| La politica italiana
non può evitare di fare i conti con la Chiesa. È opinione
diffusa. Il Vaticano è a Roma non a Parigi o a Berlino, si
dice, e il consenso dei cattolici è qualcosa che ogni partito
che ambisca a governare il Belpaese deve necessariamente inseguire.
E dunque leggi sul fine vita, su coppie di fatto etero/omosessuali,
su aborto e pillola Ru486, su fecondazione assistita sono terreno
di difficili equilibri politici e di conquista dell’elettorato,
alla strenua rincorsa del patrocinio delle gerarchie vaticane.
Ma è tutto qua? In Italia, il potere della Chiesa è
principalmente, se non unicamente, di tipo ideologico o piuttosto,
sollevando il velo dell’etica ufficiale che poggia sui valori
– e che comunque muove, certamente, voti – si scopre un
altro potere che ha radici in Vaticano e contro cui in Italia
non si può governare?
Fino alla prima Repubblica, lo chiamavano ‘finanza bianca’.
Era un gruppo di potere formato soprattutto da banchieri, ma anche
consulenti e faccendieri vari, cattolici, molto vicini al Vaticano
e politicamente alla Dc; seduti nelle principali poltrone del salotto
finanziario nazionale, si contendevano con la finanza laica i cordoni
della borsa del credito all’economia italiana, privata e pubblica.
E ne controllavano una bella fetta, confortati dall’ininterrotto
potere governativo della Dc. Crollato il ‘pericolo rosso’
insieme al muro di Berlino, fiocinata la balena bianca con Tangentopoli,
nata la seconda Repubblica, venuto meno il vecchio referente politico,
di finanza bianca – o cattolica – non si è più
sentito parlare. Il mondo finanziario afferma che non esiste più,
intesa come blocco compatto; che il suo potere è meno esteso.
Ammesso sia vero – anche se non si comprende allora come mai,
nell’ottobre 2009, la fondazione Centesimus annus abbia
invitato alla Biblioteca ambrosiana un nutrito gruppo di banchieri
a discutere dell’enciclica Caritas in veritate –
oggi che banchine e banchette varie sono sparite, assorbite dalle
grandi fusioni e acquisizioni, più di quante poltrone ricopri,
ciò che importa è quali.
I voti si pesano e non si contano, diceva Enrico Cuccia, e lui se
ne intendeva.
Le origini: diffusione capillare e notabili
del papa
Con due leggi varate nel luglio 1866 e nell’agosto 1867, il
neonato Stato italiano decide di rimpinguare le proprie casse espropriando
i beni appartenenti alla Chiesa; nega il riconoscimento giuridico
a molti ordini e corporazioni religiose – negando di conseguenza
la loro capacità patrimoniale – e stabilisce che un ente
morale ecclesiastico non può possedere immobili. Con la legge
del 19 giugno del 1873 l’esproprio è esteso anche al
territorio di Roma, precedentemente escluso.
Si trattò, per inciso, di una manovra che Marx avrebbe definito
di accumulazione originaria. Si iscriveva infatti all’interno
di leggi precedenti che, a far data dal 1861, avevano dato l’avvio
alla privatizzazione del demanio dello Stato. Terreni e immobili vennero
messi sul mercato e acquistati dalla grande borghesia e dalla nobiltà
– che videro così ulteriormente aumentare il proprio
potere e patrimonio – mentre i contadini, esclusi per ovvie
ragioni economiche, videro anche soppressi i secolari usi civici (far
pascolare le pecore, raccogliere legna ed erba ecc.) in quelle terre
ora recintate.
Tra i nobili in coda per l’acquisto, molti sono quelli romani
legati al Vaticano, che agiscono per conto proprio o in qualità
di fiduciari del papa. Nel giro di qualche anno la Chiesa si ritrova
nuovamente in possesso di un discreto patrimonio immobiliare, e ben
rappresentata nei consigli di amministrazione di società immobiliari
e di banche: Monte di Pietà di Roma, Banco di Santo Spirito,
Cassa di risparmio di Roma, Banca romana, Credito mobiliare, Credito
fondiario, Banca industriale e commerciale. Banche che, pian piano,
alle speculazioni immobiliari affiancano investimenti nella nascente
industria nazionale.
Nel 1880, gli stessi nobili strettamente vicini
al Vaticano fondano il Banco di Roma, il quale, in qualità
di principale azionista, in breve tempo assume il controllo di diverse
società capitoline di servizi pubblici: la Società impresa
elettrica in Roma, l’Acqua pia antica marcia di Roma, la Società
dei magazzini e molini generali, la Società romana di tramway
e omnibus.
Situazione non diversa nel nord Italia. In Lombardia, Piemonte e Veneto
vengono fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative; nelle
campagne padane nascono le Casse rurali, sotto il controllo indiretto
dei gesuiti. Nel 1896 l’arcivescovo di Milano, cardinale Andrea
Carlo Ferrari, appoggia Giuseppe Tovini nella fondazione del Banco
ambrosiano, il cui statuto mette nero su bianco che la banca è
costituita fra cattolici. Seguono il Piccolo credito bergamasco e
il Piccolo credito romagnolo, che annovera tra i fonda tori il conte
cattolico Giovanni Acquaderni (tra i fondatori anche del quotidiano
L’Avvenire), il cardinale di Bologna, Domenico Svampa, e il
vescovo di Cesena, Alfonso Maria Vespignani.
Centro di potere della finanza bianca, il Banco di Roma estende via
via il proprio controllo in varie industrie italiane, inserendo propri
uomini nei consigli di amministrazione. Per citarne alcune: la Società
italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze, lo zuccherificio
Lebaudy Frères di Ancona, l’Istituto nazionale medico
farmacologico Serono a Roma (fondato nel 1906, fu la terza azienda
mondiale dopo le statunitensi Angen e Genentech e la prima in Europa
nel settore biotech; quando nel 1952 muore il fondatore Cesare Serono,
il Vaticano ottiene il controllo dell’istituto per poi passarlo
alla famiglia Bertarelli, che nel ’77 trasferisce la società
in Svizzera).
Nel frattempo, la nobiltà pontificia si inserisce
in alcune grandi finanziarie laiche: La Fondiaria vita, La Fondiaria
incendio e la Bastogi – fondata dal conte Pietro Bastogi, primo
ministro delle Finanze nel 1861, nata come Società italiana
per le strade ferrate meridionali, costruì ed ebbe poi in gestione
gran parte della linea ferroviaria nazionale, fino al passaggio a
società finanziaria nel 1906.
Le guerre coloniali e la prima guerra mondiale sono fortemente sostenute
dalle banche cattoliche, che vedono nell’impresa bellica ricche
prospettive di guadagni. Il Banco di Roma apre filiali a Tripoli,
Mogadiscio e ben 16 in Etiopia, ed è cofondatore della Società
italiana della Salina Eritrea; il Banco ambrosiano si adopera attivamente
nella raccolta della sottoscrizione dei prestiti di guerra per il
conflitto del ’15-18.
Le banche cattoliche continuano nella loro espansione. Nascono il
Piccolo credito pavese, la Banca del lavoro e del piccolo risparmio,
la Cassa padana – che rivendica tuttora l’appartenenza
all’area cattolica: sul sito si legge: “Le radici di questa
iniziativa risiedono nella dottrina sociale della chiesa. Ancora oggi
l’ispirazione cristiana è inserita a fondamento dell’attività
della banca nell’articolo 2 dello statuto”. Nel 1920,
Filippo Meda, dopo essere stato tra i fondatori dell’Università
cattolica del Sacro Cuore, ministro delle Finanze dal ’16 al
’19, primo direttore del quotidiano L’Italia – giornale
di riferimento della diocesi milanese fondato su iniziativa del cardinale
Ferrari – diventa presidente della Banca popolare di Milano.
Fin dall’Unità quindi, l’economia italiana è
stata caratterizzata dall’esistenza di una finanza bianca talmente
estesa da avere in mano le sorti di numerose industrie nazionali,
sia dal punto di vista dei portafogli azionari e obbligazionari sia
da quello della concessione del credito.
Il presente: Bazoli e Intesa Sanpaolo, Gorno
Tempini e la Cassa depositi e prestiti
Dopo essersi consolidata nel corso del Ventennio – anche grazie
alla pax siglata con i Patti lateranensi – e nei cinquant’anni
della prima Repubblica, supportata da un referente politico diretto
quale era la Democrazia cristiana, oggi la finanza cattolica ha in
mano due importanti centri di potere: Intesa Sanpaolo e la Cassa depositi
e prestiti.
La prima è il feudo di Giovanni Bazoli. Nato nel 1932 in un’importante
famiglia cattolica bresciana, nel capitale sociale conta un nonno
che fu tra i fondatori, nel 1919, del Partito popolare accanto a Luigi
Sturzo, e un padre deputato Dc all’assemblea costituente. Tralasciando
il prestigioso curriculum lavorativo – dal salvataggio del Banco
ambrosiano alle varie fusioni e acquisizioni che hanno portato a Banca
Intesa – oggi lo troviamo presidente del Consiglio di sorveglianza
di Intesa Sanpaolo (nata nel 2007 dalla fusione di Banca Intesa e
San Paolo IMI) e presidente della finanziaria Mittel.
E proprio la Mittel è un interessante crocevia
di nomi. Nel consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri,
Giovanni Gorno Tempini, direttore generale fino al maggio 2010, quando
è stato nominato amministratore delegato della Cassa depositi
e prestiti, e Giambattista Bosco Montini, consigliere. Quest’ultimo
vanta un breve curriculum: nipote di Paolo VI. È infatti figlio
di Lodovico Montini, che oltre a essere stato membro dell’Assemblea
costituente nelle fila della Dc era, soprattutto, fratello di Paolo
VI.
Per poter comprendere il potere del cattolico bresciano occorre tenere
a mente che Intesa Sanpaolo è la prima banca d’Italia,
oltre che l’azionista di maggioranza di Bankitalia con il suo
30,3%; dai tempi del governo Prodi – grande amico di Bazoli
– è la ‘banca per il Paese’. Quasi 500 miliardi
di euro è il credito complessivo che l’istituto vanta
nei confronti dell’economia italiana, privata e pubblica. Da
quando, poi, nel 2006, è nata Banca Intesa Infrastrutture e
Sviluppo, divenuta nel 2008, dopo la fusione, Banca Infrastrutture
Innovazione e Sviluppo, l’incidenza dell’istituto nella
realizzazione di grandi infrastrutture, progetti urbanistici, sistema
sanitario, università e ricerca e servizi di pubblica utilità
è cresciuta esponenzialmente.
È sufficiente navigare un po’ sul sito
per rendersene conto (1): finanziamenti, emissioni obbligazionarie,
finanza di progetto, ristrutturazione e cartolarizzazione dei debiti.
Intesa Sanpaolo sostiene finanziariamente numerose realtà pubbliche
e semi pubbliche. Per citarne alcune:
- ministeri dello Sviluppo
economico e della Difesa (finanziamento per 2,6 miliardi
per la realizzazione dei progetti European Fighter Aircraft
e Fregata Europea Multi Missione, 2005-2007);
- Regione Lazio (finanziamento per 435 milioni
nel 2010 e 400 milioni nel 2009; cartolarizzazione dei debiti
sanitari per 1,6 miliardi nel 2006, 641 milioni nel 2005,
518 milioni nel 2004);
- Regione Molise (finanziamento per 370 milioni,
2006-2010);
- Regione Campania (finanziamento per 250
milioni, 2009; emissione obbligazionaria per 200 milioni,
2006);
- Regione Piemonte (emissione obbligazionaria
per 430 milioni, 2006; cartolarizzazione dei debiti sanitari
per 715 milioni, 2006);
- Regione Abruzzo (cartolarizzazione dei
debiti sanitari per 232 milioni nel 2007 e 327 milioni nel
2006);
- Regione Veneto (ristrutturazione di un
debito precedentemente contratto con Intesa Sanpaolo per 186
milioni, 2006);
- Città di Roma (finanziamento per
304 milioni, 2007; emissione obbligazionaria per 400 milioni,
2005);
- Città di Torino (emissione obbligazionaria
per 355 milioni, 2008);
- Ferrovie dello Stato (finanziamento per
1,1 miliardi, 2010; cartolarizzazione dei debiti per 830 milioni,
2004);
- Anas (finanziamento per 1,2 miliardi per
l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la terza corsia
del Grande raccordo anulare di Roma, 2005);
- Autostrada pedemontana lombarda spa (finanza
di progetto, 4,5 miliardi, erogazione in corso);
- Autostrade lombarde spa (finanza di progetto,
1,6 miliardi per la Milano-Brescia, erogazione in corso);
- Tangenziale esterna est di Milano (finanza
di progetto, 1,5 miliardi, erogazione in corso);
- Passante di Mestre (finanza di progetto,
750 milioni, 2005).
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A questo si aggiungono i vari accordi con le associazione
delle imprese private, per la concessione di prestiti agevolati: Piccola
industria Confindustria (5 miliardi, 2009); Confcommercio (3 miliardi,
2009); Confartigianato, Cna e Casartigiani (3 miliardi, 2009).
Si aggiungono infine le varie operazioni di ‘salvataggio’
– di cui quella di Alitalia, con la cordata dei capitani coraggiosi,
è la più nota (1,1 miliardi, e Intesa Sanpaolo è
anche azionista di Cai con un 8,86%) ma non l’unica. Per citarne
un paio: Risanamento – immobiliare di Luigi Zunino, 3 miliardi
di indebitamento al momento del crack finanziario nel 2009, oggi Intesa
Sanpaolo è l’azionista di maggioranza con il 37,43%;
Safilo – azienda leader mondiale nella produzione di occhiali
della famiglia Tabacchi, sull’orlo del precipizio nel 2009,
salvata da un finanziamento di 400 milioni concesso da un pool di
banche, tra cui quella di Bazoli.
Giovanni Gorno Tempini è nato a Brescia nel
1962, e di quale potere sia espressione è gia evidente in quel
passaggio di poltrona rapidamente accennato sopra: da direttore generale
della Mittel (2007-2010) ad amministratore delegato della Cassa depositi
e prestiti (nel cui consiglio di amministrazione, en passant,
siede anche Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior). Dal 2003,
per volontà di Tremonti, anche allora ministro del Tesoro,
la Cdp diventa una società privata di cui lo Stato detiene
il 70% e 66 fondazioni bancarie il restante 30%. Da allora, la Cdp
è uno dei fulcri dell’economia del Paese: grazie alla
raccolta postale è una cassaforte di liquidità, finanzia
opere infrastrutturali destinate alla fornitura di servizi pubblici
e grandi opere di interesse nazionale, e agisce nel sostegno delle
piccole-medie imprese private. “L’enorme liquidità
della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentano una
formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra
o di sinistra: poter far leva sul proprio ruolo di azionista della
Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire
le partecipazioni nelle società che più interessano,
per le finalità che più si desiderano e in base alla
visione politica che più aggrada – il tutto al riparo
dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp, in quanto azienda
privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente
bipartisan” (2).
Dal maggio 2010, amministratore delegato di tutto questo potere è
il ‘bazoliniano doc’, come lo definiscono le cronache
finanziarie, Gorno Tempini.
La sua nomina palesa anche un altro aspetto di non
secondaria importanza: l’alleanza stretta tra il ministro che
l’ha nominato e l’area della finanza bianca. Tremonti,
l’anello di congiunzione Lega nord-Pdl, il ministro dei condoni
(edilizio e fiscale nel 2003 e scudo fiscale nel 2009) lodato trasversalmente
da destra e da sinistra sia dai partiti che dai cittadini; l’uomo
che all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 all’Università
cattolica di Milano parlava di “economia sociale di mercato”,
e che ha definito l’enciclica Caritas in veritate “il
primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita
che è il nuovo mondo globalizzato”.
Politico acuto, Tremonti ha iniziato per tempo a fare amicizia con
il potere finanziario che conta, e oggi è in perfetta sintonia
con il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – interlocutore
chiave della finanza cattolica – e con Giovanni Bazoli, insieme
al quale sostiene la corsa di Mario Draghi alla presidenza della Banca
centrale europea. Magari è anche per questa amicizia,
che le sue quotazioni politiche sono in continuo aumento e lo vedono
lanciato con successo verso la terza Repubblica post-berlusconiana.
Il futuro: lo Ior rimette lo zampino nelle
banche italiane
Dopo le vicende del Banco ambrosiano di Calvi e della Banca privata
italiana di Sindona, lo Ior si è tenuto ben lontano dalle partecipazioni
azionarie in istituti bancari. L’unica conservata in tutti questi
anni è stata giusto quella nella Banca Intesa di Bazoli. Una
quota modesta – divenuta ancora più modesta dopo la fusione
con San Paolo IMI – ma iscritta in quel Gruppo Lombardo (Banca
Lombarda e Piemontese, Ior, Mittel e Carlo Tassara) che facendo parte
del Patto di sindacato incideva sull’indirizzo strategico dell’istituto.
A febbraio 2010, la svolta nella pluriennale linea di condotta: la
banca vaticana sottoscrive un prestito obbligazionario convertibile
da 100 milioni a 18 mesi, emesso dalla Carige, Cassa di risparmio
di Genova. La parola chiave è ‘convertibile’: se
lo Ior, alla scadenza, non porterà all’incasso l’obbligazione,
il titolo si trasformerà in azioni del valore pari al 2,3%
di Carige.
Il primo passo è fatto. Anche se quel 2,3%
di finanza vaticana è ben misera cosa rispetto al peso che
la finanza cattolica ha sempre avuto nella politica italiana, seconda
Repubblica compresa, a dispetto di quanto afferma il mondo finanziario.
Il tavolo da gioco in cui i banchieri cattolici svolgono il ruolo
del mazziere si è infatti aperto, dopo il ’92, a nuovi
giocatori. Quel tavolo a cui al Pci è stato impedito di accomodarsi
per cinquant’anni, ha aggiunto sedie per poter ospitare uomini
del Pdl, della Lega nord e del Pd. In un do ut des a cui
i partiti partecipano con leggi atte a preservare, consolidare e aumentare
non solo il potere finanziario cattolico, ma anche quello ideologico.
È infatti attraverso valori e dogmi che la Chiesa continua
a esercitare il proprio potere sulla società civile, e se la
sua influenza culturale dovesse diminuire, essa perderebbe anche il
potere di indirizzare il voto politico di una parte determinante dell’elettorato.
Perfino la Lega nord, con la sua narrazione mitologica sospesa tra
una nazione inesistente, radici etniche impossibili e riti pagani,
ha finito per doversi dichiarare cattolica, andare a braccetto con
il Vaticano, lottare per il crocifisso nelle aule di tutta Europa;
ha compreso al volo da che parte stare, appena ha messo piede nelle
fondazioni bancarie (3).
Magari è questa la ragione per cui, all’apparenza paradossalmente,
scomparso il partito di riferimento, la Chiesa ha aumentato la propria
influenza sulla politica italiana; magari è questa la ragione
per cui, da quando è entrata nella seconda Repubblica, l’Italia
assiste a una gara di genuflessioni parlamentari, da destra e da sinistra.
Giovanna Cracco
(1) http://www.biis.it
(2) Per il peso della Cdp nell’economia
italiana cfr. Le fondazioni
bancarie: il furto pubblico del no profit privato, Giovanna
Baer, Paginauno n. 20/2010
(3) Ibidem
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Cracco, Paginauno n. 15/2009
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etico’
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Disimpegnatosi lo Stato, è la corsa ai rapporti privati,
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dove le organizzazioni religiose spadroneggiano e impongono direttive
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La
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Walter G. Pozzi
La finta opposizione del Vaticano: funzione etica compensativa
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