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dicembre 2011- gennaio 2012
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Inchiesta |
| Farmaci, business e lo strano
caso dell'Aulin di Giovanna Baer |
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Il 'sistema
farmaco', dalla ricerca ai brevetti, dai farmaci generici al criterio
di fissazione dei prezzi, dal mercato delle pandemie alle industrie
farmaceutiche: truffe, lauti profitti e corruzione |
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I fatti Il ministero della Salute, interpellato, getta subito acqua sul fuoco: il sottosegretario Ferruccio Fazio fa sapere in una nota che “fino a oggi e allo stato delle informazioni ricevute dalla procura di Torino il ministero non ha riscontrato pericoli per la salute dei cittadini”, ma la Federconsumatori fa sapere che è pronta a costituirsi parte civile e chiede, senza risultato, che siano resi noti i nomi dei farmaci. A luglio l’inchiesta ha già azzerato i vertici dell’Aifa, e il governo affida la sfortunata agenzia (era nata dalle ceneri dello scandalo che travolse Duilio Poggiolini ai tempi di Tangentopoli) nelle mani del Prof. Guido Rasi, medico e ricercatore di fama, il quale promette di riorganizzarla in linea con gli standard qualitativi europei. E sulla vicenda cala (mediaticamente) il sipario. Generici: efficaci o no? In Italia il prezzo dei medicinali non è
il risultato delle dinamiche di mercato come avviene in altri Paesi,
ma è imposto dallo Stato nel tentativo di stabilizzare la spesa
sanitaria contenendo la spesa farmaceutica. I farmaci generici, molto
meno costosi dei loro equivalenti griffati, si prestano ottimamente
allo scopo. «Un caso eclatante emerso dalle indagini di Guariniello è quello di un farmaco generico da assumersi per via orale il cui livello di assorbimento era pari a zero». La molecola incriminata è la diosmina, un flavonoidecoadiuvante nel trattamento di varici e fragilità capillare. Sul tavolo dell’Aifa erano a suo tempo arrivate 13 domande di registrazione, una il clone dell’altra (il dossier allegato era identico in tutti i casi), e il farmaco aveva ottenuto la registrazione. «Se non che una società che non era riuscita ad arrivare in tempo utile ha deciso di rovinare il gioco a tutti, denunciando la truffa alla procura. Nessuno ha messo in guardia i cittadini dai possibili rischi a cui vanno incontro assumendo i farmaci generici ». Così nelle sale di attesa degli studi medici e sui banconi delle farmacie continuano a far bella mostra gli opuscoli del ministero che invitano i medici a prescrivere i generici e i cittadini ad acquistarli. Con buona pace della tutela della salute. La ricerca: usi e abusi Il primo passo consiste nel selezionare la molecola
adatta fra un migliaio di potenziali candidate: «In questa fase
è protagonista il ricercatore, che si muove a tentoni, come
un minatore nel sottosuolo, e a volte riesce a individuare un filone
interessante. All’interno del filone, cerca e scarta finché
non individua il materiale più promettente e lo qualifica nella
sua forma farmacologica (molecole biologiche, di sintesi, eccetera).
Il ricercatore non ha nessun controllo sul processo nel suo insieme,
non sa a quali risultati porteranno le sue ricerche e tanto meno come
questi risultati verranno utilizzati, e lavora – quasi sempre
in buona fede – su aspetti molto specifici». È
nella stessa situazione di un ingegnere informatico che sviluppa un
nuovo microchip: non sa se sarà utilizzato su un satellite
o sulla testata di un missile, e non sarà invitato a partecipare
al processo decisionale. «Gli investimenti maggiori riguardano le fasi
più mature dello sviluppo, soprattutto la fase tre, per la
quale vengono utilizzate le cosiddette società di sviluppo
clinico (Cdo, Clinical research organisation). Le Cdo sono
cresciute a dismisura negli ultimi vent’anni, hanno un respiro
globale e arrivano a competere per fatturato con le stesse aziende
farmaceutiche». Il loro ruolo è equivalente a quello
delle società di revisione nel settore finanziario, e si muovono
con la stessa disinvoltura di una Merryl Lynch all’interno di
una immensa area grigia. «Devono produrre studi consistenti
dal punto di vista statistico, cioè determinare se l’azione
del farmaco è significativa verso quella del placebo su un
numero molto elevato di pazienti. La necessità di ottenere
risultati in tempi brevi determina tuttavia un allentamento del rigore,
per cui molte di queste ricerche non vengono condotte nei Paesi occidentali,
ma in quelli dell’est o del terzo mondo, dove esiste una casistica
amplissima ed è facile trovare candidati a basso prezzo». «Questi ultimi sono farmaci i cui benefici sono molto aleatori, innanzitutto perché il colesterolo e la pressione alta non sono vere e proprie patologie, ma fattori di rischio; e secondariamente perché il loro livello è influenzato da svariate condizioni, come lo stress, lo stile di vita, l’alimentazione… Tuttavia prescrivere un farmaco di questo tipo è molto comodo per il medico curante, perché gli evita di responsabilizzarsi fino in fondo con il paziente: una pillola e via, insomma. E se poi l’infarto sopraggiunge comunque, si potrà dare la colpa al fumo o al viagra…». Un’altra categoria di farmaci molto remunerativa è quella del well being, dei prodotti cioè che curano i disturbi della parte alta del sistema gastroenterico, come i bruciori di stomaco o le gastriti, e che sono fra i più prescritti. «Con questi è molto facile ottenere un vantaggio farmaco-economico ‘stirando’ i risultati degli studi: si amplia la gamma delle patologie che li richiedono e si allarga il loro posizionamento. Un esempio è dato dai farmaci inibitori della pompa protonica per la cura di ulcera e gastrite, i cui principiattivi sono importantissimi (prima della loro scoperta di ulcera si poteva morire), ma che hanno significativi effetti collaterali e un prezzo elevato. Oggi questi farmaci vengono prescritti anche per patologie lievi, come il riflusso gastroesofageo, per il quale basterebbe consigliare un semplice antiacido o uno stile di vita più sano». Successivamente le nuove molecole vengono ‘date in pasto’ agli opinion leader, gli esponenti più autorevoli (dal punto di vista mediatico) della classe medica, affinché testino i farmaci e ne diano un sigillo di validazione prestigioso. «Gli opinion leader sono centinaia e costituiscono una vera e propria casta. In genere sono accademici di alto livello e frequentatori abituali di riviste specializzate e salotti televisivi, che non si espongono mai fino in fondo (per non correre il rischio di smentite discreditanti); usano spesso il condizionale quando elogiano i nuovi farmaci; e soprattutto non si tradiscono l’uno con l’altro. In cambio ricevono fondi per i loro istituti, borse di studio per i ricercatori dei loro dipartimenti, e qualche volta sono prezzolati direttamente con mazzette. Partecipano a simposi e congressi, utili strumenti per la creazione di un valore che niente ha a che vedere con la salute pubblica, incensando a beneficio dell’intera classe medica i principi attivi di ultima formulazione». Il costo della promozione si avvicina talvolta alla metà del totale degli investimenti, ma la pratica ha dimostrato che sottovalutando questa fase si rischia di vanificare l’intero processo: «Senza l’intervento dei baroni della medicina non si riesce a sfondare sul mercato. Ci sono esempi di molecole interessanti che sono rimaste prive di utilizzo clinico perché non erano state battezzate dai luminari del settore». In conclusione il sistema farmaco non è impostato su un processo rigoroso fondato sulla genialità e sul talento di chi fa ricerca: «Quando i ricercatori si lamentano di essere sottopagati, hanno ragione e torto allo stesso tempo. Ragione, perché le loro scoperte costituiscono la base sfruttabile della farmaco-economia, e torto perché le loro competenze non bastano per fare affari. Come è dimostrato dall’allocazione delle risorse lungo l’intero processo, gli anelli importanti della catena, quelli che è necessario oliare, sono altri, che si collocano fuori dalla logica ideale di un processo di innovazione». Il tutto, sfruttando lo stato di pressione in cui il paziente (o meglio il consumatore) versa al momento del consulto medico. Altro che consenso informato. H1N1: come ti invento un mercato Fatto sta che l’H1N1 ha comportato – finora – poche vittime e molti affari: la Virus spa, un sapiente mix di vaccini e di indotto figlio dell’ansia ‘preventiva’, ha già iniziato a macinare miliardi: «I primi beneficiari di questo inatteso Eldorado sono, come ovvio, i professionisti della pandemia: i produttori di vaccini. Fino a pochi anni fa parevano una specie sull’orlo dell’estinzione: le malattie virali più gravi erano state sradicate dai Paesi ricchi; le nazioni più povere, dove queste patologie trovano ancora terreno fertile, non avevano i soldi necessari per acquistare i loro vaccini. Oggi è cambiato tutto: l’aviaria e la minaccia di bioterrorismo hanno fatto ripartire alla grande gli investimenti. E l’influenza A è stata la ciliegina sulla torta, una miniera d’oro che finora ha garantito ai big del settore un bonus da 12 miliardi. A settembre 2009 – con l’allarme H1N1 all’apice – la domanda di dosi era doppia rispetto alla capacità produttiva mondiale. E i governi (Italia compresa) hanno firmato contratti in bianco, pagando in anticipo vaccini non ancora approvati pur di farne scorta adeguata. L’inglese Gsk ha piazzato in pochi giorni 440 milioni di dosi (al prezzo di 5 sterline l’una) di Pandemrix a 22 Paesi differenti con un incasso ‘straordinario’ di quasi 3 miliardi di euro. Non solo: le vendite del suo Relenza, un anti-virale efficace in fase preventiva, sono decollate a 600 milioni di euro nei primi nove mesi del 2009. Il Tamiflu della Roche, un altro anti-virale già sul mercato, ha decuplicato le vendite a 2 miliardi nel 2009. La Novartis prevede di ricavare dal suo vaccino Focetria un miliardo in sei mesi. Più o meno quanto incasserà grazie ai suoi nuovi prodotti la francese Sanofi. Centinaia di milioni entreranno pure nella casse dell’americana Baxter (titolare del vaccino Celvapan) e dell’inglese Astra Zeneca. Contratti una-tantum, d’accordo, ma in grado di generare a fine pandemia, secondo l’Oms, ricavi extra vicini ai 20 miliardi». Big Pharma dunque, malgrado la mitezza del virus, meno mortifero dell’influenza stagionale, ha incassato in sei mesi un jackpot da 20 miliardi di euro di entrate straordinarie e l’Organizzazione mondiale della sanità, sospettata da alcuni di eccesso di allarmismo (dati alla mano, è impossibile non convenirne), è stata costretta ad aprire un’inchiesta interna per verificare i possibili conflitti di interessi dei suoi consulenti scientifici, accusati di essere a libro paga dell’industria. Il prezzo dei farmaci Con l’avvento della Comunità europea, che impone la libera circolazione delle merci e la possibilità di fissare prezzi diversi per prodotti analoghi, potrebbero poi verificarsi fenomeni di arbitraggio di cui non beneficiano certo i pazienti: «Se, per fare un esempio, il prezzo di un medicinale nel Regno Unito è significativamente superiore a quello dello stesso medicinale in Grecia, i distributori inglesi lo acquisteranno in Grecia a costi inferiori per rivenderlo nel loro Paese al prezzo maggiorato, intascando la differenza. Questi fenomeni aumentano la capacità di pressione della lobby del farmaco, in grado di premere sugli organismi di controllo affinché i prezzi non si discostino troppo dalla media europea». Lo strano caso dell’Aulin «La microtossicità della nimesulide
è risultata chiara fin da subito, e questa è la ragione
per cui la società che l’aveva scoperto non ha giudicato
interessante completarne lo sviluppo, tanto più che l’efficacia
del principio attivo è inferiore a quella di molecole concorrenti,
come l’ibuprofene o il paracetamolo». Nel 2002 i prodotti
a base di nimesulide sono stati ritirati dal commercio in Finlandia
e in Spagna (109 casi di reazioni avverse, due trapianti di fegatoe
un decesso), e dal 15 maggio 2007 anche l’agenzia del farmaco
irlandese ne ha sospeso la vendita, a seguito della segnalazione di
sei casi di insufficienza epatica grave che hanno reso necessari altrettanti
trapianti di fegato. Eppure, nel nostro Paese e per molto tempo, l’Aulin
è stato addirittura considerato un farmaco Otc (Over the counter),
cioè vendibile senza necessità di ricetta medica. Giovanni
Mathieu, presidente della Associazione dei medici internisti, lancia
l’allarme: “Per molto tempo la nimesulide ha goduto della
fama di un farmaco non molto rischioso, ma ogni anno noi medici internisti
osserviamo un numero abbastanza preoccupante di pazienti che subiscono
danni epatici e dell’apparato gastroenterico causati proprio
da questa molecola”. Aifa e Farmindustria: tutto cambia e nulla
cambia Nel sistema italiano del farmaco la corruzione infatti
è strutturale: solo da noi è considerata necessaria
una figura, quella del procuratore, inesistente negli altri Paesi.
«I procuratori sono individui dal dubbio contenuto professionale
che bazzicano i palazzi romani, sfruttando e tessendo relazioni con
chi si occupa della valutazione dei dossier, ed elargendo tutti i
favori necessari affinché le case farmaceutiche ottengano la
registrazione dei loro principi attivi, i prezzi migliori per i loro
medicinali, e così via». Aggiunge la nostra fonte: «L’azienda
farmaceutica italiana vive da 40 anni su questo sistema e non sono
bastati gli scandali a cambiare le cose. Da noi le società
del settore, di dimensioni a volte rilevantissime, sono ancora oggi
padronali e con una vocazione alla ricerca pressoché nulla.
La Carlo Erba era l’unica azienda farmaceutica in grado di competere
con i colossi americani quotati in borsa, ed è stata venduta.
È stato deciso, a livello strategico, di lasciare il campo
aperto ai predoni, a scapito di innovazione e competitività,
con il risultato che le molecole italiane registrate nel mondo sono
solo 4: per dare un’idea delle proporzioni, quelle francesi
sono circa 500 e quelle americane intorno a 3.000».
Altri articoli sull'argomento: Scoppiare
di salute (2° parte) di Giovanna Baer, Paginauno
n. 11/2009 Scoppiare
di salute di Giovanna Baer, Paginauno n. 10/2008
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