È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Polemos |
| Il regime di verità
del libero mercato L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderberg di Giovanna Cracco |
|
Le pressioni
della Trilateral Commission e del gruppo Bilderberg sulle commissioni
europee e l’invenzione del Patto di stabilità per estromettere
i governi nazionali dalle scelte economiche: quando la politica, obbligata
a fare i conti con il voto e il consenso popolare, è un lusso
che il neoliberismo non si può più permettere |
|
Poche cose generano
disinteresse negli italiani quanto l’Unione europea, le sue
regole, i vari trattati che l’hanno creata, le istituzioni.
Un disinteresse radicato, nonostante la consapevolezza, o il sentore,
che l’Unione stia fagocitando pian piano l’autonomia decisionale
di ogni Paese membro. Nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Unione europea era stata presentata agli italiani come la terra promessa, l’unica possibile salvezza da un sistema Paese in fallimento, in preda a Tangentopoli, falcidiato nella sua classe politica corrotta; come il solo modo per uscire dalla dinamica di un debito pubblico in perenne aumento e da una lira buttata fuori dal Sistema monetario europeo (Sme). In nome dei parametri del Trattato – inerenti ai valori di debito pubblico, deficit, inflazione, tasso d’interesse a lungo termine e permanenza nei due anni precedenti nello Sme – fu lanciata la campagna delle privatizzazioni delle imprese pubbliche (svendute ai grandi gruppi privati come nemmeno a un mercato delle pulci); fu approvata dal Parlamento italiano – 1996, governo Prodi – una manovra economica da 62.500 miliardi di lire, perno dell’affannata rincorsa, risultata vittoriosa, per entrare nel primo gruppo che avrebbe adottato l’euro. Quel che a tutti i costi si doveva agguantare, infatti, era l’unione economica dell’Europa: il treno del libero mercato, lanciato a piena velocità. La mano invisibile, la legge naturale della domanda e dell’offerta che genera i giusti prezzi e la competizione tra pari: nel ’92 il libero mercato era già divenuto quel che Foucault avrebbe definito un ‘regime di verità’. Aveva cioè già imposto il proprio processo di veridizione, stabilendo in modo autoreferenziale l’insieme delle regole che sanciscono che cosa è vero e che cosa è falso. Tra quelle vere, la principale è l’automatismo delle dinamiche del mercato, che produce maggior ricchezza per tutta la popolazione a patto sia lasciato libero di agire. A patto, dunque, che la politica adotti la logica del ‘governo minimo’ – privatizzare, abbandonare il welfare, ritirarsi dal ruolo di mediatore dei conflitti sociali e dal tavolo della contrattazione collettiva sul lavoro. Le sue azioni quindi non sono più giudicate sulla base di criteri come legittimo o illegittimo, ma esclusivamente sugli effetti che producono in termini di utilità. Il ‘governo del fare’, ben prima che Berlusconi lanciasse lo slogan. Ne nasce, inevitabilmente, un primato dell’economia sulla politica, e un governo della società in tal senso. Non è una novità (con la definizione di struttura/sovrastruttura, Marx aveva già individuato e analizzato questa dinamica), ma viene a mancare quel discorso dialettico che politica ed economia sono sempre state costrette a tenere in piedi, con le conseguenze che questa mancanza comporta. Prima fra tutte, la questione della libertà degli individui, che perde la caratteristica giuridica – naturale, direbbe Rousseau – per abbracciare quella mercantile. Il libero mercato ‘consuma’ libertà, ne deve dunque produrre per sopravvivere: libertà del venditore, dell’acquirente e del consumatore; libertà di proprietà, d’impresa e del mercato del lavoro. La formula del liberalismo, scriveva Foucault, non è ‘sii libero’, ma: ‘ti procurerò di che essere libero’. Al ricco banchetto del libero mercato, siede però un convitato di pietra: i cittadini. Non tanto perché possono scendere in piazza a protestare – dato che il concetto di democrazia ormai sacralizzato, vuole che il conflitto sociale sia pacifico, colorato, fantasioso negli slogan e rispettoso delle ‘zone rosse’: quando trasgredisce queste regole, si trasforma automaticamente in facinoroso e terrorista e opinione pubblica, mass-media e politica fanno a gara per condannarlo. Il problema è che i cittadini hanno il diritto di voto. La politica, in realtà, ha già trovato
il modo per rendere innocuo tale diritto, creando quel che a tutti
gli effetti è un sistema unipolare: la visione economica infatti
è una, destra e sinistra hanno entrambe abbracciato l’ideologia
del libero mercato. Ma l’inseguimento del consenso elettorale,
per giochi di potere, produce inevitabilmente lentezze decisionali,
che provocano gravi danni in un contesto economico che vive di rapidità
e immediatezza, ancora più necessarie in una fase di crisi
come quella attuale. Lo dichiara candidamente anche lo stesso Sacconi,
in un’intervista rilasciata al Corsera l’8 novembre scorso,
quando afferma che la crisi ha innescato un passaggio epocale: da
una parte vi sono Paesi come la Cina, “con sistemi istituzionali
molto semplici e perciò veloci nelle decisioni, dall’altra
i Paesi di vecchia industrializzazione che non possono più
far leva sul debito pubblico, come l’Italia”. Far leva
sul debito pubblico, nelle parole del ministro, significa sostenere
quella politica di welfare che produce consenso elettorale. Non è
più possibile farlo, e per ragioni ormai evidenti: il mercato,
lasciato totalmente libero di agire, penalizza, attraverso la speculazione
finanziaria, i Paesi troppo indebitati. Tuttavia non è nemmeno
possibile diventare la Cina: la democrazia è sacra, con il
suo diritto di voto, e non si può tornare indietro, a un regime
dittatoriale. In un convegno a Rhode Island, il 4 ottobre scorso, egli afferma che il progressivo aumento e invecchiamento della popolazione in tutti i Paesi occidentali – data la crescita delle aspettative di vita creata dal benessere economico – rischia di generare enormi spese sanitarie e pensionistiche, che andranno ad aumentare sempre più i debiti pubblici. Tagliare e privatizzare tutto è l’unico modo per evitarlo, dato che le imposte sulle imprese, i redditi alti e i patrimoni non si possono aumentare – sono i principali attori del libero mercato, non li si può ‘impoverire’ – e nemmeno si può più spennare un pollo – il ceto medio-basso – ormai rimasto senza piume. Una soluzione tuttavia che rischia di provocare problemi di consenso elettorale. Occorre dunque affidare la politica economica a organismi non elettivi e vincolarla all’applicazione di rigide ‘regole fiscali’, impersonali, asettiche, non derogabili. L’invidia di Bernanke nasce dal fatto che
l’Europa, ben prima degli Stati Uniti, è riuscita a mettere
in pratica l’esautorazione, con l’invenzione del Patto
di stabilità. Comodo paravento dietro cui la politica si nasconde,
evitando così di rispondere del fatto che è essa stessa
ad aver innalzato il libero mercato a luogo di verità –
dal momento che ancora, il potere legislativo è unicamente
nelle sue mani – i cittadini si sentono dire che non è
responsabilità del governo italiano una manovra economica da
24 miliardi di euro, perché la esige l’Unione europea,
il Patto di stabilità, la difesa dalla speculazione.
Gli attori protagonisti dell’intero sistema sono diventati i banchieri. Tengono per lo scroto sia gli Stati, sia l’economica produttiva, che agisce ormai con un unico fine: creare gruppi industriali sempre più grandi. La ragione è duplice: realizzare quelle economie di sistema che permettono di essere competitivi e (dolce chimera) agguantare posizioni dominanti o addirittura di monopolio; e diventare talmente grandi da non poter fallire. Raggiungere ossia quella posizione per cui il fallimento dell’impresa trascinerebbe con sé nel baratro talmente tante banche creditrici, che sono loro stesse a correre continuamente in soccorso con nuovo credito. In un circolo vizioso e virtuale di un giro di denaro che esiste ormai solo dentro i computer. Non stupisce, in tale contesto, che si siano creati consessi di poteri forti, lobby chiuse, ristrette, riservate; spazi in cui banchieri, politici e industriali tracciano le linee guida comuni e strategiche per salvaguardare il sistema e possibilmente farlo crescere, e rappresentanti del mondo accademico e dell’informazione si occupano di mettere in circolo il pensiero unico del ‘vero’ e del ‘falso’ sancito dal processo di veridizione. La Trilateral Commission, il gruppo Bilderberg. Nomi che il solo pronunciare genera accuse di complottismo e dietrologia. Nulla di tutto questo. Come nulla di più normale che un sistema basato su pochi attori principali crei spazi adibiti al confronto programmatico: né più né meno di un consiglio di amministrazione. La Trilaterale nasce nel 1973, su iniziativa di David
Rockefeller. Il nome rimanda alle tre aree all’epoca punto di
riferimento dell’economia del libero mercato, nord America,
Europa e Giappone, in cui sono tuttora presenti le tre direzioni regionali,
a Washington, Parigi e Tokyo. Nel tempo il gruppo si è allargato,
inglobando i vari Stati dell’est Europa e dell’Asia che
abbracciavano il neoliberismo, e dai 180 membri iniziali – 60
per ogni area – si è arrivati oggi a circa 400, suddivisi
per Paese in base a un principio di rappresentanza stabilito sul doppio
parametro Pil/popolazione.
Il Gruppo Bilderberg è ancora più ristretto: un comitato esecutivo (di cui si conosce solo il nome del presidente, l’ex commissario europeo V.E. Davignon, e non l’identità e il numero dei componenti) e circa 120 persone – alcuni ospiti fissi ai meeting annuali, altri saltuari – tra politici, banchieri, industriali, accademici e giornalisti appartenenti all’area del nord America e dell’Europa. La prima riunione data 1954. Rispetto alla Trilateral, è più chiuso e riservato: i suoi ritrovi sono off-the-record (a ogni partecipante è imposto l’obbligo della segretezza), blindati alla stampa e protetti da rigide misure di sicurezza. È riuscito a restare praticamente nell’ombra fino agli anni Duemila, quando sono iniziate a circolare voci – fuori dall’ambiente politico/economico il quale, al contrario, della sua esistenza ha sempre saputo. Per la sua segretezza è stato più volte accusato di essere una loggia massonica coperta. Probabilmente è per questo che recentemente ha iniziato un percorso di parziale (o simil) trasparenza, con un sito ufficiale (3) in cui sono pubblicate le date, i luoghi, le scalette tematiche degli incontri annuali dal 1954 a oggi e, dalla riunione del 2008, anche le liste dei partecipanti (quanto complete non è dato saperlo: il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, per esempio, pare che a domanda diretta non abbia smentito la sua partecipazione alla riunione del 2009; eppure, nell’elenco disponibile sul sito non compare). Gli argomenti affrontati in quelli che vengono definiti
dei semplici forum riguardano l’economia globale, la
finanza, il mercato monetario, la governance mondiale, la
sicurezza internazionale, le risorse energetiche, i conflitti militari.
In un’intervista del settembre 2005 alla BBC (4), il presidente
del Bilderberg dichiara che il gruppo nasce semplicemente perché
persone influenti sono naturalmente interessate a parlare con altre
persone influenti; parla di common sense, senso comune, che lega fra
loro i dirigenti politici ed economico/finanziari interessati a far
crescere il libero mercato mondiale; afferma che il fatto che importanti
leader politici (Bill Clinton, Tony Blair e tutti i presidenti della
Commissione europea) prima di diventare tali abbiano fatto parte del
Bilderberg, non significa che il gruppo selezioni la classe dirigente
del mondo occidentale ma semplicemente che fa del suo meglio per valutare
chi siano gli astri nascenti: appartenere al Bilderberg,
dice Davignon, non è un caso nella loro carriera, ma poi dipende
dalle loro capacità. Reti informali e private come il Bilderberg
hanno contribuito a oliare gli ingranaggi della politica mondiale
e della globalizzazione per mezzo secolo, conclude Davignon; e finché
affari e politica resteranno reciprocamente dipendenti, queste reti
continueranno a prosperare.
Dal 1998 inizia ad apparire, al Parlamento europeo, qualche sporadica interrogazione parlamentare (5) che chiede di far luce sulla ragione della presenza di numerosi commissari europei alle riunioni del Bilderberg (tra cui anche Emma Bonino, nel 1998); alcune chiedono anche se Mario Monti e Romano Prodi facciano parte del comitato esecutivo del gruppo. Le richieste di chiarimenti si intensificano negli anni. Le risposte sono sempre le medesime: i commissari partecipano in quanto invitati, e certamente sono invitati in qualità dei ruoli che rivestono; la loro partecipazione resta comunque a titolo personale, e soprattutto non significa che si fanno rappresentanti degli interessi del gruppo Bilderberg all’interno dell’Unione europea né di quelli dell’Unione europea all’interno del Bilderberg. Negazione categorica, invece, per quanto riguarda la partecipazione di alcuno al comitato direttivo, sia del Bilderberg che della Trilateral. Il progetto dell’Unione europea è ormai
giunto al suo compimento. E non è un caso che l’unica
unione realmente attuata sia quella economica: non quella politica,
né tanto meno quella sociale, dal basso, identitaria. Due ultimi
passaggi hanno definito le regole di appartenenza all’Unione:
uno già completato, con il Trattato di Lisbona, l’altro
in via di attuazione. Il secondo riguarda il nuovo Patto di stabilità
e l’istituzione del Fondo anti-crisi. Le sanzioni politiche e l’istituzione del
Fondo, per essere rese operative, necessitano di una modifica del
Trattato di Lisbona. Secondo le regole che lo stesso Trattato si è
dato, una simile variazione dovrebbe passare attraverso un referendum
popolare. Non avverrà, ovviamente. Gruppi di studio sono già
al lavoro per trovare i giusti cavilli giuridici e far rientrare le
modifiche tra quelle che non devono essere sottoposte alla verifica
della volontà popolare.
(1) Cfr. La crisi della democrazia:
rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione
Trilaterale, Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki,
Franco Angeli, 1977 (con prefazione di Gianni Agnelli)
Leggi anche: Profitti
da debito pubblico di Giovanna Cracco I
dadi truccati della democrazia di Giovanna Cracco Stoccolma
e l'economia: nobel per pifferai magici di Giovanna Cracco Debito
pubblico, fra tangenti e privatizzazioni
di Giovanna Cracco
Leggi altri articoli sui temi: |