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L'intervento

 

Evoluzione biologica ed evoluzione culturale
di Felice Accame, Piero Borzini, Claudio Rugarli, Roberto Satolli
Tra scienza e filosofia: l’evoluzione biologica e l’evoluzione culturale, la reciproca contaminazione secondo le leggi della selezione naturale scoperta da Darwin. Incontro dibattito sul saggio Immunologia, evoluzione, pensiero. Un’introduzione biologica al divenire della speculazione scientifica e filosofica di Piero Borzini (Aracne editrice) alla libreria Odradek di Milano, 7 maggio 2010

Felice Accame: Quando in un libro scientifico viene storicizzata una buona parte dei concetti cui si fa ricorso, e quando il suo autore si dimostra ben consapevole delle difficoltà insite nel proprio compito, credo che vi siano già alcune buone ragioni per leggerlo. È il caso del libro di Borzini tra i cui scopi sta il far cogliere assonanze tra l’evoluzione biologica e l’evoluzione culturale umana – o anche, come è detto in altre parole, il nesso strutturale tra evoluzione biologica ed evoluzione del pensiero (1).
Mi occuperò innanzitutto della struttura del libro, mostrerò come essa abbia un difetto (come questo difetto sia comune e dipenda da assunzioni altrettanto comuni), approfondirò l’analisi di una parte di questa struttura e spero di dimostrare, infine, come questa sia distinguibile dalla parte rimanente.

Allora: Immunologia, evoluzione, pensiero – titolo tripartito – è diviso in tre parti, dedicate rispettivamente all’evoluzione della biosfera e del sistema immunitario, all’evoluzione del pensiero filosofico e all’evoluzione del pensiero scientifico. Sostengo che – anche e soprattutto alla luce di ciò che Borzini definisce e non definisce – la seconda e la terza sono difficilmente divisibili.
Per esempio: laddove parla della non-prevedibilità dell’evoluzione – paragonandola alla storia e all’economia – Borzini dice anche che “l’evoluzione si basa su fatti scientificamente determinabili e teorizzabili”. Trascurando però di dirci cosa significa ‘scientificamente’ (se non per dirci che “una scienza consta di fatti, di teorie, di ipotesi” – altri termini non definiti; oppure per dirci che “la scienza da sola non è sufficiente a determinare conoscenza”, cfr. pag. 13). In un’altra circostanza (cfr. nota a pag. 395), laddove cita una frase di Joseph Lykken, fisico teorico americano, a proposito della teoria delle stringhe e della sua affidabilità – “fintanto che non si producono evidenze sperimentali, non tanto di teoria ‘scientifica’ si può parlare ma di ‘filosofia’” – Borzini sembra non rendersi conto del fatto che, implicitamente, la filosofia viene a essere definita come una sorta di fase infantile della scienza, o una pre-scienza da limbo in attesa di essere ammessa al Paradiso.

Le alternative definitorie, in proposito, di solito sono due: o la versione realistica o quella idealistica, a seconda di un assunto di ordine filosofico. La prima è autocontraddittoria – da chi o da che cosa è garantita la realtà e la verità degli asserti che la concernono? – la seconda porta dritta dritta allo scetticismo e al discredito nei confronti di qualsiasi impresa scientifica – se tutto è una ‘libera’ creazione della mente, allora tutto va bene (ma come mai qualcosa ‘funziona’ e qualcosa no?).

Una terza alternativa implica la definizione della scienza in base alla procedura che la caratterizza: la ripetibilità in linea di principio dell’oggetto e delle procedure per analizzarlo. La scienza in altro non consisterebbe che nella sanatura di una differenza dal paradigma – fermo restando che tutti e tre i termini del rapporto sono costituiti mentali e non ‘dati di fatto’. Sarebbero le operazioni che caratterizzerebbero l’attività scientifica – e non certo il loro oggetto, come qualcuno, ogni tanto, è ancora portato a pensare. Adottandola, questa terza alternativa, dovremmo rinunciare a vedere la storia della scienza in termini di chissà quali rivoluzioni. Sia che si tratti di accendere un focherello come una centrale nucleare si tratta pur sempre di istituire dei rapporti di causa e di effetto sulla base della loro ripetibilità di principio. L’uomo primitivo e il bambino farebbero scienza esattamente come il biologo molecolare e il fisico quantistico. La scienza, in ogni caso, rimarrebbe un’impresa aperta per definizione.

Se la scienza venisse definita in termini di operazioni – e soltanto a questa condizione – sarebbe altresì possibile distinguerla dalla ‘filosofia’, individuando al contempo tutte le infiltrazioni di quest’ultima nella prima. La filosofia – intesa come teoria della conoscenza – rappresenterebbe l’impossibile sanatura della differenza di un paradigma o, meglio, una sanatura irriducibilmente metaforica: posso confrontare la copia che internamente mi faccio io con la copia esterna della realtà e a questo processo assegno il nome di ‘conoscenza’ – ma non mi accorgo che sia l’esterno che l’interno e sia questa stessa ‘conoscenza’ sono metaforici, perché da un confronto di ordine temporale sono inavvertitamente passato a un confronto di ordine spaziale.
Da questo punto di vista – il punto di vista che propongo – allora, sarebbe impossibile attribuire alla filosofia un’evoluzione.

Verificare per credere. Allorché Maturana e Varela, ne L’albero della conoscenza, fanno l’esempio dell’uomo nel sottomarino – un uomo lì confinato che organizza la propria vita potendo leggere soltanto la strumentazione di bordo, un uomo che potrebbe anche emergere nel tratto di mare giusto evitando con sagacia e abilità – a parere di un osservatore – tutti gli scogli e tutte le difficoltà – una sagacia e un’abilità di cui lui non può essere consapevole – replicano fin troppo chiaramente il racconto platonico dell’uomo prigioniero nella caverna costretto a vedere soltanto ombre proiettate sulla sua volta. La differenza sta soltanto nel fatto che Platone – diversamente da Maturana e Varela – ammette una teorica liberazione di quest’uomo, una sorta di deroga per il fortunato filosofo illuminato di turno – ma senza specificarne le condizioni. Duemilacinquecento anni dopo siamo esattamente al punto di partenza.

Sbaglia, allora, il virologo e immunologo australiano Frank Macfarlane Burnet (premio Nobel, nel 1960, per la teoria della tolleranza immunitaria) che, nel 1964, in un saggio sull’approccio darwiniano all’immunità, definisce l’immunologia ‘scienza filosofica’ – perché riconosce nelle ricerche sui processi immunitari una valenza euristica. Mentre apprezzo la cautela ‘operazionista’ di Borzini laddove specifica che “chiamiamo ‘sistemi’ quelle strutture nelle quali vediamo chiaramente un insieme di funzioni dotate di uno ‘scopo’ comune”. L’apprezzo perché – al di là del fatto che la stessa categoria di ‘funzione’ è costituita assegnando uno scopo a un funzionamento – tiene alla larga il ‘sistema immunitario’ – come ogni qualsivoglia d’altro si chiami ‘sistema’ – dal pericolo di una ontologizzazione (o ipostasi realista), preferendo Borzini parlarne come di ‘una categoria mentale’ piuttosto che non di un ‘fatto reale’ (pag. 52).

Cellule, anticorpi, complemento, citochine e i recettori delle membrane cellulari si sono associati – gradualmente, via via, hanno una storia anche loro – per riconoscere un ‘sé’ da un diverso da ‘sé’ e salvaguar darne l’integrità – imparando anche, nel tempo e con l’esperienza, a non perder tempo e fatica eliminando l’invasore innocuo. Borzini invoca l’epistemologia come guardiano dei possibili sconfinamenti della biologia (come quando non si rende conto dei finalismi che inserisce nelle proprie descrizioni-teorie: e la descrizione precedente del sistema immunitario ne è un caso, pag. 174), ma l’epistemologia, in quanto teoria della conoscenza, non può rispondere dell’integrità della biologia – come di nessun’altra scienza. Al compito è sufficiente una scrupolosa consapevolezza metodologica.

Fatto è che l’epistemologia – in quanto teoria della conoscenza, in quanto base della filosofia – non evolve affatto. Evolvono – ovvero si trasformano – sia il sistema immunitario che l’immunologia che se ne occupa – perché no – ma non si trasforma la filosofia, se non apparentemente – nelle forme linguistiche con le quali si travestono gli stessi problemi, gli stessi invasori nocivi di sempre che riducono l’essere umano socializzato alla stato di servitù ideologica. Ci si rende conto, allora, che una divisione netta tra filosofia che nella tripartizione di Borzini è rappresentata giocoforza dal ‘pensiero’ – e sistema immunitario è possibile e doverosa proprio in ragione del fatto che, mentre quest’ultimo svolge la funzione di salvare l’organismo dalle invasioni nocive, la filosofia svolge la funzione opposta, ovvero quella di impedirci ogni tentativo liberatorio dall’invasione nociva di cui siamo già stati vittime.

Claudio Rugarli: Prima di tutto, il sistema immunitario. Io sono medico, ho insegnato medicina interna, ci tengo a essere definito un internista, però il mio campo di ricerca è stato l’immunologia clinica, e sono interessato all’immunologia come scienza di base.
Insieme a Giorgio Cosmacini ho scritto un libro, Introduzione alla medicina, all’interno del quale mi sono dedicato a un capitolo intitolato: Analogie tra il sistema immunitario e la mente. Il sistema immunitario, infatti, è un sistema cognitivo, come la mente: come la mente discrimina il se stesso dal non se stesso, quindi gli stimoli nocivi da quelli verso i quali ha bisogno di essere tollerante, e ha memoria, una caratteristica che è alla base delle vaccinazioni: quando ho avuto una malattia infettiva come il morbillo, non occorre ripetere il vaccino proprio perché il sistema immunitario ha una memoria.

Si è visto qualche anno fa – anche se adesso questa nozione è meno approfondita – che se il sistema immunitario produce un anticorpo, questo anticorpo ha in sé una configurazione molecolare che prima non c’era. Quindi il sistema immunitario crea anticorpi contro questa stessa struttura, che si chiamano anticorpi anti-idiotipo; e se la coscienza è la percezione di avere percepito qualcosa, gli anticorpi anti-idiotipo sono un analogo elementare della coscienza. Ciò è tanto vero che il famoso immunologo premio Nobel, Gerard Edelman, colpito da questi riflessi filosofici, è poi passato a studiare il funzionamento del sistema nervoso, perché questo funziona con la logica del sistema immunitario, che è darwiniana. Durante i suoi studi, Burnet ha avuto un colpo di genio, adattando appunto la logica darwiniana al problema della generazione della diversità anticorpale.

La domanda era perché si potessero fare milioni di molecole e di anticorpi diversi l’uno dall’altro;
quanti geni ci volevano e così via. E lui risolse brillantemente la questione con la teoria della selezione clonale che spiegava anche la tolleranza. Spiegò che l’organismo è capace di produrre una varietà di anticorpi attraverso mutazioni. Mutazioni somatiche, quegli stessi fenomeni casuali che, quando sono a livello germinale e non somatico, sono ereditati e sono invece alla base dell’evoluzione biologica. Perciò queste mutazioni so spiematiche danno una varietà di possibilità di anticorpi che resta perlopiù non espressa, a meno che non ci sia uno stimolo che le seleziona.
A questo punto si affermano quelle varietà generate per caso, in grado di reagire a questo stimolo. Questa intuizione ha spiegato molte cose e resta ancora valida, seppure con aggiustamenti, perché con i progressi della biologia molecolare si è capito meglio come tutto questo funzioni.

L’analogia con la mente sulla quale si sofferma Borzini è molto importante: l’evoluzione culturale era già stata contemplata molti anni fa da alcuni scienziati. Per esempio ricordo Richard Dawkins e il suo libro Il gene egoista, in cui il problema stava nell’assunto: le idee nascono
liberamente, quindi sono strutture che vengono imitate. L’imitazione è come la riproduzione, una riproduzione orizzontale invece di quella genetica che è verticale. I pensieri si affermano se c’è un ambiente propizio, quindi sono soggetti alla selezione dell’ambiente. In realtà il ragionamento di Dawkins era molto sviluppato sull’evoluzione del linguaggio. Questi sono i legami tra Darwin, sistema immunitario e la mente: l’evoluzione culturale. Perciò tutto questo è qualcosa che si applica a ogni cosa, anche alla scienza.

Io penso alla scienza più che alla filosofia, per ricollegarmi alle parole di Accame sui confini tra scienza e filosofia. Io penso si possa dare una definizione di scienza: è un’attività conoscitiva che permette un potere esplicativo su fatti accaduti o che accadono, presenti o passati, che riguardano il mondo fisico. Un potere anche predittivo – andrebbero in giro i satelliti se la scienza non avesse potere predittivo? Certo non riguarda il mondo delle idee, della cultura.
Però occorre distinguere tra i fatti e le teorie. Per quanto riguarda i fatti, sono sotto gli occhi di tutti, sono i fenomeni e sono sottoposti al vaglio scientifico; le teorie sono invece delle costruzioni mentali che servono a spiegare e, quindi, a predire. Se non predicono sono teorie rigettate.

Qui c’è il contrasto con l’idea di Galileo quando disse: la natura si esprime con linguaggio matematico; un punto di vista essenzialista. Secondo questo punto di vista le teorie scientifiche esprimono qualcosa che è intrinseco alla natura. Ma esiste anche il punto di vista strumentalista, sostenuto dopo Galileo, per esempio da Berkeley, che definì le teorie scientifiche come artifici mentali per fare i calcoli. Questo spiega perché le teorie scientifiche possono essere ritenute vere a lungo e poi essere sostituite da qualche altra. Il modello più clamoroso è quello della gravitazione universale di Newton: Newton diede una spiegazione persuasiva della gravitazione universale, però la forza di attrazione nessuno l’ha toccata o semplicemente prevista. Era semplicemente pensata, tuttavia spiegava i fenomeni. Tutti tranne qualche piccolo particolare.

Bisogna però distinguere tra teoria e ipotesi. Per esempio, il vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche ha fatto qualche tempo fa un convegno a Roma intitolato Verso il tramonto di un’ipotesi, riferendosi alla teoria dell’evoluzione biologica: un’ipotesi, secondo lui. Questo è scorretto, perché un’ipotesi è tale prima che sia sottoposta al vaglio della verificabilità, ma quando essa è stata verificata un numero ripetuto di volte, allora viene accettata per vera, secondo quello che dice Popper, e diventa una teoria. Poi può sempre essere superata, ma finché non c’è qualcosa di meglio, non può essere superata in base a considerazioni ideologiche – come avviene nel riguardo della teoria dell’evoluzione biologica, di cui molti sono nemici perché ne sono turbati da un punto di vista, appunto, ideologico. Ma il creazionismo non è una teoria scientifica.

Per quanto riguarda la filosofia, la struttura del pensiero filosofico è completamente diversa. Trovo che la scienza ponga grandi problemi alla filosofia, ma non credo che la filosofia ponga grandi problemi alla scienza. Che si sia essenzialisti come Galileo o strumentalisti come Berkeley, è la stessa cosa quando poi si agisce nella stessa maniera. La logica del pensiero scientifico è quella di attenersi all’evidenza, ciò che può essere dimostrato, quindi dimostrato vero o falso, e poi si prosegue, attraverso quelle teorie logicamente coerenti. Da questo punto di vista penso che il libro di Borzini offra un bel panorama che parte dall’immunologia e va avanti a trattare l’evoluzione culturale, ponendo dei problemi. Non ci sono risposte definitive, ma questo è positivo, a mio avviso.

Roberto Satolli: Di questo libro mi ha colpito molto l’introduzione, che è la dichiarazione di un percorso in cui mi ritrovo. Si fa riferimento a una crisi di fiducia che percepiamo oggi nei confronti della scienza e della capacità di conoscenza della verità, e si cita un dato che riguarda l’argomento del libro, ossia l’evoluzione. Due terzi degli americani si dichiarano a favore dell’insegnamento del cosiddetto disegno intelligente, e un terzo addirittura ritiene che si dovrebbe smettere d’insegnare l’evoluzionismo. In Italia e in Europa le cose vanno forse un po’ meglio da questo punto di vista, ma non su altri campi. Quindi il libro nasce, per dichiarazione dell’autore, per la volontà di non rispondere a questo tipo di integralismo con un altro integralismo, compreso quello scientifico.

Non sono tanto d’accordo invece sul titolo del libro (Immunologia, evoluzione, pensiero). Innanzi tutto non mi sembra appropriato il termine immunologia: qui non si parla di immunologia, ma di immunità; qui non c’è la storia dell’immunologia. Se il libro fosse una storia dell’immunologia sarebbe citato Burnet nell’indice analitico, che invece giustamente non c’è. Borzini traccia la storia dell’immunità, che è una storia che dura da milioni di anni. L’evoluzione è presente in tutto il percorso del volume, avrei tuttavia da dire qualcosa anche a questo proposito, perché – anche alla luce di quanto detto da Accame – mi avrebbe convinto di più il termine ‘selezione’: sono infatti convinto che la cosa importante ‘scoperta’, tra virgolette, da Darwin, sia la selezione, così come l’idea geniale di Burnet è stata la selezione per spiegare l’adattamento immunitario. L’evoluzione era stata non solo intuita, ma perfino teorizzata anche da altri.

Per chiarire meglio l’importanza di questa precisazione faccio un esempio: capita spesso nel mondo che ci circonda di osservare una coincidenza, una corrispondenza quasi perfetta tra due entità, che sembrano completarsi come la chiave e la serratura. Il nostro cervello è fatto in modo da cercare queste corrispondenze in maniera sistematica, e quando le trova si pone il problema di spiegarsi il perché. Questo lo facciamo istintivamente.
Una delle evoluzioni del pensiero umano per spie gare queste corrispondenze consiste nell’avere trovato tre forme: la prima, la più intuitiva, è pensare che qualcuno, un terzo che non siamo noi, abbia creato questa corrispondenza. Che abbia fatto sia il calco sia il risultato. Questo vale per tantissime situazioni. A un certo punto, nel Medioevo, si sono chiesti come mai esistessero i farmaci nelle piante: è qualcosa presente in natura che ingoiamo e che cura una specifica malattia, come mai esiste questa corrispondenza? La risposta, all’epoca, era che Dio, nella sua immensa bontà, ha creato le piante che contengono le sostanze che servono a curare le malattie. Questo tipo di spiegazione è quella spontanea.

Poi c’è una seconda spiegazione: uno dei due elementi che corrispondono ha funzionato da calco. È una spiegazione un po’ meno intuitiva denominata ‘teoria istruttiva’: il calco istruisce l’altra parte e le dà la sua forma. All’inizio, prima di Burnet, per spiegare l’immunità, per cercare di spiegare come mai, dentro di noi, abbiamo anticorpi in grado di adattarsi a qualcosa di estraneo che entra, ci si affidava proprio alle teorie istruttive. Perché o si pensa che Dio ci abbia dotato di tutte le possibili forme, o si pensa che è quel qualcosa di estraneo che entra a dare la propria forma all’anticorpo. Dopo di che è arrivato Burnet che ha detto: no, sbagliate! L’idea giusta l’ha avuta Darwin e quando ci troviamo di fronte a queste corrispondenze dobbiamo pensarla in un altro modo.

Dobbiamo pensare che l’infinita varietà delle forme si costituisce per caso e che successivamente ci sono forze che selezionano le forme che corrispondono. Un esempio. Pensiamo a una giornata di vento che solleva le foglie. Le foglie girano a caso dappertutto, ma si fermano sotto le macchine perché lì il vento non le sposta più. Poi la macchina va via e noi vediamo un perfetto rettangolo, e ci vien da pensare che qualcuno abbia sistemato le foglie in forma rettangolare, perché le foglie da sole non possono averlo fatto. Invece è stato prima l’effetto del caso che le ha fatte girare e poi di una necessità che ha selezionato tra tutti i movimenti possibili solo quello per il quale le foglie rimanevano in quella posizione. Ribadisco che secondo me l’idea geniale di Darwin, e poi di Burnet nel caso dell’immunologia, è quella della selezione; non è quella di pensare che le cose cambiano, o peggio di pensare che cambiano verso un fine, che è ideologico.
Come già evidenziato da Accame, il libro di Borzini storicizza, spesso su una scala temporale molto ampia: è il gran pregio di questo testo. Si leggono cose che magari si sanno già, ma in una chiave completamente diversa.

Piero Borzini: Il mio saggio è una sorta di cronistoria (storicizzazione, come affermano Felice Accame e Roberto Satolli) dell’evoluzione del sistema immunitario sia come fatto in sé sia come pretesto metodologico per un viaggio attorno alla conoscenza dell’uomo sull’uomo.
Un viaggio parallelo tra biologia e pensiero filosofico nella consapevo lezza (o nella ipotesi) che la scienza da sola non sia sufficiente a determinare la conoscenza e, men che meno, a determinare la verità.

Ho posto su binari paralleli due sistemi di tipo ereditario: quello biologico e quello culturale. Il primo, quello biologico (nella fattispecie il sistema immunitario, meglio ancora la funzione immunitaria come giustamente puntualizza Roberto Satolli) che trasmette attraverso i geni, alle generazioni successive, la sua struttura e le variazioni che questa struttura subisce nel corso del tempo adattandosi via via alle mutate condizioni ambientali. Il secondo, quello culturale, che trasmette in modo cumulativo ‘il sapere’ alle generazioni successive, attraverso il meccanismo della trasmissione e dell’apprendimento. I due sistemi sono interconnessi, coesistono e coevolvono, benché il loro specifico ‘trasmesso’ si diffonda e si stabilizzi in tempi tra loro significativamente diversi (centinaia di generazioni il primo; da una a poche generazioni il secondo).

Mi ha fatto piacere il riferimento a Galileo da parte di Claudio Rugarli. Galileo occupa un posto centrale nella storia del pensiero scientifico e il processo intentatogli dalla Curia romana tocca un punto centrale nell’interpretazione del pensiero scientifico. Non è un caso che l’incipit del mio saggio si riferisca esplicitamente a questa questione: “La ragione del conflitto tra il cardinale Bellarmino e Galileo consisteva nel definire la natura del rapporto tra scienza e realtà, nel ritenere veritiera l’interpretazione matematica dei fenomeni sensibili o la rivelazione delle scritture sacre”. Giustamente Rugarli cita, accanto alla posizione ‘essenzialista’ di Galileo, anche quella ‘strumentalista’ di Berkeley (posizione che sarebbe stata sufficiente al cardinale Bellarmino per non perseguire Galileo fino alle conseguenze che conosciamo). La dinamica e le oscillazioni sul ruolo della conoscenza offerta dal pensiero scientifico è uno degli aspetti che ho affrontato nella parte relativa all’evoluzione del pensiero filosofico (inteso come filosofia della scienza).

A questo proposito Felice Accame, nel suo intervento, ha posto ineludibili domande sul carattere (e sulla definizione) della filosofia e della scienza. Io non sono sufficientemente attrezzato per discutere a fondo queste questioni e ho cercato di essere prudente nell’avventurarmi su questo terreno. Nella ontologia del mio pensiero ho attraversato fasi riduzionistiche-meccanicistiche seguite poi da una certa revisione critica della visione meccanicistica. Una delle definizioni di scienza proposte da Accame è quella della ‘procedura’ che la caratterizza. Una procedura è un modo di condurre le cose (per esempio una ricerca conoscitiva) che serve a porre ipotesi e a risolvere problemi che non sono stati affrontati o non sono stati risolti efficacemente in precedenza. Una procedura che quindi porta necessariamente a riconoscere che tutti coloro che ci hanno proceduto hanno ‘sbagliato’ (vuoi prendendo una via che ha portato a conclusioni errate, vuoi elaborando ipotesi nel contesto di un paradigma successivamente abbandonato, vuoi giungendo a conclusioni più approssimate delle nostre in virtù di conoscenze e mezzi meno avanzati di quelli di cui possiamo disporre noi). Ma sono stati proprio questi cosiddetti ‘errori’ dei nostri progenitori e la nostra facoltà di riconoscerli che fanno sì che siamo come nani sulle spalle di giganti e possiamo vedere più lontano (con la speranza di essere a nostra volta – con i nostri ‘errori’ – giganti per i nani delle generazioni a venire).

Per quanto riguarda l’epistemologia mi sono limitato a considerarla l’anima critica del pensiero scientifico “che aiuta la scienza a definire il suo dominio e i suoi limiti”, anche perché uno dei rischi più grossi che talvolta corre il pensiero scientifico è la tentazione di confondere la ‘conoscenza’ con la ‘verità’.
Concordo con Accame sulla impossibilità di distinguere nettamente tra pensiero scientifico e pensiero filosofico perché sono due domini strettamente interconnessi. La tripartizione del mio saggio è stata una estrema semplificazione che mi è stata utile (o necessaria?) in fase di scrittura e ritengo possa essere utile in fase di lettura. Come ha detto Satolli, il mio libro consta di ‘tre libri in uno’. Per il lettore questo può essere dilettevole (meno noioso) perché non è obbligato a leggere il libro in senso unidirezionale dalla prima pagina all’ultima, ma può alternare, secondo il desiderio del momento, i tre domini (quello biologico, quello filosofico-metafisico, quello scientifico-fisico).

Satolli ha fatto un preciso riferimento al senso di evoluzione come caratterizzata necessariamente dalla ‘selezione naturale’. Sono convinto che abbia ragione e che anche nel mondo delle idee, così come in quello biologico, la selezione naturale sia permanentemente al lavoro (anche se l’esempio di Accame sull’identità sostanziale tra l’uomo del sottomarino di Maturana e Varela e il mito della caverna di Platone farebbe pensare più a una stabilità che a un’evoluzione del pensiero).
Tuttavia nel mio saggio ho utilizzato il termine ‘evoluzione’ con accezioni tra loro diverse (nella nostra lingua, come anche nelle altre, mancano i vocaboli per etichettare in modi diversi le diverse accezioni della parola evoluzione). Una di queste accezioni è sicuramente quella darwiniana cui fa riferimento Satolli, ma ho usato il termine evoluzione anche nella accezione di ‘fluire’ (il fluire del pensiero scientifico; il fluire del pensiero filosofico; cercando di evitare che il termine evoluzione potesse identificarsi necessariamente con il termine ‘progresso’ inteso come miglioramento).

Nel primo capitolo del libro affermo che “la morte degli individui è uno dei meccanismi necessari alla permanenza delle specie”. Mi è stato chiesto, in un precedente confronto sul mio testo, se ci sono prove scientifiche a sostegno della frase.
A meno che non si possano considerare in qualche modo immortali gli organismi che si replicano mediante gemmazione, come per esempio i batteri, in biologia non ci sono organismi immortali per verificare sperimentalmente se l’evoluzione abbia luogo in assenza della morte, intesa come fatto che consente alle nuove generazioni di rimpiazzare le vecchie. L’evoluzione biologica dipende dal fenomeno delle mutazioni casuali che occorrono nelle cellule germinali, mutazioni che diventano patrimonio genetico della prole che deriva da quelle cellule germinali. Si assume che, se i genitori non morissero, dopo poche generazioni si esaurirebbe lo spazio e le risorse disponibili: questo è un buon motivo perché, evoluzionisticamente e non teleologicamente parlando, la morte esista. Lo stesso meccanismo della selezione, a più voci ripreso in questa discussione, cesserebbe di avere un ruolo attivo, o avrebbe un ruolo estremamente meno efficace, nell’evoluzione biologica.

Vale la pena però citare due fatti, tra loro molto lontani nella storia, che potrebbero far pensare alla possibilità che una certa forma di evoluzione (o meglio di trasformazione) possa esistere indipendentemente dal fenomeno della morte individuale. Il primo, che influenzò decisamente Darwin, è la lenta e continua trasformazione dell’aspetto geologico del nostro pianeta (vedi Principi di Geologia di Charles Lyell). Il secondo, molto più recente, è fornito da modelli computerizzati dell’evoluzione. In un modello dove veniva analizzato l’apprendimento sociale di
comportamenti semplici (2) da parte di entità individuali, si è stabilito che gli ‘individui’ del modello introducevano casualmente novità comportamentali che si confrontavano e si adattavano all’interno del contesto del modello anche se il modello non aveva incluso la possibilità della morte degli ‘individui virtuali’, risultando questi dunque ‘immortali’.

Interessanti sono anche i risultati di un altro modello informatico più sofisticato (3) che applicava lo strumento della selezione naturale darwiniana (la parola selezione si applica a individui che muoiono o non generano prole) allo studio dell’evoluzione dell’apprendimento sociale e dei comportamenti acquisiti. In questo modello, le nuove generazioni sostituiscono le vecchie anche se per un certo periodo di tempo le generazioni vecchie e quelle nuove coesistono. In questo studio si è registrato il fatto che i comportamenti introdotti dalle nuove generazioni si adattavano meglio dei vecchi comportamenti alle mutazioni ambientali e avevano quindi maggiori probabilità di espansione all’interno del mondo virtuale in cui erano collocati. Tutto ciò, benché molto somigliante a quanto accade nella vita di tutti i giorni, è emerso in un contesto virtuale precondizionato da analisti informatici, quindi le relazioni di questi risultati con il mondo reale sono del tutto speculative.

Infine vorrei porre l’accento sul fatto che la scienza si riferisce in modo esplicito a quello che siamo in grado di osservare: la morte appartiene al mondo che osserviamo, non l’immortalità. La scienza inoltre si prefigge di rispondere solo alle domande relative al ‘come’, quelle relative al ‘perché’ esulando dal suo dominio.


Felice Accame, Piero Borzini, Claudio Rugarli, Roberto Satolli

 

(1) Il termine ‘evoluzione’, ovviamente, va preso con le pinze. Per il carico categoriale che lo affligge e per la differenza degli usi del termine in astronomia e in biologia, rinvio a F. Accame, L’analisi dei significati nella teoria biologica dell’evoluzione, in PaginaUno n. 15/2009. Per una teoria operativa della scienza, cfr. F. Accame, Scienza, storia, racconto e notizia, Società Stampa Sportiva, Roma 1996. Per una teoria operativa della filosofia e della sua storia, cfr. S. Ceccato, Il teocono, in Methodos, 1, I, 1949; ripubblicato in AAVV . Methodos. Un’Antologia, Odradek, Roma 2009 e F.
Accame, La funzione ideologica della teoria della conoscenza, Spirali, Milano 2002
(2) Cfr. L. M. Gabora, Meme and Variations: A Computational Model of Cultural Evolution in Lectures in Complex Systems,
Addison Wesley, 1995, http://www.lycaeum.org/~sputnik/Memetics/variations.html
(3) Cfr. A. Acerbi e D. Parisi, Cultural Transmission Between and Within Generations, in Journal of Artificial Societies and
Social Simulation 9(1)9, 2006, http://jasss.soc.surrey.ac.uk/9/1/9.html

 


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