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aprile - maggio 2012


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Parole sulla tela

 

Espressione letteraria, espressione pittorica e formato: sulla natura politica del loro rapporto
di Felice Accame

 

Non vorrei sfuggisse la profonda analogia tra le due forme espressive di Antonio Belloni – quella pittorica e quella letteraria in versione saggistica al servizio di una teoria antropologica complessiva. In entrambi i casi, infatti, si tratta di una coazione a tornare sull’artefatto iniziale – grafema o parola – allo scopo di far ‘emergere’ quel qualcosa di più di cui gli è venuta imprescindibile l’esigenza. Se ne ottiene ritmi freneticamente barocchi da cui enfiagioni – finanche a riem pire ‘tutto’ della superficie disponibile, finanche nell’espressione scritta – sfumature, accentuazioni, chiari che inscuriscono e scuri che chiariscono – dico, anche concettualmente.

Ritengo il caso piuttosto raro. Di solito, l’artista che si affida a quella cifra inconfondibile che ne distingue l’esistenza, finisce con lo stilizzare il proprio artefatto creativo – ripetendolo, variandolo nella ripetizione, ‘iconizzandolo’, incastonandolo eri-incastonandolo, ma fermo lasciandolo nella sua riconoscibilità. Volente o nolente, consapevolmente o meno, adempie alle regole del mercato di riferimento. Va da sé che la sua espressione letteraria – narrativa o saggistica che sia – si configuri in piena indipendenza formale; va da sé che la ricerca – se ricerca c’è stata – sia interrotta – che sia già giunto il momento di ‘passare alla cassa’.
Volgendosi indietro ai più ascosi ricordi, n. 69,
Antonio Belloni. Biro Bic su carta, 8x11 cm.

Che Belloni, invece, stia all’opposizione – che si intestardisca nell’elaborazione autonoma, che non si accontenti dell’acquisito – è, allora, evidente. A prescindere da ciò che dice, beninteso – e sulla ‘sensazione’, e sulla sua storia filosofica non innocua, e sulla ‘serenità’ (starei per dire ‘filosoficità’ nel senso in cui si dice che uno ‘la prende con filosofia’) con cui accetta l’emergenza del naturalistico o, più precisamente, anche l’emergenza del naturalistico, dal suo incidere a biro i foglietti del suo block-notes.

(*) Spesso si sente dire che la scelta di un formato – relativo a un’opera d’arte – sia libera, che si tratti di mera convenzione e che, dunque, l’artista ‘rivoluzionario’ farebbe fin bene a ‘sformare i formati’, abbandonando le figure geometriche più ‘tradizionali’ per operare in’spazi nuovi’. È uno di quegli argomenti che assomiglia a quelli che giustificano le lettere dell’alfabeto costruite sulla figura di animali o di oggetti d’uso nella vita quotidiana. Un formato non viene dal nulla e il fatto che certi formati siano, per l’appunto, diventati ‘tradizionali’ non è affatto per semplice convenzionalità. Non si tratta di fatti gratuiti e arbitrari. Non si tratta di cose che ‘sono andate così, ma avrebbero potuto tranquillamente andare cosà’.

 

Il formato di un’opera d’arte – nella consapevolezza o nell’inconsapevolezza dell’artista – è il risultato di un adattamento e questo adattamento è un risultato evolutivo. L’adattamento in questione concerne chi percepisce e i rapporti spaziali in cui è inserito ciò che percepisce. L’opera d’arte nasce in un ambiente e, spesso, è destinata a un ambiente. Questi ambienti consistono di distanze. Una, fondamentale, è quella fra chi percepisce e l’opera. Poi, c’è quella fra l’opera e ciò che ne costituisce lo sfondo. Poi, ancora, ci sono quelle fra opera e sfondo e quanto d’altro produce il volume dell’ambiente medesimo – pareti, pavimenti, soffitti, vuoti e pieni. Questi ambienti sono costituiti da forme e queste forme sono il risultato di alcune costanti antropologiche. Per esempio, l’angolarità della nostra cultura, contrapponibile alla circolarità della cultura zulu. La giustapponibilità dell’opera d’arte rispetto ad altre opere d’arte di tecnica produttiva consimile, poi, vincola ulteriormente il formato. Voglio dire che, nel ‘comporre’ una parete, valgono presumibilmente regole. Per esempio, in ordine alle proporzioni fra ciò che viene giustapposto. Già tenendo presente tutto ciò ci si rende conto, dunque, di quanto la scelta del formato sia politica (come, peraltro, la scelta di un carattere tipografico o di uno stile impaginativo).

 

Mio zio Vincenzo appeso sull’abisso
ond’evitar di cadere nega d’essere mio zio.
Più tardo che antico
, n. 57
Antonio Belloni. Biro Bic su carta, 8x11 cm.

Felice Accame

 

* La seconda parte di questa argomentazione è stata scritta in occasione della mostra di opere di Anna Rocco presso il Centro Sociale Il Molino, a Lugano, nel 2006; si trattava di una mostra di opere di formato 40x50, ma nulla mi sembra dover mutare, dell’argomentazione, riferendola anche alle opere di Belloni, tenacemente arroccate su 8x11 al fondo di un contesto percettivo rastremato e privilegiante attestato nel 19,5x24

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