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Inchiesta

 

Le mani sulla politica: centocinquant’anni
di finanza cattolica
di Giovanna Cracco

Dai notabili del papa a Bazoli e Intesa Sanpaolo: un potere finanziario che da centocinquant’anni gestisce la gran parte del credito all’economia italiana pubblica e privata

La politica italiana non può evitare di fare i conti con la Chiesa. È opinione diffusa. Il Vaticano è a Roma non a Parigi o a Berlino, si dice, e il consenso dei cattolici è qualcosa che ogni partito che ambisca a governare il Belpaese deve necessariamente inseguire. E dunque leggi sul fine vita, su coppie di fatto etero/omosessuali, su aborto e pillola Ru486, su fecondazione assistita sono terreno di difficili equilibri politici e di conquista dell’elettorato, alla strenua rincorsa del patrocinio delle gerarchie vaticane.
Ma è tutto qua? In Italia, il potere della Chiesa è principalmente, se non unicamente, di tipo ideologico o piuttosto, sollevando il velo dell’etica ufficiale che poggia sui valori – e che comunque muove, certamente, voti – si scopre un altro potere che ha radici in Vaticano e contro cui in Italia non si può governare?
Fino alla prima Repubblica, lo chiamavano ‘finanza bianca’. Era un gruppo di potere formato soprattutto da banchieri, ma anche consulenti e faccendieri vari, cattolici, molto vicini al Vaticano e politicamente alla Dc; seduti nelle principali poltrone del salotto finanziario nazionale, si contendevano con la finanza laica i cordoni della borsa del credito all’economia italiana, privata e pubblica. E ne controllavano una bella fetta, confortati dall’ininterrotto potere governativo della Dc. Crollato il ‘pericolo rosso’ insieme al muro di Berlino, fiocinata la balena bianca con Tangentopoli, nata la seconda Repubblica, venuto meno il vecchio referente politico, di finanza bianca – o cattolica – non si è più sentito parlare. Il mondo finanziario afferma che non esiste più, intesa come blocco compatto; che il suo potere è meno esteso. Ammesso sia vero – anche se non si comprende allora come mai, nell’ottobre 2009, la fondazione Centesimus annus abbia invitato alla Biblioteca ambrosiana un nutrito gruppo di banchieri a discutere dell’enciclica Caritas in veritate – oggi che banchine e banchette varie sono sparite, assorbite dalle grandi fusioni e acquisizioni, più di quante poltrone ricopri, ciò che importa è quali.
I voti si pesano e non si contano, diceva Enrico Cuccia, e lui se ne intendeva.

Le origini: diffusione capillare e notabili del papa
Con due leggi varate nel luglio 1866 e nell’agosto 1867, il neonato Stato italiano decide di rimpinguare le proprie casse espropriando i beni appartenenti alla Chiesa; nega il riconoscimento giuridico a molti ordini e corporazioni religiose – negando di conseguenza la loro capacità patrimoniale – e stabilisce che un ente morale ecclesiastico non può possedere immobili. Con la legge del 19 giugno del 1873 l’esproprio è esteso anche al territorio di Roma, precedentemente escluso.
Si trattò, per inciso, di una manovra che Marx avrebbe definito di accumulazione originaria. Si iscriveva infatti all’interno di leggi precedenti che, a far data dal 1861, avevano dato l’avvio alla privatizzazione del demanio dello Stato. Terreni e immobili vennero messi sul mercato e acquistati dalla grande borghesia e dalla nobiltà – che videro così ulteriormente aumentare il proprio potere e patrimonio – mentre i contadini, esclusi per ovvie ragioni economiche, videro anche soppressi i secolari usi civici (far pascolare le pecore, raccogliere legna ed erba ecc.) in quelle terre ora recintate.
Tra i nobili in coda per l’acquisto, molti sono quelli romani legati al Vaticano, che agiscono per conto proprio o in qualità di fiduciari del papa. Nel giro di qualche anno la Chiesa si ritrova nuovamente in possesso di un discreto patrimonio immobiliare, e ben rappresentata nei consigli di amministrazione di società immobiliari e di banche: Monte di Pietà di Roma, Banco di Santo Spirito, Cassa di risparmio di Roma, Banca romana, Credito mobiliare, Credito fondiario, Banca industriale e commerciale. Banche che, pian piano, alle speculazioni immobiliari affiancano investimenti nella nascente industria nazionale.

Nel 1880, gli stessi nobili strettamente vicini al Vaticano fondano il Banco di Roma, il quale, in qualità di principale azionista, in breve tempo assume il controllo di diverse società capitoline di servizi pubblici: la Società impresa elettrica in Roma, l’Acqua pia antica marcia di Roma, la Società dei magazzini e molini generali, la Società romana di tramway e omnibus.
Situazione non diversa nel nord Italia. In Lombardia, Piemonte e Veneto vengono fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative; nelle campagne padane nascono le Casse rurali, sotto il controllo indiretto dei gesuiti. Nel 1896 l’arcivescovo di Milano, cardinale Andrea Carlo Ferrari, appoggia Giuseppe Tovini nella fondazione del Banco ambrosiano, il cui statuto mette nero su bianco che la banca è costituita fra cattolici. Seguono il Piccolo credito bergamasco e il Piccolo credito romagnolo, che annovera tra i fonda tori il conte cattolico Giovanni Acquaderni (tra i fondatori anche del quotidiano L’Avvenire), il cardinale di Bologna, Domenico Svampa, e il vescovo di Cesena, Alfonso Maria Vespignani.
Centro di potere della finanza bianca, il Banco di Roma estende via via il proprio controllo in varie industrie italiane, inserendo propri uomini nei consigli di amministrazione. Per citarne alcune: la Società italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze, lo zuccherificio Lebaudy Frères di Ancona, l’Istituto nazionale medico farmacologico Serono a Roma (fondato nel 1906, fu la terza azienda mondiale dopo le statunitensi Angen e Genentech e la prima in Europa nel settore biotech; quando nel 1952 muore il fondatore Cesare Serono, il Vaticano ottiene il controllo dell’istituto per poi passarlo alla famiglia Bertarelli, che nel ’77 trasferisce la società in Svizzera).

Nel frattempo, la nobiltà pontificia si inserisce in alcune grandi finanziarie laiche: La Fondiaria vita, La Fondiaria incendio e la Bastogi – fondata dal conte Pietro Bastogi, primo ministro delle Finanze nel 1861, nata come Società italiana per le strade ferrate meridionali, costruì ed ebbe poi in gestione gran parte della linea ferroviaria nazionale, fino al passaggio a società finanziaria nel 1906.
Le guerre coloniali e la prima guerra mondiale sono fortemente sostenute dalle banche cattoliche, che vedono nell’impresa bellica ricche prospettive di guadagni. Il Banco di Roma apre filiali a Tripoli, Mogadiscio e ben 16 in Etiopia, ed è cofondatore della Società italiana della Salina Eritrea; il Banco ambrosiano si adopera attivamente nella raccolta della sottoscrizione dei prestiti di guerra per il conflitto del ’15-18.
Le banche cattoliche continuano nella loro espansione. Nascono il Piccolo credito pavese, la Banca del lavoro e del piccolo risparmio, la Cassa padana – che rivendica tuttora l’appartenenza all’area cattolica: sul sito si legge: “Le radici di questa iniziativa risiedono nella dottrina sociale della chiesa. Ancora oggi l’ispirazione cristiana è inserita a fondamento dell’attività della banca nell’articolo 2 dello statuto”. Nel 1920, Filippo Meda, dopo essere stato tra i fondatori dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ministro delle Finanze dal ’16 al ’19, primo direttore del quotidiano L’Italia – giornale di riferimento della diocesi milanese fondato su iniziativa del cardinale Ferrari – diventa presidente della Banca popolare di Milano.
Fin dall’Unità quindi, l’economia italiana è stata caratterizzata dall’esistenza di una finanza bianca talmente estesa da avere in mano le sorti di numerose industrie nazionali, sia dal punto di vista dei portafogli azionari e obbligazionari sia da quello della concessione del credito.

Il presente: Bazoli e Intesa Sanpaolo, Gorno Tempini e la Cassa depositi e prestiti
Dopo essersi consolidata nel corso del Ventennio – anche grazie alla pax siglata con i Patti lateranensi – e nei cinquant’anni della prima Repubblica, supportata da un referente politico diretto quale era la Democrazia cristiana, oggi la finanza cattolica ha in mano due importanti centri di potere: Intesa Sanpaolo e la Cassa depositi e prestiti.
La prima è il feudo di Giovanni Bazoli. Nato nel 1932 in un’importante famiglia cattolica bresciana, nel capitale sociale conta un nonno che fu tra i fondatori, nel 1919, del Partito popolare accanto a Luigi Sturzo, e un padre deputato Dc all’assemblea costituente. Tralasciando il prestigioso curriculum lavorativo – dal salvataggio del Banco ambrosiano alle varie fusioni e acquisizioni che hanno portato a Banca Intesa – oggi lo troviamo presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (nata nel 2007 dalla fusione di Banca Intesa e San Paolo IMI) e presidente della finanziaria Mittel.

E proprio la Mittel è un interessante crocevia di nomi. Nel consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri, Giovanni Gorno Tempini, direttore generale fino al maggio 2010, quando è stato nominato amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, e Giambattista Bosco Montini, consigliere. Quest’ultimo vanta un breve curriculum: nipote di Paolo VI. È infatti figlio di Lodovico Montini, che oltre a essere stato membro dell’Assemblea costituente nelle fila della Dc era, soprattutto, fratello di Paolo VI.
Per poter comprendere il potere del cattolico bresciano occorre tenere a mente che Intesa Sanpaolo è la prima banca d’Italia, oltre che l’azionista di maggioranza di Bankitalia con il suo 30,3%; dai tempi del governo Prodi – grande amico di Bazoli – è la ‘banca per il Paese’. Quasi 500 miliardi di euro è il credito complessivo che l’istituto vanta nei confronti dell’economia italiana, privata e pubblica. Da quando, poi, nel 2006, è nata Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, divenuta nel 2008, dopo la fusione, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo, l’incidenza dell’istituto nella realizzazione di grandi infrastrutture, progetti urbanistici, sistema sanitario, università e ricerca e servizi di pubblica utilità è cresciuta esponenzialmente.

È sufficiente navigare un po’ sul sito per rendersene conto (1): finanziamenti, emissioni obbligazionarie, finanza di progetto, ristrutturazione e cartolarizzazione dei debiti. Intesa Sanpaolo sostiene finanziariamente numerose realtà pubbliche e semi pubbliche. Per citarne alcune:

- ministeri dello Sviluppo economico e della Difesa (finanziamento per 2,6 miliardi per la realizzazione dei progetti European Fighter Aircraft e Fregata Europea Multi Missione, 2005-2007);
- Regione Lazio (finanziamento per 435 milioni nel 2010 e 400 milioni nel 2009; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 1,6 miliardi nel 2006, 641 milioni nel 2005, 518 milioni nel 2004);
- Regione Molise (finanziamento per 370 milioni, 2006-2010);
- Regione Campania (finanziamento per 250 milioni, 2009; emissione obbligazionaria per 200 milioni, 2006);
- Regione Piemonte (emissione obbligazionaria per 430 milioni, 2006; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 715 milioni, 2006);
- Regione Abruzzo (cartolarizzazione dei debiti sanitari per 232 milioni nel 2007 e 327 milioni nel 2006);
- Regione Veneto (ristrutturazione di un debito precedentemente contratto con Intesa Sanpaolo per 186 milioni, 2006);
- Città di Roma (finanziamento per 304 milioni, 2007; emissione obbligazionaria per 400 milioni, 2005);
- Città di Torino (emissione obbligazionaria per 355 milioni, 2008);
- Ferrovie dello Stato (finanziamento per 1,1 miliardi, 2010; cartolarizzazione dei debiti per 830 milioni, 2004);
- Anas (finanziamento per 1,2 miliardi per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la terza corsia del Grande raccordo anulare di Roma, 2005);
- Autostrada pedemontana lombarda spa (finanza di progetto, 4,5 miliardi, erogazione in corso);
- Autostrade lombarde spa (finanza di progetto, 1,6 miliardi per la Milano-Brescia, erogazione in corso);
- Tangenziale esterna est di Milano (finanza di progetto, 1,5 miliardi, erogazione in corso);
- Passante di Mestre (finanza di progetto, 750 milioni, 2005).

 

A questo si aggiungono i vari accordi con le associazione delle imprese private, per la concessione di prestiti agevolati: Piccola industria Confindustria (5 miliardi, 2009); Confcommercio (3 miliardi, 2009); Confartigianato, Cna e Casartigiani (3 miliardi, 2009).
Si aggiungono infine le varie operazioni di ‘salvataggio’ – di cui quella di Alitalia, con la cordata dei capitani coraggiosi, è la più nota (1,1 miliardi, e Intesa Sanpaolo è anche azionista di Cai con un 8,86%) ma non l’unica. Per citarne un paio: Risanamento – immobiliare di Luigi Zunino, 3 miliardi di indebitamento al momento del crack finanziario nel 2009, oggi Intesa Sanpaolo è l’azionista di maggioranza con il 37,43%; Safilo – azienda leader mondiale nella produzione di occhiali della famiglia Tabacchi, sull’orlo del precipizio nel 2009, salvata da un finanziamento di 400 milioni concesso da un pool di banche, tra cui quella di Bazoli.

Giovanni Gorno Tempini è nato a Brescia nel 1962, e di quale potere sia espressione è gia evidente in quel passaggio di poltrona rapidamente accennato sopra: da direttore generale della Mittel (2007-2010) ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti (nel cui consiglio di amministrazione, en passant, siede anche Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior). Dal 2003, per volontà di Tremonti, anche allora ministro del Tesoro, la Cdp diventa una società privata di cui lo Stato detiene il 70% e 66 fondazioni bancarie il restante 30%. Da allora, la Cdp è uno dei fulcri dell’economia del Paese: grazie alla raccolta postale è una cassaforte di liquidità, finanzia opere infrastrutturali destinate alla fornitura di servizi pubblici e grandi opere di interesse nazionale, e agisce nel sostegno delle piccole-medie imprese private. “L’enorme liquidità della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentano una formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra o di sinistra: poter far leva sul proprio ruolo di azionista della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire le partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano e in base alla visione politica che più aggrada – il tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp, in quanto azienda privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente bipartisan” (2).
Dal maggio 2010, amministratore delegato di tutto questo potere è il ‘bazoliniano doc’, come lo definiscono le cronache finanziarie, Gorno Tempini.

La sua nomina palesa anche un altro aspetto di non secondaria importanza: l’alleanza stretta tra il ministro che l’ha nominato e l’area della finanza bianca. Tremonti, l’anello di congiunzione Lega nord-Pdl, il ministro dei condoni (edilizio e fiscale nel 2003 e scudo fiscale nel 2009) lodato trasversalmente da destra e da sinistra sia dai partiti che dai cittadini; l’uomo che all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 all’Università cattolica di Milano parlava di “economia sociale di mercato”, e che ha definito l’enciclica Caritas in veritate “il primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita che è il nuovo mondo globalizzato”.
Politico acuto, Tremonti ha iniziato per tempo a fare amicizia con il potere finanziario che conta, e oggi è in perfetta sintonia con il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – interlocutore chiave della finanza cattolica – e con Giovanni Bazoli, insieme al quale sostiene la corsa di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Magari è anche per questa amicizia, che le sue quotazioni politiche sono in continuo aumento e lo vedono lanciato con successo verso la terza Repubblica post-berlusconiana.

Il futuro: lo Ior rimette lo zampino nelle banche italiane
Dopo le vicende del Banco ambrosiano di Calvi e della Banca privata italiana di Sindona, lo Ior si è tenuto ben lontano dalle partecipazioni azionarie in istituti bancari. L’unica conservata in tutti questi anni è stata giusto quella nella Banca Intesa di Bazoli. Una quota modesta – divenuta ancora più modesta dopo la fusione con San Paolo IMI – ma iscritta in quel Gruppo Lombardo (Banca Lombarda e Piemontese, Ior, Mittel e Carlo Tassara) che facendo parte del Patto di sindacato incideva sull’indirizzo strategico dell’istituto.
A febbraio 2010, la svolta nella pluriennale linea di condotta: la banca vaticana sottoscrive un prestito obbligazionario convertibile da 100 milioni a 18 mesi, emesso dalla Carige, Cassa di risparmio di Genova. La parola chiave è ‘convertibile’: se lo Ior, alla scadenza, non porterà all’incasso l’obbligazione, il titolo si trasformerà in azioni del valore pari al 2,3% di Carige.

Il primo passo è fatto. Anche se quel 2,3% di finanza vaticana è ben misera cosa rispetto al peso che la finanza cattolica ha sempre avuto nella politica italiana, seconda Repubblica compresa, a dispetto di quanto afferma il mondo finanziario. Il tavolo da gioco in cui i banchieri cattolici svolgono il ruolo del mazziere si è infatti aperto, dopo il ’92, a nuovi giocatori. Quel tavolo a cui al Pci è stato impedito di accomodarsi per cinquant’anni, ha aggiunto sedie per poter ospitare uomini del Pdl, della Lega nord e del Pd. In un do ut des a cui i partiti partecipano con leggi atte a preservare, consolidare e aumentare non solo il potere finanziario cattolico, ma anche quello ideologico. È infatti attraverso valori e dogmi che la Chiesa continua a esercitare il proprio potere sulla società civile, e se la sua influenza culturale dovesse diminuire, essa perderebbe anche il potere di indirizzare il voto politico di una parte determinante dell’elettorato.
Perfino la Lega nord, con la sua narrazione mitologica sospesa tra una nazione inesistente, radici etniche impossibili e riti pagani, ha finito per doversi dichiarare cattolica, andare a braccetto con il Vaticano, lottare per il crocifisso nelle aule di tutta Europa; ha compreso al volo da che parte stare, appena ha messo piede nelle fondazioni bancarie (3).
Magari è questa la ragione per cui, all’apparenza paradossalmente, scomparso il partito di riferimento, la Chiesa ha aumentato la propria influenza sulla politica italiana; magari è questa la ragione per cui, da quando è entrata nella seconda Repubblica, l’Italia assiste a una gara di genuflessioni parlamentari, da destra e da sinistra.

Giovanna Cracco

 

(1) http://www.biis.it
(2) Per il peso della Cdp nell’economia italiana cfr. Le fondazioni bancarie: il furto pubblico del no profit privato, Giovanna Baer, Paginauno n. 20/2010
(3) Ibidem

 

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