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Il blues, inteso come
genere musicale ma soprattutto come vero e proprio stile di vita, nelle
parole di Fabio Treves, musicista milanese, leader della prima blues
band italiana.
Probabilmente una delle domande che ti è
stata rivolta più frequentemente è: quando ti sei accorto
per la prima volta che il blues doveva diventare qualcosa di più
della ‘tua’ musica, e cioè una parte imprescindibile
di te, un autentico modo di essere? Anche a me questo interessa, ma
solo se messo in relazione con l’ambiente esterno. Mi spiego…
quando hai avuto la folgorazione, com’era Milano? Qual era il
clima che si respirava? Cosa ascoltavano, cosa leggevano, che film guardavano
i giovani metropolitani, allora?
Nella mia famiglia c’era un grande intenditore di musica che era
mio padre, quindi sin da piccolo sono stato abituato a sentire per casa
la voce di Billy Holiday, la cornetta di Satchmo e il blues rurale di
Leadbelly. Quando poi da adolescente ho cominciato a divorare il rock,
ho capito da dove proveniva buona parte di quella musica che affascinava
i giovani di tutto il mondo. Per me era come tornare bambino, a quei
suoni magici che appartenevano alla storia di casa mia. A questo aggiungo
che mio padre era un lettore instancabile e un appassionato di cinema
tanto da partecipare, nel 1956, a Lascia o raddoppia, uno dei momenti
più importanti dell’intera storia della televisione italiana,
presentandosi proprio come esperto di Storia del cinema. Il connubio
immagini e suoni è quindi una cosa che mi porto dentro, in pratica,
da ben 59 anni! All’epoca i miei coetanei leggevano poco e i film
preferiti nei primi anni Sessanta erano i classici 007 o di
fantascienza, ma il cinema indipendente cominciava a farsi strada e,
cosa che aumentava l’interesse dei giovani, spesso utilizzava
come colonna sonora la musica ‘alternativa’. A proposito
di mio padre, persona idealista e avida di sapere, ricordo ancora la
sua enorme biblioteca fitta di volumi di ogni genere e mi torna in mente,
con una punta di nostalgia, la valigia, sì parlo proprio di una
valigia di quelle da viaggio, piena di libri e dischi appena acquistati,
con la quale di tanto in tanto tornava a casa quasi di soppiatto per
non destare l’attenzione di mia madre, al contrario donna con
i piedi sempre ben piantati per terra. Quella valigia era il solo motivo
di battibecco tra i miei genitori che io rammenti.
Una parte importante della musica blues è
costituita dalle work songs, filone questo nel quale ha giganteggiato
un personaggio straordinario come Woody Guthrie, che pur senza essere
un bluesman in senso stretto, ha scritto e cantato più di un
talking blues. A proposito di Woody Guthrie, sulla sua chitarra il musicista
aveva inciso una frase molto impegnativa: This machine kills fascists.
Come a dire, metaforicamente, che il modo più efficace per sconfiggere
il fascismo è l’uso della cultura. Mi sembra una tematica
molto attuale, questa, in un momento storico in cui la cultura è
sotto attacco e sembrano risultare vincenti il disimpegno e l’ignoranza.
Che cosa pensi in merito? Secondo te, l’arte in generale e la
musica in particolare hanno questo enorme potere?
Sono d’accordo sul fatto che questa nostra epoca storico-sociale-politica
sia scandita, con sempre maggiore aggressività, dalla barbarie
e dalla discarica sottoculturale creata dai finti valori proposti dalla
tv, di Stato o privata oramai poco cambia. Così, anche quei pochi
artisti che cercano di ‘dire’ qualcosa attraverso i propri
testi o la propria musica, devono poi ricorrere, per avere un minimo
di visibilità, alle tv sopracitate, finendo per dover sottostare
a compromessi di ogni genere, mercificando in questo modo l’opera
e svilendone il valore artistico. Sono profondamente convinto, inoltre,
che certa sottocultura razzista, becera e neonazista affondi le radici
nell’ignoranza, nell’accezione più ampia del termine.
Forse oggi persino un grande artista e un uomo straordinario come Woody
Guthrie sarebbe considerato ‘fuori tempo’, anche se le sue
canzoni sono, ahimè, di un’attualità disarmante
soprattutto per la situazione americana. Sul potere intrinseco dell’arte
e della musica in particolare, poi, credo che siano entità riconosciute
pericolose dal potere, proprio per l’energia che riescono a sprigionare
aprendo la mente, i cuori e le coscienze della gente. Non a caso nei
paesi totalitari gli artisti sono da sempre perseguitati con un odio
e una ferocia indicibili.
Tra i tanti personaggi che hai avuto la fortuna
di incontrare, un posto di primissimo rilievo lo riservi, e questo per
me è un invito a nozze, senza alcun dubbio a Frank Zappa. Qualche
anno fa ho incontrato a Parigi Tanino Liberatore, che per Zappa ha disegnato
la copertina del disco The man from Utopia, il quale nel corso
di una piacevolissima serata mi ha raccontato alcuni divertenti aneddoti
del Genio di Baltimora. Com’è il tuo Zappa? Che cosa ha
voluto dire per te, come persona e come artista, calcare la stessa pedana
del Maestro?
A tanti anni dal primo incontro con l’amico Frank e dopo il suo
viaggio verso la libertà assoluta, non riesco ancora a esternare
tutto quello che ho provato e vissuto nell’intensa amicizia che
mi ha legato a lui. Sono orgoglioso di essere stato accettato da lui
come persona, come amico ancor prima che come semplice e modesto suonatore
di armonica a bocca. Credo che la dote che ha saputo fin da subito riconoscere
in me sia l’umiltà. Sono sicuro che mai Frank Zappa avrebbe
chiamato sul palco una persona piena di sé, esibizionista e,
in ultima analisi, antipatica. Quando dopo un’ora di attesa, fuori
dal camerino del Palasport di Monaco di Baviera, i nostri sguardi si
incrociarono, lui inquadrò subito il sottoscritto. Di Frank Zappa
ricordo il faremagnetico, la capacità, da gran affabulatore,
di conquistare l’attenzione dei presenti; spaziava da discorsi
di economia globale alla musica dodecafonica, da aneddoti ‘hard’
a dissertazioni filosofiche. Dei suoi discorsi io perdevo a volte il
senso o il doppio senso, perché aveva creato un vero e proprio
linguaggio convenzionale, immancabilmente usato, per esempio, per comunicare
sul palco coi suoi musicisti. Anche in questo, oltre che nella sua musica,
Frank era un genio. Ricordo sempre con piacere, durante l’incontro
con la stampa che precedette il suo concerto milanese del 1988, la risposta
caustica che diede a una delle più famose ‘penne musicali’
in Italia, il quale ebbe la malaugurata idea di chiedergli: «Mr.
Zappa, che cosa farà da vecchio quando avrà perso la voglia
e gli stimoli musicali?» E lui, senza far trascorrere nemmeno
un nanosecondo: «Sicuramente il critico musicale». Questo
era Zappa! E quando a distanza ormai di 20 anni riascolto il cd in cui
la sua voce annuncia “Fabio Treves” con un particolare accento
sulla ‘e’... beh, non nascondo che mi viene ancora la pelle
d’oca.
A proposito di critici musicali, Frank Zappa
non era molto tenero con loro. Ci sono due sue frasi celebri, estremamente
taglienti, nei confronti della categoria. La prima è: “Buona
parte del giornalismo rock è fatta da gente che non sa scrivere
che intervista gente che non sa parlare per gente che non sa leggere”.
E la seconda, forse ancor più definitiva della prima è:
“Parlare di musica è come ballare di architettura”.
Com’è il tuo rapporto con la critica, in un paese in cui
lo spazio per i circuiti alternativi e indipendenti è alquanto
limitato?
Tranne rari casi di giornalisti musicali che svolgono la loro professione
con il necessario amore e la voglia di ascoltare le parole dell’artista
più di quelle della loro domanda, non ho un gran bel feeling
con loro. E questo sin dai tempi in cui ‘l’innominato imbecille’
di un quotidiano di Milano definì la musica della Treves blues
band “contenutisticamente di destra”, o come quando il filologo
critico musicale del Quotidiano dei lavoratori, giornale del gruppo
politico Avanguardia operaia, nel 1978 scrisse che dovevo ringraziare
di suonare e vivere qui, perché a Chicago sarei stato preso a
calci nel sedere dai veri bluesman, adducendo il pretestuoso
motivo che un bianco non poteva e non doveva suonare la musica dei neri
per non svilire le radici e la carica di ribellione in essa contenuta,
saltando a piè pari l’apporto che nel blues e nel jazz
molti musicisti bianchi avevano dato. Anche il maestro Polillo
non fu tenero con la Treves Blues Band, che definì un gruppo
di rocchettoni che niente aveva a che fare con la musica vera. Per fortuna
nella mia vita ho avuto anche molte attestazioni di stima da parte di
veri amici come per esempio Renzino Arbore, il quale ha sempre apprezzato
la mia cocciutaggine e l’impegno nel portare avanti quella che
per me è una vera e propria missione. Detto questo, oggi non
mi interessa poi così tanto che qualche ‘cameriere dei
padroni’, nell’ambiente musicale parli dei miei cd o della
mia attività concertistica. Ormai la mia storia è questa
e il mio nome, che piaccia o meno a certi personaggi, è nelle
enciclopedie della musica italiana, e dico questo senza presunzione
ma, con una punta di soddisfazione, in risposta ai casi di cui ti ho
accennato.
Frank Zappa nella sua autobiografia ti ha definito
“un anarchico”. Bene, un anarchico non crede nelle gerarchie,
nell’esercizio del potere, nei meccanismi preordinati, in quanto
per sua stessa natura rincorre l’utopia. Qual è la tua
utopia? Qual è la tua ricetta utopica per liberare l’uomo
da questa cappa asfittica di becera ignoranza? Scommetto che ha a che
fare con il blues…
Il fatto che Frank Zappa, nello scrivere la sua autobiografia, si sia
ricordato di me, definendomi 'anarchico', è una delle cose che
maggiormente mi commuove e della quale più vado fiero, soprattutto
quando penso a tanti colleghi che magari fanno fatica a salutare quando
li incroci. La mia ricetta utopica... penso che senza passione, sudore,
fatica e lacrime, non possa esserci soddisfazione, non ci sia vita.
Non è stacanovismo il mio, o peggio autoflaggelazione. Credo
che ognuno di noi dovrebbe quotidianamente rivolgere un pensiero a quanto
sia importante avere e conservare la libertà, e magari sentirsi
grati a chi questa libertà ha reso possibile, pagando con la
propria vita. Una libertà spesso usata male, intesa come possibilità
di dire e fare anche le cose più assurde. A quelle persone che
credono che la libertà sia qualcosa calata dall’alto e
per la conservazione della quale non sia necessario un impegno costante,
io suggerirei la lettura delle lettere dal carcere di scrittori e intellettuali
che hanno conosciuto sulla propria pelle il peso di una dittatura. Vorrei
che i giovani sapessero che non più di trent’anni fa, a
Milano, c’era da aver paura a passare in piazza San Babila con
un libro della Feltrinelli in mano, con un giornale di sinistra nella
tasca dei jeans o semplicemente con i capelli lunghi sulle spalle. Mi
piacerebbe che si portasse nelle scuole questa conoscenza e questo amore
per far capire ai ragazzi che anche il rincoglionirsi davanti alla tv
spazzatura è, paradossalmente, frutto di una conquista di libertà,
quella libertà che ancor oggi è negata ai loro coetanei
in molte parti del mondo. Vorrei poter tornare indietro nel tempo, al
periodo degli sceneggiati in bianco e nero perché quella era
una tv intelligente. Attraverso gli sceneggiati di quegli anni, la gente
ha avuto un approccio con la grande letteratura. Stevenson, Cronin,
Dostoevskij, Tolstoj. Adesso se chiedi a un adolescente chi era Cronin,
Tennessee Williams o Dickens ti risponde “boh?” mentre conosce
alla perfezione l’intera formazione dell’Isola dei famosi.
Immagino che in ogni intervista ti venga chiesto
qual è il disco che ti ha cambiato la vita. Va bene, te lo chiedo
anche io, però subito dopo, visto che siamo ospiti di una rivista
che si occupa di letteratura, ti chiedo se c’è stato un
libro altrettanto importante per te, anzi, mettiamola giù così:
se dovessi pensare a un concept album ispirato a un’opera letteraria,
su quale libro ricadrebbe la scelta e perché?
Alla prima domanda proprio non saprei cosa rispondere. Forse il primo
vinile di blues che ho avuto tra le mani: Sonny Terry &
Brownie Mc Ghee, nel lontano 1959. Per il libro, forse perché
racconta uno spaccato di vita americana che ritengo profondamente blues,
è Furore di John Steinbeck. Opera, questa, quanto
mai attuale con una crisi economica in atto, che qualcuno ha paragonato
senza mezzi termini a quella del 1929. La storia di quella famiglia
alla ricerca di un raggio di libertà e di riscatto mi sembra
qualcosa di alto, di grande, di spirituale oltre che, come già
detto, di attuale. Mi piacerebbe trasporre in blues gli stati d’animo
di quei meravigliosi personaggi. A me poi piace un sacco il blues acustico
e quel libro mi risuona blues dalla prima all’ultima pagina.
La Treves Blues Band è la più
antica band di blues italiano in quanto ci stiamo avvicinando alle trentacinque
candeline. Nel sentirti parlare della tua musica, affiorano una passione,
un entusiasmo e una freschezza sorprendenti per un musicista navigato
come tu sei. Sembra che il blues agisca su di te come una specie di
sostanza rigeneratrice, o sbaglio?
No, non sbagli. Credo comunque che la mia energia, intesa come entusiasmo
e passione, sia parte di quell’Energia con la ‘E’
maiuscola, di quella forza vitale che mi invade ogni giorno, che mi
dà come una sorta di vertigine e di pienezza paragonabile quasi
a una sensazione di soffocamento. È l’affetto di persone
che ho visto magari una sola volta, o quello dei miei ex compagni di
scuola o di militanza politica che vedono in me quasi un ‘santone’,
un’icona, perché ho tenuto duro con il blues, perché
non ho mai voluto prendere la tessera di un partito, perché dico
sempre quello che penso, perché sono capace di dar retta ai giovani
e porto ancora i capelli lunghi come ai tempi dell’Isola di Wight,
perché non ho mai rinnegato niente del mio passato, perché
rispondo personalmente alle mail che arrivano all’indirizzo della
band, occupazione che ai più potrà sembrare noiosa ma
che so essere necessaria per guadagnare sempre più proseliti
al blues. È il benessere che deriva dal pensiero libero, dal
mangiare sano e, ringraziando il cielo, dalla salute che ancora c’è,
dal leggere un buon libro e dal buttare fuori, soffiando nel ‘ferro’,
le tossine che si accumulano.
E per concludere, spiegaci la storia del “Puma
di Lambrate” e raccontaci i tuoi progetti per il futuro, ossia:
che cosa vuoi fare da grande?
Molti anni fa in occasione di un concerto di John Mayall, un giornalista
scrisse: “Tra poco si esibirà a Milano Mayall, il Leone
di Manchester, ma anche noi qui a Milano possiamo vantarci di avere
Fabio Treves, il Puma di Lambrate!” Da allora questo curioso nomignolo
mi ha accompagnato in radio, ai concerti e tra i fan. Da grande vorrei
continuare a lavorare per diffondere il blues, fino alla vittoria finale.
BLUES ALLE MASSE! LE MASSE AL BLUES!
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