prepotenza di una certa politica che si vuole impossessare di tutto. I banchieri hanno il dovere di amministrare gli istituti nell’esclusivo interesse dell’economia, mentre i politici debbono dettare le regole senza intromissioni nella gestione dei Cda” (5). Perché, sebbene la Consulta abbia dichiarato incostituzionale la prevalenza negli organi di indirizzo delle fondazioni dei rappresentanti di regioni, province, comuni e città metropolitane, aggirare il divieto non è difficile: è sufficiente che nel Cda di qualche associazione locale (che sieda in Consiglio di una data fondazione) si inseriscano gli uomini giusti e il gioco è fatto, con buona pace di no profit e volontariato. Come nota Massimo Giannini su La Repubblica, siamo passati da “le banche sono nostre” di Andreotti e Craxi, all’“abbiamo una banca” di Fassino e D’Alema, al “ci prendiamo le banche” di Bossi e Zaia. Afferma candidamente Luca Galli, rappresentante del Carroccio in Cariplo: “Lo so bene io che faccio l’assessore al bilancio del comune di Castellanza. Il ruolo delle fondazioni è diventato essenziale: non solo diretto, come in Cdp, ma anche attraverso una pressione virtuosa sulle banche” (6). Se la pressione sia davvero virtuosa è dubbio, ma è un fatto che gli investimenti in infrastrutture al nord siano in una fase di stallo: secondo un’analisi di Finlombarda, da giugno 2009 a giugno 2010 sono partite grandi opere per 96 milioni contro quelle per 2,1 miliardi dell’anno precedente. Mario Ciaccia, numero uno di Intesa infrastrutture e sviluppo, dice che “servono garanzie, e diversi miliardi di euro, non bruscolini” (7). Lo strumento del project financing – presentato a suo tempo come l’Eldorado delle grandi opere a costo zero – non decolla, e gli enti locali pensano a dismettere più che a investire, mentre ci sono scadenze sempre più ravvicinate: la Pedemontana va completata entro il 2013; la Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano) l’anno successivo; e, nel 2015, la seconda tangenziale esterna di Milano. Per la Brebemi servono capitali per 1,6 miliardi, che verranno erogati per metà da Cdp e per l’altra metà da un consorzio formato da Intesa Sanpaolo, Unicredit e Centrobanca (gruppo Ubi). Per la Pedemontana invece i soldi necessari sono molti di più e la situazione è meno definita: il costo è di 5 miliardi, di cui 3,2 circa da finanziare. Il dominus del progetto è la provincia di Milano, che attraverso Asam controlla il 68% della società, ma nel capitale ricompaiono i soliti noti: Ubi con il 6% e Intesa Sanpaolo con il 26%. Nelle prossime settimane Intesa, Unicredit, Ubi, Mps e Popolare di Milano dovrebbero aprire i cordoni della borsa ed erogare i finanziamenti mancanti. Conclusioni Per quanto riguarda invece il ruolo delle fondazioni
voluto dagli enti locali, cioè quello di super investitori
in infrastrutture, la questione è doppiamente grave: in primo
luogo perché storna una gran parte delle risorse da settori
– come la cultura, la scuola, le politiche sociali – in
cui si sente davvero bisogno di finanziamenti alternativi a quelli
dello Stato (benché il conflitto fra responsabilità
pubblica e privata rimanga irrisolto, trasferendosi a livello locale).
In secondo luogo perché l’obbligo per le fondazioni di
investire il 90% dei proventi nella regione di appartenenza privilegia
il nord rispetto al sud del Paese (l’interesse della Lega non
è casuale), contribuendo a enfatizzare una differenza di disponibilità
che ha ormai ampiamente superato il livello di guardia.
(1) Geronzi: la Spectre non sono
io, intervista a Cesare Geronzi di Massimo Giannini, La Repubblica,
23 settembre 2010
Leggi anche: Le mani sulla
politica: centocinquant’anni di finanza cattolica
di Giovanna Cracco Criminal banking
di Giovanna Baer
Leggi altri articoli sui temi: |