È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Parole sulla
tela |
| Espressione letteraria,
espressione pittorica e formato: sulla
natura politica del loro rapporto di Felice Accame |
|
Non vorrei sfuggisse la profonda analogia tra le due forme espressive di Antonio Belloni – quella pittorica e quella letteraria in versione saggistica al servizio di una teoria antropologica complessiva. In entrambi i casi, infatti, si tratta di una coazione a tornare sull’artefatto iniziale – grafema o parola – allo scopo di far ‘emergere’ quel qualcosa di più di cui gli è venuta imprescindibile l’esigenza. Se ne ottiene ritmi freneticamente barocchi da cui enfiagioni – finanche a riem pire ‘tutto’ della superficie disponibile, finanche nell’espressione scritta – sfumature, accentuazioni, chiari che inscuriscono e scuri che chiariscono – dico, anche concettualmente. Che Belloni, invece, stia all’opposizione – che si intestardisca nell’elaborazione autonoma, che non si accontenti dell’acquisito – è, allora, evidente. A prescindere da ciò che dice, beninteso – e sulla ‘sensazione’, e sulla sua storia filosofica non innocua, e sulla ‘serenità’ (starei per dire ‘filosoficità’ nel senso in cui si dice che uno ‘la prende con filosofia’) con cui accetta l’emergenza del naturalistico o, più precisamente, anche l’emergenza del naturalistico, dal suo incidere a biro i foglietti del suo block-notes. (*) Spesso si sente dire che la scelta di un formato – relativo a un’opera d’arte – sia libera, che si tratti di mera convenzione e che, dunque, l’artista ‘rivoluzionario’ farebbe fin bene a ‘sformare i formati’, abbandonando le figure geometriche più ‘tradizionali’ per operare in’spazi nuovi’. È uno di quegli argomenti che assomiglia a quelli che giustificano le lettere dell’alfabeto costruite sulla figura di animali o di oggetti d’uso nella vita quotidiana. Un formato non viene dal nulla e il fatto che certi formati siano, per l’appunto, diventati ‘tradizionali’ non è affatto per semplice convenzionalità. Non si tratta di fatti gratuiti e arbitrari. Non si tratta di cose che ‘sono andate così, ma avrebbero potuto tranquillamente andare cosà’.
Il formato di un’opera d’arte –
nella consapevolezza o nell’inconsapevolezza dell’artista
– è il risultato di un adattamento e questo adattamento
è un risultato evolutivo. L’adattamento in questione
concerne chi percepisce e i rapporti spaziali in cui è inserito
ciò che percepisce. L’opera d’arte nasce in un
ambiente e, spesso, è destinata a un ambiente. Questi ambienti
consistono di distanze. Una, fondamentale, è quella fra chi
percepisce e l’opera. Poi, c’è quella fra l’opera
e ciò che ne costituisce lo sfondo. Poi, ancora, ci sono quelle
fra opera e sfondo e quanto d’altro produce il volume dell’ambiente
medesimo – pareti, pavimenti, soffitti, vuoti e pieni. Questi
ambienti sono costituiti da forme e queste forme sono il risultato
Mio zio Vincenzo
appeso sull’abisso
* La seconda parte di questa argomentazione è stata scritta in occasione della mostra di opere di Anna Rocco presso il Centro Sociale Il Molino, a Lugano, nel 2006; si trattava di una mostra di opere di formato 40x50, ma nulla mi sembra dover mutare, dell’argomentazione, riferendola anche alle opere di Belloni, tenacemente arroccate su 8x11 al fondo di un contesto percettivo rastremato e privilegiante attestato nel 19,5x24 |